Storia · capitolo 1

Capitolo 1

Gli aquiloni erano già lì di marco bertoncelli

Gli aquiloni erano già lì

La prima volta non ci fece caso, ma quando ritornò notò subito la damigiana.

Scese in cantina per una sciocchezza, una bottiglia da stappare con gli amici; vi trovò il solito odore di vecchio, legno e polvere. Quel luogo, da film in bianco e nero, sembrava fatto apposta per farti uscire in fretta.

Sul pavimento, vicino al muro, c’era il vetro opaco di una damigiana. Niente cestello, niente paglia: solo vetro, polvere, una ragnatela dimenticata.

Cinquantaquattro litri, un’enormità! Subito corse ai suoi ricordi, quando, poco più di bambino, quelle damigiane doveva scuoterle per pulirle dal residuo del vino che vi era depositato.

Detestava quel lavoro!

Era vuota?

Come fossero stati incisi direttamente sul vetro, c’erano dei numeri: nitidi, chiari, senza ombra.

Chi li aveva scritti? Quando? E poi, perché?

Perplesso, osservò più attentamente.

Non erano numeri… si muovevano.

Era come se un movimento avesse sollevato quel pulviscolo leggero che si vede in trasparenza quando la luce filtra da uno spiraglio.

Guardò ancora qualche secondo, poi fece la cosa più umana del mondo: decise che non era niente.

Ma mentre tornava dagli amici con la bottiglia da stappare, sentì che dentro quel vetro reso opaco dalla polvere, brulicava la vita.

Nell’opaco della damigiana, minuscole presenze prendevano vita; apparivano e sparivano: prima una, poi una seconda, poi una terza… poi tutti gli esserini vorticavano come bollicine impazienti sotto un tappo.

Sarebbe tornato.

“Roby, tutto bene?”

“Sì… il vino non è ancora a temperatura, lo metto un attimo in frigo.”

In cantina l’aria sembrava più viva.

Si accese prima ancora di capire cosa stesse facendo.

La vita, nella damigiana, non chiese permesso: partì.

Fu un impulso netto, una combustione: la sua pelle era un involucro d’acciaio e dentro iniziò a correre qualcosa di più veloce del pensiero.

Il mondo appariva improvvisamente attraversabile, perforabile.

Era nato!

Il suo motore era quello di un missile ipersonico.

Accensione immediata. Spinta totale. Presente assoluto.

L’energia si disperdeva in scatti inutili.

Contava soltanto l’inizio.

E ogni inizio era un’urgenza!

Energia allo stato puro.

Missili!

Nella loro frenesia, non potevano evolvere.

Quando ricadevano scoppiava l’ardore del primo innesco.

Non erano i migliori, erano i primi!

In quel piccolo mondo non sarebbero stati confinati nelle stanze. Le violavano.

D’impulso.

Una combustione secca, una fiammata.

Il loro pensiero era un accenditore: un’idea era subito velocità.

Accelerazione.

Euforia.

E poi, immediatamente, ricordo.

Gli amici scherzavano serenamente, la cena era stata un successo e ora li aspettava una serata allegra: una battuta, un ricordo, un gioco da tavolo.

Ma Roberto non era con loro.

Nella damigiana, era successo qualcosa di nuovo.

Accanto ai missili erano comparsi esserini diversi, grassottelli e leggeri.

Granelli di polvere che all’apparenza sono uguali agli altri ma che si muovevano poco e viaggiavano a mezza altezza.

Più pesanti del pulviscolo, non si lasciavano trasportare dal vento, non scoppiavano…

Osservavano.

Il primo impulso fu di giudicarli buoni, pazienti.

Stavano fermi, ma il loro sguardo si muoveva.

Con le pupille giravano eliche invisibili.

Quando fissavano un detrito lasciato dai missili, quella cosa veniva osservata… misurata.

E poi ingoiata.

Fagocitata.

Poco prima non c’erano; più probabilmente non li aveva visti.

Piccioni paffutelli.

Ciò che vedevano gli apparteneva.

Questi droni non volavano in cielo: volavano nel possesso.

Nella stratosfera, cercavano cibo. Dall’alto tutto era più facile.

Mentre Roberto osservava incuriosito, un esserino grassottello vide un missile accendersi.

Lo vide perché il razzo, quando parte, non può nascondersi: lascia una firma nell’aria, una cicatrice luminosa nello spazio.

E allora lo marcò.

Non con cattiveria, non con rabbia.

Con fame.

“Che strano,” pensava Roberto, “cosa sta succedendo?”

Un esserino sorvolava, un altro esplodeva.

E intanto dei nuovi venuti, sfrecciavano loro accanto.

Roberto posò l’orecchio sul vetro opaco.

Prima ancora di vedere, sentì un suono: un ronzio sottile, una risata metallica. Arrivavano a due a due, uguali e diversi quanto basta a confondere.

Motorini: piccoli cuori che non promettevano niente e non morivano mai.

Non possedevano il mondo.

Possedevano solo ciò che serviva per giocare: una scintilla, una scheggia rubata, un pezzo di strada.

E infatti, giocavano.

Giocavano con le traiettorie del drone più vicino: gli passavano sotto, gli tagliavano l’aria, gli facevano perdere l’inquadratura. I droni stringevano gli occhi, ma loro, i motorini, erano già altrove.

Giocavano con le scie dei missili: entravano in quel caldo recente e disegnavano curve gioiose, come bambini nell’apocalisse.

“Fermatevi.” Sembrava urlare chi vedeva in ogni cosa un bersaglio.

Ridevano.

Avevano mani inquiete, dita che sfioravano tutto ciò che avvicinavano.

Un missile fece per accendersi.

I droni puntarono lo sguardo.

Ma i motorini avevano già vinto la loro follia: erano spariti, e poi riapparivano all’improvviso, lasciando dietro di loro soltanto il ronzio e una verità che bruciava più del fuoco: “Non li prenderete mai”, pensò Roberto.

E non perché fossero veloci.

Perché erano altrove prima ancora di essere lì.

Scherzavano.

Nonostante questo, furono proprio i motorini a vederle per primi!

Lo dissero come si getta un sasso in un pozzo: solo per sentirlo cadere.

“Lo sapete che non siete sole?” dissero.

“Lo sapete che potrebbero entrare?”

Le saracinesche si abbassarono; in un istante capirono cosa i motorini intendevano.

Non erano sole.

All’inizio sembrò una cosa bella.

Poi arrivò la seconda parte: se non sei solo, allora qualcuno sarebbe potuto arrivare.

E quello fu il vero trauma.

Scesero fino al punto più intimo.

Non una casa con porte e finestre, ma una casa biologica: un posto dove tutto ha un nome, un odore, un ricordo. Un posto che non doveva essere toccato.

Le saracinesche desideravano una cosa sola: difendere.

Non era paura: era necessità, protezione portata all’estremo.

Quando un drone provava a inquadrarle, le saracinesche si abbassavano.

Quando un missile si avvicinava troppo, cozzava contro una muraglia.

E i motorini… i motorini ridevano, perché loro ridono sempre. Ma rallentavano.

Perché queste barriere non inseguivano.

Non trattavano.

Serravano.

In quel microcosmo, Roberto cominciava a vedere delle leggi: qui non si entra, dicevano le saracinesche che si serravano ora qua ora là.

Clack.

“Roby! Dai!” gridarono dall’alto

“Vengo!”

Roberto, toccò un asse incrinato dal tempo.

La damigiana fremette e con lei fremettero i motori.

L’aria si era fatta frizzante.

Sembrava che tutti stessero per uscire dalla propria dimensione.

Invece risonarono i rombi.

Le monoposto arrivarono come arrivano le cose vere: prima vibrazione, poi evento.

I droni videro una scia calda sull’asfalto, un’eleganza aggressiva.

Provavano a inquadrarle.

No.

Troppo veloci anche per una fugace occhiata.

I motorini, quando sentivano quel rumore, non ridevano. Non per paura: per istinto.

Quel suono era un canto di caccia.

Le saracinesche nulla potevano: certe presenze non invadono la casa: invadono l’aria.

I missili sentivano qualcosa di simile a loro e allo stesso tempo completamente diverso: la stessa potente combustione… ma disciplinata.

Potenza addestrata.

Le monoposto erano macchine con la criniera che esibivano la corsa.

La criniera non era ornamento: era segnale.

Come animali che diventano più belli nel momento in cui stanno per compiere la cosa più antica.

Non sapevano di essere vive, non sapevano di dover nutrirsi. Erano energia e calore!

Non avevano alcuna intimità da difendere.

Le monoposto possedevano una conoscenza più crudele e luminosa.

Dovevano riprodursi.

Le saracinesche abbassate erano vita che non poteva generare.

E quindi le monoposto correvano.

Correvano per essere ammirate. Correvano per essere desiderate.

Passavano vicino alle saracinesche e queste tremavano, non per paura… ma per una specie di vergogna: come se difendere fosse improvvisamente un gesto infantile.

Passavano sotto i droni e questi ebbero un pensiero indecente: se le possedessimo, ci nutriremmo per mesi.

Passavano accanto ai motorini che potevano soltanto seguirle con lo sguardo.

E quando le monoposto inchiodavano cadeva il silenzio.

Fateci continuare. Il nostro rombo potrebbe durare un attimo.

Perché non c’è niente di più bello e spaventoso di una macchina potente con la criniera.

“Allora vieni?”

“Vengo.”

Roberto risalì, lanciò i dadi, si lasciò prendere dalle voci. Ma non riuscì a restare. Un pensiero gli spingeva la schiena: là sotto il mondo stava cambiando.

Tornò giù.

Chissà se le monoposto avevano bruciato tutto.

“Scusate…”

Quando i motori rombanti delle monoposto ridussero i giri, rimase una cosa nell’aria.

Non il rombo.

Non la criniera.

Non lo spettacolo.

Rimasero le conseguenze.

E nessuno sapeva cosa farsene, delle conseguenze.

I droni le miravano per possederle.

I motorini volevano giocarci.

Le saracinesche volevano tenerle fuori.

Fu allora che arrivarono i motori silenziosi dei frigoriferi.

Giunsero come un ronzio sottile, quasi ridicolo.

Freddi non per cattiveria: per necessità.

Dopo lo spreco vitale, qualcuno doveva salvare ciò che restava.

I frigoriferi guardavano il caos con uno sguardo pulito, privo di emozione.

E capivano una cosa importante: se non conservi, muori.

Così aprivano le loro porte.

Non ghiaccio; spazi.

Ripiani. Cassetti. Categorie.

I frigoriferi si muovevano per raccogliere: non corpi, non oggetti… frammenti.

Gli slalom delle monoposto.

Lo sguardo di un drone.

Una scintilla dei missili.

E riponevano con ordine.

Al freddo.

Non per punire, per impedire il marciume.

Gli altri li guardavano e provavano fastidio, come si guarda chi ti ricorda che tutto finisce.

Ma i frigoriferi non si fermavano.

Conservavano la vita come si conservano le cose buone: non per possederle, non per usarle subito… per non perderle.

Una monoposto che sfrecciava rombante, per la prima volta, non trovò sguardi adoranti.

E i missili, che erano fuoco, sentirono qualcosa di terribile: i frigoriferi potevano spegnerli senza combatterli.

Quando Roberto sbirciò di nuovo, vide un caos che bastava a sé stesso, missili, droni, saracinesche…

Ogni motore girava sul proprio centro.

Coerenti tutti.

Ma un equilibrio così, poteva reggere?

Roberto scrutò indeciso.

Non servì che lui scuotesse il vetro: il trambusto nacque da dentro.

Un impeto interiore, e tutti i motori partirono insieme.

Un orecchio attento avrebbe avvertito i cozzi.

“Ma così deflagra il sistema”, pensò Roberto.

Stava arrivando un rumore terroso, inevitabile, doloroso: all’orizzonte comparvero le trebbie.

Il loro era un suono ancestrale.

Grandi e calme, la loro bocca girava con sapienza antica.

Paglia da una parte.

Grano dall’altra.

Ancora una volta non cattiveria. Non vendetta. Non paura.

Necessità.

Le trebbie avevano capito una cosa semplice e spietata: il mondo è grande, non tutti possono stare con tutti.

Separavano.

I desideri e i capricci dei droni.

I giochi e le fughe nei motorini.

La potenza e la vanità delle monoposto.

Anche i frigoriferi diventavano meno ossessivi.

Ogni separazione faceva male, eppure, dopo, l’ambiente respirava meglio.

Le trebbie non distruggevano: cercavano il senso. E quando arrivavano davanti a un missile questi sentì paura.

Non avrebbero provato a spegnerlo.

Lo avrebbero misurato.

Il loro calibro avrebbe operato la selezione.

La selezione non si palesava nell’equilibrio, nasceva dall’impossibilità di mantenerlo.

Quando le trebbie finirono di separare, l’ambiente era cambiato.

Paglia con paglia, grano con grano.

I desideri cominciavano a prendere forma, i motori interagivano in modo diverso.

E il fondo… si mosse.

Non in modo teatrale o focoso.

Il fondo si mosse come una radice che lavora da tempo: senza mai essere vista.

I sommergibili non arrivavano.

Erano sotto.

Gusci lunghi e scuri, progettati per stare dove gli altri non resistono. Dove la pressione schiaccia perfino i pensieri.

I sommergibili avevano capito che la natura è un’attrice paziente: può fingere di dormire per mesi, per anni… e poi svegliarsi già vincente.

Mettevano paura perché continuavano inesorabili.

I droni li avvertivano perché la fame riconosce sempre un’altra fame.

I motorini li intuivano appena, come un refolo freddo sotto la pelle, e per una volta non correvano: ascoltavano.

Le saracinesche si irrigidirono: sapevano che non esiste muro contro ciò che viene dal sottosuolo.

I frigoriferi ebbero un tremito: non conservavano ciò che viene dalle profondità.

Le trebbie scoprirono la verità tremenda: non tutto poteva essere separato.

I sommergibili erano miscela. Humus. Pressione che trasforma.

I missili sputavano fuoco furioso, cercavano il bersaglio da colpire. Ma non c’era nulla da colpire: il nemico era diventato struttura.

I sommergibili, sotto, avanzavano sempre.

Mettevano paura ma non erano morte.

Erano vita che lavora in silenzio, finché un giorno, senza annunci, ti ritrovi cambiato.

Toc. Toc toc

Dal soffitto della cantina arrivarono colpi secchi: sarebbe dovuto risalire.

Qualche ragnatela si mosse appena.

Roberto pensò, con un sorriso cattivo, che se avessero avuto bisogno di un banchiere avrebbero potuto permettersi anche una colf.

Sarebbe rimasto ancora un poco.

Dopo i sommergibili l’aria era più spessa.

Radici. Fondali. Pressione.

Roberto percepiva il mare.

Non come acqua ma come necessità fisica di altrove.

Non una fantasia: movimento di gambe.

E dalla foschia emersero lenti, i transatlantici.

Scafi enormi che non chiedevano al mare di aprirsi; lo attraversavano.

I droni li vedevano come promessa di nuovi raccolti.

I motorini li assalivano come spazio da esplorare.

Le monoposto li sentivano come sfida: potenza senza pista. I transatlantici non scappavano, si spostavano per respirare.

Le saracinesche li temevano e li desideravano insieme, perché l’acqua può portare lontano da casa ma insegna il mondo.

Un transatlantico suonò una volta: un suono basso, pieno, come una chiamata.

Non per la mente.

Per il corpo.

E molti capirono che l’orizzonte è una porta.

I frigoriferi erano troppo piccoli, non potevano contenere i transatlantici che erano immensi, lenti e inevitabili.

I transatlantici non cercavano battaglia.

Non cercavano difesa.

Cercavano approdi nuovi, perché avevano capito una verità semplice e spietata: restare è morire lentamente.

Soltanto i sommergibili sorridevano dal fondo: sapevano che ogni viaggio ha correnti invisibili.

Per seguirli bisognava avere voglia di lontano.

Chi per fame, chi per trovare nuovi mondi da mettere in ordine, chi per sola esibizione, quasi tutti sentivano la sirena del proprio transatlantico.

Quando sembrava che il mondo potesse diventare viaggio, si sentì un altro rumore.

Un rumore secco. Niente scie. Niente rombi.

Niente eliche.

Pressione.

Le presse arrivavano portando con sé l’aria della catena di montaggio: ordine duro, freddo economico, la calma di chi non crede all’entusiasmo perché l’ha visto fallire troppe volte.

Le presse non portavano l’ordine dei frigoriferi: trattenevano per non sprecare; comprimevano esperienze, errori, stagioni. Le loro ganasce comprimevano il già vissuto fino a farne mattoni di memoria.

I frigoriferi provavano ammirazione: finalmente qualcuno che non conserva soltanto… ottimizza. Le trebbie annuivano: comprimere è scegliere in modo definitivo. I motorini scappavano: lì dentro non c’era aria.

Le presse continuavano inesorabili.

Una di loro schiacciò una delusione, un amore morto, una paura. E ogni volta il mondo diventava più solido.

I droni ebbero un pensiero tutto loro: se potessero possederle, possederebbero tutto il passato.

Le monoposto non le comprendevano: quei motori non brillavano; i missili sentivano fastidio: quanti urti senza produrre alcun effetto?

Ma le presse non partivano. Preparavano. Dovevano comprimere tutto ciò che era già stato. Solo dopo avrebbero potuto fornire uno slancio piccolo, economico, ma irreversibile.

Come una montagna che decide di muoversi.

Un soffio di vento entrò dalla bocca di lupo socchiusa.

“Che strano”, pensò Roberto. “Pensavo di aver chiuso tutto.”

“Tutto bene lassù?”

Dall’alto arrivò la voce di Chiara: “Otto.”

“Ok, stanno tirando i dadi”, pensò. Poi gridò: “Chiara… il dolce!”

Ottenne solo risate: “Figurati”, “La torta l’abbiamo finita”, “La tua banca è fallita!”

“Non voglio più fare la banca!”

Tornò al vetro.

E in quel mondo reso più denso e più rigido, dove ogni cosa veniva schiacciata per diventare utile, comparve qualcosa che non poteva diventare mattone.

Come fruscii d’aria tagliata, comparivano gli ultraleggeri.

Non rombi, non clangori: vibrazioni.

Piccoli, quasi ridicoli rispetto alle bestie precedenti. Eppure, tutti li avevano sentiti arrivare, perché la libertà odora di spazio.

Gli ultraleggeri facevano curve eleganti sopra le presse.

Le presse provavano a comprimerli. Non potevano. Non perché fossero forti: perché non stavano sullo stesso piano.

Le presse provavano a mettergli addosso la forza del passato: restate, diventate solidi, lasciate qualcosa.

Gli ultraleggeri rispondevano con naturalezza: decollavano.

Come se l’aria fosse sempre stata loro. Curvavano per i motorini, che applaudivano perché, finalmente, qualcuno giocava davvero.

Passaggi radenti per le monoposto, che si sentivano sfidate: la loro potenza non poteva toccare il cielo.

Un’ombra gentile fianco a fianco con i droni, che cercavano di possederli con lo sguardo, ma gli ultraleggeri non si possiedono: si contemplano.

E i sommergibili?

I sommergibili non si muovevano. Le radici riconoscono le ali. Sanno che anche il volo, prima o poi, deve fare i conti con la profondità.

Gli ultraleggeri erano libertà che avanza, con come sentimento: come motore.

E infatti, quando tutti credevano di averli raggiunti, gli ultraleggeri facevano l’unica cosa coerente: li lasciavano sul posto.

Una piccola inclinazione d’ala.

Un salto.

E via.

Nello spazio chiuso dal vetro, quando tutto sembrava motore rombante, arrivò ciò che non aveva bisogno di spinta.

Non fu un arrivo.

Fu un cambiamento di pressione.

Come quando ti accorgi che la stanza non è più una stanza.

Roberto capì cosa avrebbe dovuto fare: chiamò a gran voce: “Carla! Guido! Marisa! Venite presto, venite tutti!”

Sopra ci fu un rumore di sedie che si spostavano e di passi concitati.

Cos’era capitato?

“Venite. Qui dentro sta succedendo qualcosa che non ho mai visto.”

Gli aquiloni non entravano: erano già lì.

Da sempre, solo che nessuno li aveva ancora notati.

Non rombavano. Non tagliavano, non pressavano.

Non avevano motore.

Erano aquiloni.

Aquiloni che salivano alti, leggeri, con un filo che non era un filo: era un ricordo, una preghiera, una possibilità. Nessuno li tratteneva.

Il transatlantico li vide e pensò a nuovi approdi, ma gli aquiloni non erano un porto: erano vento, altra acqua.

Gli ultraleggeri provavano a inseguirli, ma gli aquiloni non fuggivano. Stavano altrove.

Le trebbie tentavano di separarli ma fallivano: lì sopra, grano e paglia non esistono più.

I frigoriferi provavano a conservarli: come conservi il vento?

Le saracinesche si abbassavano inutilmente: gli aquiloni non invadevano nessuno.

I droni li guardavano per fagocitarli, ma lo sguardo tornava indietro vuoto, come se la fame non avesse dove appoggiarsi.

Le monoposto acceleravano, esibivano tutto il loro “guardatemi!”, ma gli aquiloni non guardavano.

I sommergibili, da sotto, smisero di avanzare per un istante.

I missili compresero: non c’era niente da incendiare. Non era guerra, non era possesso, non era difesa. Gli aquiloni non avevano motore perché non avevano bisogno di spinta: erano già entrati nella fase in cui la vita non è più conquista, è corrente.

Gli aquiloni salivano ancora.

Per un attimo, tutti sentivano i propri motori diventare inutili.

Nel silenzio si sentì soltanto ciò che nessuno aveva ascoltato prima: non il rombo della vita, ma il suo respiro.

Roberto salì di sopra. Un amico lo seguì subito. Gli altri rimasero: chi affascinato, chi confuso, chi affascinato e confuso assieme. Carla accese la luce. Non era necessario restare nella penombra.

Gli aquiloni erano già lì.

Torna alla scheda dell’opera

Dopo questo capitolo puoi leggere anche