Capitolo 1
Un soffio della storia a Rocchettine
Papà me l'ha raccontato tante volte, ma ogni volta che lo fa, ho come l'impressione che il tempo nella stanza si sospenda. È un ricordo che non gli appartiene direttamente, perché lui e zio Giovanni erano solo dei neonati, ma appartiene a nonna Teresa, la vera protagonista di questo frammento di vita vissuta nel cuore buio del 1944.
Siamo a Rocchettine, in quel febbraio gelido e carico di angoscia. Papà e zio Giovanni avevano meno di un mese di vita. Erano due piccoli puntini nel caos di una guerra che non capivano, ma che li circondava. Quel giorno, la casa era insolitamente silenziosa: i fratelli più grandi erano chissà dove con nonno Giuseppe, e nonna Teresa era rimasta sola, a presidiare quel nido fragile che erano i suoi figli.
I gemelli dormivano — o meglio, riposavano — al piano di sopra, avvolti nelle fasce, protetti dal tepore di una casa che cercava di restare indifferente al mondo esterno. La nonna, giù in cucina, tentava di concentrarsi sul pranzo, col battito del cuore che probabilmente seguiva il ritmo dei pensieri ansiosi.
Poi, quel bussare. Un colpo brusco, secco, che squarciò la quiete.
Quando aprì, il mondo le si gelò dentro. Due soldati tedeschi. La divisa, il metallo, lo sguardo di chi è abituato a vedere solo obiettivi e non persone. La nonna era sola. In quel momento, il suo unico universo erano i due esseri umani al piano di sopra, e la sua missione, scritta nel sangue, era proteggerli. Pregava, in silenzio, che quel silenzio venisse rispettato dai bambini.
I soldati entrarono senza chiedere permesso, scostandola come se fosse un ostacolo trascurabile. Chiesero acqua. La nonna agì per riflesso: porse loro la brocca, desiderosa solo che bevessero e se ne andassero. Li guardava, sperando che quel gesto di sottomissione li placasse, che li convincesse a proseguire il loro cammino.
Ma il destino, o forse la pura casualità, aveva un piano diverso.
Un vagito. Sottile, poi più forte, poi un pianto disperato. Un bambino che reclamava la sua parte di attenzione. Quel suono arrivò dal piano di sopra come un richiamo fatale. I soldati si bloccarono. Nonna Teresa provò a fare scudo con il suo corpo, a negare, a implorare, ma la scostarono con la brutalità di chi non ammette intralci.
Salirono. Il cuore della nonna le batteva così forte in gola da toglierle il respiro. Quando entrarono in camera e videro quel rigonfiamento sotto la coperta, non ci fu più nulla da nascondere. Tirarono via la coperta, rivelando i due neonati che piangevano con la forza che solo i bambini hanno quando sentono la paura nell'aria.
La nonna si parò davanti a loro. Non aveva armi, non aveva scuse. Aveva solo la sua disperazione di madre. "Non fate loro del male", gridavano i suoi occhi, anche se la voce le mancava.
Poi, l'inaspettato. Uno dei soldati, quello che forse ricordava di avere un figlio a casa, o forse semplicemente colto da una pietà che la guerra non era riuscita ad annientare del tutto, prese in braccio il piccolo Serafino. Lo guardò. Un sorriso stanco, quasi umano, increspò il suo volto severo.
"Bello!", disse, in un italiano stentato, quasi una nota fuori posto in quell'orchestra di terrore.
Rimise il piccolo accanto a suo fratello, scese le scale con il suo compagno e se ne andò, lasciandosi dietro solo il rumore degli stivali che si allontanavano e il respiro affannoso della nonna. Teresa crollò in ginocchio. Ringraziò ogni santo, ogni spiraglio di luce. Coprì i suoi figli, riscese, chiuse la porta.
Oggi, mentre papà mi racconta questa storia, penso a quanto sia sottile il filo su cui camminiamo. Se quel soldato avesse avuto un'altra giornata, un altro umore, un'altra storia, io forse non sarei qui.
È una storia di guerra, sì, ma è soprattutto una storia di grazia, quella che scende all'improvviso, tra un pianto di bambino e un sorriso di un nemico che, per un solo istante, ha scelto di essere uomo.
Francesca Palmieri
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