Storia · capitolo 2

Capitolo 1. DALLA SALUTE AL TUMORE

La mia storia tragicomiconcologica di giovanna capretta

26 gennaio 2013. Inizia, dopo anni di crisi e difficoltà, una nuova vita finalmente serena, la partenza di tanti progetti. E così è stato… per un po’.

Ma non si possono aver certezze nella vita… quando pensi di essere al sicuro, qualche cosa succede. Ad ottobre dello stesso anno mi rendo conto di avere un nodulo. Vado dal medico, ma ritorno a casa rincuorata. Non sembrava nulla di preoccupante. Continuo la mia vita, al tempo fatta di fine settimana di “cantiere”: stavamo finendo la nostra casa, ed i sabati e le domeniche le impegnavamo a posare rivestimenti, piastrelle, parquet, tinteggiare… Sempre con il fine di costruire un futuro tranquillo.

A maggio 2014 non sto bene: delle coliche molto forti mi obbligano a tornare dal medico. Con l’occasione segnalo che “il noduletto” era ancora lì… Scattano immediatamente i controlli. “Quel” nodulo che non doveva essere nulla di preoccupante, invece si rivela un carcinoma maligno. Una mazzata in testa, un colpo al cuore, uno stop improvviso e violento a tutta la pianificazione per il futuro. Quella cosa che sembrava tanto distante, capitava proprio a me, proprio in quel momento, proprio in questa vita.

Una storia uguale a quella di tante altre donne, in fondo, ma quando capita “a te” è la “tua” storia, è la “tua” vita che minaccia instabilità. La prima reazione è stata il gelo, la seconda il panico, la terza il silenzio. Una doccia gelata quando ho letto (scaricandolo da internet, contro le indicazioni dei medici) il referto dell’esame istologico eseguito sui campioni di tessuto che mi avevano asportato con una biopsia una ventina di giorni prima: “Frammenti di parenchima mammario con infiltrazione di carcinoma con aspetti duttali B5 (Lesione maligna)”. Queste le parole, in mezzo a tante altre abbastanza incomprensibili, che sentenziano la condanna, che decretano uno sconvolgimento, che stravolgono tutti i miei progetti. E scatta il panico: “lesione maligna” cioè un tumore… Tumore, cioè morte… o forse no, ma cure, interventi, sofferenza, incertezza… In quei momenti ti girano per la testa solo cose negative, ti tornano alla mente tutte le persone che hai visto andarsene per questa malattia, e ti vedi già in fila con loro, numeretto di turno in mano, come al supermercato, per attraversare la linea dell’Aldilà: non c’è scampo, sei impotente di fronte a questo intruso che ti cresce dentro nonostante il tuo rifiuto, rodendoti, silente e vigliacco, come un parassita che si nutre della tua linfa vitale. Ecco il panico: quell’animaletto profittatore stava condizionando la mia vita! Anzi, no! Voleva proprio prendersela la mia vita! In nome della sua pusillanime superiorità, nascosto, finchè ha potuto, dalla mia carne: se ne stava lì a succhiarmi, nella speranza che non mi accorgessi di lui, voleva espandersi ed impossessarsi di tutto il mio corpo mentre io ne ignoravo l’esistenza. Questi pensieri mi hanno occupato la testa per due giorni: due giorni di silenzio, due giorni senza mangiare, senza dormire, senza parlare: due giorni in cui questi pensieri nella mia testa facevano un baccano ed una confusione assordante, rinchiudendomi in un mondo parallelo che mi faceva sentire come se stessi all’interno di una bolla di sapone, dalla quale potevo osservare il resto del mondo che progrediva regolare mentre io mi muovevo con andamento incerto sopra di lui e lo udivo solo in lontananza. Una bolla che poteva solo scoppiare e farmi rovinare a terra all’improvviso con tutte le ossa rotte… Tutto lì, tutto dentro di me, senza che quel rumore si potesse esternare per essere almeno condiviso… Dovevo vedermela io, e solo io, con lui. Ecco, in quei due giorni avevo questi pensieri; e due impegni: cantare ad un funerale il venerdi, e ad un matrimonio di un amico il sabato.

L’ho fatto.

Ho cantato. “Canta che ti passa!” diceva sempre mia nonna!

Ho portato a termine entrambi i miei impegni, nonostante il chiasso che continuava a fare quel nodulo maledetto dentro i miei pensieri. Ho usato la mia voce per scacciarlo via, almeno per un po’, per farlo stare un po’ zitto, per dirgli che non doveva essere lui a comandare la mia vita, che c’erano delle cose molto più importanti da fare che non pensare a lui: brutto egocentrico presuntuoso, schifosissimo intruso indesiderato! Per lui ho provato un odio autentico, profondo e sincero. Si, perché l’odio, per essere davvero tale, deve essere sincero! Come qualsiasi sentimento puro: io lo ho odiato per davvero, con tutta me stessa, con tutta la forza che potevo, l’ho puramente e sinceramente e solamente odiato. Non ho mai voluto “combatterlo”, volevo solo che sparisse… così com’era arrivato: speravo che se ne andasse da solo, che ritornasse nella lontananza delle storie che si sentivano dalle “altre” persone… distante da me.

Da lì in poi è partita la mia vera reazione: togliergli dalle grinfie la mia vita. La vita è la mia e non avrei permesso ad una piccola massa deforme di prendermela, per lo meno non senza fare nulla. Certo, barcollando nell’oceano dell’incertezza e delle domande, ma se ne doveva andare via dal mio corpo. Non era il benvenuto!

La sensazione che provavo era quella di essere dentro ad una galleria non illuminata, di quelle scavate nella roccia, con le pareti disomogenee che creano mille ombre, dietro le quali, nel buio, si possono nascondere mostri malvagi, spiriti maligni e fantasmi che ad ogni passo ti possono saltare addosso per aggredirti ed impedirti di attraversare tutto il percorso ed uscire dall’altra parte. Ma tu, che stai camminando, cerchi di andare dritta puntando la luce che filtra dalla fine del tunnel, cercando di ignorarli e di schivarli come fossero trasparenti, nonostante il palpitare veloce di un cuore che sembra volerti uscire dal petto e che ti toglie il respiro. Solo per salvarti, per dirigerti verso la certezza della luce, dove puoi vedere chiaramente e a colori quello che succede attorno a te. Ecco che arriva la conclusione del pensiero: l’importante, nella vita, è avere una mèta. Un punto di arrivo da mirare e non perdere mai di vista. E’ essere consapevoli che non potrai mai apprezzare davvero la luce se prima non vivi un po’ nel buio, è sapere che il buio (come diceva Einstein) non è qualcosa, ma semplicemente “assenza” di qualcosa: assenza di luce. Quindi la soluzione è più semplice del previsto: il buio si elimina ritrovando la luce, il buio sparisce dandogli luce.

e…

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