Mare, profumo di mare
Vicky non aveva mai visto il mare prima di incontrare il suo Fede, strano a dirsi ma era proprio così. I suoi genitori non avevano mai trovato il tempo di portarla a conoscere el mar de Venessia e nessun altro; a dirla tutta non avevano nemmeno le possibilità di farglieli vedere se non nell’enciclopedia di famiglia, che Vicky custodiva gelosamente in camera sua, condividendola rarissimamente con i suoi fratelli. D’altronde era sempre stata abituata ai continui «Guarda, non toccare! Non sta bene», «Risparmia, Victoria, risparmia, così non avrai mai bisogno di nessuno» e, dulcis in fundo, «Meglio poco che niente». Un episodio per rendere bene l’idea. Nella cucina dei suoi c’era una bella confezione colorata di biscotti zuccherosi e croccanti, la mamma la teneva da parte per le grandi occasioni: quando c’erano gli ospiti, ma non quelli di famiglia che venivano a trovarli tutte le domeniche, quelli di una volta ogni tanto, quelli che tornavano dalla Svizzera coi portafogli pieni e tanti sogni realizzati, o almeno così dicevano loro. In quelle occasioni speciali la lingua di Vicky e dei suoi fratelli toccava terra, avida dei biscotti dolcissimi che l’ospite di turno si gustava con una voracità inumana… alla faccia della fame nel mondo!
«Peggio per l’ospite!» sentenziava nonna Lena «l’attesa aumenta il desiderio e il desiderio è un peccato capitale». E così, per non offendere il Bambinello, a Vicky e ai due fratelli veniva regalato un solo biscotto della confezione speciale, da dividere in tre parti, una ciascuno. Una briciola e silenzio anche! Altrimenti arrivavano educative ciabattate (quando andava bene…). E oggi? Ah, adesso, abbondano quando offrono il tè agli ospiti e vedeste quanti ne mangiano! Ma sempre la stessa marca di una volta. Eh, fedeltà incrollabile!
Il mare era il biscotto che Vicky desiderava sopra ogni cosa, l’attesa che aumenta il desiderio, alla faccia di fare peccato grave; alla faccia delle venti Ave, Maria, gratia plena e dei trenta Pater Noster, qui es in caelis da recitare in ginocchio per espiare la grandissima colpa della golosità; alla faccia del lavorare sempre, festivi compresi, perché «Le bestie non vanno in vacanza e non dormono la domenica» (fatta eccezione per la mattina, perché c’era l’imperdibile Messa prima), e del riposarsi mai; alla faccia del profumo di fieno che apre i polmoni da rastrellare allo sfinimento negli infiniti prati del Cadore; alla faccia delle faccende nei vigneti che, terminate da una parte, era già ora di ricominciare dall’altra; alla faccia della fatica inumana per amore della tradizione e della ritrosia verso il lentissimo e peccaminoso progresso; alla faccia di quelle zozze pennute dalle uova d’oro, che a tavola andavano sempre divise in piccolissime parti uguali; alla faccia del «Guarda di fare la brava, eh, sennò vai in collegio!» (Che, poi, dov’è ‘sto collegio? Chi lo sa…).
Fede era un uomo con il mare nel sangue, Fede era nato vicino al mar de Venessia, Fede le aveva fatto conoscere l’Adriatico in ogni scorcio possibile… niente di che ‘sto mar de Venessia, a dirla tutta, ma era la novità desideratissima che Vicky aveva sognato per infinite notti, fin da quando era alta così. Le aspettative erano alte, altissime e Fede se l’era giocata bene la carta di essere un «venessian de mar, no de teraferma».
Era stato il mare a salvarla. Sì, anche riscoprire suo padre, con la sua passione travolgente per le galline ovaiole, le sue record ladies da dieci uova al giorno tutti i santi giorni, la sua bella uva grossa e dolce, il suo orto amatissimo e il casolare tra il mare di vigneti dove le raccontava di quella volta che aveva fatto cadere il figlio del padrone dentro la tinozza, di quell’altra in cui aveva mandato in mona suo fratello perché non gli andava mai bene niente di quello che faceva o della giornata intera in cui aveva fatto festa granda quando era nata lei, Victoria, la sua prima figlia femmina, e avevano tirato giù dalle spese il più grasso dei maiali per gustarsi speciali insaccati per un bel po’ di mesi, una fetta bella grossa tira l’altra… cotechini con il cren, che bontà!
Sì, suo padre e il mare erano stati i toccasana di cui aveva estremo bisogno. Li aveva riscoperti dopo la morte di Federico e, proprio in quei giorni di dolore infinito, aveva capito che entrambi gli regalavano le emozioni semplici di cui aveva tanto bisogno dopo il drammatico incidente, dopo quella mattina in cui aveva visto tutto nero e rosso, dopo quell’alba afosa in cui non sapeva più a quale solida spalla appoggiarsi per tenere in piedi una vita andata improvvisamente in mille pezzi.
Dopo questo capitolo puoi leggere anche
L'inizio della fine del prima
Al Sombrío, orfanotrofio spagnolo sperduto nella foresta di Irati, Paloma si rifugia nei libri e nella danza per sopravvivere alla crudeltà del proprietario Rodrigo. Ma è la musica di Felipe a darle un barlume di speranza, fino a quando un segreto sepolto riaf
L'isola di Cristina
Sullo sfondo di una Procida vibrante, dove i colori pastello della Corricella si fondono con il profumo dolceamaro dei limoni e la poesia classica di Virgilio, cresce Cristina. Dotata di un'anima selvaggia e di uno straordinario talento artistico, la bambina c
La particella di Dio
Carlo, in una notte insonne, vive la visita improvvisa e inquietante di un topo che mina l'equilibrio della sua vita..........
La promessa
Un vecchio capanno di legno sulla spiaggia è il loro rifugio segreto. Il mare il centro di tutto: casa, protezione e testimone silenzioso. Un'amore nato come una "pazzia", ma divenuto inevitabile. Lui e lei, legati da passione, complicità mentale e un profondo