Portami via con te
Rosso. Nero. Rosso. Nero.
Rosso il camion di Fede.
Nero l’asfalto di quella maledetta curva a gomito.
Macchiati di rosso i vestiti di suo marito.
Nera la sua vita senza Fede.
Rosso e nero: due colori che mai avrebbe dimenticato.
La loro ultima alba era volata. Come ogni mattina aveva osservato Fede distesa comodamente nel letto matrimoniale della casa nuova. Poteva permetterselo: la gelateria apriva a metà mattina. Così si era lasciata andare, mentre suo marito faceva tutto di corsa, come sempre. Gli abituali momenti mattutini erano volati via veloci. Solo un particolare l’aveva colpita ed ora non le dava pace. Quell’alba primaverile era particolarmente afosa, c’era aria di pioggia. Sarebbe arrivata di lì a poco, aveva sentito distrattamente alla radio, ma lei lo sapeva già. Vicky amava osservare ogni cosa fin da bambina, faceva un sacco di domande e suo padre era proprio fiero di lei. Le aveva trasmesso tutto ciò che sapeva. «Sono i segreti di un umile contadino» amava ripeterle orgoglioso. Consuetudini, detti popolari e, non da ultimo, saper guardare ogni giorno il cielo con occhi nuovi alla ricerca di ciò che la natura insegna e non perdona. Vicky era l’unica erede di quei preziosi segreti secolari, ecco perché era ben consapevole che l’aria di quell’alba primaverile non prometteva davvero niente di buono.
Quella premonizione, ora che di Federico non rimaneva che il ricordo, non le dava pace, tormentando ogni istante di una parvenza di vita che si trascinava senza un perché. Solo odio, troppo, che – come le diceva sempre il suo saggio padre – «non porta mai a niente di buono».
Un ultimo desiderio: rivederlo ancora una volta e lasciarsi andare a queste quattro parole: portami via con te. Desiderava sopra ogni cosa farsi cullare tra le braccia muscolose di suo marito, smetterla di lottare contro i mulini a vento, mollare per sempre, arrendersi al destino scritto nel suo nome di battesimo. Centinaia di volte si era chiesta come fosse possibile sopravvivere ad un fiume in piena, un fiume di dolore. Tuttavia, se c'era una cosa che il destino le aveva assegnato fin dalla nascita, era sopravvivere ad un mare di problemi senza mai inabissarsi, trovare in ogni occasione il modo di dimostrare che lei si chiamava Victoria per un motivo ben preciso. Resistere, resistere, resistere. Era ancora possibile?
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