Storia · capitolo 2

Prendere o lasciare

Portami via con te di Luca Nardi


Ogni volta che Vicky dava ascolto a quelle stupide frasi fatte pronunciate dai professoroni della vita si chiudeva a riccio, preferiva il rigido silenzio, abbassava gli inseparabili occhiali da sole marroni e se ne andava. Nascondeva in questo modo i suoi occhi azzurri al mondo esterno, un mondo che amava più di ogni altra cosa ma che, non di rado, faceva fatica a comprendere. Sollevare quei grandi occhiali da sole per poi immergerli tra i capelli castano chiaro era il suo marchio di fabbrica. Si comportava così da quando aveva quindici anni. Il suo era un modo di essere guardingo e, al tempo stesso, senza peli sulla lingua che piaceva e non piaceva, un modo di fare che la spingeva a stare sulle sue ma anche a emergere con frasi ironicamente pungenti in momenti inaspettati.

 
Tutto era nato molto tempo prima: dava sempre la colpa a quel suo sguardo profondo, quasi sibillino, che la spingeva in là, probabilmente oltre il limite che molte persone fissano come invalicabile. Vicky fin da bambina aveva imparato a osservare a fondo i paesaggi, gli animali, i fiori, gli alberi, gli oggetti fuori dal comune, le persone, le emozioni vere e, soprattutto, quelle presunte. Prima osservava, poi parlava. Non ci vedeva nulla di male ma questa sua originale spontaneità a volte non era ben vista. Vicky era fatta a modo suo e l’aveva sempre vissuta come una colpa, non come una rara qualità. Un giorno un suo compagno di catechismo si era perfino sentito a disagio, per l'esattezza i genitori di Gianni avevano detto che quella bambina era “Tutta matta” perché lo fissava troppo spesso senza dire una parola. Semplicemente Gianni le piaceva molto ma Vicky non trovava le parole per dirglielo; ecco perché osservarlo spesso era il suo modo di farglielo capire. Non era accaduto. Il piccolo Gianni l’aveva fraintesa ma, cosa più grave, non l’avevano capita i genitori di Gianni. Era stata una delle tante volte in cui si era sentita sbagliata, inappropriata, esclusa senza possibilità di replica.

No. Vicky non era tutta matta, anzi! Era stata una bambina altruista, ironica, creativa. Il punto era un altro: capire Vicky richiedeva uno sforzo in più, serviva pazienza, un po’ di attesa non faceva male a nessuno in una società sempre di corsa. Con quei profondi occhi azzurri osservava le persone in modo diverso: negli occhi e nei cuori. Ecco perché, attorno ai quindici anni, stanca di sentirsi in colpa, stanca di essere fraintesa, Vicky aveva deciso di nascondersi dietro a quel famoso paio di grandi occhiali da sole marroni. Oggi, a distanza di molto tempo, il suo marchio di fabbrica era sempre lo stesso: osservare e poi fuggire oppure osservare ed esprimere la propria opinione sincera. Vicky non aveva mai desiderato piacere agli altri, tanto meno mettersi in mostra per emergere. Prendere o lasciare.

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