capitolo 7:scintille e rivalità
Appena la lezione finì e la professoressa si allontanò, Sara si avvicinò a me a grandi passi. Mi squadrò dall'alto in basso con aria di sfida e disse a mezza voce: «Non hai fatto niente di che, quindi non ti montare la testa. Devi dimostrare molto di più se vuoi continuare a stare nel mio gruppo». Prima che potessi risponderle, mi voltò le spalle e se ne andò.
Lasciai l'aula e mi diressi verso la mensa, ancora un po' scossa. Presi il mio vassoio e cercai con lo sguardo un posto libero; vidi Aron seduto a un tavolo e andai verso di lui. Accanto al mio amico c'era Jasper insieme a un altro ragazzo. Quei due stavano parlando fitto fitto degli esami imminenti, ma Aron non sembrava per nulla interessato all'argomento, così, non appena mi sedetti, si voltò subito verso di me per darmi attenzione.
Approfittai del momento per raccontargli tutto quello che era successo durante la lezione della professoressa Flame: il pupazzo, il ragazzo che schioccava le dita, la battuta imbarazzante della prof e la palla di fuoco improvvisa che ero riuscita a scatenare.
Aron mi ascoltò stupito, poi commentò: «Pensavo che solamente la rabbia alimentasse il tuo fuoco».
In realtà lo avevo pensato anche io, ma la lezione di quel giorno mi aveva dimostrato il contrario: il mio potere si attivava ogni volta che provavo delle forti emozioni, qualunque esse fossero, persino un imbarazzo soffocante.
Mentre mangiavamo, mi guardai intorno e notai un dettaglio evidente.
«Ho fatto caso a una cosa...», dissi ad Aron, indicando con un cenno del capo gli altri tavoli affollati. «Le altre fazioni hanno molti più membri. La nostra è quella più povera di studenti».
Aron seguì il mio sguardo e scosse leggermente la testa. «È normale che sia così, Erin. Vedi, per esempio, nella mia fazione, quella dell'Elettricità, siamo in diciotto. Quelli della Natura sono ancora di più, si aggirano intorno ai venti studenti. Ma il vero esercito è l'Acqua: lì dentro ce ne sono addirittura trenta».
«Trenta?», ripetei sorpresa.
«Sì, perché l'Acqua è il potere più comune in assoluto che si manifesta tra i ragazzi all'interno dell'accademia», continuò Aron, incrociando le braccia al petto. «Il Fuoco, invece, è il potere più raro di tutti. Ecco perché la vostra fazione ha così pochi membri: nascere con questo dono è davvero un'eccezione».
Pensai a noi, così isolati nel nostro angolo della mensa rispetto a quella marea di studenti, e mi scappò da dire: «Povero professor Faron...».
Aron scosse la testa ed esclamò: «Già».
Successivamente, finito il pranzo, ci dividemmo per prepararci alla lezione successiva. Andai nei camerini per indossare la divisa apposita: infilai quella strettissima uniforme da scherma che stringeva nei punti giusti e limitava un po' i movimenti, e poi mi diressi insieme agli altri nell'aula del professor Santos. Appena entrati, il professore si mise al centro della sala e batté le mani: «Fate i gruppi, due alla volta!».
Nemmeno il tempo di guardarmi intorno che Sara si diresse dritta verso di me. I suoi occhi esprimevano una chiara sfida: voleva combattere a tutti i costi con me. Io non ero per niente d'accordo e avrei preferito chiunque altro, ma purtroppo mi toccò accettare.
Presi la spada tra le mani, cercando di assumere una posizione di difesa, ma la cosa finì prima ancora di cominciare. Sara si mosse con una rapidità disarmante: con un paio di affondi precisi riuscì subito a vincere, disarmandomi e buttandomi pesantemente per terra.
Rimasi sul pavimento, mentre lei mi guardava dall'alto con un sorrisetto di pura superiorità. Si chinò leggermente verso di me e mi disse a bassa voce: «Te l'ho detto che non sei niente di speciale».
In quel momento sentii una rabbia cieca divampare dentro di me. Era un fuoco caldo, furioso, che mi scorreva nelle vene. Ero così concentrata sul mio rancore che non mi accorsi subito di quello che stava succedendo: il calore emanato dal mio corpo aveva completamente bruciato sia il guanto della mia divisa da scherma, sia il tappetino sul quale la mia mano era poggiata, lasciando un'evidente chiazza nera di bruciato.
Il professor Santos scattò subito verso di noi, sgranando gli occhi: «Ehi! Il mio tappetino! Lo sai quanto mi sono costati?».
Mentre il professore si lamentava, io mi rialzai a fatica. Pensai amaramente al fatto che non avrei mai potuto vincere contro una come Sara, non in quel modo. Senza dire una parola, girai i tacchi e ritornai di corsa nel camerino, desiderando solo togliermi di dosso quella stupida tuta da scherma e rimettermi la divisa classica dell'accademia.
Seduta su una delle panche c'era Valerie Dawson, la ragazza bionda dell'Acqua che Aron mi aveva indicato a pranzo. Mi guardava con stampato in volto un mezzo sorriso comprensivo; evidentemente aveva assistito a tutta la scena.
«Lascia perdere Sara», mi disse, sistemandosi i lunghissimi capelli biondi con la frangetta. «È una persona molto impulsiva ed è praticamente impossibile parlarci. È meglio starne alla larga. Comunque, io sono Valerie.»
«Io sono Erin», risposi, sorpresa da quella gentilezza improvvisa, mentre mi sfilavo la giacca da scherma.
Valerie mi squadrò per un istante, divertita. «Immagino tu sia del Fuoco, visto come hai ridotto quel povero tappetino. Io invece sono dell'Acqua.»
«Sì, sono del Fuoco», confermai, provando un briciolo di imbarazzo per il danno che avevo combinato in aula.
Lei fece un piccolo sospiro, rievocando qualche ricordo, e continuò: «Sai, anche il mio primo anno qui dentro è stato davvero difficile... Però, come vedi, sono sopravvissuta». Poi inclinò leggermente la testa di lato, cambiando tono: «E ho visto che stai sempre con quell'Aron, il capogruppo dell'Elettricità».
Sentii le guance scaldarsi appena. «Sì, sì, ma siamo solo amici», mi affrettai a chiarire.
Valerie mi lanciò uno sguardo malizioso e un po' dubbioso, come se non fosse del tutto convinta della mia risposta. Non aggiunse altro; si alzò dalla panca, si diresse verso la porta e mi salutò con un cenno della mano: «Ci vediamo stasera».
«Ci vediamo stasera», ricambiai, rimanendo a guardarla mentre usciva.
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