Storia · capitolo 4

capitolo 4: conoscenze particolari

spark cage: un destino di fuoco di faby

Mi diressi verso il mio dormitorio, seguendo le indicazioni che ci erano state date. La stanza era davvero molto grande, dominata da caldi toni legnosi e sfumature di grigio antracite che rivestivano le pareti, spezzate solo dai dettagli rosso scuro dei copriletti. Una sfilata di letti ordinati riempiva lo spazio, e ognuno aveva accanto a sé un comodino in legno scuro e un armadio coordinato. Camminai tra i corridoi formati dai letti, guardandomi intorno per capire dove mettermi, finché non ne notai uno in particolare. Capii che quel letto era il mio solo perché sopra vi era appoggiata la mia tuta dell'accademia. Era di un blu scuro intenso, e sopra vi era ricamato unicamente lo stemma che rappresentava i quattro elementi: il fuoco rosso, la natura verde, l'acqua azzurra e l'elettricità viola.

Mentre osservavo il tessuto, notai che nella stanza c'era un gruppo di ragazze che si stava preparando per scendere in mensa. Tutte e sei indossavano la stessa tuta sportiva blu che avevo io sul letto. Una di loro si staccò dal gruppo e si diresse verso di me con passo deciso e un atteggiamento decisamente brusco. Era nera di carnagione, con una folta chioma di capelli neri e ricci che le incorniciava il viso, e uno sguardo che non ammetteva repliche.

«Io sono Sara», si presentò, incrociando le braccia. «Sono la capogruppo e qui comando io. Voglio vedere impegno e disciplina da parte tua quando ci alleniamo, non tollero distrazioni.»

Non ribattei, limitandomi ad annuire. Sara tornò dalle altre e io ne approfittai per guardarmi intorno e contare rapidamente i letti disposti nella stanza: in tutto eravamo dodici ragazzi della fazione del Fuoco. Presi la mia tuta blu, andai in bagno a cambiarmi velocemente e, una volta pronta, uscii per raggiungere la mensa.

Il profumo del cibo riempiva il grande salone al piano terra. I tavoli rotondi erano quasi tutti pieni e i pasti venivano serviti direttamente sui ripiani di legno chiaro. Camminai tra l'ordine delle file cercando un posto libero e l'unico buco che vidi era a un tavolo sul lato destro della sala. Senza pensarci troppo, mi sedetti lì, anche se non conoscevo nessuno.

Un ragazzo seduto accanto a me, dai capelli neri scompigliati, gli occhi neri e la pelle chiara — si vedeva chiaramente che era il più grande lì in mezzo —, si intromise subito con un tono canzonatorio: «Ehi, ma non vedi che questo è il tavolo dell'Elettricità? Tu non sembri proprio una di noi. Di che fazione sei?».

«Lasciala stare», intervenne subito un ragazzo seduto di fronte a me, spostandosi un ciuffo piuttosto lungo di capelli marrone scuro che gli cadeva davanti agli occhi verdi. Poi si voltò verso di me e si presentò: «Ciao, io sono Aron».

«Del Fuoco», risposi comunque io, rimanendo stringata.

Gli occhi di Aron si illuminarono di curiosità. «Del Fuoco? Dai, fammi vedere una fiamma. Forza, solo una scintilla.»

Io scossi la testa, intenzionata a iniziare la cena in pace, ma una ragazza seduta poco più in là si intromise ridacchiando: «Dai, te lo sta chiedendo il capogruppo dell'Elettricità in persona, facci vedere qualcosa!».

«Non mi va», tagliai corto, prendendo le posate.

Aron però non aveva intenzione di mollare e decise di stuzzicarmi per provocarmi una reazione. «Oh, andiamo. Forse non sei ancora capace. Magari non sei abbastanza forte, o semplicemente non hai nulla di speciale.»

Quelle parole mi fecero scattare qualcosa dentro. Senza che potessi controllarlo del tutto, un calore improvviso divampò dai miei palmi. In un millisecondo, un fuoco enorme si sprigionò dalle mie mani, estendendosi per la lunghezza di tutto il tavolo e infiammando istantaneamente tutti i pasti che erano serviti sopra.

La fiammata illuminò i volti dei presenti per un istante prima di spegnersi, lasciando Aron completamente sbalordito, immobile a bocca aperta.

Al tavolo proprio accanto al nostro, si trovava Sara insieme ad altri ragazzi della fazione del Fuoco. Uno di loro, che aveva assistito alla scena, si voltò verso di lei con un'espressione colpita: «Ehi Sara, non ti ho mai visto fare un fuoco così velocemente. Di solito tu ci metti molto di più».

Sara si irrigidì immediatamente, squadrando il ragazzo con uno sguardo glaciale. «Sta' zitto e mangia, pensa al tuo piatto», lo interruppe bruscamente, visibilmente infastidita.

Subito dopo, Sara girò lentamente il viso verso di me, fulminandomi con un'occhiataccia piena di rabbia. La convivenza nel dormitorio si preannunciava decisamente difficile.

Non ebbi nemmeno il tempo di metabolizzare quel contatto visivo che le porte della cucina si spalancarono di colpo. Ne uscì la cuoca, trafelata e con un'espressione di puro panico stampata in volto, stringendo tra le mani un grosso estintore rosso. Senza badare troppo a chi ci fosse intorno, azionò la leva, indirizzando un getto violento di schiuma bianca verso il nostro tavolo per essere sicura che ogni minima scintilla fosse domata. I resti anneriti della nostra cena vennero completamente sommersi.

«Evacuare! Tutti fuori dalla mensa, subito!», urlò la donna, agitando un braccio per farsi largo tra la fuffa bianca che galleggiava nell'aria.

Nel salone scoppiò un mezzo caos: le sedie cigolarono sul pavimento e gli studenti iniziarono a riversarsi in massa verso l'uscita. Mi accodai alla calca, ancora scossa per l'adrenalina e per quel potere che mi era sfuggito di mano.

Mentre cominciavo a salire lo scalone centrale per tornare verso i dormitori, sentii dei passi rapidi dietro di me. Mi voltai e vidi Aron che mi raggiungeva a grandi falcate, con un sorriso divertito che contrastava nettamente con la tensione di poco prima.

«Ehi, Incenera-cibo!», mi chiamò per attirare la mia attenzione.

Mi fermai su un gradino, guardandolo mentre si poggiava alla ringhiera.

«Mi hai veramente sbalordito prima», ammise, scuotendo leggermente la testa.

Sbuffai, stringendomi nelle spalle e distogliendo lo sguardo per l'imbarazzo. «Guarda che non so manco io come ho fatto...»

«Beh, a quanto vedo, quando ti arrabbi mandi a fuoco tutto quanto», replicò lui ridacchiando, per nulla intimorito dal mio scatto. Poi inclinò la testa di lato, studiando il mio viso. «Comunque, come ti chiami? Se no rischio di continuare a chiamarti Incenera-cibo per tutto l'anno.»

Abbozzai un mezzo sorriso. «Io sono Erin.»

«Erin...», ripeté lui, come per memorizzare il nome. «Allora, Erin, ci vediamo domani a lezione con il professor Santos.»

«Va bene. Buonanotte», risposi, riprendendo a salire i gradini verso il mio piano.

«Buonanotte», mi salutò Aron, rimanendo fermo a guardarmi per un istante prima di svoltare verso i corridoi della sua fazione.

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