Storia · capitolo 2

capitolo 2: la profezia dei venti

spark cage: un destino di fuoco di faby

Il tragitto verso casa fu un incubo di silenzi interrotti solo dai sospiri pesanti di mio padre. Lo sguardo di mia madre, fisso fuori dal finestrino, era più tagliente di mille urla.

«Non ce la facciamo più, Erin», sbottò mio padre, stringendo il volante fino a farsi sbiancare le nocche. «Già è stato un disastro farti ammettere in questa scuola dopo che quella prestigiosa accademia privata ti ha bocciata. Ti abbiamo pagato fior di quattrini per farti ripetere il secondo anno e tu che fai? Porti un accendino a scuola e rischi di incenerire una compagna?»

«Non avevo un accendino! Ve l'ho detto!» gridai, ma la mia voce morì contro lo schienale del sedile. Sapevo che non mi avrebbero creduta. Agli occhi loro ero solo la figlia problematica: quella che andava bene solo in scienze e letteratura, ma che per il resto era un fallimento totale.

Appenavarcata la soglia di casa, la sentenza fu immediata: «In camera tua. Ora. Sei in punizione finché non decideremo cosa fare di te».

Salii le scala di corsa, ma mi fermai a metà, rannicchiandomi nell’ombra del pianerottolo per origliare. Le loro voci arrivavano dalla cucina, cariche di una pietà che mi fece rivoltare lo stomaco.

«Deve vedere uno specialista, Rob», sussurrava mia madre tra i singhiozzi. «O una scuola per ragazzi con problemi... psicologici, o di apprendimento. Non è normale, non lo è mai stata.»

Chiusi la porta della camera con un clic silenzioso. Ero furibonda. Volevo dimostrare loro che non ero pazza. Mi sedetti sul tappeto, fissando intensamente il palmo della mano destra. Dai, forza. Esci fuori. Immaginai il calore del corridoio, la rabbia, il ruggito delle fiamme. Mi sforzai fino a farmi venire il mal di testa, ma non successe nulla. La mia mano rimase fredda, immobile, inutile.

Ero un mostro che non sapeva nemmeno usare i suoi artigli.

Proprio mentre stavo per scoppiare in lacrime, il mio computer emise un suono. Una nuova e-mail. L'indirizzo era elementalacademy@gmail.it. La aprii con il cuore in gola.

C’erano foto di un castello moderno immerso nel verde e un testo lungo, firmato da un certo Preside Mark Lennon. Parlava di ragazzi capaci di padroneggiare i quattro elementi. Diceva che io non ero "problematica", ero "speciale". Spiegava che esistevano altri come me e che l’accademia serviva proprio a questo: un programma estivo intensivo per imparare a non farsi consumare dal proprio potere.

*Mandami il tuo indirizzo*, diceva l'ultima riga. *Verrò io a parlare con i tuoi. Non dire loro del fuoco, penserò io a convincerli.*

Non ci pensai due volte. Digitai la via e premetti invio. Qualunque cosa era meglio che finire in un istituto psichiatrico.

Meno di un’ora dopo, una limousine nera, lucida e imponente, accostò davanti al nostro vialetto. Sul fianco brillava un logo argentato: un cerchio che racchiudeva quattro simboli intrecciati. Ne scese un uomo che sembrava uscito da un altro secolo. Avrà avuto ottant’anni, portava una barba bianca curata e corta, un abito elegantissimo e un cappello che gli dava un’aria di solenne saggezza. Il Preside Lennon.

Lo guardai parlare con i miei genitori in salotto attraverso lo spiraglio della porta. Fu incredibile. Non menzionò mai la magia. Disse che era stato contattato dal preside della mia vecchia scuola, che l’Elemental Academy era un centro d’eccellenza per ragazzi "fuori dagli schemi" e che avrebbero coperto ogni spesa. I miei sembravano ipnotizzati, sollevati di potersi sbarazzare di me per l'estate.

«Erin, saluta i tuoi genitori», disse Lennon alzando lo sguardo verso di me. «La tua nuova vita ti aspetta. Inizia ad andare in macchina, ci sono altri ragazzi che non vedono l’ora di conoscerti.»

Abbracciai mia madre freddamente, presi lo zaino e uscii. Dentro la limousine, l'aria era fresca e profumava di cuoio. Seduti sui sedili di velluto c’erano due ragazzi. Un tipo dai capelli scuri mi rivolse un'occhiata distratta prima di tornare a fissare un piccolo vortice d'acqua che faceva danzare tra le dita; non mi degnò di una parola. Accanto a lui, una ragazza dai capelli biondo ghiaccio, acconciati come quelli di Elsa di Frozen, mi squadrò dalla testa ai piedi con un’espressione di puro giudizio.

«Io sono Moon», disse lei con voce gelida. «Faresti meglio a darti una sistemata se vuoi sopravvivere lì dentro.»

Rimasi in silenzio, rannicchiata nel mio angolo, finché Lennon non salì e la limousine partì.

«So che avete paura e siete confusi», esordì il Preside, mentre l’auto scivolava silenziosa sulla strada. «Ma voi siete qui per una ragione antica. Ogni due anni, gli Oracoli formulano una Profezia. Scelgono venti nomi in tutto il mondo: venti ragazzi che riceveranno il dono degli elementi per proteggere l'equilibrio. Quest’anno, i vostri nomi erano scritti in quelle righe. Non è un errore, Erin. Il fuoco che hai scatenato oggi è solo l'inizio.»

Guardai fuori dal finestrino le luci della città che si allontanavano. Non ero più la "strega" della scuola o la figlia fallita. Ero una dei venti di questa antica profezia, non ho mai creduto a queste cose, in questo momento mi sento tipo harry potter e probabilmente tra un pò mi ritroverò davanti a hogwarts. Dopo una mezz’ora di viaggio vidi davanti a me l’immenso castello, non era per niente uguale a hogwarts sembrava molto più curato, ad aspettarci davanti al portone c’erano c’erano quattro figure adulte. Loro dovrebbero essere i professori, uno di loro era una ragazza sui 30 anni e dai capelli rossi lunghi che mi guardava con uno sguardo provocatorio.


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