capitolo 1: una rabbia incontrollata
«Erin! Muoviti, o farai tardi anche oggi!»
La voce di mia madre trapassò la porta della mia camera come una freccia appuntita, frantumando il silenzio rassicurante in cui mi rifugiavo ogni mattina prima dell’inferno. Sbuffai, affondando per un ultimo, disperato secondo il viso nel cuscino.
Odiavo la mattina. Odiavo la fretta. Ma, più di ogni altra cosa, odiavo la scuola.
Mi sfilai di dosso il pigiama e allungai la mano verso la sedia, dove la mia "armatura" mi aspettava ben piegata: jeans neri strappati sulle ginocchia, una felpa oversize rigorosamente nera e i miei fidati anfibi scuri. Quando mi guardai allo specchio, vidi la solita Erin. Quattordici anni, la pelle talmente bianca da sembrare quasi trasparente e i capelli neri tagliati corti, fin sopra le spalle, che mi ricadevano disordinati sulla fronte. Mi stavano bene così: erano una specie di tendina dietro cui nascondermi quando gli sguardi degli altri diventavano troppo pesanti.
Scesi le scale trascinando lo zaino, già pronta al secondo round. Non feci in tempo a mettere piede in cucina che lo sguardo di mia madre si posò su di me, carico di quella solita, logorante disapprovazione.
«Ancora quel nero, Erin? Sembra che tu debba andare a un funerale ogni santo giorno», disse, posando la tazza di caffè sul tavolo con un colpo secco. Aprì un cassetto lì vicino e tirò fuori una maglietta color corallo, sventolandomela davanti come se fosse una bandiera di pace. «Guarda questa. Te l'ho comprata sabato. È vivace, è allegra... ti darebbe un po' di colore sul viso. Perché non provi a metterla? Solo per oggi.»
«Sto bene così, mamma», risposi secca, evitando il suo sguardo e prendendo una mela dal cesto.
Non era la prima volta. Ormai era una guerra fredda che durava da mesi. Lei continuava a comprarmi vestiti colorati, pastello, floreali – tutto ciò che secondo lei avrebbe potuto trasformarmi in una ragazza "normale" e socievole. E io continuavo a rifiutarli, lasciandoli a fare la muffa in fondo all'armadio. Il nero non era solo un colore; era il mio scudo. Nel nero nessuno poteva leggermi dentro.
«Non capisci che così non fai altro che peggiorare le cose?» insistette lei, con una nota di frustrazione nella voce che mi fece stringere i pugni in tasca. «Poi ti lamenti se a scuola...»
«Io non mi lamento di niente», la interruppi, la voce stranamente ferma nonostante il groppo in gola. «Vado via, o perdo l'autobus.»
Uscii sbattendo la porta prima che potesse aggiungere altro. L'aria frizzante del mattino del New Jersey mi colpì il viso, ma non bastò a raffreddare la rabbia che mi bruciava dentro.
Mentre camminavo a passo rapido verso la fermata, le parole di mia madre continuarono a rimbombarmi nella testa. Peggiorare le cose. Come se vestirmi di rosa potesse magicamente cancellare il fatto che per i miei compagni di classe ero invisibile. Anzi, peggio che invisibile: ero lo zimbello.
"La strega". Ecco come mi chiamavano nei corridoi. Bastava che passassi vicino ai loro armadietti perché i ragazzi ridacchiassero, sussurrandosi insulti alle spalle o facendo il gesto di farsi il segno della croce. Solo perché preferivo i libri alla loro stupida popolarità, solo perché stavo sulle mie, e sì, perché mi vestivo di nero. Erano tutti così superficiali, così prevedibili.
Presi un respiro profondo, stringendo le dita attorno alle cinghie dello zaino. Mancavano poche settimane alla fine dell'anno, mi ripetevo. Dovevo solo sopravvivere. Arrivai a scuola camminando a sguardo basso ignorando le persone che mi circondavano. In prima ora avevamo un progetto da completare nell’aula di scienze naturali, ma mentre mi incamminavo sentii una voce alle mie spalle.
«Ehi, strega!»
L’urlo mi arrivò dritto alle spalle, acuto e sguaiato. Prima che potessi voltarmi, sentii qualcosa colpire la mia caviglia. Non feci in tempo a reactive: inciampai nei miei stessi piedi e caddi in avanti con un tonfo sordo. I libri volarono sul pavimento di linoleum, scivolando lontano, mentre le mie ginocchia battevano violentemente a terra.
Un’esplosione di risate mi travolse. Alzai lo sguardo, sentendo il calore dell’umiliazione salirmi alle guance. Johanna Benson era lì, a pochi centimetri da me, circondata dal suo solito gruppo di oche che ridacchiavano coprendosi la bocca con mani perfettamente curate. Johanna si guardava intorno con aria innocente, scuotendo la testa come se non avesse idea di cosa fosse successo.
Era irritante quanto fosse perfetta. Johanna era la ragazza più unpopular della scuola, una di quelle che sembrano appena uscite da un catalogo di alta moda. Aveva lunghi capelli biondi, lisci e lucidi che finivano in onde impeccabili sulle spalle, e indossava vestiti che costavano probabilmente quanto l’affitto di casa mia. Era ricca, bellissima e lo sapeva fin troppo bene.
«Oh, poverina!» esclamò lei con una voce carica di finta pietà, mentre le sue amiche raddoppiavano le risate. Mi fissò con i suoi occhi chiari, un sorriso crudele che le incurvava le labbra. «Se non sai camminare, Erin, la prossima volta usa la scopa. È più adatta a una come te, no?»
Sentii una fitta allo stomaco che non era solo rabbia. Era qualcosa di diverso. Di fisico. Improvvisamente, i palmi delle mie mani, ancora premuti contro il pavimento freddo, iniziarono a bruciare. Non era il bruciore di un’escoriazione, ma un calore intenso, quasi insopportabile, che sembrava provenire dall'interno delle mie ossa.
Mi rialzai barcollando, sentendo il respiro farsi corto. La pelle delle mani mi pizzicava così tanto che dovetti scuoterle freneticamente, come se avessi toccato una piastra rovente.
«Che c'è, strega? Ti sei scottata col pavimento?» mormorò Johanna, facendo un passo avanti per schernirmi ancora.
In quel momento, l’aria intorno a me sembrò vibrare. Scossi la mano destra con un movimento brusco e, senza che potessi capire come, una scia di fiamme ruggenti divampò all'improvviso, partendo dai miei piedi e allungandosi per tutto il corridoio.
Il fuoco URLÒ con un boato, una lingua infernale che divorò lo spazio tra me e Johanna. Lei e le sue amiche cacciarono un urlo disperato, lanciandosi all’indietro contro gli armadietti. Se non si fossero spostate in quel preciso istante, sarebbero rimaste incenerite sul posto.
Rimasi immobile, il cuore che mi rimbombava nelle orecchie come un tamburo. Le fiamme continuavano a danzare sul pavimento, alte e feroci, separandomi dal resto del mondo. Guardai le mie mani: erano rosse, ma non c’erano piaghe. Il fuoco non mi stava bruciando.
«C-cosa...» l’unica parola che riuscii a pronunciare morì nella mia gola secca.
Johanna mi fissava con la faccia deformata dal terrore, rannicchiata a terra, mentre il fumo iniziava a riempire il corridoio e l'allarme antincendio cominciava a suonare, stridente, sopra le nostre teste. Non sapevo cosa fosse successo, sapevo solo che dovevo scappare.
Ma mentre correvo qualcosa mi fermò. Era quel armadio a quattro ante del prof di ginnastica, aveva visto tutta la scena e visto che non mi sopportava perché cercavo sempre di saltare le sue lezioni mi prese per il braccio e mi portò dritta in vicepresidenza.
Il professore mi spinse sulla sedia davanti alla scrivania del vicepreside con una foga che quasi mi fece perdere l'equilibrio. Il corridoio alle nostre spalle era un caos di urla, sirene e passi affrettati, mentre l'odore di bruciato penetrava fin dentro la stanza.
«È stata lei, preside! L'ho vista con i miei occhi!» tuonò l'armadio a quattro ante, indicandomi con un dito tremante di rabbia e fumo. «Ha scagliato del fuoco contro la Benson! È una psicopatica, va cacciata immediatamente!»
Il vicepreside mi fissò da sopra i suoi occhiali sottili, l'espressione severa e incredula al tempo stesso. «Riley... hai qualcosa da dire a tua discolpa? Come hai fatto ad appiccare un incendio del genere?»
Io mi guardai le mani, che tremavano vistosamente sulle mie ginocchia. Il cuore mi batteva così forte nel petto da farmi quasi male. Cosa potevo dire? Che era bastato scuotere la mano per far esplodere un inferno? Mi avrebbero rinchiusa in un manicomio.
«Io... io non ho fatto niente», sussurrai, la voce ridotta a un filo. «È scoppiato da solo. Non so come sia successo...»
«Non mentire!» urlò il professore, ma il vicepreside lo zittì con un gesto della mano, prima di afferrare il telefono sulla scrivania.
«Chiamate subito i suoi genitori», ordinò alla segretaria. «E dite loro di venire a prenderla immediatamente. Erin Riley è sospesa a tempo indeterminato.»
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