Storia · capitolo 19

capitolo 19: formule e fiamme

spark cage: un destino di fuoco di faby

«Ti ho visto che parlavi con Ethan», dissi stringendo i pugni lungo i fianchi. Lo fissai dritta negli occhi, senza lasciargli via di scampo. «Che cosa ti stava dicendo?».

Aron si mosse sulla sedia, dondolando un po' le spalle in modo impacciato. Cercò di non incrociare il mio sguardo. «Niente... mi ha solo detto che ti ha vista in biblioteca».

«E perché doveva dirtelo all'orecchio?», incalzai subito, facendo un passo avanti.

Aron iniziò a balbettare, diventando leggermente rosso in viso. «Non... non lo so, Erin! Sai che quello è strano...».

Lo guardai malissimo, con una faccia del tutto sfiduciosa. Non credevo a una sola parola.

«Senti, adesso devo andare», si giustificò lui di fretta, alzandosi dal tavolo senza più guardarmi. «La cuoca sta servendo i piatti e Jasper mi doveva parlare per una cosa».

Giratosi di scatto, se ne andò via a passo svelto tra i tavoli. Io rimasi lì da sola, con una morsa al petto. Me ne andai pure io, uscendo subito dalla mensa; l'unico motivo per cui ero venuta fin lì era proprio per parlare con Aron. Di solito lui mi obbligava sempre a fare colazione, ci teneva che mangiassi qualcosa, ma stamattina oltre ad avermi mentito era diventato pure freddo e distaccato. Non lo riconoscevo più.

Mentre camminavo a testa bassa, vidi scendere dalle scale Sara, che stava andando verso la mensa. Si bloccò a guardarmi con un'aria strana.

«Non avevi una gran fame stamattina?», mi chiese, incrociando le braccia.

Mi affrettai a risponderle per evitare altre domande: «Mi è passata».

Superai Sara e salii di nuovo la lunga rampa di scale di pietra. In quel momento odiavo con tutta me stessa abitare all'ultimo piano dell'Accademia; a volte ero davvero gelosa di quelli della fazione dell'acqua, che avevano le camere ai piani bassi, molto più comode da raggiungere.

Mi diressi direttamente verso il laboratorio della mia fazione. Fortunatamente avevo già la chiave magnetica nello zaino: la tirai fuori, la passai sul lettore e la porta si aprì con un leggero scatto. Dentro la stanza non c'era ancora nessuno, nemmeno la professoressa Hurt.

Sapevo che oggi ci aspettava una mattinata pesante. Avevamo un'ora di teoria in cui dovevamo imparare a memoria un sacco di formule difficili sul calore e sulla temperatura per il compito in classe. Dopo, invece, ci avrebbe fatto fare un'ora e mezza di esercitazione pratica per allenare il nostro potere. La sfida del giorno era chiara: chi di noi sarebbe riuscito a creare il fuoco più grande.

Mi sedetti al mio bancone, poggiando lo zaino sulla sedia. Rimasi da sola nel silenzio del laboratorio per circa venti minuti, persa nei miei pensieri e nella delusione per il comportamento di Aron.

Poi, la porta si aprì ed entrò la professoressa Hurt. Si bloccò un secondo sulla soglia, sorpresa di trovarmi già lì.

«Buongiorno, Riley. Stranamente puntuale oggi», disse sistemandosi i fogli sulla cattedra.

«Buongiorno, professoressa», risposi io, cercando di sforzare un tono di voce normale.

I ragazzi presero posto ai banconi e la professoressa Hurt diede inizio alla lezione di teoria. Sul grande schermo alle sue spalle comparvero formule complesse che spiegavano il rapporto tra calore e temperatura, la resistenza termica e l'espansione delle fiamme. Avrei dovuto prendere appunti e concentrarmi per il compito scritto, ma la mia mente continuava a tornare ostinatamente alle parole scritte all'incontrario che avevo decifrato la notte prima. La profezia dei venti... gli oracoli... il Fato. Le domande mi bruciavano dentro più del fuoco stesso. Non ce la facevo più a tenermi tutto dentro. Sfruttando un momento in cui la professoressa Hurt si era fermata per bere un sorso d'acqua, alzai la mano.

«Professoressa Hurt, posso farle una domanda?», chiesi, cercando di mantenere la voce ferma.

La professoressa mi guardò da sopra le lenti degli occhiali, non particolarmente ideale all'interruzione. «Prego, Riley. Ma che sia breve e non stupida, per favore».

Presi un respiro profondo. «La profezia dice che ogni anno vengono sorteggiati venti ragazzi. Ma perché proprio venti? E poi... perché scopriamo di avere il nostro potere solo intorno ai tredici o quattordici anni?».

La professoressa Hurt scosse la testa con un sospiro, appoggiando il bicchiere sulla cattedra. «Avevo detto una domanda corta, Riley. Comunque, alla prima posso risponderti molto semplicemente: non lo so. Nessuno lo sa con certezza. Gli oracoli decidono appena nascete se valete qualcosa o meno; dopodiché, venite inseriti in quella lista. Tu, ad esempio, sei nata nel 2012 ed è in quell'anno che sei stata sorteggiata dal Fato».

Sentire quell'anno pronunciato ad alta voce mi fece uno strano effetto. Nel 2012 ero solo una neonata, eppure il mio destino era già stato segnato da entità che non avevo mai visto.

«La seconda domanda, invece, ha una risposta ancora più semplice», continuò la Hurt, incrociando le braccia. «Scopriamo di avere il potere intorno a quell'età perché è il momento in cui si inizia a diventare adulti, a maturare e a capire cosa si vuole fare del proprio futuro. Mentre i ragazzi non speciali, i cosiddetti normali, si iscrivono al liceo, quelli come te vengono mandati in questa Accademia. Tuttavia, a volte ci sono delle eccezioni. Alcuni ragazzi scoprono di avere il potere un po' prima, a volte molto prima dei quattordici anni, semplicemente perché il Fato li ritiene già abbastanza maturi da poterlo padroneggiare».

Quindi il Fato non mi riteneva abbastanza matura, pensai tra me e me, provando una fitta di amarezza ed ego ferito. Io avevo scoperto il mio potere tardi, proprio al limite dell'età prevista.

Sforzai un sorriso educato e feci un cenno con la testa. «La ringrazio, professoressa. La mia era solo una curiosità».

«Prego», rispose lei sbrigativa, prima di voltarsi di nuovo verso la lavagna magnetica e riprendere a spiegare le formule sulla temperatura.

Rimasi a fissare la lavagna per il resto della lezione di teoria, ma senza registrare davvero nessuna delle formule sul calore che la professoressa Hurt continuava a spiegare. Mentre ci preparavamo a sistemare i quaderni per dare inizio all'ora e mezza di esercitazione pratica, sentii improvvisamente una leggera pressione sulla spalla.

Qualcuno mi stava toccando da dietro.

Sussultai, colpita di sorpresa, e mi girai di scatto. Non mi ero nemmeno accorta che si fosse seduta proprio alle mie spalle.

Dietro di me c'era Sara. Mi fissava con un mezzo sorriso enigmatico e gli occhi lucidi di una strana luce di sfida.

«Allora il Fato mi reputa speciale», mi disse a bassa voce, inclinando leggermente la testa di lato.

Le parole di Sara mi scivolarono addosso senza fare effetto. Non avevo né il tempo né l'energia per i suoi giochetti o per le suas provocazioni. Così, la ignorai del tutto. Mi girai di scatto verso il mio bancone senza risponderle, raccogliendo le mie cose e lasciandola lì con il suo sorrisetto stampato in faccia.

La professoressa Hurt batté le mani per attirare l'attenzione di tutta la classe.

«Molto bene, ragazzi. La teoria per oggi è finita. Ora sistemate i tavoli ed allineatevi al centro del laboratorio. Inizia l'esercitazione pratica: voglio vedere chi di voi riuscirà a generare la fiammata più grande».

Ci disponemmo tutti in fila, lasciando un grande spazio vuoto davanti a noi per sicurezza. Dopotutto, l'intero laboratorio della nostra fazione era totalmente ignifugo e progettato appositamente per non subire danni, indipendentemente dalla potenza delle fiamme che avremmo sprigionato. La professoressa Hurt si posizionò di lato, stringendo tra le mani una cartella con i nostri nomi per dare i voti.

«Il primo! Avanti», esclamò la docente, indicando un ragazzo con un cenno del capo.

Il primo studente si fece avanti con aria sicura. Portò la mano destra in avanti e, con uno schiocco di dita deciso, generò una fiammata improvvisa. La professoressa Hurt, però, scosse la testa delusa e segnò qualcosa sulla sua cartella.

«Tu sai generare solo scie di fuoco, e questo in una situazione reale non ci serve a niente. Torna al tuo posto. Prossimo!».

Subito dopo toccò a una ragazza. Si portò al centro dello spazio, prese un respiro profondo e batté con potenza il piede destro a terra. All'impatto, una lingua di fuoco si sollevò dal pavimento arrampicandosi verso l'alto. La Hurt non si scompose minimamente.

«Troppo piccolo», commentò fredda. «Di questo passo vi farete sopraffare in un secondo».

A seguire passarono uno dopo l'altro quasi tutti gli altri studenti della fazione. La professoressa sembrava impossibile da accontentare e trovava sempre una critica spietata per ognuno di loro: a chi mancava la potenza, a chi la precisione, a chi il controllo.

Poi arrivò il turno di Sara. Io sapevo già esattamente come funzionava il suo potere e come faceva a evocarlo: doveva concentrarsi a fondo e trovare la calma assoluta dentro di sé, e solo allora avrebbe creato un'enorme fiamma. Sara si portò in avanti, chiuse gli occhi per qualche secondo e, quando li riaprì, una grande colonna di fuoco si sollevò davanti a lei, illuminando la stanza.

La professoressa Hurt la squadrò senza troppa enfasi. «Matheson, le fiamme che crei sono grandi, ma ci metti decisamente troppo tempo per evocarle. In guerra saresti già morta».

Sara strinse i denti, chiaramente indispettita. «Lo so, professoressa. Me lo rimprovera sempre».

«Ah, davvero? Allora si vede che parlo al vento, visto che non sei ancora migliorata», ribatté la Hurt con un tono che non ammetteva repliche.

Sara non riuscì a trovare le parole per ribattere. Abbassò lo sguardo e ritornò in fila, visibilmente frustrata. Nel farlo, pronunciò la parola "fuoco" quasi per stizza, facendo scaturire un'altra fiammata: era grande, sì, ma non abbastanza da impressionare la docente.

«E ora, Riley. Tocca a te», chiamò la professoressa Hurt, fissando gli occhi nei miei.

Arrivò il mio turno, ma questa volta ero pronta. Non provavo la solita ansia o l'insicurezza dei giorni passati, perché dentro di me sapevo già a quale emozione aggrapparmi per scatenare il potere: la rabbia. Pensai ad Aron, alla sua bugia spudorata detta in mensa per coprire Ethan, al suo essere diventato improvvisamente così distaccato e freddo dopo tutto quello che avevamo passato insieme.

Quella delusione mi bruciò nel petto, trasformandosi in pura energia. Strinsi i pugni e richiamai il potere.

In pochissimi istanti, un enorme fuoco divampò all'improvviso, espandendosi con un boato spaventoso in tutta la stanza. Le fiamme erano così alte e calde che tutti i ragazzi gridarono e corsero all'indietro per allontanarsi, terrorizzati dal calore sprigionato. Persino la professoressa Hurt sgranò gli occhi per la sorpresa; scattò verso la parete, prese subito l'estintore d'emergenza e lo azionò per spegnere la mia fiammata prima che potesse toccare il soffitto del laboratorio.

Quando la nube bianca dell'estintore si diradò, nella stanza calò un silenzio assoluto. Tutti mi fissavano a bocca aperta, spaventati e increduli.

La professoressa Hurt posò l'estintore, si sistemò la giacca e mi guardò, stavolta senza muovere alcuna critica.

«Bene», disse l'insegnante, rompendo il silenzio e guardando tutta la classe con un mezzo sorriso. «Penso che si sia capito fin troppo bene chi abbia vinto oggi».

La professoressa Hurt iniziò a scorrere l'elenco sulla sua cartella per comunicare i voti della prova pratica. Quando arrivò al mio nome, annunciò che avevo preso una B+. Per me era un ottimo risultato: di certo non poteva aspettarmi una A da una come lei, che trovava difetti in qualunque cosa. Subito dopo, sentii Sara che si stava lamentando a bassa voce con una ragazza seduta vicino a lei, stando ben attenta a non farsi sentire dalla professoressa: «Una C? Ma come si permette!».

In effetti, la Hurt era stata spietata con tutti: la maggior parte della classe aveva preso una F, e giusto in tre erano riusciti a strappare una D.

Finita la lezione, ci dirigemmo tutti in biblioteca. La professoressa ci aveva consegnato delle schede cartacee piene di esercizi da svolgere sul momento; erano schede senza voto, pensate giusto per farci esercitare in vista della verifica imminente. Contenevano tutti i problemi e le formule sul calore che la Hurt aveva spiegato all'inizio della mattinata, ma io non ci avevo capito assolutamente niente. Erano ben sessanta esercizi da completare in un'ora e mezza. Volevo letteralmente piangere. Quando il tempo scadde e dovemmo consegnare, guardai il mio foglio quasi vuoto: in tutto ero riuscita a farne solo otto, e probabilmente l'unico corretto era il primo.

Finalmente suonò la campanella e potemmo andare in mensa per il pranzo. Appena varcai la soglia con lo zaino in spalla, mi bloccai: non sapevo davvero dove mettermi. Diedi un'occhiata in giro e vidi che Aron era già seduto al solito posto insieme ai suoi compagni nerd della tecnologia. In compenso, non vidi Julie da nessuna parte. Chissà come sta..., pensai con una fitta di preoccupazione.

Poi un pensiero fastidioso mi colpì la mente: mi ricordai che subito dopo pranzo io e Aron dovevamo andare nell'ufficio del preside per l'interrogazione sul regolamento dell'Accademia. After quello che era successo stamattina, la voglia di passarci del tempo insieme mi era passata ancora di più.

Mentre ero ferma a pensare, vidi Gil e Valerie che si avvicinavano a me con un vassoio in mano.

«Vuoi sederti con noi?», mi chiese Valerie con un sorriso gentile.

«No, no, tranquilli», risposi subito, cercando di inventare una scusa sul momento. «Io... ehm, oggi starò con la mia fazione», dissi indicando con un cenno del capo il tavolo del fuoco, dove erano seduti Sara e gli altri.

«Oh, okay», rispose Valerie, un po' sorpresa, prima di allontanarsi insieme a Gil.

Onestamente in quel momento preferivo mille volte stare con i ragazzi della mia fazione, anche se li odiavo a morte, piuttosto che sedermi con le persone che mi avevano mentito in faccia. Mi avviai verso il tavolo del fuoco e mi sedetti nello spazio libero tra due ragazze.

Sara mi squadrò immediatamente dall'alto in basso, poggiando le posate sul tavolo. «Che ci fai qui? Non dovresti stare vicina al tuo amichetto nerd?».

«No, oggi voglio stare qua», risposi secca, senza guardarla troppo negli occhi.

Sara tese le labbra in un sorriso malizioso. «Avete litigato?».

«No», tagliai corto.

«E va bene. Basta che stai zitta e non ti intrometti nei nostri discorsi», concluse lei, tornando a voltarsi verso i suoi amici.

In quel momento arrivò la cuoca della mensa e posò i piatti fumanti davanti a noi: cavoletti di Bruxelles. Guardai il cibo con una smorfia di puro disgusto. Non c'era alcun dubbio: questa giornata era iniziata decisamente con il piede sbagliato.

Non appena finii di consumare quel pranzo poco invitante, mi alzai dal tavolo della mia fazione senza aspettare nessuno. Mi diressi subito verso le scale per salire al piano di sopra da sola, dove si trovava l'ufficio del preside.

Mentre salivo i gradini di pietra, cercai di fare mente locale sul regolamento dell'istituto. Onestamente non lo ripassavo da un po', ma più o meno le regole me le ricordavo abbastanza bene; speravo solo che il preside non andasse a pescare i commi più assurdi.

Appena arrivai davanti alla grande porta di legno massiccio, feci un respiro profondo e bussai. Entrai e salutai subito il professore. Il preside mi guardò da sopra la scrivania e mi sorrise cordiale: «Buongiorno». Poi, squadrando la sedia vuota accanto a me, aggiunse: «Buongiorno alla signorina Riley. Il signor Sparkle, invece? Sta arrivando?».

«Non lo so», risposi secca, stringendo le cinghie del mio zaino. Non avevo alcuna intenzione di fare da babysitter ad Aron, specialmente dopo il modo in cui mi aveva trattata quella mattina.

Passarono circa cinque minuti in un silenzio quasi surreale, interrotto solo dal ticchettio di un orologio da parete. Finalmente la porta si aprì di scatto e Aron entrò trafelato nella stanza.

«Buongiorno», disse con un filo di fiato, cercando di ricomporsi.

«Buongiorno», ricambiò il preside, assumendo subito un'aria più severa e professionale. Fece cenno ad Aron di sedersi e unì le mani sopra la scrivania. «Bene, non perdiamo altro tempo. Cominciamo subito con le domande sulle regole dell'Accademia».

Il preside spiegò che ci avrebbe fatto quattro domande a testa, a turno. Iniziò subito a interrogarci chiedendoci direttamente i numeri precisi dei commi. Guardò me per prima: «Riley, mi dica la regola numero 16».

Ci pensai un attimo, scavando nei miei ricordi, e fortunatamente la recitai senza troppi errori. Il preside passò ad Aron, chiedendogli un'altra regola complessa, e lui rispose in modo impeccabile, senza la minima esitazione. Il giro continuò così, ma purtroppo alla mia terza domanda la memoria mi tradì completamente: mi chiese una norma sui turni di guardia notturni che proprio non ricordavo. Aron, invece, si dimostrò una macchina perfetta: rispose a tutte e quattro le sue domande senza sbagliare una sola virgola. Alla fine, io ero riuscita a risponderne correttamente solo a tre su quattro.

Il preside ci guardò entrambi per qualche istante, poi fece un cenno d'assenso con la testa mentre annotava qualcosa sul suo registro. «Va bene, Riley, ne ha passate abbastanza per questa volta. Siete promossi».

Tirai un sopiro di sollievo che non riuscii a nascondere. Ci alzammo in piedi, salutammo il preside augurandogli una buona giornata e uscimmo dall'ufficio chiudendoci la porta alle spalle.

L'aria nel corridoio era tesa. Iniziammo a scendere le scale insieme, uno di fianco all'altra, senza dire una parola e tenendo gli sguardi fissi sui gradini. Ma a metà della rampa, Aron si bloccò improvvisamente. Si voltò verso di me, con un'espressione seria e lo sguardo finalmente piantato nei miei occhi.

«Dobbiamo parlare», disse a bassa voce.

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