Storia · capitolo 18

capitolo 18: mezze verità

spark cage: un destino di fuoco di faby

Ero già infilata sotto le lenzuola, immobile, con le orecchie tese a sentire ogni minimo rumore dentro la camera. Davanti a me, il letto di Sara era immerso nell'ombra. Aspettai ancora qualche minuto, con il respiro corto, finché il ritmo del suo respiro non diventò del tutto lento, profondo e regolare. Dormiva. Finalmente potevo muovermi.

Tirai le coperte fin sopra la testa, creando una specie di capanna per non far filtrare nemmeno un briciolo di luce fuori. Lì sotto era buio pesto, un'oscurità così fitta che non riuscivo nemmeno a vedere la sagoma delle mie mani.

Sapevo che, per attivare il mio potere del fuoco e fare la luce che mi serviva per leggere, non dovevo per forza cercare un pensiero felice. Io non funzionavo così. Il fuoco si nutriva di calore, e il calore almeno per me deriva da qualsiasi emozione fosse abbastanza forte da bruciarmi dentro in quel momento. Tra i miei compagni ero l'unica che riusciva a gestire il mio potere in questo modo. Chiusi gli occhi e mi lasciai andare a quello che provavo.

La tensione accumulata durante il giorno mi arrivò addosso come un'onda calda. Sentivo la rabbia per il disastroso percorso a ostacoli del pomeriggio, il bruciore ancora vivo sullo zigomo ferito dall'ampolla esplosa e, soprattutto, quel senso di esclusione e di ansia che mi stringeva lo stomaco da quando Gil e Valerie ci avevano mentito a pranzo. Più mi concentravo su quel groviglio di emozioni fortes, più sentivo il sangue scorrere caldo nelle vene. Non era gioia, era pura adrenalina.

Allora, per dare una direzione a quell'energia ed evitare che diventasse distruttiva, cercai di collegarla a un ricordo altrettanto forte del mio passato.

Mi venne in mente Simon. Il mio ex migliore amico.

Un misto di nostalgia e di calore familiare mi strinse il petto nel buio totale. Mi ricordai di quando eravamo piccoli, all'incirca all'età di sette anni, e passavamo i pomeriggi d'estate seduti sul marciapiede davanti a casa. Simon era un vero talento con le imitazioni; sapeva rifare i versi degli animali, i tic dei passanti e, soprattutto, le voci dei nostri maestri di scuola. Non c'era una sola volta in cui non riuscisse a tirarmi su il morale.

In particolare, mi tornò in mente il giorno in cui aveva imitato la nostra vecchia maestra di italiano delle elementari. Era una donna severissima, con una voce calante, stridula e acuta, che sembrava il cigolio di una porta arrugginita. Simon si era messo in piedi su una panchina, aveva corrugato la fronte, infilato gli occhiali sulla punta del naso e cominciato a sbraitare con quel tono assurdo, muovendo le mani come un vigile urbano impazzito.

Nel buio sotto le coperte, quel ricordo fu così vivo che mi scappò una mezza risata spontanea. Mi portai subito una mano alla bocca per coprire il rumore, terrorizzata all'idea che Sara potesse sentirmi. Ma quel vortice di emozioni forti fece subito effetto.

Sentii un formicolio partire dal centro del petto, scivolare lungo la spalla e concentrarsi sulla punta delle dita. Un attimo dopo, una piccola, calda fiammella arancione si accese sulla mia mano, fluttuando leggera a pochi centimetri dal mio indice. La controllavo perfettamente. La sua luce dorata illuminò lo spazio stretto sotto le lenzuola, facendo tremare le ombre sulla stoffa.

Con il cuore che batteva fortissimo, aprii il libro scuro che avevo già tra le mani.

La delusione mi colpì quasi subito. Le prime pagine erano completamente bianche. Non c'era una riga scritta, un disegno, niente di niente. L'unica cosa strana era la presenza di numeri romani scritti in un inchiostro scuro e sbiadito in alto a destra su ogni foglio: I, II, III, IV... Sfogliasi in fretta il volume con la mano libera, mentre la fiammella continuava a bruciare silenziosa. Niente. Solo pagine vuote e numeri romani. Stavo quasi per arrendermi e richiuderlo, pensando che fosse solo un quaderno vuoto, quando notai qualcosa di diverso verso la metà del libro. Una delle pagine aveva l'angolo piegato, come per segnare il punto.

Andai subito a quella pagina.

Lì, finalmente, c'era della scrittura. Ma non appena provai a leggere, mi resi conto che era scritta in un modo davvero strano. Le lettere si rincorrevano in un disordine che non formava nessuna parola comprensibile. Sembrava un codice segreto o una lingua strana.

«Pensa, Erin, pensa...», sussurrai, avvicinando la fiammella per vedere meglio i caratteri.

Rimasi a fissare la prima riga per un po', finché un dettaglio non attirò la mia attenzione. Alcune lettere alla fine delle parole sembravano collegate a quelle dopo. Provai a guardarle diversamente, a inclinare la testa, finché non ci arrivai da sola. Non era un codice difficile o matematico. Era molto più semplice, ma geniale.

Era scritto tutto all'incontrario.

Iniziai a decifrare le lettere una per una, leggendole da destra verso sinistra. Lentamente, le parole presero forma nella mia testa, rivelando il titolo di quella parte: La profezia dei venti.

Il sangue mi si gelò nelle vene. Presi un respiro profondo e, con gli occhi sgranati, continuai a leggere, traducendo mentalmente le righe scritte al contrario: "Siamo la fonte di veri poteri. Siamo pronti. Da quando Lennon Carlo II ha inaugurato l'Accademia, ogni ragazzo speciale ha finalmente un posto dove stare. Però attenzione: i poteri non sono casuali. Ogni ragazzo ha un potere perché noi, gli oracoli, decidiamo a chi darlo. Ogni anno sorteggiamo venti ragazzi grazie al Fato. E quei venti ragazzi possono entrare a far parte di questa Accademia, finalmente, e scoprire quanto valgono i loro poteri e le loro origini. Perché ogni potere..."

Sapevo già della storia dei venti ragazzi scelti ogni anno, ma quelle parole scritte lì nero su bianco mi facevano un effetto strano. Volevo assolutamente continuare a leggere, volevo scoprire di più su cosa significasse davvero tutto quello e cosa ci fosse scritto subito dopo.

Ma proprio mentre stavo per decifrare la riga successiva, un rumore mi fece sobbalzare.

Dall'altro lato della stanza sentii il cigolio del materasso di Sara. Poi, il rumore delle lenzuola che si muovevano. Si era svegliata.

La mia reazione fu istintiva e fulminea. Strinsi il pugno, spegnendo subito la fiammella e piombando di colpo nel buio completo. Chiusi il libro di scatto, trattenendo il respiro. Sentii i passi leggeri di Sara sul pavimento freddo che andavano verso la porta. Pochi secondi dopo, la luce fioca del corridoio passò sotto la fessura della porta, seguita dal rumore del bagno che si chiudeva.

Era la mia occasione. Sapevo di avere pochissimi minuti.

Uscii dalle coperte come un'ombra, afferrai lo zaino dall'armadio e ci infilai dentro il libro misterioso, tirando la cerniera il più velocemente possibile. Poi lo rimisi a posto, richiusi l'armadio e mi rimisi subito a letto, tornando nella stessa posizione di prima. Quando la porta del bagno si riaprì e vidi l'ombra di Sara rientrare e rimettersi a dormire, il mio cuore batteva così forte nel petto che temevo potesse sentirlo anche lei.

Rimasi sveglia per ore, fissando il soffitto buio. Le parole della profezia mi giravano continuamente in testa. Più che per il posto in cui era nascosto, a proteggere quel segreto era proprio la scrittura: quelle righe scritte all'incontrario erano un enigma difficile, qualcosa a cui pochissimi avrebbero fatto caso o sarebbero riusciti a decifrare. Eppure io ci ero arrivata.

Ma la cosa che mi spaventava di più, che mi faceva venire i brividi, era l'esistenza stessa degli oracoli. Non me lo sarei mai aspettata. Se i poteri non erano casuali, se c'era qualcuno dietro che decideva a chi darli... allora era tutto comandato da loro? Le domande continuavano a tormentarmi, lasciandoci una gran confusione in testa.

Decisi che domani avrei riportato subito il libro in biblioteca prima che qualcuno si accorgesse che mancava, e la sera dopo avrei fatto la stessa cosa per continuare a leggere. Non potevo rischiare di farmi scoprire con quel libro addosso durante le lezioni.

La mattina dopo, le sveglie assordanti dell'Accademia iniziarono a suonare a tutto volume nei corridoi, svegliandomi di colpo da quel sonno agitato.

Aprii gli occhi di scatto. Senza perdere tempo, saltai giù dal letto e per la prima volta fui la prima ad andare in bagno. Mi lavai la faccia con l'acqua fredda per svegliarmi, poi mi infilai i pantaloni della divisa, la mia maglietta nera e le mie scarpe nere.

Presi lo zaino dall'armadio e andai veloce verso la porta.

Sara, che si era appena svegliata e si stava strofinando gli occhi, si girò a guardarmi. Il suo sguardo era pieno di sospetto nel vedermi così di fretta.

«Dove vai così velocemente?», mi chiese con tono strano.

Mi voltai sulla porta, cercando di sembrare il più naturale possibile. «Ho tantissima fame stamattina», mentii, facendo un piccolo sorriso. «Voglio andare subito a mangiare prima che la mensa si riempia».

Sara continuò a guardarmi male, strizzando gli occhi, ma io non le diedi il tempo di dire altro. Uscii subito dalla stanza e mi chiusi la porta alle spalle.

Scesi le scale correndo, ignorando il fastidio al ginocchio ancora un po' dolorante dal giorno prima. L'Accademia era quasi vuota; solo pochi ragazzi stavano iniziando a scendere per andare in mensa, ancora nel silenzio della mattina. Io, invece, girai subito dall'altra parte e corsi in biblioteca.

Spinsi il portone di legno, che si aprì facendo un leggero cigolio.

La biblioteca era mezza buia, illuminata solo dalla prima luce del sole che entrava dalle grandi finestre. Camminai zitta tra i corridoi pieni di scaffali e andai dritta verso il punto in cui avevo preso il libro la sera prima.

Ma non appena girai l'angolo dell'ultimo scaffale, mi bloccai, terrorizzata.

Lì, in piedi proprio davanti al ripiano del libro misterioso, c'era Ethan.

Sembrava molto concentrato, guardava tra i ripiani vuoti e passava le dita sul legno come se stesse cercando qualcosa che non trovava. Sentendo i miei passi, si voltò di scatto verso di me.

I suoi occhi scuri finirono subito sullo zaino che tenevo stretto tra le mani. La sua faccia diventò seria e fredda.

«Che ci fai qui, Erin?», mi chiese a bruciapelo, facendo un passo verso di me. «E soprattutto, perché hai quel libro in mano?».

Colpita alla sprovvista, mi si seccò la gola. Mi prese il panico e non mi venne in mente nessuna scusa. Cominciai a balbettare, stringendomi lo zaino al petto.

«Io... io... lo vado subito a posare!», dissi con voce tremante.

Senza aspettare che rispondesse, sfilai velocemente il libro dallo zaino e lo spinsi nello spazio vuoto sullo scaffale, dove si trovava prima. Ethan mi fissò in silenzio, immobile, con uno sguardo carico di rabbia e sospetto. Poi, senza dire una sola parola, si girò di scatto e se ne andò a passo svelto, sparendo dietro l'angolo degli scaffali e lasciandomi da sola.

Rimasi immobile per qualche secondo, con il cuore in gola e le orecchie che mi fischiavano per la paura. Solo quando fui sicura che se ne fosse andato davvero, uscii a mia volta dalla biblioteca e camminai nei corridoi fino ad arrivare in mensa, cercando di respirare normalmente. L'odore del cibo mi arrivò subito, ma mi era passata del tutto la fame.

Cercai Aron con lo sguardo tra i tavoli. Ma quello che vidi mi bloccò a pochi passi dall'ingresso.

In un angolo isolato della sala, vicino a una grande finestra, c'erano due persone. Erano Ethan e Aron.

Ethan si era chinato verso di lui e gli stava sussurrando qualcosa all'orecchio. Aron lo ascoltava con una faccia molto seria e concentrata, facendo sì con la testa ogni tanto. Erano così concentrati a parlare in segreto che nessuno dei due mi vide arrivare.

Mi si strinse lo stomaco. Ethan e Aron? Da quando parlavano di nascosto? E cosa avevano da dirsi di così importante, specialmente dopo quello che era appena successo in biblioteca?

Mi avvicinai decisa. Proprio mentre stavo arrivando, Ethan si accorse di me con la coda dell'occhio. Si ricompose subito, si allontanò da Aron e, senza guardarmi, uscì velocemente da una porta laterale della mensa.

Aron rimase lì seduto al tavolo, a fissare il vuoto per qualche secondo.

Mi parai davanti a lui, appoggiando le mani sul tavolo di legno. Lo fissai dritta negli occhi, senza nascondere quanto fossi arrabbiata e delusa.

«Cosa vi stavate dicendo di così importante voi due?», gli chiesi subito, con tono teso e fermo.

Aron alzò gli occhi su di me. Per un millesimo di secondo vidi un lampo di sorpresa nei suoi occhi, che però sparì subito dietro a un'espressione del tutto calma, come se non fosse successo nulla. Scosse la testa, fingendosi sincero.

«Cosa? Di che stai parlando, Erin? Con chi, scusa?», mi rispose con troppa disinvoltura.

Rimasi immobile, senza parole.

Aron mi stava mentendo. Mi stava mentendo in faccia, proprio come avevano fatto Gil e Valerie il giorno prima. Ero sicurissima di quello che avevo visto, eppure il mio amico aveva appena deciso di nascondermi la verità.

In quel momento, l'aria intorno a me sembrò farsi fredda e pesante. Non capivo più cosa stava succedendo.

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