capitolo 17:un pomeriggio di complicazioni
Raccolsi l'ultimo frammento di vetro trasparente dal pavimento, guardando il riflesso della mia guancia cerata nello specchio del laboratorio ormai vuoto. Mentre finivo di pulire, la mente iniziò a vagare. Mi ritrovai a pensare se fosse meglio la vita che avevo prima o questa nuova realtà nella scuola. C'erano pro e contro in entrambe. Da una parte, prima avevo una routine tranquilla, nessuna esplosione in faccia e nessuna ferita da curare con l'acqua ossigenata, oddio insomma; dall'altra, questo posto, nonostante i pericoli e le regole rigide, mi offriva l'opportunità di scoprire cose incredibili e di avere accanto un amico come Aron. Almeno qui c'era anche gente un po' più simpatica, mentre nell'altra scuola no. Lì mi prendevano sempre di mira, ero la strega, soprattutto il gruppo di Johanna, che mi aveva fatto passare le peggio cose. Ripensandoci, un po' mi sarebbe piaciuto che le mie fiamme, quella volta, l'avessero colpita.
Sospirai, scacciando quei pensieri, e andai a riportare il secchiello, la scopa e la paletta alla cuoca in cucina, ringraziandola con un cenno rapido prima di precipitarmi fuori.
Raggiunsi il giardino con il fiatone e, appena vidi cosa era stato allestito sul prato, avrei voluto fare marcia indietro e scappare. La professoressa Hurt aveva montato un vero e proprio sentiero a ostacoli. Non ero mai stata brava in ginnastica, e quel percorso mi sembrava un incubo a occhi aperti.
La professoressa, accorgendosi del mio arrivo, mi squadrò dall'alto dei suoi stivali e disse con voce tagliente: «Alla buon ora, Riley. Visto che hai fatto tardi, muoviti a metterti in fila».
«Spostati, ti faccio vedere io come si fa», sibilò Sara, superandomi con aria di sfida per posizionarsi all'inizio del tracciato.
La professoressa fece un cenno e Sara scattò come una molla. Il percorso richiedeva un'agilità assurda: c'erano dei pali verticali per lo slalom, delle transenne basse e dei cerchi sul terreno. Sara si muovette con una grazia e una velocità disumane. Superò i pali dello slalom oscillando il corpo con precisione millimetrica, poi si abbassò senza perdere slancio, eseguendo una capriola perfetta sotto un ostacolo di legno sospeso a pochi centimetri dal suolo, per poi balzare dritta dentro la sequenza di cerchi e tagliare il traguardo. Ci mise esattamente chess_cinque secondi. Un'esecuzione impeccabile.
«Prendi nota, Riley», accennò la Hurt con un raro cenno di approvazione verso Sara. «Tocca a te. Vediamo se sai fare di meglio che spaccare ampolle».
Presi un respiro profondo, sentendo gli sguardi di tutta la classe puntati addosso. Avanzai verso la linea di partenza, cercai di darmi lo slancio e scattai verso il primo ostacolo, una sbarra di legno non troppo alta. Provai a saltarla, ma coordinare i movimenti non era decisamente il mio forte: il mio piede impattò in pieno contro il legno e, nel giro di un millisecondo, persi completamente l'equilibrio.
Caddi rovinosamente in avanti, atterrando a pancia in giù sul prato con un tonfo morto.
Intorno a me scoppiò immediatamente il delirio. I miei compagni iniziarono a ridere sguaiatamente, scambiandosi occhiate divertite.
«Ma cos'era, un sacco di patate?», urlò uno dei ragazzi dal fondo, provocando un'altra ondata di risate.
«Attenta, Riley, il pavimento è duro!», aggiunse un altro a gran voce.
Sara si voltò a guardarmi, incrociando le braccia sul petto con un sorriso stampato in faccia che sprizzava superiorità da tutti i pori. Alzai lo sguardo verso la professoressa Hurt e vidi che si era appena messa una mano in faccia, scuotendo la testa, visibilmente imbarazzata per la mia prestazione disastrosa.
Mentre i miei compagni continuavano il percorso, io rimasi lì ferma, costretta a guardarli insieme alla professoressa, mentre mi massaggiavo con discrezione il ginocchio che cominciava a farmi parecchio male. "Sicuramente un livido", pensai tra me e me. "Perfetto, seconda ferita in un giorno". Non potevo nemmeno controllare lo stato del danno perché indossavo i pantaloni lunghi dell'uniforme; e sì, con quel caldo madornale — dopotutto era giugno e si moriva letteralmente — l'unica nota positiva era che, come tutti gli altri, non avevo messo la felpa e stavo a maniche corte.
Finalmente l'ora finì. La professoressa Hurt radunò la classe per decretare le posizioni: inutile a dirsi, Sara era la prima. Io? Nemmeno l'ultima: direttamente non classificata.
Zoppicando leggermente, mi sbrigai a raggiungere la mensa. Individuai il tavolo dove era seduto Aron, mi lanciai sulla sedia di fronte a lui e cercai di darmi un contegno.
«Ehi», esordii, appoggiando i gomiti sul tavolo. «Com'è andata la lezione sui software?».
Aron mandò giù un sorso d'acqua e fece una mezza smorfia. «Bene dai, mi hanno dato un po' ascolto questa volta. Soprattutto perché il professor Bellingham metteva dei crediti speciali per chi seguiva, quindi si sono impegnati tutti. Tutto sommato sono stati abbastanza bravi... anche se l'amico di Jasper, quello che assomiglia a Tarzan, non sapeva nemmeno come si salvava il proprio lavoro sul computer. Mi ha fatto un po' impazzire per spiegarglielo». Aron accennò un sorriso, poi si sporse in avanti, assottigliando gli occhi. «A te invece com'è andata? E... aspetta, che cosa hai qua?». Allungò un dito, indicando il mio zigomo.
Sospirai, sfiorandomi la guancia. «Non bene. Ho fatto scoppiare un'ampolla a lezione e la professoressa Richards è dovuta venire a disinfettarmi il taglio».
Aron arricciò le labbra, quasi sentendo il dolore al posto mio. «Avrà fatto un male cane, immagino».
Annuì vistosamente. «Non ne hai idea».
Non facemmo in tempo a continuare che Gil e Valerie ci raggiunsero al tavolo, posando i loro vassoi.
«Ehi, ciao ragazzi! Come state?», cinguettò Valerie, ma si interruppe a metà frase non appena mi guardò dritto in faccia. «Ma che hai fatto lì sulla guancia?».
«Incidente chimico», risposi con un filo di voce, sentendomi un po' stupida. «Ho fatto esplodere un'ampolla».
Valerie sgranò gli occhi, sinceramente dispiaciuta. «Oddio, mi dispiace un sacco, Erin!».
Gil, intanto, si mise comodo e guardò me e Aron. «E invece per la questione di stamattina? Che punizione vi ha dato il vecchio Lennon?».
Aron prese la parola e gli spiegò l'intera faccenda: «Dobbiamo studiare il regolamento in biblioteca. Stasera, dopo cena, ci interrogherà su quattro regole a testa».
Gil ridacchiò, sollevato. «Dai, vi è andata di lusso, non è stato tanto severo!».
Valerie però inarcò un sopracciglio, guardando prima me e poi Aron con aria interrogativa. «Ma alla fine si può sapere perché non avete rispettato il coprifuoco? Che dovevate fare?».
Aron, senza scomporsi, ripeté la copertura che avevamo usato con il preside: «Volevamo solo andare a prendere dei biscotti al cioccolato in cucina, avevamo fame».
In quel momento la conversazione si interruppe perché arrivò la cuoca, che appoggiò davanti a noi dei fumanti piatti di maccheroni ai pomodorini. Il profumo era delizioso, ma l'odore del cibo mi fece subito tornare in mente un dettaglio: Ethan, la biblioteca e lo strano movimento di quella mattina.
Guardai Gil dall'altra parte del tavolo e, cercando di sembrare il più naturale possibile, gli lanciai la domanda: «Senti Gil, ma come mai Ethan era già in biblioteca così presto stamattina?».
Gil si irrigidì all'istante. Cambiò colore in viso e cominciò a giocherellare nervosamente con le posate. «Beh, io... n-non lo so», balbettò, distogliendo lo sguardo per un secondo di troppo.
«No, te lo chiedo perché ho visto che gli hai parlato quando ha posato quel libro», incalzai io, stringendo la forchetta. «Pensavo che lo sapessi il motivo».
Gil aprì la bocca, visibilmente in difficoltà e sul punto di controbattere con una scusa debole, ma Valerie si mosse prima di lui. Gli afferrò saldamente la mano sul tavolo, mi fissò con un sorriso tirato e intervenne con un tono di voce fin troppo sicuro: «Gil gli ha solamente detto che non deve più recarsi in biblioteca prima che inizino le lezioni, o comunque senza il permesso scritto di un professore. Vero, Gil?».
Gil deglutì, annuendo subito dopo come un automa. «Sì... sì, esatto. Gli ho detto proprio questo, io».
Io e Aron ci scambiammo un'occhiata rapidissima ma intensa. Non servivano parole tra noi: eravamo entrambi perfettamente consapevoli che quei due ci stessero mentendo spudoratamente.
Per evitare di creare ulteriore tensione, decisi di lasciar correre. Appizzai la forchetta dentro i maccheroni e cominciai a mangiare. Erano veramente buoni, e calcolando che non ero affatto abituata a mangiare spesso la pasta, decisi di godermi il piatto. Da quel momento in poi, però, il pranzo andò avanti in un assoluto, pesantissimo silenzio.
Finito il pranzo, io e Aron ci dirigemmo subito in biblioteca per scontare la prima parte della nostra punizione. L'ambiente era silenzioso, interrotto solo dal fruscio delle pagine e dall'odore tipico della carta stampata. Ci sedemmo a uno dei tavoli in legno e Aron andò a recuperare il pesante librone del regolamento ufficiale della scuola.
Passò un'ora intera, durante la quale ripassammo intensamente e senza sosta ogni singolo articolo. Ci mettemmo d'impegno, interrogandoci a vicenda per essere sicuri di non sbagliare davanti al preside.
«Ok, fammi un test», dissi io, appoggiando i gomiti sul tavolo di legno. «Spara».
Aron scorse le pagine del pesante regolamento, poi alzò lo sguardo su di me con aria seria. «Dimmi la regola numero sei».
Ci pensai un attimo, scavando nella memoria. «La regola sei... vieta tassativamente agli studenti di accedere ai laboratori al di fuori degli orari di lezione, a meno che non ci sia la supervisione diretta di un docente di fazione».
Aron controllò sul foglio e accennò un sorriso, annuendo. «Esatto, perfetta. Ora tocca a me, chiedimene una difficile».
«Regola quattordici», dissi subito.
Lui non esitò un secondo. «Tutti gli studenti devono indossare l'uniforme d'ordinanza completa durante le ore di addestramento e nei corridoi principali. È ammessa la rimozione della felpa solo all'interno della mensa o in caso di temperature eccezionali documentate».
«Caspita, te la ricordi meglio di me», ammisi ridacchiando.
Alla fine, eravamo riusciti a memorizzare tutte e venticinche le regole. Quando l'ora finì, chiudemmo il volume e io tirai un enorme sospiro di sollievo: onestamente non mi dispiaceva affatto essere rimasta lì dentro per tutta la durata della punizione. Se non fossimo stati confinati in biblioteca a studiare il regolamento, avremmo dovuto fare ben due ore filate della sfiancante lezione di addestramento pratico del signor Santos. Almeno la biblioteca ci aveva risparmiato un bel po' di fatica e di sudore.
«Ok, direi che le sappiamo tutte. Siamo pronti», disse Aron, stiracchiandosi le braccia sulla sedia.
«Già. Vado a rimettere questo a posto», risposi. Presi il pesante librone del regolamento e mi avviai lungo i corridoi della biblioteca per andare a riporlo.
Camminai verso lo scaffale e, proprio nel momento in cui stavo per infilare il volume al proprio posto, l'occhio mi cadde poco più in là, sullo stesso ripiano. Appoggiato in un angolo, seminascosto, c'era un volume dalla copertina scura e logora.
Il cuore mi fece un balzo nel petto. Era esattamente lo stesso libro misterioso che Ethan stava sfogliando quella mattina presto, prima che arrivasse Gil.
Mi guardai intorno rapidamente, con il fiato sospeso. Sapevo benissimo che era vietato prendere i libri senza il permesso scritto di un professore, ma la curiosità e il modo strano in cui Gil e Valerie avevano mentito a pranzo erano esche troppo forti per me.
Approfittando di un momento di distrazione di Aron, che era rimasto indietro al tavolo a raccogliere le sue cose, allungai la mano senza fargli vedere nulla. Presi il libro misterioso con un movimento fulmineo. Sapendo però che gli studenti non usavano mai gli zaini e che muovermi solo con quel volume logoro tra le mani avrebbe destato troppi sospetti, decisi di attuare un piano di camuffamento. Afferrai altri due testi dagli scaffali vicini: uno di chimica e uno di autodifesa. Erano libri che mi servivano davvero per lo studio personale e, se qualcuno mi avesse vista, nessuno mi avrebbe detto niente; mi sarei potuta giustificare facilmente dicendo che, trovandomi già in biblioteca per la punizione, ne avevo semplicemente approfittato per prenderli.
Incastrai il volume misterioso e senza titolo in mezzo agli altri due, stringendoli forte al petto per nasconderlo completamente alla vista.
Tornai da Aron e, prima di avviarci, gli dissi: «Senti, vado un attimo a posare questi in dormitorio, così non me li porto dietro. Ti raggiungo subito».
«Va bene, fai con comodo, io comincio ad andare verso l'aula del signor Santos», rispose lui senza sospettare nulla.
Corsi a passo rapido verso la mia stanza. Una volta dentro, posai i due libri di chimica e autodifesa sul comodino, bene in vista. Poi, presi il volume misterioso e lo nascosi con cura dentro lo zaino che tenevo in camera, tirando bene la zip. Solo allora mi concessi un respiro profondo e uscii di corsa per raggiungere Aron e il resto della classe per l'ora di lezione con Santos.
Arrivai nell'aula del signor Santos ancora leggermente trafelata, ma fortunatamente in tempo. Appena varcata la soglia, capii subito cosa ci aspettava: una sfilza di pesanti sacchi da boxe neri pendeva dal soffitto a intervalli regolari. Onestamente non avevo la minima voglia di mettermi a boxare, soprattutto con il ginocchio dolorante e lo zigomo che ancora bruciava, ma non avevo scelta; in quella scuola non erano ammesse eccezioni.
Infilai i guantoni con poca convinzione e mi posizionai davanti a uno dei sacconi liberi.
Il signor Santos iniziò a far risuonare la sua voce cavernosa per tutta la stanza, scandendo i tempi e mostrando le combinazioni di colpi. Cominciai così a dare cazzotti e calci al saccone da boxe. Ci mettevo tutto l'impegno possibile, ma il confronto con gli altri era impietoso. Attorno a me si sentivano i colpi sordi, violenti e ritmici dei miei compagni, che facevano oscillare paurosamente i loro bersagli. Io, al contrario, non avevo tutta quella forza. Ogni volta che il mio pugno o il mio piede impattava contro la superficie dura del sacco, questo si muoveva appena di qualche centimetro, lasciandomi le nocche doloranti e il fiato corto.
Santos passò vicino a me, si fermò a guardare la mia combinazione debole e incrociò le braccia muscolose sul petto. Scosse la testa, dandomi un'occhiata che trasudava disappunto.
«Riley, quel sacco deve muoversi, non lo stai mica accarezzando!», tuonò con la sua solita voce cavernosa, facendomi sobbalzare. «Mettici più peso, usa le gambe e spingi con il bacino. Se colpisci così, un avversario vero non lo sposti nemmeno di un millimetro».
Borbottò qualcos'altro sulla mia totale mancanza di stabilità e proseguì oltre, lasciandomi lì con le guance in fiamme. Sospirai, continuando a colpire alla meno peggio e guardando l'orologio appeso al muro: erano appena le tre del pomeriggio.
Quando la lezione finì, tornai nel mio dormitorio insieme agli altri ragazzi della fazione del fuoco. Decisi di mettermi subito a studiare uno dei due volumi che avevo preso, cominciando da quello di chimica: tra qualche settimana ci sarebbe stata una verifica scritta importante e dovevo assolutamente portarmi avanti. Non presi il libro misterioso; volevo farlo in totale segreto durante la notte. Sapevo che se Sara mi avesse vista con quel tomo logoro e senza titolo in mano avrebbe iniziato a insospettirsi e, conoscendola, gliel'avrebbe addirittura sottratto per portarlo ai professori. Di conseguenza, decisi che avrei aspettato che la mia compagna di stanza si addormentasse profondamente prima di toccarlo.
Passai gran parte del pomeriggio china sulle pagine, cercando faticosamente di capire qualcosa di chimica, che era sempre stata uno dei miei punti deboli. Tra una formula e l'altra mi concessi qualche piccola pausa per riposarmi, ma studiai comunque moltissimo. All'improvviso mi accorsi che si erano fatte le 18:30. Stupita da quanto tempo fosse passato, andai a farmi una doccia veloce, infilai l'uniforme pulita e scesi subito in mensa.
Al tavolo comune trovai già Aron insieme a Jasper e ai suoi due amici. C'erano anche Gil, Valerie e altre due ragazze: una era la studentessa con gli occhiali che avevo incrociato la prima sera, mentre l'altra non l'avevo mai vista prima. Avanzai e mi sedetti nello spazio libero tra Valerie e Aron.
Non appena mi accomodai, the boy who looked like Tarzan gave Aron an elbow nudge and snickered: «Aron, ma sei qui con la tua ragazza?».
«Smettila», tagliò corto Aron, fulminandolo con lo sguardo e avvampando leggermente.
La ragazza con gli occhiali si sporse in avanti verso di me, sorridendo. Aveva i capelli castani legati in una coda alta. «Ciao! Ti ricordi di me? La prima sera non ci siamo nemmeno presentate. Io sono Tilly, mentre lei è Julie», disse, indicando la ragazza seduta accanto a lei.
Julie, tuttavia, non mostrò la minima reazione. Rimase completamente immobile, lo sguardo sbarrato e fisso nel vuoto, quasi fosse paralizzata. Tilly la scosse delicatamente per una spalla e anche Jasper le diede un piccolo colpetto sul braccio. Solo a quel punto la ragazza parve risvegliarsi da una specie di trance e si riprese a fatica.
«Sì... io sono Julie. Scusatemi», sussurrò con un filo di voce. Era una ragazza dall'aria molto esile, con i capelli castano chiaro raccolti in due lunghe trecce e due grandi occhi grigi che sembravano incredibilmente stanchi.
Jasper si voltò verso il resto del tavolo, facendo un cenno ai suoi compagni. «Dai, presentatevi anche voi due».
«Io sono Roy», disse quello che assomigliava a Tarzan, facendo un cenno spavaldo con la mano.
«E io sono Daniel», aggiunse il ragazzo pelato accanto a lui.
La cena venne servita poco dopo: piatti fumanti di couscous, una pietanza che non avevo mai assaggiato in vita sua. Il gruppo diede inizio al pasto. Stavamo mangiando, chiacchierando e ridendo di gusto, quando Roy decise di rallegrare ulteriormente l'atmosfera con una delle sue uscite spiritose: «Ragazzi, sapete perché gli scheletri non litigano mai tra di loro? Perché non hanno fegato! E poi, parliamoci chiaro, se si prendono a pugni rischiano solo di farsi... un sacco di ossa rotte!».
A quel gioco di parole ci mettemmo tutti a ridere di cuore per la battuta in sé, divertiti da quella freddura così bizzarra. Perfino io, che avevo accumulato un bel po' di tensione durante la giornata, non potei fare a meno di unirmi al coro.
Jasper, però, tra le risate, scosse la testa e indicò l'amico con la forchetta: «Roy, tu ne dici di scemenze di solito, ma questa era decisamente troppo anche per te!».
Proprio mentre le nostre risate stavano sfumando, sentii il rumore metallico di una forchetta che cadeva sul pavimento.
Julie si accasciò sulla sedia e scivolò violentemente a terra, svenuta.
Al tavolo calò il gelo. Jasper si precipitò immediatamente su di lei, inginocchiandosi sul pavimento. Iniziò a scuoterla con delicatezza, cercando disperatamente di svegliarla. «Julie! Svegliati, Julie, ti prego! Svegliati!», continuava a chiamarla con la voce rotta dall'agitazione.
Tilly si portò le mani alla bocca, terrorizzata, mentre la cuoca, assistendo alla scena dall'alto del bancone, lasciò cadere un vassoio e corse a chiamare subito il preside. Nel giro di meno di cinque minuti, il preside Lennon fece il suo ingresso nella mensa, seguito a ruota dal professor Bellingham e dalla professoressa Richards. I docenti si chinarono sulla ragazza e la sollevarono per portarla via d'urgenza.
«State tutti tranquilli e tornate ai vostri posti», ordinò il preside con tono fermo ma controllato. «Ci occuperemo noi di lei».
«Possiamo venire con lei? Possiamo stare in infermeria?», chiese Jasper, facendo un passo in avanti con il viso pallido.
La professoressa Richards intervenne subito, bloccandolo con un braccio. «No. Julie adesso deve riposare in assoluto isolamento. Lasciatela in pace».
Mentre i professori si allontanavano nei corridoi, Tilly guardò nella loro direzione con un'espressione profondamente apprensiva. «Speriamo solo che se la cavi...».
Jasper si risedette a fatica, passandosi una mano tra i capelli, visibilmente scosso. «A dire il vero, sono giorni che la vedo un po' strana. È come se fosse sempre assente... ed è anche parecchio sciupata nell'ultimo periodo».
Io ero rimasta profondamente impressionata nel vedere Julie svenire così, di punto in bianco. Ripensandoci, l'avevo notata bizzarra fin dal primo istante in cui mi ero seduta a tavola.
Una volta terminata la cena, gli studenti iniziarono a uscire ordinatamente dalla mensa per tornare ai propri alloggi. Aron si avvicinò a me e mi sussurrò a bassa voce: «Julie è stata davvero strana in questi giorni, persino spenta. Eppure la conosco bene visto che siamo nella stessa fazione, ed è sempre stata una ragazza solare».
«Sì, infatti», risposi, stringendomi nelle spalle. «Anche se non la conoscevo, ho notato subito dei comportamenti insoliti. Aveva lo stesso identico sguardo assente sia quando Jasper che Tilly cercavano di parlarle».
Mentre stavamo parlando a bassa voce, diretti con ansia e passo pesante verso l'ufficio del preside per l'interrogazione promessa sul regolamento, i nostri passi furono improvvisamente interrotti. La professoressa Hurt ci sbarrò la strada in corridoio. Aveva le braccia incrociate e un'espressione insolitamente tesa, persino per i suoi standard.
«Riley Sparkle, fermi lì», esordì con tono fermo.
Ci scambiammo un'occhiata terrorizzata, convinti che fosse arrivato il momento della nostra punizione. Io feci un piccolo passo indietro, sentendo di nuovo bruciare lo zigomo ferito, mentre Aron deglutì a fatica.
«Il preside Lennon mi ha incaricato di riferirvi che l'interrogazione di questa sera è rimandata a domani», continuò la Hurt, squadrandoci dall'alto. «La situazione con Julie richiede l'attenzione del preside, di noi professori e del personale medico. Per stasera siete liberi di tornare ai vostri alloggi, ma non pensate di esservela cavata: domani chiederò al preside come siete andati ed esigo che sappiate a memoria fino all'ultima virgola di quel volume. Sono stata chiara?».
«Sì, professoressa», rispose prontamente Aron, sforzandosi di mantenere un tono neutrale.
«Chiarissima», aggiunsi io con un flebile filo di voce.
La Hurt ci liquidò con un cenno secco della mano e si allontanò a passo rapido verso l'ala dell'infermeria. Non appena svoltò l'angolo, io e Aron rilasciammo all'unisono un sospiro di sollievo. Era una tregua inaspettata, una boccata d'aria fresca in mezzo a un mare di tensione.
Ci salutammo rapidamente con un cenno e mi diressi a passo svelto verso il mio dormitorio, con la mente ancora fissa sul malore di Julie e sulle stranezze di quella giornata, ma con un pensiero fisso: ora avevo tutta la notte libera, senza la preoccupazione immediata del preside.
Una volta in camera, mi infilai il pigiama e mi misi a letto, i miei pantaloncini mi fesero notare il grande livido sul ginocchio anche se non faceva più male come prima. Sapevo di dover attendere il momento giusto, così feci finta di dormire per ben tre ore filate. Da sotto le coperte, tenevo segretamente d'occhio Sara, che si era messa a leggere un fumetto. Godevo di un'ottima visuale, dato che il mio letto si trovava esattamente di fronte al suo.
Finalmente, dopo quella lunghissima attesa, vidi Sara chiudere il fumetto, spegnere la luce e addormentarsi, lasciando andare un respiro regolare e pesante.
Aspettai ancora qualche minuto per sicurezza. Poi, con estrema cautela, scivolai fuori dalle coperte senza fare il minimo rumore. Mi diressi verso l'armadio, lo aprii con dita tremanti e afferrai lo zaino. Aprii lentamente la zip, infilai la mano all'interno e, finalmente, strinsi le dita attorno alla copertina scura e logora di quel libro misterioso.
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