capitolo 13: la colazione e i dubbi
Con passo deciso, io e Aron ci allontanammo dalla calca principale e ci appartammo in un tavolo isolato, posizionato proprio in un angolo infossato della stanza, lontano dagli sguardi indiscreti e dal flusso continuo dei ragazzi. Ci sedemmo l'uno di fronte all'altra.
Non facemmo in tempo a sistemarci che Jasper, accompagnato da due dei suoi soliti amici, si avvicinò dondolandosi sui talloni con la sua solita aria strafottente. Poggiò le mani sul bordo del nostro tavolo, si sporse in avanti e, stampandosi in faccia un sorrisetto ironico, esclamò a gran voce per farsi sentire sopra il rumore di fondo: «Ehi, ciao! Ci possiamo sedere qui con voi stamattina?».
Aron alzò lo sguardo, visibilmente infastidito da quell'intrusione così tempestiva, e bloccò subito le sue intenzioni con un tono secco che non ammetteva repliche: «Jasper, mi dispiace ma stamattina no. Dobbiamo parlare di una cosa importante».
Jasper non si scompose minimamente. Anzi, il suo sorriso si allargò ulteriormente, carico di una malizia pungente. Inarcò un sopracciglio, guardò prima Aron e poi me, e commentò divertito: «Uh, capisco... Prima discussione di coppia, vero?».
A quelle parole sentii le guance andare istantaneamente a fuoco. Il panico e l'imbarazzo presero il sopravvento, facendomi perdere tutta la prontezza di riflessi. «Noi... noi non... non stiamo in... insieme!» sbottai, iniziando a balbettare vistosamente e stringendo i pugni sotto il tavolo mentre cercavo disperatamente di darmi un contegno di fronte a quei tre. Sentii improvvisamente il palmo delle mani bruciare per l'agitazione e, senza che riuscissi a controllarla, una piccola fiamma si scatenò per un millisecondo tra le mie dita nascoste, spegnendosi subito dopo.
Aron, mantenendo una calma glaciale ma con gli occhi che sprizzavano scintille, fulminò il ragazzo con lo sguardo e, ignorando del tutto la mia scenata imbarazzata, andò dritto al punto: «Jasper, te ne puoi andare, per favore?».
Jasper sollevò le mani in segno di resa, indietreggiando di un passo ma senza perdere quel brio fastidioso. «E va bene, va bene, piccioni! Non vi disturbo più, promesso. Vi lasciamo alla vostra privacy». Fece per girarsi, ma uno dei suoi amici, un ragazzo piuttosto alto e dai capelli insolitamente lunghi che gli ricadevano disordinati sulle spalle, tese un braccio e afferrò Jasper per la felpa, trattenendolo. Poi si voltò verso il mio amico con aria speranzosa e quasi supplichevole: «Aron, aspetta un secondo! Non è che oggi, durante la lezione pratica sul software del computer, potresti mettere una buona parola su noi tre con il professor Bellingham? Sai com'è, siamo rimasti un po' indietro con le consegne dei codici...».
Aron non lo fece nemmeno finire. Il suo volto divenne una maschera di ghiaccio e la sua risposta fu tagliente come una lama: «Assolutamente no. Sparite».
I tre ragazzi, incassato il colpo e vedendo che non c'era assolutamente margine di trattativa, mormorarono qualcosa a bassa voce ed evacuarono la zona, allontanandosi verso il centro della mensa con un'aria decisamente delusa e i visi cupi.
Rimasti finalmente soli, l'attenzione tornò sul tavolo proprio mentre i piatti venivano serviti direttamente lì da noi. A portarceli fu la cuoca in persona, una signora decisamente grassottella, con le guance sempre arrossate dal calore dei fornelli e un grande grembiule bianco; era la stessa identica donna che l'altra sera, con una prontezza di riflessi incredibile, aveva spento l'incendio in cucina, che in realtà ero stata proprio io a far scoppiare per sbaglio con i miei poteri.
Poggiò i piatti sul legno con decisione. Davanti ad Aron sistemò una portata ricca e abbondante, mentre davanti a me, ignorando del tutto le mie timide proteste, piazzò un piatto con un uovo a occhio di bue perfetto, circondato da strisce di bacon croccante e fumante che emanavano un profumo invitante.
«Io non ho fame, davvero, non faccio mai colazione...» tentai di dirle, accennando un sorriso di scusa.
La cuoca si piantò le mani sui fianchi robusti, mi squadrò severamente dall'alto in basso e mi interruppe subito con un tono che non ammetteva repliche: «Senti un po', ragazzina, qui dentro non si salta nessun pasto. Hai bisogno di forze per le lezioni, quindi vedi di mangiare tutto senza fare storie!». E con un cenno autoritario della testa, si voltò e tornò verso la sua cucina a gestire le diciannove lavatrici e i fornelli.
Io però fissavo quel piatto con distacco. Appoggiai i gomiti sul tavolo, mi sporsi leggermente verso Aron e, per rompere il ghiaccio e allentare la tensione accumulata con Jasper, dissi: «Io comunque non capisco proprio perché qui dentro siamo costretti a fare tre pasti completi al giorno. Gli americani di solito fanno soltanto la colazione e la cena. Nel mio caso specifico, poi, a casa facevo solo ed esclusivamente la cena... però vabbè, hai capito il concetto di fondo, no? Mi sembra un'esagerazione».
Aron, che aveva appena preso in mano la forchetta, sorrise divertito dalla mia lamentela e mi spiegò: «Beh, devi sapere che il preside Lennon ha profonde origini inglesi. E dalle sue parti sono abituati a fare tre pasti abbondanti e regolari al giorno, non saltano mai niente. E in realtà... pure io sono abituato così da sempre, visto che sono spagnolo».
Lo guardai spalancando gli occhi per la sorpresa, interrompendo a metà il gesto che stavo facendo. «Davvero? Sei spagnolo?» dissi, fissandolo stupita. «Non ne avevo assolutamente idea, non mi avevi mai detto nulla a riguardo!».
«Sì, esatto», rispose Aron, mandando giù un boccone prima di continuare a spiegare. «Ma ci sono solamente nato lì. I miei genitori avevano già acquistato una casa qui in America, precisamente in Pennsylvania, e persino mia nonna viveva stazionaria in quel posto già da moltissimi anni prima della mia nascita. Quindi mi considero americano a tutti gli effetti». Si fermò per un istante, posò le posate sul bordo del piatto e mi puntò i suoi occhi verdi addosso, concentrato. «Tu invece sei proprio originaria del New Jersey, giusto?».
«Sì, esatto, sono cresciuta lì», risposi rapidamente, liquidando la questione personale con un cenno della mano. «Ma adesso abbiamo decisamente altro di cui parlare, Aron. La faccenda è seria. Quello che volevo dirti fin dalle scale è che ieri sera Sara mi ha scoperta proprio mentre stavo rientrando di nascosto nel dormitorio».
Aron, che stava masticando un pezzo consistente di uovo e bacon, per poco non si strozzò. Iniziò a tossire leggermente, portandosi una mano alla bocca per riprendersi dal colpo, visibilmente scioccato. «Era ancora sveglia?!» esclamò con un tono soffocato, parlando con il boccone di uovo ancora parzialmente in bocca a causa della fretta e della sorpresa.
«Lo so, anche io sono rimasta sconvolta», continuai io, abbassando la voce per paura che qualcuno ai tavoli vicini potesse captare qualcosa. «Mi ha minacciata apertamente. Mi ha guardato dritto in faccia e mi ha detto che l'avrei pagata cara oggi stesso, sfruttando il suo ruolo di capo».
Aron mandò finalmente giù il cibo, ripulendosi la bocca con un tovagliolo di carta, e l'espressione sul suo volto si fece improvvisamente scura e preoccupata. «Onestamente, se devo essere sincero, sono piuttosto preoccupato di quello che quella ragazza ha intenzione di farti», ammise, guardandomi dritto negli occhi. «Sai benissimo come è fatta Sara... è un tipo vendicativo e spietato. Sicuramente oggi ti condurrà con l'inganno in una qualche cantina buia e sotterranea dell'accademia e ti brucerà viva». Si interruppe per un secondo, vedendo la mia faccia terrorizzata, e un piccolo sorriso ironico gli spuntò agli angoli della bocca. «Scherzo, ovviamente. Volevo solo sdrammatizzare un po'».
Tirai un sospiro di sollievo, scuotendo la testa. «Lo so, scemo. Però mi fa paura comunque». Presi un respiro profondo, tamburellando le dita sul tavolo di legno. «E poi volevo dirti un'altra cosa, sempre riguardo a ieri sera».
«Vai, sputa il rospo», disse Aron, tornando serio e protendendosi in avanti per ascoltarmi meglio.
«Ecco... io ho continuato a pensarci tutta la notte e non penso affatto che il professor Thompson abbia delle brutte intenzioni o stia tramando qualcosa di losco», gli rivelai, esponendo finalmente i dubbi che mi avevano tormentato prima di addormentarmi. «Magari, molto più semplicemente, il suo computer personale si è rotto improvvisamente e gliene serviva uno nuovo con urgenza per lavorare, tutto qui».
Aron mi fissò per qualche istante con aria incredula, come se avessi appena detto la più grande assurdità del mondo. Scosse la testa con vigore. «Erin, andiamo, non ha minimamente senso quello che stai dicendo! Se al professor Thompson fosse servito davvero un nuovo computer per motivi di lavoro, di certo lo avrebbe chiesto direttamente al preside Lennon. Gli avrebbe spiegato il problema e Lennon gliene avrebbe fatto avere uno nuovo di zecca nel giro di poche ore, per canali ufficiali».
«Sì, hai ragione, questo è vero...» ammisi, stringendomi nelle spalle, ma cercando comunque di difendere la mia linea di pensiero meno catastrofica. «Però io continuo a non pensare che un tipo come lui voglia hackerare un computer dell'accademia o fare una cosa del genere. Mi sembra troppo».
«Erin, tu non capisci come funzionano le cose qui dentro», ribatté Aron con un tono di voce fermo, quasi paterno, nel tentativo di aprirmi gli occhi. «I nostri computer, quelli della fazione dell'Elettricità, hanno un sistema di sicurezza interno molto particolare e rigido. Ognuno di noi studenti e professori ha una password specifica e complessa per sbloccare i dati personali e segreti dell'accademia... parlo di cose enormi, come le identità protette di tutti gli studenti, i registri, o persino i codici di accesso delle telecamere di sorveglianza dell'intera struttura. Insomma, riflettici bene: se Thompson doveva semplicemente, che ne so, fare una videochiamata a sua madre o controllare le sue email personali, di certo non andava a rubare un computer nel cuore della notte, muovendosi come un ladro nell'ombra. E specialmente non avrebbe mai preso proprio uno dei nostri computer, sapendo cosa contengono».
Annuii lentamente, abbassando lo sguardo sul piatto dell'uovo ormai freddo. Dovevo ammettere a me stessa che Aron aveva perfettamente ragione; la sua logica non faceva una piega e smontava ogni mia debole teoria ottimistica. Eppure, una domanda continuava a ronzarmi nel cervello in modo ossessivo, lasciandomi un senso di vuoto: se Aron aveva ragione, perché mai Thompson voleva a tutti i costi accedere ai dati segreti dell'accademia? Cos'era che stava cercando disperatamente di scoprire là dentro?
Aron interruppe il corso dei miei pensieri cupi, indicando con la punta della forchetta il mio piatto intatto. «Quindi... mi stai dicendo che non mangi proprio niente di niente, come al tuo solito?».
Feci energicamente no con la testa, allontanando leggermente la portata da me. «No, te l'ho detto».
Lui sospirò, guardando la colazione avanzata. «Nemmeno un pezzettino piccolo di bacon? Guarda che è buono».
«No, Aron, ti ho detto di no», risposi con un mezzo sorriso. Proprio in quel momento, il grande orologio a cucù appeso sulla parete principale della mensa emise il suo tipico suono ritmico, attirando la mia attenzione. Guardai le lancette e mi irrigidii sulla sedia. «E adesso ti devi sbrigare anche tu a finire, guarda che è tardissimo. Tra pochissimi minuti inizierà la lezione teorica del professor Santos e non possiamo assolutamente permetterci di arrivare in ritardo». Aron sorrise e allungò la mano per prendere anche il mio piatto infilandosi tutto l’uovo in bocca.
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