capitolo 12: imprevisti scovenienti
Aprii la porta della mia camera del dormitorio con una lentezza millimetrica, facendo estrema attenzione a non far fare il minimo rumore alla serratura. Il corridoio interno era completamente immerso nell'oscurità e nel silenzio più assoluto, interrotto soltanto dal respiro regolare dei miei compagni di stanza che dormivano profondamente nei loro letti. Pensai, con un immenso sospiro di sollievo trattenuto in gola, di essermela cavata anche stavolta. Feci un passo felpato in avanti, pronta a sfilarti le scarpe per non fare rumore sul pavimento.
Ma, all'improvviso, una voce fredda e tagliente spezzò l'oscurità, provenendo dall'angolo destro della stanza: «Dove sei stata?».
Sobbalzai violentemente, sentendo il cuore saltarmi letteralmente in petto per lo spavento. Presa dal panico, cercai di darmi un contegno e risposi immediatamente a bassa voce, sperando che il buio nascondesse il mio nervosismo: «Da nessuna parte».
Si sentì un leggero scatto e la piccola lampadina del comodino di Sara si accese, illuminando il suo volto severo e i suoi occhi puntati dritti su di me. Sul suo viso non c'era traccia di sonno.
«Non sono stupida, Erin», disse Sara, incrociando le braccia al petto mentre rimaneva seduta sul bordo del suo letto. «Tu pensi davvero che io mi addormenti alle nove e mezza come tutti gli altri qui dentro? Ti sbagli di grosso. Io seguo scrupolosamente tutte le regole dell'accademia, tranne questa. Ho l'abitudine di restare sveglia a leggere o a riflettere». Il suo tono divenne ancora più incalzante e accusatorio. «Ti ho vista benissimo quando sei uscita di nascosto alle dieci in punto dal dormitorio. E adesso mi chiedo... visto che sono le undici passate, cosa mai avrai fatto di così importante in un'ora intera rimasta là fuori da sola?».
Sentii il sudore freddo scivolarmi lungo la schiena, ma non avevo la minima intenzione di cedere al suo interrogatorio o, peggio ancora, di fare il nome di Aron rischiando di cacciare nei guai anche lui. Presi un respiro profondo e, stringendo i pugni lungo i fianchi, ribattei con fermezza: «Non sono affari tuoi, Sara».
Sara rimase a fissarmi per qualche istante, studiando la mia espressione ostinata, poi sul suo volto comparve un sorriso malizioso e decisamente poco rassicurante. «Bene», esordì con un tono di voce falsamente calmo e pacato. «Visto che non vuoi dirmi assolutamente niente, ti ricordo che sono pur sempre il tuo capo qui dentro. Domani vedrai di persona cosa ti succede per aver fatto di testa tua».
Senza darmi il tempo di replicare o di difendermi, Sara si girò di nuovo verso il proprio letto, si sdraiò sotto le coperte e spense bruscamente la lampadina sul comodino con un gesto secco, ricacciando l'intera stanza nell'oscurità più totale.
Rimasi immobile per qualche secondo nel mezzo della camera, con le parole minacciose di Sara che mi rimbombavano nella testa come un sinistro avvertimento. Cercando di non fare ulteriore rumore, mi diressi a passi felpati verso il bagno per cambiarmi e mettermi il pigiama con le paperelle.
Mentre mi sciacquavo il viso con l'acqua fredda davanti allo specchio, lo sguardo perso nel vuoto, la mia mente iniziò a viaggiare a mille all'ora. Continuavo a interrogarmi, con una crescente ansia nello stomaco, su che cosa avesse in mente di farmi Sara l'indomani. Conoscevo il suo carattere rigido e vendicativo, e sapevo che come capogruppo aveva il potere di rendermi la vita un vero inferno davanti a tutti i professori.
Tuttavia, non appena richiusi la porta del bagno e mi infilai stanca sotto le coperte calde del mio letto, sentii il peso enorme di quella giornata gravare improvvisamente sulle mie palpebre. Erano successe decisamente troppe cose in pochissime ore: prima la cena, poi la scoperta del bosco digitale con Aron, i racconti dolorosi del nostro passato, la fuga improvvisa sotto il tavolo e il mistero del professor Thompson con i computer Apple. Per non parlare della spossatezza per le lezioni del mattino: la ramanzina e la battuta tagliente della professoressa Flame dopo la palla di fuoco gigante che aveva scatenato in mezzo all'aula per metterci alla prova, e subito dopo i faticosi assalti durante la lezione di scherma, che mi avevano lasciato i muscoli a pezzi. Ero stremata, sia fisicamente che mentalmente. La mia mente non aveva più le forze per elaborare altre paure o strategie.
Le sveglie suonarono tutte insieme in un modo assordante, riempiendo la stanza di un baccano infernale, ma questa volta, fortunatamente, non caddi dal letto. Ormai avevo la sensazione che la mattina, all'interno del dormitorio, l'atmosfera fosse quasi surreale: tutti sembravano dei soldatini ben addestrati, muovendosi in sincronia e facendo esattamente le stesse cose nello stesso identico momento. Mi misi ordinatamente in fila nei corridoi per riuscire a lavarmi i denti e a farmi una doccia veloce, stringendo la mia divisa pulita tra le mani mentre aspettavo il mio turno con impazienza.
Ogni studente dell'accademia ha in dotazione tre divise, una per ogni settimana; appena si sporcano, la cuoca si occupa di lavarle, dato che ha anche questo incarico speciale oltre a quello di preparare i pasti. Infatti, proprio all'interno della sua cucina, c'è un grande ripostiglio nascosto con dentro ben 19 lavatrici sempre in funzione.
Una volta pronta, io e altri cinque ragazzi della mia stanza iniziammo a scendere i grandi gradini di pietra dell'accademia. Fu proprio lungo le scale che lo vidi: Aron stava scendendo poco più avanti. Sentendo una morsa allo stomaco per l'ansia accumulata la sei prima, accelerai il passo, corsi subito verso di lui e lo chiamai a bassa voce: «Aron, ti devo parlare».
Lui si voltò a guardarmi, aggrottando leggermente le sopracciglia, e mi studiò per un istante prima di rispondere: «Che è successo? Ti vedo parecchio preoccupata».
«Dopo te lo dico, promesso», gli sussurrai lanciando un'occhiata rapida agli altri studenti intorno a noi. «Dobbiamo parlarne assolutamente prima che inizi la lezione teorica del professor Santos». Quel giorno, infatti, Santos aveva programmato una lunga e pesante sessione di teoria che si sarebbe tenuta eccezionalmente tra i tavoli della grande biblioteca dell'accademia.
Aron scosse la testa, accennando un mezzo sorriso per calmarmi. «Ma parliamone in mensa, no? Dobbiamo andare a fare colazione adesso».
Sbuffai leggermente, stringendo i libri al petto. «Aron, te lo avevo già accennato l'altra volta... io non faccio mai colazione la mattina».
Lui mi guardò con aria di rimprovero, incrociando le braccia. «Primo: ti fa bene, è il pasto più importante della giornata per avere le energie necessarie. E secondo: dobbiamo parlare, mica solo mangiare. Ci sediamo a un tavolo tranquillo e mi racconti tutto».
Riconobbi che stare in mezzo alla confusione del corridoio non era il massimo per un segreto del genere. «E va bene, mi hai convinta», ammisi, cedendo alla sua insistenza.
Ci staccammo dal flusso degli altri studenti e ci dirigemmo insieme, a passo svelto, verso le grandi porte della mensa.
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