Storia · capitolo 11

capitolo 11:passi nel buio

spark cage: un destino di fuoco di faby

Il panico mi gelò istantaneamente il sangue nelle vene. Per un secondo infinito il mio cuore smise quasi di battere, mentre il terrore di essere scoperti a quell'ora della notte prendeva il sopravvento. Senza pensarci due volte e con riflessi fulminei, Aron mi afferrò saldamente per un braccio e mi tirò giù verso il pavimento. Ci nascondemmo a tutta velocità sotto uno dei grandi tavoli da lavoro posizionati al centro dell'aula, rannicchiandoci l'uno accanto all'altra nel buio più totale e sforzandoci di trattenere persino il respiro. Il battito del mio cuore rimbombava così forte nelle mie orecchie che temevo seriamente potesse sentirsi dall'esterno dell'aula.Inizialmente, con la stanza ancora avvolta dalle ombre e i proiettori sferici che si stavano spegnendo bruscamente cancellando il bosco digitale, non riuscivamo assolutamente a capire chi fosse l'intruso. Sentimmo soltanto dei passi pesanti, lenti e cadenzati che si avvicinavano pericolosamente alla nostra posizione. Ma poi, quando la persona misteriosa allungò la mano verso la parete e accese di colpo la luce al neon centrale dell'aula, la verità venne finalmente a galla, illuminata da quel bagliore freddo.Attraverso lo spazio ristretto tra le gambe delle sedie e i cavi elettrici, sgranai gli occhi. Vidi chiaramente che si trattava del professor Faron Thompson. Con una mossa rapida, fluida e senza guardarsi troppo intorno, come se avesse fretta o sapesse già esattamente cosa fare, il professore si diresse dritto verso un tavolo da lavoro posizionato proprio accanto al nostro. Allungò las mani e prese uno dei Mac — i computer Apple usati per la programmazione avanzata — che si trovava appoggiato lì sopra. Lo sollevò con cura, se lo mise sotto il braccio e se ne andò a passo svelto così com'era venuto, richiudendosi la pesante porta metallica alle spalle.Rimanemmo completamente immobili e pietrificati ancora per qualche lungo secondo, finché il rumore dei suoi passi non svanì del tutto lungo il corridoio deserto. Appena udimmo il silenzio totale tornare a regnare nella stanza, tirammo un immenso sospiro di sollievo e uscimusmo carponi da sotto il tavolo, rimettendoci faticosamente in piedi.Aron si passò una mano tra i capelli spettinati, visibilmente teso e con la mascella contratta, e sussurrò a bassa voce: «Ancora lui...».Lo guardai confusa, sistemandomi la maglietta spiegazzata e cercando di calmare il tremore alle mani. «Cosa intendi con ancora lui?» gli chiesi, guardandolo dritto negli occhi verdi in cerca di risposte.Aron si guardò intorno con circospezione per assicurarsi ancora una volta che fossimo davvero soli all'interno della struttura, poi si girò verso di me e mi spiegò l'accaduto: «Una sera di qualche settimana fa ero appena uscito da quest'aula, era tardissimo, ben oltre il coprifuoco. Appena vidi una figura scendere le scale in fondo al corridoio, corsi subito verso la mia camera nel dormitorio per non farmi beccare in flagrante. Ma sfortunatamente Thompson mi notò e mi bloccò all'istante». Aron raddrizzò la schiena, gonfiò il petto e imitò alla perfezione la voce profonda, nasale e incredibilmente severa del professore: «Sparkle, che fai ancora sveglio?».A quell'imitazione così improvvisa, buffa e azzeccata, non potei fare a meno di trattenere a stento una risata, sentendo la forte tensione del momento sgonfiarsi per un attimo.«E tu cosa gli hai risposto per salvarti?» domandai, sforzandosi di tornare seria e concentrata.«Gli dissi la prima scusa che mi venne in mente: che avevo sentito uno strano rumore provenire dai piani inferiori e che ero andato semplicemente a controllare per sicurezza», continuò Aron, tornando alla sua voce normale e abbassando ulteriormente il tono per non farsi sentire. «Poi, per spostare l'attenzione da me e fare il finto tonto, chiesi io direttamente al prof perché fosse ancora in giro a quell'ora della notte, e lui mi rispose che semplicemente non riusciva a dormire a causa dell'insonnia. Quando mi ordinò con un gesto secco di rientrare immediatamente in camera mia, io feci finta di ubbidire e mi incamminai. Però, appena si allontanò un po' credendo che me ne fossi andato, riuscii subito di nascosto e mi nascosi dietro una spessa tenda per spiarlo lungo il corridoio».Rimasi a bocca aperta, colpita dal suo coraggio e dalla sua imprudenza. «E cosa hai visto di preciso da lì?»«Vidi che aveva in mano una tessera magnetica per entrare proprio nell’aula di addestramento dell’Elettricità», mi rivelò Aron con lo sguardo fattosi improvvisamente cupo e serio. «E la cosa assurda è che io so per certo che non ha alcuna autorizzazione per averla, non so assolutamente dove l’abbia presa e chi gliela abbia data, visto e considerato che lui non fa minimamente parte di questa fazione e insegna tutt'altro. Quella notte fece l'esatta stessa cosa che ha appena fatto ora sotto i nostri occhi: entrò nell'aula, prese un computer e se ne andò via nell'ombra».«È davvero strano...» sussurrai, incrociando le braccia al petto e sentendo un brivido freddo correrci lungo la schiena. «A cosa gli serve un computer di questa fazione se non è la sua? Secondo te cosa sta tramando nascosto nell'ombra?»Aron scosse la testa, guardando verso la porta chiusa. «Non lo so, Erin. Ma c'è qualcosa di grosso sotto. I computer di quest'aula contengono i codici sorgente di tutta la rete informatica dell'accademia. Se Thompson sta cercando di accedere a quei dati o se li sta portando fuori da qui, significa che nessuno di noi è davvero al sicuro».Ci guardammo per un istante, consapevoli che avevamo appena scoperto un segreto molto più grande di noi. Il silenzio dell'aula ora sembrava quasi soffocante, pesante. Sapevamo entrambi che restare lì un minuto di più sarebbe stato un suicidio.«Forse è meglio se torniamo nei dormitori prima che decida di fare un altro giro di perlustrazione», proposi io, spezzando la tensione.Aron annuì lentamente, riponendo la sua scheda modificata in tasca. «Sì, muoviamoci».Ci avvicinammo alla porta con estrema cautela. Prima di aprirla, mi voltai un'ultima volta verso di lui, sopraffatta dai dubbi. «Dirai di questa cosa al professor Bellingham?» gli chiesi a voce bassissima.Aron rimase un attimo in silenzio, riflettendo cupamente, poi scosse la testa. «No. Voglio prima riuscire a capire le sue intenzioni prima di muovere accuse. Se Bellingham non mi credesse, Thompson lo verrebbe a sapere».Capii il suo punto di vista e mi limitai ad annuire. Aron aprì uno spiraglio di porta, controllò che il corridoio fosse deserto e poi uscimmo, muovendoci come ombre nel buio. Arrivati al punto in cui dovevamo dividerci per raggiungere le nostre rispettive stanze, ci fermammo.«Buonanotte, Erin», sussurrò Aron, con un tono insolitamente dolce che mi fece dimenticare per un secondo tutta la paura di poco prima.«Buonanotte, Aron», risposi, rivolgendogli un piccolo sorriso prima di dileguarmi silenziosamente lungo le scale.

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