capitolo 10:oltre lo schermo
Mi girai a guardarlo e gli chiesi: «Cosa c'è?».
Aron si guardò intorno nel corridoio quasi deserto, assicurandosi che nessuno ci stesse sentendo, poi tornò a fissarmi con un mezzo sorriso. «Incontriamoci alle dieci di sera davanti all'aula di addestramento dell'Elettricità. Devo mostrarti una cosa».
Rimasi un attimo sorpresa dall'invito e dall'orario, ma prima che potessi ribattere, lui si era già voltato per andarsene.
Quella sera, poco prima dell'orario del coprifuoco, uscii di nascosto dal mio dormitorio. Percorsi le scale in silenzio per non farmi sentire e imboccai il corridoio della fazione dell'Elettricità. Le lezioni erano finite da un pezzo e l'intera zona era immersa nel buio. Camminai finché, proprio alle dieci in punto, non mi trovai davanti all'aula di addestramento. Aron era già lì che mi aspettava.
Senza dire una parola, tirò fuori una specie di scheda magnetica modificata, la passò sul lettore e la porta scattò con un leggero clic. Entrammo senza fare rumore, richiudendoci la porta alle spalle.
«Se ci scoprono qui dentro a quest'ora siamo morti», sussurrai, guardando l'enorme spazio buio.
«Fidati di me», rispose lui.
Si avvicinò a una console principale al centro della stanza e digitò rapidamente una sequenza di comandi sulla tastiera. All'improvviso, dai quattro angoli del soffitto si attivarono dei piccoli proiettori sferici che iniziarono a ronzare debolmente.
Un istante dopo, le pareti dell'aula sparirono.
Ci ritrovammo completamente immersi in uno scenario fantastico digitale a 360 gradi: una distesa di alberi dai tronchi luminescenti e foglie di cristallo che riflettevano la luce di ben tre lune nel cielo notturno virtuale. Sotto i nostri piedi, il pavimento sembrava d'erba fosforescente che reagiva a ogni nostro minimo passo, emettendo piccole onde di luce azzurra. Era così realistico che mi sembrò quasi di sentire un leggero profumo di menta e pioggia.
Rimasi a bocca aperta, girando su me stessa per guardare quel capolavoro di ologrammi. «Ma... cos'è questo posto?»
Aron si poggiò alla console, guardandomi divertito per la mia reazione, e prese la parola: «Questo è quello che faccio di solito. Ci vengo solamente di notte, di nascosto da tutti, per rilassarmi e staccare la spina».
Mentre osservavamo quelle lune virtuali, lo sguardo di Aron si addolcì e continuò a raccontare: «Sai, mia nonna mi portava sempre in un posto simile. Era un bosco vero vicino a casa nostra che ricordava tantissimo lo scenario di questo ologramma. Portava sempre con sé il suo libro di fiabe e si sedeva lì con me a leggermi le storie che amavo di più, come Hansel e Gretel, I tre porcellini e molte altre».
Il suo tono di voce si fece più serio, e guardando fisso davanti a sé mi spiegò il motivo per cui era così legato a lei: «Vivevo con mia nonna perché i miei genitori sono morti in un incidente stradale quando ero più piccolo».
«Mi dispiace davvero», dissi sinceramente, colpita dalle sue parole.
Aron scosse leggermente la testa con un sorriso amaro. «Non importa, in realtà non mi ricordo nemmeno di loro. Ero troppo piccolo, avevo solo due anni. Dovevano andare a un evento di lavoro... erano entrambi scienziati, ma non sono mai tornati».
Lo guardai, sentendo una stretta al cuore. «Non posso capire fino in fondo il tuo dolore», ammisi a bassa voce, «posso solo immaginare quanto sia stata dura».
Lui sembrò voler scacciare la tristezza e cambiò subito discorso, accennando un sorriso più spontaneo: «Sai, i primi mesi che vivevo con mia nonna dovevo giocare con le bambole di mia madre, perché gli scatoloni con i miei giochi ci misero una vita ad arrivare».
Scoppiai a ridere all'idea di Aron che armeggiava con delle bambole, ma sotto quella reazione notai comunque uno sguardo malinconico nei suoi occhi. Decisi di assecondarlo e cambiare argomento per non farlo soffrire ancora. «Domani che programmi hai?» gli chiesi.
Lui sospirò, tornando a guardare lo scenario virtuale. «Domani devo cercare di farmi rispettare e guidare il mio gruppo a creare un nuovo software per rilevare i virus che possono danneggiare il sistema informatico».
«Sono sicura che ce la farai», gli dissi con convinzione.
Aron si voltò verso di me, scettico. «Te l'ho già detto, non sono un bravo leader. Quelli del quinto anno non mi ascoltano proprio. Jasper, sì che era un vero leader».
«Non dire così», ribattei prontamente.
«Invece è la verità», insistette lui, stringendosi nelle spalle. «Mi sono fatto dare pure alcuni consigli da Gil, ma su di me non funzionano».
Lo fissai negli occhi, accorciando di un passo la distanza tra noi. «Non funzionano perché sei troppo buono. Ed è raro trovare persone come te qui dentro... anzi, in realtà, anche lì fuori».
Aron rimase in silenzio per un attimo, colpito dalle mie parole. Poi mi rivolse un sorriso sincero e tornò a guardare il panorama luminescente davanti a noi.
Poi Aron riprese a parlare e mi chiese: «E tu invece? Domani che hai da fare?».
«Ho lezione di scienze», risposi facendo una smorfia. «Dobbiamo creare un fuoco artificiale. Onestamente io odio scienze... sai, sono stata bocciata proprio per colpa di scienze e matematica».
Aron si voltò di scatto a guardarmi, sorpreso. «Veramente sei stata bocciata?».
«Sì», ammisi, abbassando lo sguardo sul pavimento fosforescente. «In realtà non sono mai stata portata per le materie scientifiche, e poi in quel periodo stavo piuttosto male».
Aron mi fissò con stampata in volto un'espressione comprensiva. «Perché?» chiese, per poi affrettarsi ad aggiungere con delicatezza: «Sempre se ti va di dirmelo, ovvio».
Sospirai, sentendo il peso di quel vecchio ricordo che riaffiorava. «Avevo un migliore amico... cambiò città e non lo rividi più. All'inizio gli scrivevo, ma lui non mi rispondeva mai. Era bravissimo in scienze, ed era solo grazie a lui se prima me la cavavo».
Aron rimase in silenzio per qualche istante, assimilando le mie parole, poi parlò con tono serio: «Si è comportato un po' male. Io non avrei mai trattato in questo modo una persona come te».
Le sue parole mi toccarono nel profondo. Gli rivolsi un sorriso dolcemente grata, sentendo un improvviso calore al petto.
Ma proprio in quel momento, la magia dell'ologramma andò in frantumi. Sentimmo chiaramente dei passi pesanti provenire dall'ingresso e una voce severa rimbombò nell'aula: «Chi c'è qua?».
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