Capitolo 1
IL PREZZO DELLA CAUSA
(Ottobre 1511)
La presenza sul posto di Gian Giacomo Trivulzio era motivo di agitazione per tutti. Un personaggio di tale rango non si muoveva senza che vi fosse un accadimento di grande importanza o gravità. Era infatti un nobile di alto lignaggio e comandante in capo delle truppe francesi a Milano.
Al momento camminava lentamente nella cappella privata di Sant’Apollinare nel borgo rurale di Baggio, prossimo a Milano, di proprietà della potente famiglia Da Baggio. Si muoveva con cautela, spostando con il piede e con un’aria palesemente disgustata lo sporco sul pavimento. La cappella era infatti in stato di incuria dato che la famiglia aveva licenziato gli uomini che si occupavano della pulizia. Anche per i nobili le spese dovevano essere oculate, il Signore avrebbe compreso. Una luce grigiastra entrava dalle strette aperture sulle pareti. Era mattino, ben oltre l’alba, ma il sole non si scorgeva ancora, il tempo non prometteva di evolvere per il meglio.
Poco lontano, sul pavimento accanto all’altare, giaceva il cadavere di una ragazza. Stava riversa sulla schiena, una macchia di sangue si stava coagulando intorno al collo ma da una parte sola, come l’orrido bargiglio rosso di un gallo.
In silenzio, un uomo in uniforme si avvicinò al nobile, mantenendosi rispettosamente a due passi di distanza. Del Trivulzio era noto il carattere irascibile unito a un grande potere. Un gesto sbagliato poteva rappresentare la fine di qualsiasi aspirazione, una parola male interpretata poteva costare la galera o peggio.
Il Trivulzio si voltò facendo cenno di avvicinarsi alla guardia che accorse prontamente al suo fianco, spostando quindi nervosamente il peso da un piede all’altro. Il nobile lo squadrò parlandogli con severità: “Quindi un birro e nulla più mi hanno mandato. Al momento me ne farò una ragione ma se le cose non prenderanno la giusta direzione il Capitano di Giustizia passerà qualche brutto momento. Mi ha comunque informato della vostra grande esperienza e della capacità già dimostrata di essere a capo di un’indagine seppur siate di grado non certo elevato. Ma qui si tratta di faccenda di estrema delicatezza. La sventurata è niente di meno che Isabeta, nipote di Gaston De Foix, luogotenente generale del Re Luigi XII e attuale governatore di Milano. Voi sapete quanto sia complicata l’attuale situazione per i francesi, assediati ovunque da minacce e idee sovversive. Non è questo il primo omicidio di persone legate ai nostri governanti. Quindi esigo da voi, Pietrantonio Galli, la massima riservatezza. Voglio un colpevole molto rapidamente e una condanna senza appello. Ne va del nostro onore, del Ducato e…. della vostra testa” Tornò ad osservare il Galli con aria truce “Non mi sfugge che potevate fare più carriera se non fosse per vostre certe passate frequentazioni con personaggi ostili alla Francia. Buon per voi che non sono emersi capi di imputazione a vostro carico ma solo una certa leggerezza di comportamento. Questa è la vostra occasione di riscatto, ma sappiate che non vi perderò d’occhio un istante. Al primo segnale di tradimento o di lassismo nel condurre le ricerche… Inutile aggiunga altro. Ora ditemi tosto quali sono gli sviluppi dell’indagine”.
Il povero Pietrantonio si sfregava nervosamente le mani. Il richiamo ai suoi sentimenti antifrancesi, per fortuna e per sua estrema prudenza mai emersi in modo tanto grave da portarlo davanti ad un Tribunale, ora gli venivano buttati in faccia come una minaccia assolutamente non velata. “Vostra grazia, come ben sa sono passate poche ore dal ritrovamento del corpo ma il custode ci ha detto che qui intorno si aggira sempre un tal Angiolino Marocco, senza fissa dimora, lo stiamo cercando”. “Molto bene Galli” rispose il Trivulzio “mantenetemi aggiornato ad ogni minima novità”. Il birro fece un inchino esagerato ma avvertiva un prurito al collo che temeva potesse preludere ad un suo prossimo distacco dal resto del corpo se non si fosse fatta rapida giustizia. Il Trivulzio si allontanò ancora prima che il povero Pietrantonio potesse terminare il suo gesto ossequioso e lo fece senza più pronunciare una parola, le mani unite dietro la schiena, seguito da due guardie del corpo che fino a qual momento erano rimaste celate nell’ombra ma pronte ad intervenire.
Galli tornò a osservare da vicino il cadavere della povera ragazza. Sul lato destro del collo spiccava un taglio dai bordi nettissimi. Qualcosa non lo convinceva ma non riusciva ancora a decifrare il motivo del suo turbamento. Sapeva di non dover forzare nessun pensiero a riguardo, quel noto formicolio allo stomaco che gli segnalava qualcosa di strano sarebbe arrivato al livello della consapevolezza da solo, più tardi.
I suoi pensieri furono interrotti dall’arrivo di altri due birri che trascinavano tra loro un uomo non più giovane ma al quale era difficile attribuire un’età certa dato lo stato dimesso, ad usare un eufemismo, in cui versava. “Capitano, lo abbiamo pescato che si aggirava qui intorno e ha confermato di essere quell’Angiolino Marocco che ci avete ordinato di trovare” il birro che aveva parlato porse al Galli un coltello “Questo glielo abbiamo trovato nella bisaccia”. Pietrantonio lo osservò con attenzione. Non c’erano dubbi: era sporco di sangue.
“Dunque” disse al povero Angiolino a cui tremavano terribilmente le mani “confessi subito o vuoi passare per la sala interrogatori? Non te lo consiglio visto che hai ucciso una persona di rango tale che dovrai implorare di morire anche tu altrettanto rapidamente. Il tuo coltello è sporco di sangue e la ferita è proprio da coltello, non mi sembra ci sia bisogno di altro”.
Il povero Angiolino scoppiò in lacrime “Vi giuro illustrissimo non ho ucciso nessuna persona. Con quel coltello ho ucciso un gatto che ha costituito la mia cena. Vi prego di credermi non conosco quella ragazza”. Il suo sguardo non si staccava dal cadavere e le sue mani non trovavano pace. Il Galli replicò “Gatto per cena…. Vi aggirate quindi sempre qui intorno in cerca della vostra… cena” storse la bocca in segno di disgusto, ripetendo quel termine che accostato al pensiero di un gatto gli generava un senso di nausea “sempre attento a tutto quello che vi circonda e non avete visto nulla? Difficile da credere”.
Il povero prigioniero sembrò riscuotersi “in realtà sì illustrissimo, ho visto qualcosa. Ero prossimo alla qui vicina Osteria dei Tre Giullari dove ogni tanto mi passano degli avanzi. Io ero al buio, sul lato dove si trova la porta di servizio e mentre attendevo ho visto uscire da quella principale una ragazza che dal vestito sembrava proprio lei ed in compagnia di qualcuno anche lui vestito molto bene, ma non ho potuto distinguerne chiaramente il volto”.
Pietrantonio lo fissò “Farò accertamenti e se mi avete mentito vi farò scuoiare vivo. Portatelo in caserma e mettetelo in catene in attesa del mio ritorno” poi ebbe come un’idea improvvisa “Angiolino grattatevi la testa per favore”. I birri e il povero Marocco lo fissarono come fosse impazzito ma quest’ultimo obbedì prontamente. “Molto bene, potete andare”. Pietrantonio era pensieroso mentre si avviava verso l’osteria.
Quando fece il suo ingresso si accorse subito che era un ambiente raffinato, non certo da popolino ma nemmeno lui era sicuro di poterselo permettere. I tavoli erano pochi ma molto eleganti, con alcuni separè che lasciavano immaginare incontri galanti o tra nobiluomini che dovevano discutere di affari riservati. Le tovaglie bianche erano pulitissime, i lumi avevano una certa ricercatezza. A Milano e nelle sue immediate vicinanze si trovavano non pochi locali di quel tipo i cui clienti erano personaggi ai quali bisognava rivolgersi con molta attenzione e deferenza. Ma data l’ora, in quel momento non c’era nessuno. Si avvicinò quindi al banco e si presentò all’oste che non sembrava assolutamente preoccupato di fronte ad un rappresentante delle forze dell’ordine. Si capiva bene come fosse uso a trattare con personaggi importanti e autorevoli, un semplice birro era ben lungi dal creargli disagio. “Mi dica” esordì il Galli senza tanti preamboli “La sua osteria è frequentata tra gli altri da Isabeta, nipote dell’illustrissimo governatore Gaston de Foix?” lo sguardo dell’oste si fece sornione “Eccellenza con tutte le persone che vengono qui….” Ma Pietrantonio lo interruppe irritato. Intanto aveva notato come il titolo con cui lo aveva appellato era stato pronunciato con una certa ironia e poi non aveva assolutamente tempo da perdere “Certo e voi non sapreste riconoscere una dama così nota e di alto rango. Parlate!” l’uomo raddrizzò le spalle in un impeto di orgoglio “Per noi la riservatezza è sacra vostra eccellenza” scandì le ultime parole ancora con tono irriverente.
“Molto bene” il Galli lo fissò dritto negli occhi e poi fece un sorriso vagamente inquietante, o almeno questo era il suo intento “Anche per noi, mi creda. Soprattutto per sua eccellenza Gian Giacomo Trivulzio che si trova a capo delle indagini. Vi porterò in caserma dove il nostro boia riesce, pensate, a scuoiare un uomo in listelli di pelle così sottili che sembrano stringhe per gli stivali, mettendoci ore a completare il lavoro. Alla fine parlano tutti. Oh ma vi assicuro che è assolutamente riservato. Non rivelerà mai il nome della persona sulla quale ha dato sfoggio della sua arte, sia popolano, nobile o…. oste”.
L’uomo dietro il banco trasalì “ Aspettate non corriamo. Credo di potermi fidare di voi per la riservatezza… “ Pietrantonio fece un cenno di condiscendenza “ecco sì, in effetti Isabeta veniva spesso qui, lo confermo”. Pietrantonio lo guardò severamente “Adesso ditemi subito e senza reticenza: con chi si vedeva, quale fosse il suo normale modo di comportarsi, cosa consumava?” L’oste pareva in imbarazzo “Beh ecco come posso dire…. Isabeta beveva molto, soprattutto adorava il Moscato della Candea e la Malvasia. Aveva i suoi amici ma ecco… si intratteneva con molti uomini. Non voglio dire che… Insomma non lo so cosa facesse esattamente e lungi da me qualsiasi illazione poco rispettosa, ma ecco, spesso si appartava nei separè con queste nuove amicizie o usciva da qui insieme a loro”. A Pietrantonio non bastava ancora e incalzò l’uomo ormai in un bagno di sudore “e dove andava? con chi si è vista ieri sera? con chi è uscita di qui? Badate bene che sento già il boia affilare la lama al suo coltello” Il pover’uomo era terrorizzato “So dal suo vetturino che per stare ancora più appartata di quanto le consentisse il mio umile locale, si appartava nella cappella privata di Sant’Apollinare e alle volte lo rimandava a casa dicendo che sarebbe rientrata in altro modo, probabilmente accompagnata dal suo nuovo amico.”
Poteva essere vero: la ricerca era partita proprio dalle indicazioni del vetturino quando quella mattina la ragazza non era ancora tornata a casa. Aveva dichiarato di essere stato congedato la sera prima. Insieme a lei c’era un uomo che però lui non poteva indicare dato che si teneva nell’ombra. Era un comportamento non inconsueto da parte di Isabeta. Ma ogni mattina poi si recava da lui con il premio in denaro per i suoi servigi e soprattutto la sua discrezione. Quando quel giorno lei non era venuta e aveva invece notato l’agitazione del personale di servizio che aveva trovato intatto il letto della padroncina, non aveva potuto esimersi dal raccontare tutto al suo signore. Probabilmente avrebbe perso il posto e sarebbe stato preso a nerbate, sperava niente di peggio. Ma era meglio che essere scoperto in un secondo momento aveva dichiarato ancora, in tal caso sarebbe stato sicuramente e fortemente sospettato. Aveva però l’alibi fornito da almeno tre persone che a palazzo lo avevano visto rientrare la sera presto e dopo aver bevuto qualcosa insieme si erano recati a dormire. Dallo stato del sangue versato sul pavimento e dello stesso corpo, la ragazza, così aveva sentenziato il medico, era stata uccisa almeno sei ore prima del ritrovamento, quindi a notte inoltrata.
L’oste si asciugò la fronte e riprese il racconto “Ieri sera è uscita con un tizio elegante ma che non conosco”. Pietrantonio era molto esperto. Gli bastò un battito di ciglia e una lieve esitazione nella voce per riconoscere la menzogna. Passò con indifferenza il taglio della mano sul palmo dell’altra come a simboleggiare qualcosa che veniva affilato “Siete reticente oste. Dovrò dunque portarvi con me”.
L’uomo crollò definitivamente “No aspettate, mi sono confuso, sapete, con tutti i clienti…. Ora ricordo: si trattava di Giacomo Da Baggio, senza dubbio.” Pietrantonio trasalì, uno dei rampolli più importanti di quella famiglia, cugino di quell’Antonia Da Baggio andata in sposa a Cristoforo Castiglione e molto amico del di loro figlio Baldassare. Si parlava di persone addentro alla corte di Massimiliano Sforza.
Il Galli fece finta di nulla “D’accordo. Ma se scopro che mi avete mentito anche su un minimo dettaglio tornerò e vi giuro che non sarò più io a porre domande”. Non attese la risposta dell’oste e si allontanò. Mentre usciva meditava: conosceva Giacomo, gli era nota la sua antipatia per i francesi, molti all’interno della corte dello Sforza avevano questi sentimenti, lo stesso Massimiliano era in odore di cospirazione antifrancese. Pietrantonio e Giacomo si erano scambiati alcune opinioni in merito ed avevano convenuto su molti punti. Ora doveva tornare a trovarlo, ma in tutt’altra veste.
Giacomo dimorava nella elegante residenza di famiglia nella pieve di Cesano Boscone. La struttura era imponente ma sobria, una sorta di fortezza camuffata da villa di campagna. Ma non v’era dubbio che all’occorrenza sarebbe diventata una roccaforte difficile da espugnare. I tempi erano difficili e le insidie numerose.
Pietrantonio si annunciò alle guardie all’ingresso e dopo una brevissima attesa fu accolto a palazzo. Fece il suo ingresso in un ampio salone decorato con i simboli della famiglia e dei suoi alleati e parenti. Tutto nell’ampio locale simboleggiava l’opulenza e il rango della famiglia: i preziosi arazzi alle pareti, l’enorme tavolo di legno massiccio, i broccati che fungevano da tende davanti alle grandi finestre di autentico vetro.
Giacomo gli andò incontro e lo abbracciò con trasporto, guardandolo attentamente “Caro amico, che piacere. Ma vedo che non hai fatto molta carriera il che, dato il tuo innegabile acume, è sorprendente. Cosa ti porta da me?”. Pietrantonio ricambiò l’abbraccio “Per quanto riguarda la carriera puoi immaginare. Anche solo un lieve sospetto tronca qualsiasi progresso per chi non è nobile”
Giacomo annuì con lo sguardo serio. Lui stesso era stato sospettato, non senza ragione, di cospirazione anti francese, ma il suo rango lo aveva salvato da indagini più approfondite. Aveva sino a quel momento ricevuto solo un monito riguardante le riunioni che si svolgevano nel suo salotto, frequentate da personaggi invisi al potere costituito. Tra questi anche lo stesso Galli, che se non aveva perso il posto lo doveva proprio a quell’amicizia con Giacomo che gli garantiva una certa tutela. Amicizia che nasceva da quando erano bambini. La mamma di Pietrantonio era infatti domestica a palazzo e i due ragazzini giocavano insieme nel parco. Fattosi più grande fu sempre grazie ai buoni uffici dell’amico che poté essere arruolato nei bargelli e prestare servizio come birro. Ma lui non era certo altolocato e sapeva di dover prestare molta attenzione. I suoi limiti invalicabili prima di penzolare da una forca erano molto più ristretti di quelli del nobile amico. In quelle riunioni aveva sentito parlare di congiure e possibili scenari di sovvertimento dell’ordine costituito. Nel suo cuore parteggiava per quei coraggiosi, ma sapeva che se un solo sospetto su quanto avveniva lì dentro fosse diventato una certezza, sarebbe stata la forca certa per tutti, nobili o meno.
“Accomodati dunque, stavo dimenticando le regole della buona creanza” Giacomo lo fece accomodare vicino ad un elegante caminetto, su una poltrona facente parte di una coppia elegantissima. Fattura francese ipotizzò il Galli. Il padrone di casa fece cenno ad un maggiordomo che il birro non aveva notato fino a quel momento, appartato com’era in un angolo buio della sala. Gli fu ordinato di portare due coppe del miglior vino.
“Per quanto concerne invece il motivo della mia visita” esordì il Galli “questa volta temo riguardi un’indagine ufficiale, seguita con grande attenzione dai più alti livelli”
Giacomo lo guardò fisso “Un’indagine? E su cosa?”
Pietrantonio come suo uso non perse tempo “Puoi mostrarmi il pugnale che porti al fianco?” l’amico si rabbuiò “Obbedisco solo perché ti porto amicizia, ma bada a non esagerare” estrasse il pugnale e lo porse all’amico.
Pietrantonio si limitò a guardare l’arma e poi di nuovo Giacomo “ieri sera sei andato all’Osteria dei Tre Giullari dove ti sei intrattenuto con tale Isabeta con la quale ti sei poi recato alla cappella di Sant’Apollinare”
“Inutile negarlo. Bella ragazza, di rango elevato, impossibile resisterle”
“Capisco. E dopo ? Lei ha liquidato il vetturino ma non ha fatto ritorno a casa. Tu non l’hai accompagnata e un gentiluomo non lascerebbe mai sola una ragazza a tarda sera. In realtà a casa non è mai tornata perché è stata uccisa prima. Capisci che questo ti rende immediatamente il maggior sospettato”
Giacomo non si scompose, sorseggiò il suo vino prima di replicare “Hai prove a riguardo? Non avete già arrestato un miserabile che era in zona?”
“Ho molte prove, oltre alle circostanze che ti ho testè riferito. Innanzitutto la ferita si trovava sul lato destro del collo della vittima e quindi il colpo lo ha sferrato quasi certamente un mancino. Su mio invito il miserabile, che per inciso si chiama Angiolino, si è grattato la testa e lo ha fatto con la destra, mentre tu” guardò fisso l’amico “come già mi sembrava di ricordare, sei mancino. Infatti mi hai dato con la sinistra il pugnale il cui fodero porti dal lato opposto. La ferita mortale ha i bordi molto netti e questo vuol dire due cose: arma affilatissima e mano ferma. Ad Angiolino le mani tremano molto e il suo coltello aveva la lama corrosa dall’uso. Non ci sono dubbi Giacomo. Ti conviene riferire di un momento di momentanea pazzia dovuta al prevalere dei sensi sulla razionalità. Magari lei non si è concessa e tu non hai accettato il rifiuto. Sei un nobile, non ti tortureranno e forse ti risparmieranno anche la forca. Immagino che la realtà sia ben altra ma forse è meglio tacerla”
Giacomo si guardò le mani “Lo avevo detto che il tuo acume era di un livello superiore rispetto al tuo rango nei bargelli. Inutile negare, non con te. Mi hai messo spalle al muro. Sosterrò la tua falsa tesi magari aggiungendo che lei aveva usato parole di disprezzo sul rango della mia famiglia e sull’onore della stessa. Cosa molto grave che da sola arriva quasi a giustificare un gesto insano. Inoltre tutti conoscevano il suo atteggiamento libertino, non era certo donna di costumi morigerati e questo mi aiuterà. Ma ti invito a riflettere. Non agisco per mio conto e le motivazioni sono molto più profonde, come tu hai giustamente immaginato. Stiamo colpendo i francesi ovunque, abbiamo alleati potenti e siamo certi di poter scalzare questi maledetti entro la fine del prossimo anno. Papa Giulio II ha appena proclamato la Lega Santa con Venezia, la Spagna ed i cantoni svizzeri con lo scopo di cacciarli da Milano. La catena di cui io sono solo un misero anello porta molto in alto fino ad arrivare allo stesso Massimiliano Sforza. Non siamo assassini ma patrioti, decisi a trasferire l’azione dai salotti alla strada, li stiamo destabilizzando anche con azioni come questa che possono apparire di scarsa rilevanza ma in realtà li fanno vivere nel terrore, li toccano negli affetti più cari, li fanno riflettere sulla loro permanenza che richiede un prezzo sempre più oneroso.” Si interruppe per un istante, gli occhi febbricitanti di passione “Ma se tu solo accennerai a questa situazione potresti cagionare un danno enorme alla causa. Non resisterei alla tortura, perché nonostante i tuoi auspici il mio rango non li fermerà, e i nomi che potrei fare sono tali che sarebbe un disastro totale, addirittura fare cadere gli Sforza. Sarebbe la fine della speranza e della possibilità di liberarci di questi cani. ”
Pietrantonio lo guardò serio. In lui si affollavano mille pensieri. Ma sapeva che l’amico aveva ragione. Se l’obbiettivo finale era la cacciata dei francesi non si potevano avere dubbi o esitazioni. Aveva sacrificato e rischiato molto lui stesso per la causa. Non avrebbe vanificato tutto proprio ora, quando tutto sembrava essere alla portata.
“Ti dichiaro in arresto. Ci recheremo in caserma dove sosterrai con il mio appoggio la tesi della follia da passione. Ma dovremo dire che tu l’hai solo colpita lasciandola a terra svenuta e poi sei fuggito. Chiederanno altro sangue e sarà qualcun altro a versarlo. Non sarà né il primo né l’ultimo patriota o innocente trovatosi nel posto sbagliato. Sono eroi sconosciuti della causa che va difesa a qualsiasi costo, sempre. In tal modo tu potrai cavartela senza finire nelle mani del boia e quindi costretto a rivelare i nomi dei tuoi complici. Per il resto è certo, visto il rango della vittima, che un prezzo dovrai pagarlo. Ma sicuramente non sarà con la tua vita”.
Giacomo fu portato in caserma ma l’immediato intervento della famiglia Da Baggio presso il Capitano di Giustizia ne consentì la pronta scarcerazione e il semplice seppur tassativo invito a non lasciare la sua residenza.
Il Galli fece il suo rapporto al Trivulzio che ne notò alcune lacune ma acconsentì a controfirmarlo. Dopotutto consentiva di fare giustizia ed al contempo non creare possibili rimostranze nella nobiltà milanese. Non era quello il momento per esasperare gli animi e rinfocolare i sentimenti antifrancesi. Il nobile consegnò al birro il documento esecutivo non nascondendo una certa ammirazione per il lavoro compiuto, non certo immaginando le reali motivazioni che ne stavano all’origine.
Tre mesi dopo tutto era compiuto. Giacomo fu inviato in Brasile con una spedizione portoghese e con l’ordine di non fare mai più ritorno in patria. Poteva avere incarichi presso le missioni ma mai avrebbe potuto governare un territorio. La famiglia Da Baggio fu costretta a versare a quella della vittima l’esorbitante somma di 40.000 ducati d’oro.
Angiolino Marocco fu accusato dell’omicidio a scopo di rapina e impiccato sulla pubblica piazza insieme a due complici di cui aveva fatto i nomi dopo essere stato torturato. Tre innocenti. Pietrantonio Galli quale capitano incaricato dell’indagine aveva ricevuto un pubblico encomio ed un avanzamento di carriera, nonché il privilegio di assistere all’esecuzione in prima fila, al fianco dei più alti ranghi del governo milanese. La lotta poteva proseguire. Quando i corpi caddero appesi alla corda, il suo viso non tradì la minima emozione.
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