Storia · capitolo 1

Capitolo 1

L'ultima sigaretta di Roberto Perina

L’ultima sigaretta

La ragazza dai capelli rossi spense la sigaretta schiacciandola con la punta della scarpa. Espirò l’ultima boccata di fumo che le restava in bocca e aprì la portiera dell’auto che le si era fermata accanto. «Ce ne hai messo di tempo ad arrivare», disse appena seduta. «Lo sai bene che traffico c’è a quest’ora», rispose il guidatore. Mise la prima marcia ma non partì. Si avvicinò alla ragazza che gli diede un bacio sulla guancia. «Puzzi come un posacenere pieno, Giulia», le disse tristemente. «Fatti gli affari tuoi e guida. Se non ci sbrighiamo rischio di perdere il treno. Forza!».

L’auto proseguì lentamente nel traffico quasi bloccato di quel giorno di pioggia. «A che ora hai il treno di ritorno?». «Parto domani alle 16 da Trieste, per le 20 dovrei essere di ritorno in stazione», rispose distrattamente Giulia leggendo qualche notizia sul cellulare. «Va bene, ci vedremo domani sera allora. Spero che al tuo ritorno riusciremo a parlare un po’. Di noi, intendo». Lei lo guardò mentre lui teneva lo sguardo fisso sulle macchine che lo precedevano. Si chiese come avesse fatto ad innamorarsi di lui. Era stata cieca per tutto questo tempo o aveva visto qualcosa in lui che l’aveva colpita a tal punto da lasciare suo marito e mettersi assieme a quel ragazzo di quasi 10 anni più giovane? «L’ultimo semaforo e poi siamo arrivati», le disse accelerando. La stazione si vedeva all’orizzonte e Giulia estrasse il pacco di tabacco e le cartine dalla tasca della giacca, ne rollò velocemente una e se la mise tra le labbra senza accenderla.

Alle 06.40 del mattino quattro uomini entrarono in un palazzo dal portoncino lasciato aperto. Salirono tre rampe di scale e si fermarono davanti all’interno 7. Iniziarono a bussare e suonare il campanello con insistenza. «Polizia! Apra questa porta!», urlò uno degli uomini, sbattendo violentemente il pugno. Due porte più avanti, una signora spuntò e subito si ritrasse. Dopo qualche secondo di silenzio, la porta si aprì. Un giovane dai capelli scompigliati si presentò davanti ai poliziotti, gli occhi ancora semichiusi. «Buongiorno, in cosa posso esservi utile?», chiese con voce incerta. «La prego di farci entrare, signor Trezza, abbiamo bisogno di parlare con lei», disse uno dei poliziotti.

I quattro uomini non attesero la risposta e si fecero largo entrando nell’appartamento. Quello vestito in borghese si fermò in cucina mentre gli altri tre iniziarono ad entrare nelle altre stanze. «Cosa state facendo? Non potete andare in giro per casa senza il mio permesso», disse Trezza senza troppa convinzione. «Sono il commissario Barattolo», disse quello in borghese avvicinando a sé Trezza dal colletto del pigiama. «Forza, mi dica dove la tiene nascosta così ce ne andiamo tutti il più velocemente possibile». «Dove tengo nascosta chi, o cosa, commissario?», chiese Trezza stupito. «La sua ragazza. Giulia. Dov’è?», urlò Barattolo. «Non so di cosa stia parl…», rispose Trezza, che fu interrotto da un agente. «Credo debba venire in cucina, commissario», disse un agente.

I tre andarono in cucina. Sul viso di Barattolo comparve una smorfia a metà strada tra la soddisfazione e il divertimento. «E questi cosa sarebbero?», chiese il commissario indicando una serie di coltelli appesi al muro. Ce n’erano di tutti i tipi, per sfilettare, tranciare, il Santoku, da pane più altre tipologie più o meno grandi. «Ovviamente», disse Trezza, che però fu subito messo a tacere con un gesto da Barattolo. «Non mi prenda in giro. Non ho né voglia né tempo per essere preso in giro da uno come lei. Mi dica invece, le sembra ci siano tutti?». «A prima vista mi sembra di sì», rispose Trezza guardando la parete. Erano appesi a un portacoltelli di acciaio che occupava gran parte della parete a lato dei fornelli. La superficie era lucida, pulita in maniera quasi maniacale.

«Ho bisogno che mi segua in centrale», disse Barattolo. «Ma io… io cosa ho fatto, mi scusi? Mi sta arrestando?». «Non la sto arrestando, le sto chiedendo di venire in centrale. Dobbiamo farle delle domande», rispose il commissario prendendolo sottobraccio.

L’ufficio del commissario era in fondo a un lungo corridoio poco illuminato disseminato di porte semichiuse. Trezza fu fatto accomodare su una sedia mentre il commissario prendeva posto di fronte a lui. Appena seduto si accese una sigaretta senza offrirla al suo interlocutore. Prese un posacenere dal cassetto e una busta bianca. «Dunque, Duillio Trezza», disse Barattolo mentre sembrava leggere delle parole inesistenti sulla busta che aprì. «Conosce questa persona?», chiese estraendo dalla busta delle foto e mettendole sul tavolo. Trezza sobbalzò sulla sedia. «Ma sì, certo che la conosco», rispose balbettando mentre il colorito del suo viso si faceva sempre più bianco. «È Giulia, la mia ragazza», rispose fissando con gli occhi sgranati quella foto che ritraeva il viso di Giulia con un coltello sotto il mento. «Ex ragazza», aggiunse sottovoce. Era un primo piano e ce n’erano altri due. Non si vedeva la mano di chi impugnava il coltello.

«Come avete avuto queste foto?», chiese Trezza stropicciandosi i capelli. «Quando ha visto l’ultima volta la sua fidanzata?», chiese Barattolo ignorando la domanda che gli era stata posta. «Ieri mattina. L’ho accompagnata in stazione in auto. Doveva prendere un treno per Trieste, almeno così mi aveva detto. Ma non è più la mia fidanzata, come le ho detto prima». Trezza aveva lo sguardo fisso sulla scrivania dove erano riposte le fotografie. Fissava il coltello appoggiato alla gola di Giulia. «Sarebbe dovuta tornare questa sera. Avevamo appuntamento in stazione». «E cosa mi dice di quel coltello sotto il viso?». «Mi sembra un coltello da cucina, uno spelucchino», rispose Trezza. «Cosa state facendo per trovare Giulia? È un rapimento? Avete già una pista?».

Il commissario guardò Trezza con aria interrogativa. «Sono io che faccio le domande qui», disse Barattolo interrompendo il flusso di pensieri e parole del suo interlocutore. «Queste foto sono arrivate questa notte sul cellulare dell’ex marito di Giulia. Il numero, prima che me lo chieda, è di una sim prepagata. Ma forse lei questi particolari li conosce già», disse il commissario respirando l’ultima boccata di fumo della sigaretta. «Non può insinuare questo. Io amavo Giulia, la amo ancora anzi. Potete controllare ovunque, non ho mai comprato una sim prepagata, non ho idea nemmeno di dove si possa acquistare. E poi, e poi non le farei mai del male», rispose Trezza. Qualche goccia di sudore aveva fatto capolino sulla sua fronte.

«Non posso trattenerla oltre», disse Barattolo, «anche se mi spiace la posso lasciar andar via. Veda di tenersi a disposizione però. Avremmo sicuramente ancora bisogno di lei». Il commissario si accese una sigaretta e fece cenno con la mano di uscire dal suo ufficio. Trezza guardò un’ultima volta la foto sulla scrivania e se ne andò senza salutare il poliziotto.

Aveva ancora nella testa le parole del commissario che rimbombavano come campane. Scese dalla macchina e attraversò la strada. «Non ti bastava avermela portata via», una voce lo colse di sorpresa. Si voltò e vide un uomo avvicinarsi con passo deciso. «Non era abbastanza farla staccare dalle mie braccia. Adesso la fai sparire per sempre?». «Non è successo quello che stai pensando, Lorenzino», rispose Trezza, facendo un passo verso di lui. «Come hai potuto farle questo? Dopo il nostro divorzio l'ho lasciata andare. Giulia non riesce a mantenere legami duraturi». «Ti ripeto che non l'ho rapita e non la sto minacciando», replicò Trezza fissandolo negli occhi.

I due si avvicinarono pericolosamente. I loro visi erano ormai a pochi centimetri l’uno dall’altro, l’aria carica di tensione. «E come lo spieghi il coltello sotto il mento di Giulia?», chiese Lorenzino spostando lo sguardo dietro le spalle di Trezza. «Il coltello? Ma hai idea di quanti coltelli ci siano in circolazione uguali a quello della foto? Ne hai la minima idea?». «Eppure scommetto che se andassimo a cercare quel coltello non sarà più a casa tua», disse l’ex marito fissando nuovamente un punto dietro le spalle di Trezza. «Per quanto ne so, potresti averne comprato uno, rinchiuso Giulia da qualche parte e esserti spedito le foto da solo. Non era una sim prepagata? Tutti possono acquistarla giusto?», rispose Trezza girandosi di scatto appena in tempo per vedere la visiera di un cappello da baseball sparire dietro dei cassonetti. «E perché l’avrei fatto?». «E perché dovrei averlo fatto io. Siamo nella stessa situazione Lorenzino, siamo stati lasciati entrambi dalla stessa donna. Nessuna differenza».

Appena finì la frase Trezza si girò e vide un’auto partire qualche decina di metri dopo i cassonetti. «Temo di essere sorvegliato», sospirò Trezza, «sarà qualche uomo del commissario Barattolo che vuole tenermi d’occhio». «Nel caso dovessi fare qualche mossa falsa», disse Lorenzino. «Ora basta accuse. Non puoi provare nulla. Me ne vado a casa», rispose Trezza voltando le spalle al suo interlocutore.

Trezza entrò all’interno del palazzo, prese l’ascensore e si recò in cantina. Accese la luce e si diresse con passo sicuro verso una vecchia cassettiera in legno. Aprì il primo cassetto ed estrasse una scatola contenente una decina di coltelli. Controllò attentamente i manici, ne prese uno e lo mise sopra il mobile, lo guardò attentamente appoggiando i gomiti al mobile, lo riposizionò nel cassetto che chiuse attentamente. Appena entrato si recò in cucina senza levarsi le scarpe, aprì il terzo cassetto sotto ai fornelli e si fermò a fissare il suo interno senza dire una parola. Respirò profondamente. All’improvviso suonò il campanello. Trezza corse verso il videocitofono giusto in tempo per vedere un cappello grigio e un ciuffo di capelli rossi allontanarsi.

«Giulia!», urlò mentre apriva la porta. Non perse tempo a chiamare l’ascensore e si precipitò giù dalle scale. Uscì in strada e non vide anima viva. Guardò ovunque muovendosi senza direzione. Dopo qualche minuto decise di rientrare.

La mattinata era iniziata con grande fermento in questura. Il commissario Barattolo era chiuso nel suo ufficio. Prese in mano il telefono. Poi dopo alcuni secondi lo ripose al suo posto. Prese in mano il pacchetto di sigarette e ne accese una. Guardò con aria sconsolata il posacenere colmo di mozziconi spenti. Aprì la bocca, forse per promettersi per l’ennesima volta che da lì a poco avrebbe smesso. Il rumore di qualcuno che bussava alla porta lo salvò dall’ennesimo buon proposito che non sarebbe stato mantenuto. «Avanti», urlò il commissario. «Buongiorno commissario», disse un agente sulla porta, «qui fuori c’è il signor Trezza Duillio che vuole parlare con lei. Lo posso far…», il poliziotto non riuscì a finire la frase. Venne spostato quasi di peso da un altro uomo che entrò in ufficio. Barattolo si alzò in piedi. «Si accomodi pure», disse il commissario, «resti anche lei per favore», riferendosi al poliziotto che stava per andarsene.

«Commissario mi scuso per l’intrusione. È tutta notte che penso se venire qui da lei. Ho delle notizie importanti», disse Trezza senza sedersi. «Si calmi un attimo per favore», disse il commissario guardandolo con aria distaccata. Aveva gli occhi rossi e la barba lunga di un paio di giorni. I lineamenti del viso erano tirati e stanchi. «È sicuro di star bene ed essere lucido signor Trezza?», chiese Barattolo. «Mai stato così lucido come in questo momento. Ascolti, ho bisogno di riferirle una cosa. Così possiamo chiudere questa indagine e nessuno si farà del male». «La ascolto», disse Barattolo accavallando le gambe. «Ho visto Giulia». Le parole di Trezza risuonarono come un’eco in quella stanza. «Non mi prenda per pazzo. Sono sicuro fosse lei. Mi ha suonato il campanello e ho visto un cappello grigio, o una parte di esso, e dei capelli rossi. Era sicuramente lei, commissario».

«E quando sarebbe successo?». «Ieri pomeriggio. Mi faccia ricordare a che ora. Aspetti. Prima è venuto Lorenzino Basso, che è l’ex marito di Giulia, a minacciarmi di liberarla. Poi sono andato in casa, ecco saranno state… Non ricordo ieri pomeriggio, comunque, non ho nemmeno l’orologio io, commissario, vede?», disse Trezza alzando il polsino della giacca. Barattolo sospirò fissando il poliziotto vicino alla porta. «Queste sono le foto che ci sono arrivate questa mattina. O meglio che il signor Basso ci ha mandato», disse Barattolo estraendole da una busta che aveva sulla scrivania. «Vede? Le guardi bene».

Trezza prese in mano due foto. In una Giulia era seduta su una sedia, con le mani dietro la schiena. L’altra era un altro primo piano, come quella del giorno precedente, con un altro coltello puntato al collo. Un coltello più grande. Trezza lo vide ed ebbe un brivido lungo la schiena. Sprofondò sulla sedia mentre con la mano libera si tenne la fronte. Alzò lo sguardo verso il commissario. Era uno sguardo vuoto, senza anima. «Immagino che queste foto la sorprendano. Oppure no. Cosa mi dice Trezza?». Il commissario parlò lentamente. Passarono alcuni secondi di silenzio. «Certo che mi sorprendono! Anzi mi dilaniano. La mia Giulia. Dobbiamo fare qualcosa! È in pericolo», rispose Trezza affannato.

«Deve ringraziare non so quali dei che non abbiamo nessuna prova che la colleghino a questo rapimento. A parte i coltelli. Ma ho controllato ed effettivamente sono coltelli che si possono trovare in commercio. È solo questo il motivo per il quale lei è ancora a piede libero», disse Barattolo. «Commissario io non ho… io amo Giulia, non le farei del male. Io l’ho vista, sono sicuro fosse lei ieri al citofono». «Perché se ne sarebbe andata via allora?», chiese il commissario. «Questo non lo so. Non posso saperlo», chiosò Trezza trattenendo a stento le lacrime. «Ora vada. Esca da qui», ordinò Barattolo. Trezza si alzò e si diresse verso la porta. Guardò in faccia il commissario prima di uscire ma non disse una sola parola.

Il viaggio tra la questura e casa fu molto impegnativo per Trezza. Il traffico della città rallentava la sua automobile e il decorso dei suoi pensieri. Aveva la sensazione che il suo cervello fosse intrappolato nel traffico senza una via d’uscita. L’immagine di Giulia con quel coltello vicino al collo lo faceva rabbrividire. Anche se era un coltello dozzinale che si sarebbe potuto comprare nella maggior parte dei negozi di articoli per la casa, l’aveva riconosciuto. C’erano tre segni sul manico vicino alla lama. Certo poteva essere una coincidenza, si disse, ma il fatto che non fosse nel cassetto dove aveva l’abitudine di riporlo non giocava a favore della casualità.

«Devo cercare meglio», disse uscendo finalmente dall’auto appena parcheggiata. Aprì lo zaino mentre camminava verso il cancelletto, infilò la mano per cercare le chiavi quando si fermò all’improvviso. Stava percependo un odore familiare. Lo riconobbe dopo pochi istanti, era il profumo che indossava quasi sempre Giulia. Iniziò a guardarsi attorno ancora con la mano nello zaino ma non vide anima viva. Fece un passo e si fermò nuovamente fissando un oggetto a terra. Lo raccolse senza esitazioni. Era il mozzicone di una sigaretta rollata con il tabacco trinciato. Quella cartina bianca così ruvida era del tipo che usava Giulia, ne era sicuro. Lo rigirò nella mano e prese tra pollice e indice la parte che sembrava spenta prendendosi una leggera bruciatura. «Merda!», esclamò. Ne era comunque valsa la pena perché riuscì a notare una leggera macchia di rossetto. Il suo sguardo si accese. Mise il mozzicone nello zaino e iniziò a camminare avanti e indietro lungo il marciapiede. Attraversò la strada e si fermò a osservare il cancelletto di ingresso del suo palazzo e le macchine parcheggiate. Si pentì per non aver mai osservato le auto parcheggiate sotto casa. Non aveva idea se ce ne fosse qualcuna di diversa dal solito. Rimase in piedi fermo per alcuni minuti durante i quali vide solo una signora anziana con il cane e un rider intento a consegnare del cibo al civico accanto al suo. Gli venne in mente che non mangiava da due giorni. Pensò di rimediare a questa dimenticanza, così attraversò la strada e tornò sui suoi passi. Avrebbe dovuto portare il mozzicone dal commissario, si disse. Era una prova che Giulia era passata sotto casa sua da poco. Assopito in questi pensieri entrò in macchina, infilò la chiave nel cruscotto e sentì la testa pesante e tutto attorno a lui iniziò a girare velocemente.

Le ultime luci del pomeriggio illuminavano fiocamente la strada. Alcuni passanti si erano fermati attorno alla macchina di Trezza e, delicatamente, stavano bussando al finestrino. «Dobbiamo chiamare un’ambulanza», disse una donna tenendo stretto con una mano un carrellino porta spesa. «E anche la polizia», fece eco un uomo corpulento che indossava un cappello in lana cotta. «Si sarà sicuramente drogato, o forse è ubriaco», riprese la signora con il carrellino. Improvvisamente fecero tutti un passo indietro. Trezza alzò la testa dal volante e aprì lentamente gli occhi. Aveva la sensazione che una lama gli si fosse conficcata in testa. Guardò fuori dai finestrini e notò un piccolo gruppo di persone intente ad osservarlo. Si rese conto in quel momento di essere svenuto e di essere rimasto incosciente per diverso tempo. Aprì la portiera e scese dalla macchina. «Come sta? Si sente bene?», chiese il signore con il cappello. «Sì, sì, non preoccupatevi sto bene. Devo essere svenuto. È un periodo stressante», rispose Trezza chiudendo la portiera dell’auto. «Dovrebbe farsi aiutare, signore», disse la donna con il carrellino, «al giorno d’oggi farsi beccare in queste condizioni…». «Ma io non ho fatto nulla. Come dicevo ero solo svenuto. Ora devo andare a casa. Vi ringrazio davvero tanto per l’interessamento», disse Trezza mentre camminava verso il cancelletto d’ingresso.

Inserì la chiave ed entrò velocemente. Appena entrato nell’appartamento si levò i vestiti lasciandoli cadere a terra lungo il percorso che conduceva al bagno. Aprì l’acqua calda della vasca. «Un bel bagno caldo, non desidero altro», disse a bassa voce. Proprio in quel momento sentì suonare il campanello. Decise di non muoversi da lì. Suonò un’altra volta. Non si mosse. Alla terza volta decise di andare a vedere se era una delle persone che erano attorno alla sua macchina. Prese un asciugamano e lo legò in vita. Quando arrivò davanti al videocitofono sobbalzò. Vide Lorenzino Basso. Mise il dito indice sul pulsante che serviva ad aprire e attese qualche secondo indeciso sul da farsi. Poi lo premette e vide Lorenzino entrare dal cancelletto. La porta rimase socchiusa giusto il tempo necessario a Trezza per indossare nuovamente i vestiti.

Basso entrò trafelato e chiuse la porta violentemente. «Dov’è? Dove la stai tenendo nascosta?», disse Lorenzino appena prese fiato. «Non è qui», rispose Trezza sconsolato. «E dove cazzo l’hai nascosta, Duillio? Dove? Dimmelo!». «Non l’ho rapita. Anzi ti dirò di più, credo non sia stata rapita da nessuno. Ne ho quasi la certezza», rispose Trezza. Basso non lo stette a sentire ed iniziò a girare per casa. Entrò in camera da letto, in lavanderia e nel bagno dove la vasca era stata riempita di acqua calda. «Sei così tranquillo da prepararti un bagno caldo?», accusò Basso. Trezza non rispose e continuò a seguirlo in giro per la casa. «Stai sprecando il tuo tempo e anche il mio, Lorenzino. Giulia non è qui! Lo vuoi capire?». Basso entrò in cucina ed iniziò ad estrarre un coltello alla volta dai cassetti. Ogni coltello che prendeva veniva prima esaminato attentamente poi posizionato sul ripiano vicino ai fornelli. «Ho tanti coltelli, Lorenzino, non vorrai tirarli fuori tutti. A che scopo poi?». Basso guardò Trezza senza dire una parola. «L’ho vista. Ne sono sicuro. Ieri pomeriggio, dopo che te ne eri andato. Qualcuno mi ha suonato, sono riuscito a vedere solo un ciuffo di capelli. E poi guarda cosa ho trovato poco fa per terra sotto casa», disse Trezza prendendo lo zaino. Lo aprì e mise la mano dentro. «Stai fermo, non ti muovere», disse Basso prendendo in mano un coltello. «Ma voglio solo farti vedere cos’ho trovato per terra, non preoccuparti!». «Ti ho detto di stare fermo». Trezza tenne la mano nello zaino mentre Basso afferrò uno dei coltelli che aveva vicino.

Una donna dai capelli rossi e con un cappello da baseball grigio entrò in questura. Vide due poliziotti intenti a parlare tra loro e andò nella loro direzione. «Ho bisogno di parlare con chi si occupa del rapimento di Giulia Santamaria», disse con tono sommesso. I due la guardarono. Poi dissero quasi all’unisono, «E lei chi è?». «Sono Giulia Santamaria», rispose fissando il pavimento. Uno dei due agenti sparì velocemente mentre l’altro rimase, come impietrito, a fianco della donna. Dopo alcuni minuti, il poliziotto tornò. «Prego signora, mi segua, la accompagno dal commissario». Quando arrivarono davanti alla porta la trovarono aperta. Il commissario era in piedi dietro la scrivania. «La faccia entrare», ordinò all’agente. Giulia camminò lentamente fino alla scrivania. Stava solo ritardando l’inevitabile. Quando il commissario la vide sedersi e levarsi il berretto si passò le mani tra i capelli. Lei alzò lo sguardo e Barattolo capì all’istante che quello a cui tutti avevano creduto era ben diverso dalla realtà dei fatti. «Cosa è successo, signora Santamaria?». «Non volevo più avere nulla a che fare con Duillio». Barattolo si accese una sigaretta. Non la guardò in faccia e buttò fuori il fumo verso il soffitto. «Ho finto il mio rapimento. Vuole che le racconti tutto quanto? Di come ho rubato i coltelli a casa di Duillio? Di come ho acquistato la sim? Di come ho lasciato qualche mia traccia nelle vicinanze di Duillio? Volevo anche che impazzisse! Volevo fosse arrestato e preso per pazzo! E ci stavo riuscendo». «Cosa le ha fatto cambiare idea?». «Prima di venir qui ho visto il mio ex marito salire a casa di Duillio». «Ritiene pericoloso il suo ex marito?». «Generalmente direi di no. Ma non ha mai accettato che mi fossi messa assieme a Duillio. Lo ha sempre odiato. Lo ritiene responsabile della fine del nostro matrimonio». «Forza, andiamo», disse il commissario. «Dove?». «A casa di Trezza».

«No!», urlò Basso. Tutto accadde in un istante. La lama del coltello si conficcò nella pancia di Trezza. Il mozzicone di sigaretta cadde a terra. Trezza vacillò, fissando incredulo l'impugnatura che sporgeva dal suo corpo. I loro sguardi s'incrociarono, terribili, a pochi centimetri l'uno dall'altro. Le gambe di Trezza cedettero. Si appoggiò al ripiano della cucina, afferrò un coltello con la sinistra, e cadde contro Basso. Rotolarono insieme a terra. Quando si fermarono, il coltello di Trezza era affondato nella gola di Basso. Un silenzio assoluto riempì la cucina, rotto solo dal suono del sangue che gocciolava sul pavimento, formando una larga pozzanghera.

Il commissario e due poliziotti sfondarono il cancelletto di ingresso del palazzo. Giulia li seguiva, il terrore dipinto sul volto, ansimando per stare al passo. Arrivarono davanti alla porta dell'appartamento di Trezza. Suonarono ripetutamente, senza risposta. «Dobbiamo entrare», ordinò Barattolo. «Ho le chiavi», disse Giulia con voce tremante. All'interno, il commissario gridò i nomi dei due uomini. Non ottenne risposta. Si diressero verso la cucina. Quando i poliziotti videro i due cadaveri a terra, cercarono di impedire a Giulia di entrare. Barattolo la tratteneva per il polso. «Non c'è niente da fare», disse uno degli agenti, la voce grave. «Merda», sussurrò Barattolo. Ordinò a un collega di portare via Giulia. Lei obbedì senza parlare, lo sguardo fisso sul mozzicone a terra, poi distolto altrove.

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