Capitolo 5
La permanenza delle cose fragili
Valery tornò a casa con la corda arrotolata sotto il braccio come se fosse qualcosa che andava protetto. Non sapeva ancora se le sarebbe servita davvero, ma sentiva che non era un acquisto casuale.
La madre stava seduta al tavolo della cucina, una tazza di caffè ormai freddo davanti. Non lesse negli occhi di Valery nessuna domanda, e questo le bastò.
«Hai trovato quello che cercavi?» chiese sapendo a cosa voleva alludere.
Valery capì che non parlava della corda e annuì.
«Credo di sì.»
May non insistette. Avevano imparato entrambe che certe risposte si rivelano solo se lasciate riposare.
Valery salì in camera. Posò la corda sul letto, accanto al quaderno. Lo aprì. Le pagine erano quasi tutte bianche. Non per mancanza di cose da dire, ma perché le parole, per lei, arrivavano solo quando non potevano più essere rimandate.
Si sedette a terra, schiena contro il muro. Guardò il soffitto. Pensò a Robert. Non esattamente al suo volto, ma alla calma con cui aveva parlato. Alle parole semplici, pulite. Alla mancanza di curiosità invadente. Alla sensazione, nuova e destabilizzante, di non essere osservata ma vista.
Sull’isola, nessuno si fermava davvero su di lei. Gli sguardi passavano oltre, scivolavano via. Non proprio invisibile — quello sarebbe stato più semplice — ma attraversabile.
Le persone la guardavano senza fermarsi davvero, come in realtà succedeva un po' con tutti. Era l’abitudine, la routine, la conoscenza spontanea dovuta alla vicinanza. Robert, invece, si era fermato. Anche solo per un istante.
Quella notte sognò l’acqua, rappresentata da una superficie immobile, tesa, come se trattenesse qualcosa sotto. Una sensazione di prigionia instabile.
Al risveglio, sentì una strana urgenza: non di rivederlo fisicamente, ma di sapere se esisteva ancora nello stesso modo in cui lo aveva percepito il giorno prima. Con la stessa calma, l’indifferenza mischiata alla curiosità, come se la sua presenza potesse dissolversi se non confermata.Dopo questo capitolo puoi leggere anche
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