Storia · capitolo 4

Capitolo 3

La linea dell'acqua di Alessandro

Quello che non si sceglie

 

 

 

 

Erano dal lato opposto dell’isola, quello che si affacciava sulla costa. La casa sorgeva sopra una delle colline alla periferia della città. La vista, da quel punto preciso, era stupenda, anche se non contemplava il mare.

Un viottolo prendeva vita al lato del cancello d’ingresso della casa e si snodava nel sottobosco. Il mare, lontano poche miglia e illuminato dal sole che faceva capolino sull’acqua, pareva una larga e immobile chiazza dorata spruzzata a tratti di un colore verde smeraldo, che lasciava trasparire la sabbia bianca sottostante.  

 

«Non puoi sempre fare di testa tua.»

La voce proveniva dalla camera da letto e sembrava piuttosto alterata.  

Valery era in bagno che stava tentando di ridare un senso dignitoso al proprio trucco.

«Per favore mamma.»

Il tono ammonitore era quello delle grandi occasioni.

«Devi cercare di non trascurare quest’ultima interrogazione e invece mi sembra che tu la stia prendendo con troppa leggerezza.»

«Ti ho già detto che mi sento preparata. Sono giorni che studio.»

May uscì dalla stanza con delle lenzuola tra le mani. La raggiunse nel bagno, aprì uno sportello e infilò i panni nell’oblò aperto della lavatrice.

«Lo sai che non puoi permetterti errori se vuoi continuare ad avere la media così alta. Ormai manca solo un piccolo sforzo.»

«Lo so.»

La donna abbassò la voce arrivando fino quasi a bisbigliarle nelle orecchie.

«Non fare come quella tua amica di là.»

Valery si voltò fissandola con uno sguardo carico di disapprovazione.

«Che cosa c’è che non va in Dorothy?»

Non capiva il motivo per il quale non aveva mai sopportato la presenza di Dorothy. Forse era anche per quello, che il rapporto con sua madre non era mai decollato.

Non era la prima volta. Sua madre trovava sempre un modo per riportarla lì, per spostare la discussione su qualcosa che Valery non aveva scelto.

Aveva pensato che forse fosse insito nel processo di crescita sentirsi più grandi rispetto alla propria età anagrafica, ma questo sua madre non lo capiva e continuava a trattarla come una poppante. Non riusciva a percepire le emozioni che si agitavano dentro di lei e che si rispecchiavano nei suoi occhi marroni, o forse, aveva pensato ultimamente, non voleva capirle.

May sembrò infastidita da quella domanda.

«C’entra», disse, senza guardarla.

Valery strinse le labbra.

Con lei era sempre così: non una risposta, ma una direzione.

«Perché la metti sempre in mezzo alle nostre discussioni?»

La madre sembrò trasalire, decise di premere sull’acceleratore.

«Primo, non è figlia legittima.»

Dorothy era stata adottata quando non aveva compiuto ancora un anno. I veri genitori erano morti in seguito a un incidente stradale.

«E questo che cosa c’entra?»

May sembrò in difficoltà.

«C’entra, c’entra. Secondo, non è mai stata una cima a scuola.»

Valery sbuffò, allargando le braccia.

«Mamma, vorrei ricordarti che non frequento Cambridge.»

«E questo che cosa significa. Oggi come oggi è più facile trovare lavoro dopo aver frequentato una scuola come la tua che non dopo un diploma alla Bocconi.»

Valery sembrò colpita.

«Tu conosci la Bocconi? Sai che è in Italia?»

May alzò le spalle. Valery apparve scocciata da quella discussione.

«Arriva al punto, per favore.»

«Il punto è che non voglio che tu porti a casa un brutto voto proprio alla fine dell’anno.»

Valery alzò gli occhi al cielo.

«Non succederà, stai tranquilla.»

«Non ne sono convinta.»

«Facciamo così. Se il voto dell’interrogazione sarà superiore all’otto tu mi lascerai in pace per tutta l’estate.»

May la guardò perplessa.

«Chiarisci: “lasciata in pace”.»

«Voglio dire che… potrò uscire con le mie amiche come e quando mi pare, che non dovrò aiutarti nelle faccende di casa, che…»

May alzò le mani scuotendo la testa.

«Okay, okay, ho capito. Vorresti più autonomia?»

«Brava, proprio quella a cui puntavo.»

«Non se ne parla.»

«Ma io…»

«Tu prenderai quel voto perché devi farlo per te e per il tuo futuro, e non perché potrai ottenere qualcosa di diverso in cambio. Qui non esiste una dare e un avere.»

Il volto di Valery divenne scuro.

«Dittatrice. Quindi non abbiamo un patto?» ribatté con aria infastidita.

«Esattamente: non abbiamo un patto.»

Lei annuì, prendendo atto di quella risposta e uscì dal bagno.

«Adesso dove vai?» le urlò dietro May.

Valery non rispose. Passò dal salotto puntando il dito contro Dorothy.

«Andiamo.»

«Tua madre?»

«La solita stronza.»

Uscì sbattendo la porta.

 

Proprio non riusciva a capire.

Quali erano le informazioni che sua madre le inviava mettendo in atto quei comportamenti? Voleva tenerla sotto scacco? Proteggerla? Da chi? Da cosa? Era ossessiva e profondamente invadente? Sì, di questo ne era sicura.

May era la terza di cinque fratelli e sorelle. Era cresciuta in una famiglia benestante e non le era mai mancato niente, aveva sposato un uomo che non era facoltoso di famiglia ma che con il tempo e il duro lavoro aveva permesso a lei e le sue due figlie di vivere dignitosamente. Aveva avuto un matrimonio felice, si era realizzata come donna e come madre, almeno così aveva sempre sostenuto. Poi c’era stato il crollo, la perdita del lavoro, la crisi e le finanze erano svanite. E adesso, che cosa cercava da lei? Perché continuava a controllare la sua vita passandola sotto una lente d’ingrandimento?

Dorothy sembrò intuire quei pensieri.

«È sempre la stessa storia, no?»

Valery sospirò.

«Non mi capisce.»

L’amica fece spallucce.

«Le madri non devono capirti. Devono decidere al posto tuo.»

Valery la guardò.

«E sarebbe normale?»

«Succede, fa parte del rapporto formato “proiezione”.»

«Cioè?»

«Ogni mamma a un certo punto della crescita dei propri figli, in particolare delle ragazze, si sente in dovere di proiettare i propri sogni o le proprie aspirazioni nella testa dei figli. Il fallimento non è contemplato. Non c’è niente da fare, sembra essere un bisogno fisiologico.»

«Davvero?»

«Non lo dico io.»

«E chi lo dice.?»

«Ho letto un articolo in proposito. Non ricordo su quale giornale, ma era abbastanza carico di notizie.»

Valery la guardò, poi la mandò a quel paese con un gesto della mano.

«Cazzate.»

«È possibile, ma guarda caso sono tutte così.»

«Anche la tua?»

Dorothy sorrise.

«Vuoi dire quella adottiva?»

«Certo, l’altra non l’hai conosciuta.» Valery si morse un labbro. «Scusami.»

«Non fa niente.»

«È che quando sono arrabbiata non riesco a controllare le parole e mia madre ha una spiccata propensione a farmi perdere il controllo.»

«Lo so. Ormai non è una novità.»

Valery si avvicinò all’amica.

«Scusami ancora.» L’abbracciò.

Restarono strette l’una all’altra come se lasciarsi fosse più difficile del previsto.

 

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