Capitolo 1
2 settembre ’25, Bd St. Michel
Monique era sulla soglia di casa, immobile. Si era rivestita in fretta. La mia voce gelida le aveva nascosto uno strano miscuglio di passione e inadeguatezza. Non avevo altro da dirle. La porta si sarebbe chiusa e l’avrei persa per sempre. Dal divano, dove ero ancora seduto, ogni occhiata furtiva che le lanciavo mi stringeva il cuore. Sentivo il suo odore addosso, mi dava imbarazzo; dopo che se ne sarà andata, mi dicevo, mi pulirò per bene. Lì davanti, in silenzio, divorata da una solitudine colma di rabbia, fissava la Super Silette con amarezza, come se rimpiangesse di avermela regalata. Dovevo averla colpita nel segno, mentre ancora credeva di tenermi in pugno come aveva fatto con chissà quanti altri. La stessa vanità che l’aveva spinta a esporsi in quel modo, la spingeva ora a bollarmi come vigliacco retrogrado, insensibile ai valori della controcultura di cui si faceva fiera portavoce.
Monique era irrequieta, alla maniera di molti studenti rivoluzionari. Si accendeva sigarette l’una dopo l’altra, sparava giudizi definitivi, spesso in maniera offensiva, all’indirizzo di studenti, professori, governi, clero e religioni del mondo intero. Oh, sapevo bene che queste cose erano solo il riflesso della sua inquietudine. C’era una frase, uno di quegli orribili slogan che circolavano fra i militanti critici degli ambienti accademici, che additava un’umanità libera e felice solo dopo la morte di tutti i burocrati e i capitalisti. Mescolando le sue idee a quella, amava ripetermi che solo la liberazione sociale l’avrebbe pacificata. Forse sorriderai dinanzi a simili affermazioni, tanto più che vivi in un mondo in cui, grazie alla rivoluzione di quegli anni, certe cose sono scontate. Ma l’inquietudine ti consuma allo stesso modo. Prima o poi ammetterai di averlo anche tu, questo morbo. Il problema è che difficilmente gli si crede. Uno se lo sente addosso e s’illude che passerà presto: basta non dargli peso. Poi, col passare degli anni, è come se la radice andasse ramificando sempre più, diventasse sempre più difficile estirparla. Pure uno continua a concludere affari, a prenotare viaggi, a passeggiare in aeroporto parlando al cellulare o standosene sui social, occupando ogni minuto del proprio tempo, credendosi libero. Ma nessuno, se è inquieto, lo è davvero; dopotutto. E poi … di quale libertà parliamo?
Rimuginavo su queste cose proprio ieri (ancora una volta!) mentre ero in giro nel Quartiere latino. Allora era tutto diverso, non c’erano tutti questi negozi. Benché mi senta sempre attratto dai posti dove sono vissuto, con ogni probabilità non mi sarebbe mai venuto in mente di tornare ancora qui, se non fosse stato per la conversazione avuta con Ugo Riccio. In questo momento sono seduto in un caffè sul boulevard Saint-Michel. Fa molto caldo. Non vengo a cercarti, preferisco non spingermi oltre una prossimità discreta, è meglio fare ciò che più convenga in occasioni come questa. Scrivo. Ti scrivo come si faceva un tempo, carta e penna da boomer, come dite voi; non importa cosa ne farai, lo saprai tu cosa farci di questa lettera, metto tutto nelle mani della tua sensibilità: la storia che vi è dentro, i brandelli di immagini, i segnali ideologici che potrai decifrare, i volti grandiosi o penosi che potrai taggare. Ma come mi salta in mente un verbo del genere? Mentre scrivo, respiro a pieni polmoni una gioiosa atmosfera di fine estate. Eppure sento così crudelmente la mia solitudine che ho deciso di rinunciare agli Champs-Élisées! Ripartirò oggi stesso, cercando di dimenticare questa storia.
Monique era una studentessa bresciana dal temperamento irrefrenabile. Si era iscritta alla Sorbona nell’autunno del ’67 e occupava con Dominique una delle case dello studente femminili. Ugo lavorava in un ristorante nei pressi del Parco archeologico di Brixia romana. Innamorato pazzo di lei fin dalla prima volta che l’aveva servita, un giorno ormai lontano in cui lei, ancora sedicenne, chiese una porzione supplementare di patatine fritte, viveva la sua muta passione già da tre anni. Come venne a sapere che si trasferiva a Parigi, lasciò immediatamente l’impiego e la seguì, accettando di lavorare in un bar in rue Lecourbe; un posticino tranquillo, proprio sotto all’appartamento che avrei preso in fitto i primi di maggio dell’anno seguente. Non avevo più visto Ugo fino a ieri. Non siamo mai stati amici, sebbene in quei giorni frequentassi molto il suo bar. Quando non era in servizio, se ne stava seduto all’angolo, pensoso, a guardare quella finestra nella speranza che lei si affacciasse. Non si esponeva poi tanto, ma appena trovò il coraggio di andare a trovarla, Dominique rise di quel pretendente dal comportamento o troppo impacciato o troppo disinvolto, comunque inopportuno. Una sera lei si appoggiò al suo bancone e, fissandolo negli occhi, gli disse è questo, il guaio, tesoruccio: ho ancora voglia di patatine fritte, prima o poi finirò con lo sposarti. Lui le strinse le mani nelle sue e tutto gli sembrò come già deciso. Eravamo entrambi legati a Monique. Così, quando Ugo mi ha rintracciato, ho capito subito di che cosa si trattava. Il busto pingue, un po’ ingobbito (quantunque camminasse senza bastone), sorreggeva un viso tondetto, quasi senza rughe; lo sguardo sembrava attraversarmi come per guardare oltre la mia testa, verso una speranza insensata. Mi ha salutato con un sorriso imbarazzato. Siamo entrati in uno studio attiguo al soggiorno, immerso nella penombra. Le pareti erano sbiadite, sporche di muffa. Così diventa, negli anni, la nostra memoria. Ha aperto un cassetto dietro alla scrivania dove, appoggiata su vecchie scartoffie, c’era una foto recente. Ti dice qualcosa? mi ha chiesto senza troppi convenevoli. Ho alzato le spalle. L’ha voltata al rovescio. C’era scritto 3 agosto ’25, Bd St. Michel. Era infilata nella cassetta della posta, senza mittente. L’ha voltata. Facendo scorrere l’indice, mi ha indicato la foto al centro della foto. La riconosci? Non mi dice nulla. Questa è una tua foto, la scattasti nel mio bar! Sembrerebbe. Mi sono vergognato della mia vigliaccheria. Qui in mezzo: lo riconosci quest’uomo? No! François Moreau? Chi? Accidenti, il padre di Monique! Ma se l’ho visto solo una volta, è quasi di spalle! Un brav’uomo, mi ha detto riprendendosi la foto. Fu partigiano durante la guerra, poi impiegato nell’Agfa e poi capo settore Reflex per la Zenit, era più in Belgio che in Italia. Come fai a sapere queste cose? Si aspettava risposte, non una domanda. Accidenti, hai bisogno di qualcosa da bere, sudi freddo, ti apro la finestra …
Avevo chiuso gli occhi perché mi era sembrato di sentire il brusio degli studenti arrestati. Sì. Ero a Parigi in quei giorni, in cerca di notizie sulla manifestazione del 6 maggio. Speravo di saperne qualcosa in più, così da pubblicare su Les Temps Modernes. Una sera, il caldo della mia stanza mi fece scendere al bar sotto casa. Fu lì che notai Monique. Il suo volto era di un ovale perfetto, incorniciato da capelli biondi senza eguali. Davanti a quegli occhi sottili e imperiosi mi sentivo come incantato, ma non avrei saputo dire se per delizia o sgomento. Ostentava la tipica spavalderia della tarda adolescenza ormai sulla soglia della ventina (certe tue movenze su TikTok me la ricordano). Se ne stava circondata da uno sciame di studenti. Le voci si fondevano le une nelle altre, così come gli slogan di protesta. Nell’osservarmi osservarla, il barista borbottò la conosci? No! Io da tre anni, disse con amarezza. Ha la testa infarcita di teorie filosofiche mal digerite, di pensieri del presidente Mao e robaccia del genere. Sei italiano? gli chiesi. Accidenti, lascia che ti prepari qualcosa! Mescolò Campari, Martini Rosso e Bourbon Whiskey, secondo una ben nota ricetta di Frank Meier. Anche tu, vero? qui è frequentato da gente variopinta e poliglotta, si parla in francese bastardo, in inglese e c’è pure chi si esprime in un tedesco a gesti; ma a quanto sembra due bresciani si riconoscono sempre … a proposito: mi chiamo Ugo. Osservai il tamburellare nervoso delle sue dita. Allora, che ne pensi? Di Brescia? Di Monique! Un fuoco di paglia. Accidenti, ma lei è convinta di tutte le idiozie che circolano nell’ambiente studentesco, contestano l’ordine familiare e scolastico; pensa, hanno la pretesa di staccarsi dalla cultura e di costruirsene una propria, la controcultura, così la chiamano; io ci ho provato, a dissuaderla, dico davvero, accidenti: ci ho provato con le lacrime agli occhi; l’altro giorno se n’è andata a Nanterre da alcuni amici, non c’è più spazio alla Sorbona, dicono, e così molti studiano in quei casermoni, e allora io sono venuto a prenderla: ha tirato dritto, urlando che Rivoluzione è studiare ilpensierodelpresidentemao, proprio così, bisogna pronunciarlo un’unica parola; ci ho provato, accidenti! La ami, vero? Accidenti se l’amo. A quanto vedo l’amano in molti, osservai valutando la torma che la circondava. Tu non sai cosa patisco! amarla con la disperazione nel cuore, amare senza poterla toccare! Problemi sessuali? incalzai ironico. Oh, voialtri avete un’idea assurda dell’amore, siamo tutti capaci di approfittare di un’occasione ma non chiamatemelo amore, non ne avete il diritto! passare le giornate a conservarmi il bicchiere dal quale ha bevuto, t’immagini? figurandomi che torni ancora per berci dentro. Beh, ora è lì, non lasciarti sfuggire l’occasione! Piantala, vuoi che abbia uno scontro con quello? Con chi? Lo chiamano Dany, non lo conosci? Mai visto. Qui tutti lo conoscono come l’anarchico tedesco, non si capisce se sia nato in Francia o chissà dove, è uno studente, gira tutti i giorni fra le università a guidare i movimenti rivoluzionari, pensa in maniera originale ed è così bugiardo che forse non lo sa neanche più lui, che cosa contesta. In quel momento entrò un uomo sulla quarantina, i capelli leggermente brizzolati. Nascondeva lo sgomento, come potrò mai spiegarti cosa avvenne in quel momento, resto sempre ai margini dei sentimenti che voglio dire, mi avvidi che la vista di quegli studenti gli strozzasse la gioia di averla trovata, doveva averla cercata da molto e chissà dove e ora quel locale pieno interrompeva il desiderio di abbracciarla con tenerezza. Monique! esclamò abbattuto e timido. Ehi ehi, che ci fai tu qui? Aveva un’espressione irridente. Monique, mia bambina, torna in te! Tornare in me, ma scherzi? Senti, credo di aver commesso tanti errori come padre, cose di cui forse dovremmo parlare, ma non qui, per favore, vieni via. Lo disse a voce bassa, un po’ tremante. Via di qui, che ti salta in mente, mica fai sul serio? Era forse la prima volta che osservavo con tanta attenzione una discussione fra padre e figlia. Non è che di solito l’evitassi, ma ora ero preso da una curiosità professionale, perché cercavo di scrivere qualcosa per attirarmi l’attenzione di Louis Aragon. Ci sono, dicevo, visi che irradiano tenerezza: ebbene quell’uomo aveva un non so che di tenero. Non sapeva in che modo lo stesse dicendo, ma era come se volesse figurarle quel bocciolo che visse la propria impotenza di bambina affidandosi tutta a suo padre. Una tale estasi che lui impallidiva al solo sorprenderla ascoltare una fiaba letta dalla madre, e non avrebbe mai pensato di turbare quell’istante. Nulla, come quella nostalgia, gli dava tanto conforto e gli alleviava le fatiche di averla cercata perché tornasse in sé. È matto, m’informò il barista. In quel momento il leader degli studenti si alzò e apparve al fianco del signor François, si accese una sigaretta e gli soffiò addosso una nuvola di fumo. È dieci muniti che sta blaterando, ma ha mai parlato di sesso a casa sua? se pensa di avere ancora davanti a sé una bambina allora deve avere senz’altro dei problemi, le consiglierei un buon libro di psicanalisi. Il padre balbettò qualcosa, ma le sue parole furono soffocate dalle risate di scherno di tutti gli studenti. Scattai qualche foto. Avevo assistito più volte a episodi analoghi, durante i comizi di quei giorni. Come sempre mi convinco, nessuna società avrà ragione dell’attacco alle sue stesse fondamenta. Si è in continuità col passato, ricordatelo! Quanto più alta è la volontà di rinnovare tutto, tanto più tradizionalmente si pensa. Non m’importa se mi credi o non mi credi. Ciò che stento a capire è come voi giovani possiate pensare di cancellare il passato senza neanche avere la cultura necessaria per sapere che i vostri antenati cominciarono a essere tradizionali proprio quando pretesero di cancellare il contesto culturale da cui provenivano.
Accidenti, ora va meglio? Un bicchierino è proprio quel che ci voleva! Le antiche immagini, riaffiorate, si assopivano in fondo all’anima. Mi ha piazzato ancora la foto sotto al naso. Queste altre foto sparse, più o meno simili ma scattate in punti diversi del bar, le riconosci? Mi hai fatto venire fin qui per un interrogatorio? Non mi andava di aggiungere alla finzione di non ricordare le foto nella foto l’ulteriore imbarazzo di spiegarne il motivo. Pensi che non abbia la testa a posto? Non immaginavo che l’amassi fino a questo punto, ecco tutto, sono passati più di cinquant’anni! So che cosa pensi, ormai non ha più senso, lo so. Si è abbandonato contro lo schienale della poltrona, con gesto stanco, quasi di vergogna. Non mi resta che da sapere una cosa, e puoi dirmela solo tu. Gli tremavano le mani. Monique fu una delle prime donne nel suo ambiente a prendere la pillola; amava Dany, ma la sua relazione con lui andò in pezzi subito dopo quell’incontro con suo padre, certe cose non ci accadono così, per caso; si venne a sapere che era incinta e decise di interrompere la gravidanza, il che all’epoca era vietato dalla legge; via, Ugo, mi disse, ormai non sono più la ragazzina che adora le patatine fritte, e non dare mai più il tuo cuore a una donna libera; sai? ho vissuto questo aborto come una liberazione, ho risolto un problema, ne sono uscita più matura e più forte! alimenterai le tue ossessioni, Ugo, se continui ad amarmi; e sarà la tua fine! ma io ho continuato ad amarla, accidenti. Ha chiuso gli occhi per un istante e ha fatto un lungo sospiro. Cosa dire di quest’uomo intrappolato in una desolazione pazzesca? E adesso voglio sapere, mi ha detto riaprendo gli occhi da quella specie di visione. Dimmi: sei tu il padre di quella creatura mai nata? Che ti salta in mente? poveretto, quest’enigma ti ha tormentato per una vita! Non scherzo affatto e vedo dal tuo sguardo che non capisci il senso della domanda. Non capisco? Prendi una sigaretta. Vedi, Ugo, gli ho detto accendendomi la sigaretta. Mi chiedo perché mai la giovinezza ci appare sempre come un tempo radioso; ci sono visi maledettamente perfetti, solo a guardarli vengono le lacrime agli occhi e quello che ci piace di più è che portano un tale carico di passione che non è possibile non perderci la testa; eppure ogni età ha i suoi problemi; il viso di Monique, nella luce smorta del mio soggiorno, mi appariva deformato da qualcosa di oscuro; sì, qualcosa che può ritorcere un’anima contro se stessa, ebbene … Mi sono interrotto, era di un pallore estremo, quasi ridicolo. Perché ti fermi? Ammetto, ho osservato mentre rigiravo la cicca nel posacenere. Ammetto che certe prove sarebbero state solo esperienze banali, se non mi avessero rivelato a me stesso; l’adoravano tutti, era proprio questo il guaio, non doveva che … oh, sarà la confusione che ho in testa … i giovani, sempre così infelici e sempre a volere tutto e subito; insomma, Ugo, finirò col tormentarti ancora, non so se sarebbe giusto. Te lo sto chiedendo io. Va bene, d’accordo, lo vuoi tu, cominciamo dall’inizio: era il 24 maggio e scrivevo un articolo da sottoporre a Jean-Paule Sartre; venni a sapere che in place Edmond-Rostand c’erano scontri con la polizia; mi precipitai per strada, migliaia di persone d’ogni tipo, impazzite, gridando, leader spontanei dando indicazioni opposte, la manifestazione era divisa in vari cortei, uno dei quali prendeva d’assalto il simbolo del profitto capitalista; alle dieci di sera la Borsa bruciava mentre un piccolo reparto di polizia difendeva il Ministero della Giustizia; alle tre del mattino incominciò il contrattacco; gli studenti, in preda la panico, tentarono la fuga ma furono massacrati con insolita brutalità; fra loro c’era Monique, stava con la bocca contorta e si copriva la testa con la borsa; urlai Smettetela! non ha fatto niente, niente! alcuni poliziotti si girarono e mi colpirono, caddi a terra insanguinato, la macchina fotografica in frantumi, finii in ospedale; tempo tre giorni e tornai a casa; ero sul divano a sbocconcellare una mela e suonò il campanello, era lei; beh, mio combattente, disse colpendomi sulla testa con un pacco regalo, vedo che stai meglio, su, aprilo! non potevo crederci: avevo fra le mani una Super Silette-LK, completamente manuale; ascoltami, disse piombando dietro di me, questa lasciamola annerire nel cestino, ora ti vesti, è una bella giornata; appoggiò il mento sulla mia spalla e continuò vezzosa: ti vesti (senza cravatta, per carità!) e ce ne andiamo in giro per Parigi; è possibile che riporti le cose in modo impreciso, perché è passato troppo tempo; ricordo che nonostante gli occhi impastati di sonno il viso mi s’illuminò; per cominciare venimmo da te a far colazione (avesti un moto di gelosia, dovresti ricordartelo! sì, eri geloso ma sapevi tenerti a bada), poi ce ne andammo a piedi sugli Champs-Élysées; i volantini della centrale sindacale comunista sembravano rassicurare gli operai in sciopero che le richieste erano state pienamente esaudite; c’era ancora chi s’illudeva di un’alleanza fra operai e studenti! ridacchiammo per le vetrine rotte e percorremmo strade dove avevano divelto il pavé per tirarlo contro la polizia, salutammo alcuni leader che stavano partendo per Cuba; altri, invece, erano finiti in prigione; pranzammo in una tavola calda, evitando un gruppo di studenti che ascoltavano un discorso alla nazione sulle radio a transistor e urlavano addio De Gaulle! le sedevo accanto, sulla riva destra della Senna, e sentivo odore di colpo di Stato; parlammo del nostro passato e seguendo il suo sguardo partecipai della gioia di un mondo che sembrava non essere il suo; in che modo lei era diversa? François, abbracciandola, insisteva che doveva sposarsi perché, per quanti successi potesse raccogliere nello studio della Psicologia (e qui lei si rattristava), su una cosa non poteva avere alcun dubbio: una donna non maritata si perdeva il meglio della vita; saltò giù dal muretto; insomma, le femmine sopra i tredici anni andrebbero tutte maritate? i muscoli le si irrigidirono; solo che i miei progetti non arrivano così lontano, sai qual è il nostro slogan? Vivere senza tempi morti e godere senza ostacoli; su, andiamo a casa, vengo da te; era forse la prima volta che non desideravo una donna in questo modo, di solito me le cercavo senza troppi scrupoli; l’attrazione prendeva il sopravvento ma qualcosa mi diceva di fermarmi; dimmi se Dany significa ancora qualcosa per te, le chiesi; stai parlando di un fuoriclasse, fa un mucchio di porcherie, niente di cui vantarsi, tu dammi prova di essergli superiore; non capii la reale portata della sua sfida! non voglio paragonarmi a Dany né a nessuno dei tuoi settari eruditi; tu pensi troppo di lusso, non avrai altre occasioni così; entrammo nel soggiorno, si mise nuda, avvertii un afrore con lieve essenza di gelsomino, era di una bellezza … non avevo mai visto (né vedrò più!) una bellezza simile. Mi guardava come ipnotizzato. Ti prego, non confondere la lussuria con quell’ardore. Fa differenza? Sì! Sciocchezze! Che senso ha ancora parlarne? Ha senso quel che rimane nel mio cuore … Ha scandito queste parole con somma amarezza. Vedi, Ugo, questa foto ha messo a nudo antiche ferite. Per questo me l’hai mandata? Il suo tono era aspro. Perché mai avrei dovuto? Perché solo tu potevi. Non sono stato io. Chi, allora? È stato solo in quel momento, che dalla tasca ho tirato fuori la lettera. Questa ti doveva arrivare, Ugo; come vedi c’è anche il mittente; come l’ho aperta, ho collegato i fatti; l’attendevo, la tua chiamata; tieni, leggila. È rimasto inebetito. Un vento caldo batteva sui vetri sporchi dello studio: un vento impolverato, di uno sconforto terribile. Come quel silenzio tra noi. Guardo quella finestra chiusa con qualcosa simile a una mutilazione invisibile, una forma turpe di angoscia, la casa è fatiscente, il quartiere intero è morto; guardo quel volto tormentato … era invero cereo, gli occhi spenti e le fattezze deformi e rugose, ma la giovinezza è dono di Dio e non ammette rimpianti; eppure l’orgoglio le era rimasto intatto, perché non ha età; la donna di servizio ha detto che erano mesi che non usciva più di casa e non rivolgeva la parola a nessuno; intrappolata in un rimuginìo solitario e bisbetico, continuava a rigirare infinite volte fra le mani la vecchia Super Silette, divenuta ormai oggetto d’incubo; sì, proprio quella: quel suo regalo, quello che le buttai sul ventre nudo quando, gelido, le indicai la porta d’ingresso; se n’era andata senza dire una parola, dopo un già lungo silenzio … che cosa orrenda, ho fatto!
Mentre ti scrivo, rimpiango di avergli mostrato la mia debolezza.
Quella del 3 agosto è un’immagine che non riuscirò a dimenticare: sono in piedi davanti a Monique, la vedo seduta dietro a un grande tavolo coperto da un drappo rosso sul quale sono sparpagliate le foto che scattai nel tuo bar, indossa una vestaglia stinta, la testa è scarnificata e rovesciata all’indietro, la bocca socchiusa; quasi al limite della contorsione, con impazienza mi porge la cinghietta di cuoio; mi avvicino, dal lato della cucina sento rumore di stoviglie e bicchieri, scoccano le nove; le sue dita ancora fra le mie hanno un che di semplice, tranquillo, immobile, mi dicono che il mondo non è ribellione, è accettazione; di fronte a me, Monique è morta. È morta, mi ha fatto eco mentre l’ombra delle sue guance si espandeva sempre più. Sì. Tu sei andato da lei, io sono rimasto qui. Ormai non fa differenza. Sai bene che non è così. L’amarezza ti soffoca. Non piangeva mai, Monique. Stammi a sentire, Ugo, non perpetuare queste immagini effimere; tanto più esse abitano la tua mente quanto più la materia che tu guardi è inghiottita dal tempo e tanto meglio si fa strada il tuo male, poiché sei innamorato del tuo dolore. Mi ha interrotto con parole terribili, che vorrei dimenticare. Calmati, Ugo. Non mi hai ancora risposto! Cercala in te una risposta, non nella comparsa ossuta che ti è davanti, né in quella che in alcun modo avrebbe potuto colmare il tuo vuoto. È rimasto a testa bassa. Chi me l’ha mandata questa foto? Ascoltami, Ugo: la sera stessa ho detto alla donna di servizio che era doveroso metterti al corrente della morte di Monique; per quanto mi sforzi, non ricordo con precisione che cosa è accaduto: era un momento delicato, mi ha chiesto di trovare il tuo indirizzo e io l’ho fatto, è la verità! dai l’impressione di non credermi, ha detto che poi ti avrebbe scritto; dopo il funerale, prima che iniziasse la ridda del trasloco, ha voluto farmi avere una foto di quegli oggetti sul tavolo; sai, siamo tutti anziani, usiamo ancora i vecchi sistemi, non abbiamo mai avuto dimestichezza con le tecnologie digitali, l’indirizzo fu infilato rapidamente in un cassetto, lì c’era anche il mio; nella spedizione, con gesto del tutto involontario ma decifrabile nel suo sarcasmo, ha scambiato il mio col tuo. Nel lungo silenzio una folata di vento, anticipazione d’autunno, ha fatto piovere piccoli ramoscelli dal cielo. Secchi. Nodosi. Esplosi via dagli alberi per flagellare i vetri anneriti come zampette di passerotti impauriti, fuggiti ovunque. Mi ha fatto alzare. Siamo andati all’ingresso. Lascia dietro ogni cosa, Ugo. Poi ci penso. Il suo respiro era pesante. Tu pensi troppo, gli ho detto osando cercare il suo sguardo pur sapendo che in testa ha un’altra idea, l’unica cosa a cui si deve pensare, me ne rendo conto alla fine della mia vita, è la morte! L’ho fissato con tenerezza. Gli ho preso la mano. Sappiamo entrambi che non ci rivedremo più.
È finita, Danielle. Del resto, bisognava che buttassi giù queste righe. Dovevi pur sapere, mia cara nipote. Dovevi pur saperlo anche da me, questo lato oscuro delle tue radici. Non c’è da stupirsi che volessi dimostrarle che non ero né vigliacco né retrogrado né insensibile ai valori di quella generazione, e allora accadde l’inaudito. Dominique era una vera sessantottina ma non ebbe alcun bisogno di interrompere la gravidanza per dimostrarlo. E nacque tuo padre. Non me ne pento, benché mi vergogni.
Mi accingo a pagare. Per puro caso, lancio un’occhiata oltre la vetrina. Sotto un cielo crepuscolare sta passando un’anziana signora. Conduce amorevolmente una bambina dai capelli biondi, ondeggianti …
Una graziosa nonna, come avrebbe potuto diventare Monique.
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