Storia · capitolo 1

Capitolo 1

Giù-Giù che salì sull'arcobaleno di Barbara P.

Giù-Giù che salì sull'arcobaleno

Quando Yumi era entrato nella sua vita, Giulia non aveva ancora compiuto un anno.

 Quel giorno, Giacomo Lodi aveva appena messo piede in ufficio, quando nella sua stanza era apparso Fausto Forte, suo amico di vecchia data, nonché proprietario dell'azienda "FF fotovoltaici", dove lui era impiegato da anni. Fausto era il grande capo, erano sempre gli altri che venivano convocati al suo cospetto, ma quella volta era là per chiedergli un piccolo favore.

 Giacomo e sua moglie Gelsomina, detta Gelsy, ché a chiamarla col vero nome si sarebbe rischiata la vita, avevano acquistato una villetta con giardino poco fuori città; Gelsy lavorava come redattrice in una grande rivista di moda a cui si dedicava anima e corpo investendo la maggior parte delle ore della sua giornata. Prima delle nove di sera, Giulia non rivedeva mai la sua mamma ed era affidata alle cure di Emma, la tata tuttofare. Perciò Giacomo si stupì non poco quando, parcheggiando nel vialetto di casa nel tardo pomeriggio, notò l'auto rossa fiammante di sua moglie già nel garage. Con un groppo in gola e l'ansia a mille, scaricò la scatola di cartone col suo prezioso contenuto, si fece coraggio ed entrò. Giulia, seduta sul grande tappeto colorato vicino alla tata, gli rivolse uno sguardo assente. Sua moglie apparve nel vano della porta della cucina.

«Cos'è questa novità?» disse senza nemmeno salutarlo indicando lo scatolone. «Sei tornata presto» rispose lui per prendere tempo.

«Ti dispiace forse?» la voce era tagliente. «Certo che no, solo non capita mai.» «Be' oggi è capitato, l'emicrania ha avuto la meglio sui miei buoni propositi. Comunque non mi hai risposto. Allora?» «È un regalo per Giulia.» «In una sudicia scatola di cartone?» «L'importante è il contenuto non il contenitore» disse lui poggiando a terra con delicatezza il dono. Lei fece un gesto sprezzante. Emma si ritirò in cucina per lasciarli soli e preparare la cena. Gelsy si chinò, aprì un lembo della scatola e cominciò a urlare isterica. «Ma come ti è venuto in mente di portare qui un cane? Non lo sai quanti germi, quanti peli, quanti parassiti porta un essere come quello in una casa? Con una bimba così piccola, poi! E sentiamo, da dove verrebbe fuori?» «La labrador di Fausto ha avuto una cucciolata con un meticcio di passaggio e mi ha chiesto...»

«E tu, come al solito, non gli hai saputo dire di no, vero?»

«Non è questo, è che penso che la presenza di un cucciolo possa fare solo bene a Giulia, i tuoi sono solo stupidi pregiudizi.» «Certo, come no! Tu non fai altro che viziarla e non ti accorgi di nulla. Non hai notato che la bambina non sorride mai, non gioca, non cerca il contatto fisico, non ci guarda negli occhi? Ti sembra normale che a otto mesi non pronunci una sillaba, un verso, che non abbia mai provato a gattonare?»

«Ogni bambino ha i suoi tempi.» «No, caro mio, fattene una ragione, tua figlia ha seri problemi, mi sono informata, potrebbe avere un disturbo dello spettro autistico. Domani stesso telefono per un appuntamento con un professore, un luminare in questo campo.» Giacomo era rimasto impietrito, certo Giulia non era espansiva, se ne stava sulle sue, ma era anche vero che aveva due genitori assenti, latitanti, che le dedicavano davvero poco tempo e sempre di fretta, era una bimba molto sola. Si riscosse mentre Gelsy ancora sbraitava, si girò verso sua figlia e lo vide. Il cagnolino, occhi nocciola chiaro, manto di un bel color cioccolato e, sul petto, una macchia bianca a forma di cuore, stanco di starsene nella scatola con tutta quella confusione intorno, si era arrampicato ed era riuscito ad uscire, aveva annusato un po' in giro e si era diretto verso il tappeto dove la piccola era stata lasciata da sola. Si era avvicinato lentamente, titubante, poi aveva cercato il suo sguardo. Lei si era incuriosita, non aveva mai visto un esserino peloso come quello e lo aveva guardato dritto negli occhi. I due cuccioli si erano riconosciuti all'istante, lo stesso carattere schivo, la stessa timidezza, le stesse insicurezze. Giulia aveva proteso le manine verso di lui e lo aveva accarezzato. Il cagnolino le si era accucciato accanto e aveva poggiato la testa sul suo grembo, lei ora sorrideva illuminando il mondo intorno. Gli occhi di Giacomo erano umidi di gioia mentre con un gesto invitava sua moglie a fare silenzio e a girarsi verso quei due. Lei si voltò di scatto. «Me ne vado a letto» disse solo. 

 Nonostante l'opposizione della madre, i due divennero inseparabili. La bambina lo cercava continuamente, lo abbracciava, lo baciava, giocava con lui, insieme erano il ritratto della felicità. Yumi, il nome del cucciolo, fu la prima parola che Giulia pronunciò e che portò con sè tutte le altre, tutte insieme, come se fosse saltato un tappo che le teneva bloccate e ora uscissero alla rinfusa. Chiamava Emma, papà, mamma, pappa, ninna e di se stessa diceva "mi chiamo Giù-Giù". E fu per imitarlo che la bimba imparò in un lampo a camminare carponi velocissima per tutta la casa, dando vita a inseguimenti sempre più spericolati e ridendo a crepapelle ogni volta che lo raggiungeva e gli acchiappava la coda. Se Yumi non c'era, lei si rifiutava di mangiare, se la madre spostava la cuccia del cane dalla sua cameretta, la bambina piangeva, si disperava e non c'era verso di farla addormentare. Gelsy alla fine aveva ceduto, anche perché la trasformazione di sua figlia era innegabile da quando il quattrozampe aveva varcato la soglia della loro casa. Un giorno l'aveva visto coi suoi stessi occhi. Giù-Giù, seduta sul curatissimo prato del giardino, aveva fatto per alzarsi, ma era pesantemente ricaduta a terra, allora Yumi, che già aveva raggiunto una considerevole stazza, le si era avvicinato, lei si era aggrappata al suo pelo folto e si era messa in piedi. Era la prima volta. Giù-Giù aveva mosso i suoi primi passi con Yumi accanto pronto ad intervenire. Appena la bimba perdeva l'equilibrio, lui, veloce, le faceva da sostegno. Nessun professorone avrebbe saputo fare di meglio. 

Gli anni passarono e Giù-Giù diventò una bambina sveglia e giudiziosa, con Yumi accanto, forte ed equilibrato, non aveva paura di niente e di nessuno. Ora aveva undici anni, frequentava la prima media e portava lunghi capelli lisci, neri, con due ciocche fucsia che le incorniciavano il viso. Quel rosa acceso era il suo colore preferito. Yumi la accompagnava ogni mattina allo scuolabus e sapeva perfettamente quando era l'ora di uscire dal giardino per andarla a riprendere e riempirle la faccia di umidi baci. I rapporti tra Giacomo e Gelsy si erano sempre più inaspriti e non passava giorno che non iniziassero a litigare per un nonnulla. Appena sentivano arrivare la tempesta, Yumi e Giù-Giù sparivano nella loro camera, si rifugiavano sotto le coperte e lui appoggiava delicatamente il testone sulla piccola testa di lei in modo da proteggerla dalle parole feroci che i genitori si scambiavano in quei momenti. 

Quel sabato notte, aveva piovuto molto, ma al mattino era spuntato un pallido sole, così, Giù-Giù aveva portato Yumi al parco di fronte casa a giocare con la sua pallina preferita. Erano tornati senza rendersi conto di essere tutti inzaccherati di fango. La porta-finestra del soggiorno che dava sul giardino, era splalancata e loro erano entrati di corsa. Un urlo disumano li aveva congelati sul posto. Gelsy aveva appena finito di passare lo straccio sui pavimenti e loro avevano imbrattato tutto di terra e acqua sporca. «Vi sembra questo il modo di comportarsi?» li rimproverò aspra. «Scusa mamma» provò a dire la ragazzina. «Niente scuse, adesso tu fili di sopra a darti una bella ripulita, e tu, brutto cagnaccio, fuori di qua, forza, da ora in poi starai nella tua bella cuccia in giardino!» «Ma, mamma, che dici?» protestò vivacemente Giulia. «E non osare contraddirmi, non ho più intenzione di dartele tutte vinte come tuo padre. Sparite!» Yumi, con la coda tra le gambe uscì di fuori, Giù-Giù fece le scale a due a due e si chiuse in camera sua sbattendo la porta. Non scese neanche per il pranzo, rimase tutto il tempo affacciata alla finestra per fare compagnia al suo amico peloso. Senza accorgersene, però, a un certo punto, scivolò in un sonno agitato. La svegliò un tuono potente, si alzò di scatto e corse in giardino incurante della pioggia che scendeva a secchiate. Si affacciò nella cuccia, ma Yumi non c'era, cominciò a chiamarlo mentre, disperata, lo cercava ovunque, poi si accorse del cancello mezzo aperto: il cagnolone aveva il terrore dei temporali e sicuramente era fuggito obnubilato dalla paura. La ragazzina, senza esitazioni, uscì per cercarlo. Perlustrò i dintorni senza successo e stava per rinunciare sperando di trovarlo ad attenderla sulla soglia di casa, quando qualcosa attirò la sua attenzione, un fagotto abbandonato sul ciglio della strada. Si avvicinò, lo riconobbe e le fu subito chiaro che non c'era più nulla da fare. Giacomo, di ritorno dalla sua uscita settimanale con gli amici, la trovò così, abbracciata a Yumi, disperata, fradicia di pioggia e lacrime, un dolore che le stritolava il cuore, l'amico adorato investito da un'auto e lasciato là senza vita. Il mattino dopo, Giù-Giù aveva osservato speranzosa il cielo ed esultato quando aveva visto quell'arco di sette colori che pareva dipinto a bella posta. Aveva buttato poche cose nello zainetto, era scesa di sotto correndo ma la madre aveva cercato di fermarla. «Dove vai, aspetta, fai almeno colazione!» Lei l'aveva guardata sprezzante «È tua la colpa di quello che è successo a Yumi.» Uscì di casa come una furia, inforcò la bici e partì. Non c'era tempo da perdere, presto il ponte sarebbe scomparso. Conosceva l'antica leggenda, cani e gatti, alla fine della loro esistenza sulla Terra, vanno ad aspettare i loro umani in un posto chiamato Il ponte dell'arcobaleno, proprio all'entrata del paradiso. Pedalava come una forsennata per raggiungere il punto in cui l'arcobaleno toccava terra perchè, se fosse riuscita a salirci sopra, avrebbe raggiunto Yumi e l'avrebbe riportato a casa con sè. Spalancò i grandi occhi neri appena si trovò di fronte a quell'esplosione di colori. Mollò la bici e si aggrappò all'indaco con tutte le sue forze, cercò di salirvi, ma riscivolava giù. Non si diede per vinta. Intanto vedeva intorno a sè decine e decine di quattrozampe, alcuni malati, altri menomati, altri cuccioli di pochi mesi che, appena mettevano piede su quelle curve colorate, tornavano ad essere sani, agili, allegri e in pochi salti raggiungevano la cima. Lei era là che arrancava ma la sua determinazione fu così forte che, dopo un'ultimo sforzo, si issò stremata sulla vetta. Si ritrovò in un luogo incantevole, un prato che si estendeva a perdita d'occhio, pieno di piante, alberi dai mille colori, fiori profumatissimi e vivaci ruscelli. Si mise subito a cercare Yumi e lo trovò che correva felice dietro una farfalla dai mille colori. Non ebbe bisogno di chiamarlo, lui si accorse immediatamente della bambina e le venne incontro scodinzolando come faceva sempre.

 «Piccola mia, che fai qui? È forse successo qualcosa?» le disse preoccupato. «Ma... ma tu parli?» esclamò Giù-Giù, contenta e sconcertata a un tempo. «Quassù ci si parla con il cuore» rispose il labrador. «Oh, Yumi, credevo di impazzire senza di te. Sono venuta a portarti indietro.» «Piccola mia, mi dispiace, ma non si può, devi tornare subito a casa, da sola. Non temere, io non ti dimenticherò e ti aspetterò qui per tutto il tempo.» La bambina fece la faccia imbronciata, poi si avvicinò ad un albero, prese il collare di Yumi dal suo zainetto, se lo allacciò al collo sottile e legò l'estremità del guinzaglio ad un ramo. «Io non mi muovo da qui senza di te» proclamò decisa. Yumi si mise a correre finché non raggiunse la casa del Grande A. Bussò ed entrò quasi contemporaneamente. «Che succede? Ah sei tu Yumi, vieni accomodati.» «Non c'è tempo, Capo» ansimò il labrador. «C'è sempre tempo, amico mio, siediti e assaggia questa tisana che ho appena preparato» «Capo, si ricorda di Giù-Giù?» tagliò corto il cagnolone. «Certo, amico mio, io so e vedo tutto, è la bambina coi genitori distratti a cui abbiamo mandato un angelo con la coda.» Yumi aspettò che Il Grande A. realizzasse quello che era accaduto, poi gli spiegò la situazione. «Ma non c'è tempo da perdere! Se non tornerà subito a casa sparirà nel nulla eterno. Le parlerò io.» «Vedi cara, con tutta la più buona volontà, il tuo amico non può scendere con te, il suo tempo sulla Terra è terminato, il suo ticket è scaduto, come diceva un grande Maestro siciliano, di cui ora mi sfugge il nome. Tutto è compreso in quel biglietto, tutto è scritto. Ora è tempo che Yumi si goda tutta questa bellezza e sia felice» concluse indicando con un gesto quello che li circondava. «Lo so, ma io... » e abbracciata al collo del labrador crollò in un pianto disperato. Il Grande A. si allontanò un poco dai due non reggendo davanti a quell'immenso dolore. Chiamò Yumi che lasciò a malincuore la sua padroncina e lo accompagnò in un grande campo di girasoli, poi gli indicò una testolina marrone che sbucava tra una corolla e l'altra. «Parlagli di lei, raccontagli ogni cosa, istruiscilo per bene, al resto penserò io, ma fa presto, il tempo sta per scadere.» Poco dopo, Il Grande A., seguito da Yumi, tornò da Giù-Giù. «Va bene, ragazza testarda, hai vinto tu, ti permetterò di tornare a casa col tuo cucciolo, ma ad una condizione. Qualunque cosa accada durante il viaggio di ritorno, mai, per nessun motivo al mondo, dovrai voltarti indietro a guardarlo prima di essere arrivati nel giardino di casa. È chiaro?» «Certo, grazie Capo» disse lei abbracciandolo con le lacrime agli occhi. Tolse il collare dal suo collo e lo allacciò a quello di Yumi, poi prese a camminare verso l'uscita precedendo il labrador che docile la seguiva al guinzaglio. A un certo punto, Giù-Giù sentì un piccolo strattone ma resistette con tutte le sue forze senza girarsi. Superato il cancello del giardino di casa, vide i genitori che le correvano incontro, pallidi come lenzuoli ma felici di poterla riabbracciare sana e salva. «Dove sei stata?» le chiesero poi. «A riprendermi Yumi» e solo in quel momento si girò. Un cucciolo di pochi mesi la guardava scodinzolando, era color cioccolato con una macchia bianca a forma di cuore sul petto. Giù-Giù gli si inginocchiò accanto e lo guardò dritto negli occhi. «Yumi, sei proprio tu?» chiese titubante. Per tutta risposta il cagnolino le si accucciò accanto e, come la prima volta, le appoggiò la testa in grembo. La bambina sorrise illuminando il mondo.

«L'abbiamo ingannata» disse Yumi al Grande A. mentre guardavano la scena dal ponte. «No, abbiamo ricucito i brandelli del suo cuore» «Con una bugia, però.» «Credi forse che Il Grande Capo Supremo non fosse d'accordo con noi?» Si udì un brontolio sordo provenire dall'alto, come uno schiarirsi di voce, e Il Grande A. corse subito a rifugiarsi in casa sua.

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