Capitolo 1
L’IMPERDONABILE
Questi giorni continuano a spostarsi nella nebbia, poco chiari, fumosi come i pensieri che strisciano in me. Da troppo tempo le proporzioni sembrano non seguire nessuna logica. La tazzina del caffè è talmente immensa che ci posso nuotare dentro, che ci mi posso nascondere. Le sedie vuote intorno a me crescono a dismisura e io mi sento così piccolo, minuscolo come una briciola. È strano, è tutto così strano. In fondo fuori sono un grand’uomo elegante imbrigliato in giacche abbottonate e cravatte stritolatrici. Fuori non conosco la paura e i sentimenti. Fuori sono un robot distaccato, formale, dedito alle regole. Dentro sono morto. La verità è che non sono mai me stesso. Ogni giorno mi cucio addosso un ruolo da recitare. Nessuno mi conosce veramente, forse nemmeno io mi riconosco più veramente. Preso come sono dalle commedie e tragedie quotidiane. Ad ogni alzata di sipario sempre pronto a fingere un sorriso sotto l’ombrello nero. Sempre pronto a caricarmi responsabilità che mai vorrei prendermi. Sono diventato quello che non volevo diventare e intanto le immagini della vita che desideravo mi sono scivolate accanto, risucchiate da un fiume in piena, risucchiate nel mio cuore nero. Perché ho permesso che ciò accadesse? Perché non faccio nulla per fermare questo circolo vizioso? Credo ormai di non essere più in grado di muovermi. Ormai la porta della mia anima è chiusa e la chiave è sepolta così profondamente nel mio io da non riuscire più a trovarla. Io sono imperdonabile. Continuo a soffocare i cigni nello stagno e guardo la loro danza di morte senza fare niente. Potrei salvarli, si davvero potrei farlo. Eppure resto immobile a guardarli agonizzare e l’unica cosa che riesco a fare è chiudere gli occhi e ricacciare indietro quello che provo. Come ho fatto anche con te.
Tu sei apparsa in un giorno di fine settembre. Camminavi sul ponte, osservando il fiume, osservando le foglie ingiallite compiere vortici nell’aria fredda. Pensavi a chissà che cosa, irraggiungibile nel tuo cappotto sabbia. Per un istante ho incontrato i tuoi occhi gialli come quelle stesse foglie. Per un istante ho sentito il tuo dolore, ho assaggiato le tue lacrime per dissetare la mia anima arida. E l’uomo dei sogni mi ha preso per mano, conducendomi in quel mondo visionario dove anch’io potevo essere felice, dove anch’io potevo mettermi a nudo. Insieme a te. C’è stato un tempo in cui la campagna bastava a regalarmi la pace tanto inseguita. Bastava il profumo dolce dell’uva fragola pronta per essere vendemmiata, il sapore delle more e dei lamponi che presto si sarebbero trasformati in marmellate. Mi bastava vederti correre tra i filari col tuo cappello largo di paglia in testa. Io ti inseguivo con lo sguardo, da dietro la mia ventiquattrore. Tu ci hai provato a trascinarmi in quell’oasi. Mi hai dato diverse occasioni per dimostrarti i miei sentimenti. Forse troppe, sai. Ma io le ho sprecate tutte. La verità è che ti ho sempre vista su un piedistallo, avanti quel tanto sufficiente a scoraggiarmi. Probabilmente era solo una scusa per rinnegare la mia paura. Fuori un grand’uomo tutto d’un pezzo, dentro un cigno nero e morente paralizzato dal terrore di amare e poi perdere, di ridere e poi piangere. Eppure adesso sono stanco di restare in disparte. Vorrei urlare e gridare più forte delle voci che ho in testa. Vorrei uscire del tutto di senno e imparare a vivere come gli altri. Come te.
Poi il dieci settembre è successa una cosa. Stavo leggendo il giornale distrattamente come al solito. Finché un trafiletto sulla cronaca rosa ha catturato la mia attenzione. A quanto pare Lisa si sposerà. E non sposerà un uomo qualsiasi. D’altronde la sua famiglia è sempre stata ricca e di certo non si sarebbe accontentata di vederla sposata con un impiegato. Lisa si unirà in matrimonio con Leonardo Vattelapesca noto imprenditore romano, possessore di una catena di alberghi sparsi per tutta Italia. Una foto li ritrae felici davanti non so a quale edificio storico. Non è poi tanto importante l’edificio, quanto i loro sguardi. Sono gli sguardi che vorrei avere io. Sono gli sguardi che ho sempre tenuto nascosti per paura delle conseguenze che avrebbero portato. E ora li ritrovo su di loro. Lisa e Leonardo. Dio come suonano male questi due nomi insieme. Persiste un non so che di stucchevole nell’ammirare questo bell’articolo arabescato. Lui dal di fuori dà un’alzata di spalle e volta pagina quasi non si fosse accorto della notizia. Ma la mia anima dal di dentro scalpita come un cavallo imbizzarrito. E adesso il giornale mi sembra gigantesco, si è tramutato in una bocca enorme e mi sta divorando. Dapprima le dita, poi le braccia, le spalle, la testa e il resto del corpo. Sono un tutt’uno con la carta. Sono fuso nelle parole stampate e ululo come se non ci fosse un domani. Domani non esisterà più se tu non ci sarai ad aspettarmi. Sono sicuro che tu abbia speso notti e giorni in quella campagna cercando i miei occhi tra i grappoli violacei e le tue lacrime avranno abbeverato la terra del tuo amore e dei tuoi rimpianti. Finché altri occhi, attenti e sensibili, ti hanno raggiunta e sono rimasti accanto a te, senza timore di sbagliare o di riflettersi nei tuoi. Senza paura di apparire troppo grandi o indegni. E sebbene quegli occhi non possano condividere il tuo stesso dolore, sono riusciti comunque a lenirlo e a farlo sbiadire nelle crepe del tempo. Si, tu ora hai trovato la tua strada lastricata di sogni e stelle chiare. C’è un particolare, però, che mi incuriosisce. Le nozze saranno celebrate in Duomo a Trento. Mi aspettavo che un vip come Leonardo preferisse un luogo esotico, di stralusso, invece, poverino, dovrà accontentarsi di questo buco di città a tratti retrograda che a stento prova a stare al passo coi tempi moderni. Certo Piazza Duomo è il miglior biglietto da visita della città, ma Leonardo non sa che dovrà fare i conti con Nettuno perché non maledica l’unione. La fontana potrebbe ribellarsi alle nozze e allagare con furore l’intera piazza e perché no, magari anche la chiesa visto che c’è. Guarda anima mia nera come sanguini di sentimenti adesso! Avrei potuto e dovuto essere io quell’uomo. Le mie occasioni le ho avute, quindi che mi prende? Imperdonabile il mio comportamento in passato, imperdonabile il mio comportamento presente. Restare qui a sognare di presentarmi in chiesa e fermare tutto come nei film d’amore più romantici. Sognare di fuggire insieme a te lontano da Leonardo e i suoi seguaci, perché in quei film la sposa scappa sempre. Ma chi voglio prendere in giro? Resterò qui, nel mio rifugio di maschere e teatri a recitare la mia parte. A fingere di stare bene, che non sia successo nulla. Io non sono romantico.
Vedrai Lisa, ti sposerai e sarai felice come meriti e io non mi muoverò. Continuerò la mia farsa come ogni giorno. Nuovi atti, vecchi volti. Camminerò a testa alta, portandomi dietro le mie croci. Perché me lo merito. È giusto così. Questo è il mio Luna Park. La nausea fa parte del pacchetto. Attenderò il giorno che non arriverà mai. E adesso è tardi, devo prendere la ventiquattrore e volare in ufficio. Mi trascino su questo ponte, mentre le foglie ingiallite danzano intorno a me. Me le scrollo di dosso come sassolini dalle scarpe. Poi alzo lo sguardo e in un istante appari tu. Di nuovo tu, Lisa. E in un istante rivedo quel dolore nei tuoi occhi posati su di me.
“Daniel!” esclami sorpresa e spaventata.
Io non fiato. Lui al di fuori vorrebbe andarsene via velocemente, fingendo che tu non sia qui. La mia anima nera, però, lo inchioda al marciapiede. Tu ti avvicini un po’ e sento il tuo profumo vanigliato, così familiare, leggero come una nuvola.
“Ciao Daniel!” esclami con voce strozzata.
“Ciao.” sussurro nel vento settembrino.
“Come stai? È passato tanto tempo… Mio Dio credevo che non ti avrei più rivisto!” mi fissi.
“Invece sono qui. Sto bene.” altre menzogne.
“Sai sono qui solo di passaggio. Sabato mi sposo, in Duomo. Poi riparto subito. Vado a vivere a Roma.” mi telegrafi le tue parole, senza trasporto.
“Lo so.” rispondo distaccato.
“Lo sai?” mi fai stupita.
“Leggo i giornali.” commento cupo.
Ti porti una mano sulla bocca: “Oh è vero, che imbarazzante. Un annuncio ufficiale come se fossi un’attrice famosa!” ridacchi nervosamente.
La mia anima ti sta abbracciando stretta a sé, ti sta incatenando col lucchetto pur di non farti scappare. Sto immaginando di baciare le tue labbra morbide, come ho continuato a immaginare in tutti questi anni senza mai osare farlo. Lui al di fuori, invece, nega qualsiasi coinvolgimento o qualsiasi interesse per la conversazione.
“Allora auguri. Devo andare al lavoro.” dico compiendo un passo.
“Daniel aspetta!” gridi quasi sfiorandomi il braccio.
Brividi. Imperdonabile.
“Credo che il destino ci abbia teso una trappola. Non credi anche tu? Insomma, incontrarci proprio adesso che sto per sposarmi…dopo tutto questo tempo…”.
Sei bellissima. Altre parole sarebbero uno spreco. Sei semplicemente bellissima.
“Forse.” le mie mani sudano “E allora?” maledetta la mia maleducazione.
“E allora ti andrebbe un caffè?” me lo chiedi d’un fiato, prima di pentirti.
Io guardo l’orologio: “E’ tardi, ho un lavoro. Orari da rispettare.”.
“Hai ragione, scusa. Possiamo vederci quando stacchi! A che ora finisci? O magari fai una pausa a mezza mattina!” parli come una macchinetta.
“Perché dovremo andare a bere un caffè?” chiedo stralunato e scocciato.
Abbassi il capo tristemente. Ti rivedo all’ombra di quei cespugli di more a piangere lacrime silenziose a causa mia.
“Perché so Daniel che in fondo vorresti farlo.” mormori dolcemente.
Rifletto un minuto, poi do un’alzata di spalle: “Invece no, ti sbagli.”.
Le mie parole non ti scalfiscono, al contrario mi regali un sorriso: “Ti aspetto al bar Pasi alle dodici e mezza.” detto questo ti allontani con passo deciso, al di là del fiume.
Un appuntamento? Con te Lisa? Perché dopo tutto il male che ti ho fatto hai ancora voglia di bere un caffè con me? Tu lo sai vero che aspetterai invano un’altra volta? L’ennesima volta? Io non cambierò mai. Imperdonabile. Non ci sarà nessun caffè. Io ti deluderò ancora una volta, spero l’ultima. Devi metterti in testa che io non valgo niente, che sono buio, solo buio. E tu luce come puoi sopravvivere nel buio?
In ufficio svolgo diligentemente il mio lavoro, come al solito. Senza sbavature, senza lasciar trapelare nulla. Poi l’orologio segna mezzogiorno ed è ora di staccare per il pranzo. Lui al di fuori ha congelato la mente per non pensare a te e al nostro incontro. Eppure settembre è così caldo quest’anno. Mi investe come un raggio rovente, una fiamma ossidrica che libera il mio cuore e i miei pensieri. Manca mezzora al nostro appuntamento. Giusto il tempo che impiegherei ad arrivare al Pasi da qui. Rimugino. La verità è che sono combattuto. In fondo desidererei dirti tutto quello che non ti ho mai detto. Quelle parole d’amore sussurrate alla mia anima nelle notti insonni. Le stesse che avrei voluto sussurrare a te. La verità è che ho paura. Sempre la stessa paura di quando ero bambino e mi nascondevo nell’armadio per non farmi trovare dai mostri. Quei mostri che mi odiavano, mi umiliavano e laceravano il mio corpo di cicatrici. Quei mostri che mi hanno rubato l’innocenza senza possibilità di rimborso.
Io sono buio. Punto. Tu non conosci il mio passato, Lisa. Tu non sai niente di me. Conosci solo il mio aspetto fisico, l’aspetto esteriore. Forse ti sei invaghita del mio aspetto. Non lo so davvero cosa ci hai trovato in me. Non so perché mi hai inseguito così tanto per ricevere in cambio solo briciole di niente.
Sono minuscolo, come le formiche che attraversano la strada sotto i miei piedi. Rimpicciolisco con loro e il mio cammino si fa impervio all’improvviso. Un sassolino sembra l’Everest. Vedi che non ci riesco! Le invento tutte pur di non venire da te. Scusa ma sono diventato una formica, impiegherei troppo tempo ad arrivare. Sarà meglio che resti dove sono. Per il tuo bene, Lisa è meglio che io resti qui.
Sono trascorsi tre anni dall’ultima volta che ci siamo visti. Tre anni da quell’appuntamento mancato. Tu ti sei sposata e per quanto ne so vivi a Roma, felice come meriti di essere. Mentre io sono ancora qui a fingere di vivere perché, a parte recitare, non so fare altro. Non sono venuto a bere quel caffè, non sono venuto in Duomo per fermare la cerimonia…. Imperdonabile. E adesso è domenica, una domenica qualunque di settembre e mi scopro a passeggiare lungo il fiume. Perché in verità adoro questo mese dell’anno. Perché posso morire lentamente insieme alle foglie senza che gli altri se ne accorgano. Arriverò fino al Forno a comprare un panino con l’uvetta, quello che mi comprava sempre mia nonna. Lo gusterò seduto su una delle tante panchine del viale, osservando i castagni spogliarsi e rivestirsi di ricci. Un buon programma mattutino.
Un istante e tu appari. Seduta su una panchina. Un panino con l’uvetta tra le mani. Devi avere una gran fame. Ma guardati Lisa dagli occhi gialli. È di nuovo settembre e tu sei di nuovo qui, ma adesso sei diversa. Non sei sola. Qualcuno scalpita dentro di te, affamato di vita, affamato del tuo amore. Lisa tu aspetti un bambino e sei ancora più bella. Mi nascondo dietro la campana del vetro per non scalfire quel momento. Tu non puoi vedermi. E mi chiedo cosa fai qui adesso da sola con la tua pancia. Dov’è Leonardo? Dove sono i tuoi genitori? Forse sei un sogno, una visione creata dalla mia mente malata. Eppure tu sei qui. Sei qui davvero.
All’improvviso accade qualcosa di impensabile. Il destino a volte è capriccioso e adora giocare a scacchi con le nostre vite. Scacco matto. Adesso tocca a me. Al vero me. Per una volta dovrò recitare la parte di me stesso, anche se non ho la più pallida idea di come si faccia. Un istante sembra breve quando lo immagini. Invece ci sono istanti che durano un’eternità, proprio come questo. E in quell’eternità affiorano i sentimenti più disparati, le paranoie, le angosce. Affiorano coscienze e braccia robuste capaci di tirarti su dal buio e sorreggerti. Lisa, non temere, ci sono io a sorreggerti.
Il tuo viso frana un attimo ai tuoi piedi per poi ricomporsi in una smorfia di dolore. Il panino cade per terra in premio ai piccioni. Ti tocchi la pancia e mandi un piccolo grido. Non so cosa stia succedendo, so solo che devo correre. Da te. Subito. Senza paura, senza remore. Eccomi.
“Lisa?” ti chiamo raggiungendoti.
Alzi il capo verso di me, non sembri sorpresa di vedermi. Sei solo sofferente.
“Daniel…” sussurri.
“Che succede? Ti senti male? Chiamo l’ambulanza?” d’un tratto svelo la mia preoccupazione.
“Si…ti prego…chiamala…” la voce ti muore in gola e i tuoi occhi si riempiono di lacrime.
Estraggo il cellulare dalla tasca e compio il mio dovere. Nel frattempo tento di confortarti con parole dolci. Ti stringo e ti invito a calmarti e a non piangere. Vorrei ingoiare il tuo dolore e seppellirlo nel mio cuore nero per rivederti felice. Tu sei luce, il buio non deve azzardarsi a prenderti, capito?
“Stai tranquilla, andrà tutto bene. Ci sono io, non sei sola. Non avere paura, non piangere Lisa.” ho preso in prestito le parole che il mio armadio sussurrava a me, quando mi ci infilavo dentro per fuggire alla realtà.
L’ambulanza arriva in un baleno. D’altronde l’ospedale è a pochi isolati di distanza. Ti caricano. Io non posso seguirti se non con la mia automobile. Altri istanti e arriviamo al Santa Chiara. Prima che tu svanisca mi lasci il tuo cellulare pregandomi di avvisare tua madre e tuo marito. Ti accontento. La prima sarà qui il prima possibile, mentre per il secondo dovrai aspettare di più, dal momento che si trova a Roma per lavoro. Vorrà dire che nel frattempo continuerò a essere me stesso, a disperarmi per te in questo corridoio. Continuerò ad amarti e a pregare di rivederti sana e salva insieme a tuo figlio.
Dopo circa mezzora un’infermiera viene verso di me.
“Lei è il marito di Lisa?” una domanda che mi uccide.
“Certo.” rispondo pronto.
“Allora venga. Sua moglie chiede di lei.”.
Seguo il camice verde acqua ripetendomi nella testa quelle parole. Sua moglie chiede di lei. Mi piacerebbe che fosse davvero così. In ogni caso sono qui e adesso posso giocare la mia partita. Se è vero che il destino ci ha teso una trappola, bene, fatemi cadere in questa trappola, imprigionatemi nella rete di fili, purché in quella rete ci sia anche tu.
La porta si apre. Eccoti Lisa. Eccoti qui.
“Daniel!!” urli piangendo disperata “Daniel!!!”.
Corro ad abbracciarti: “Come stai? Cos’è successo?” ti chiedo con un groppo in gola “Ho chiamato tua m..”.
Mi zittisci con un dito: “Resta con me, ti prego, resta qui.”.
Annuisco e continuo a stringerti sprofondando in quell’istante di intimità inattesa.
Il ginecologo mi informa che sta per eseguire un’ecografia per valutare la situazione. Noto con terrore che hai perso parecchio sangue e per quanto non mi intenda di gravidanze, non credo proprio sia normale. Tuttavia, quello che mi terrorizza di più sono le emozioni che sto provando in questo momento. Ho una paura fottuta di perderti e questo ci sta. Ti amo. Ma ho una paura fottuta di perdere quel bambino come se fosse mio figlio e questo non ci sta.
Il ginecologo ti spalma una crema gelatinosa sulla pancia. Io ti stringo la mano. La sonda esplora la tua pelle e sul monitor accanto al lettino appaiono immagini raccapriccianti e incomprensibili ai miei occhi. Ad un tratto sento come un tamburo. Un battito incessante, rapido e forte. Il ginecologo si distende.
“La bambina sta bene. Il battito è perfetto.”.
Lisa piange di gioia: “Allora che è successo?”.
“Sembra ci sia stato uno scollamento delle membrane inferiori. A fine visita le spiegherò meglio con il supporto visivo. La bambina sta bene, comunque. Non deve preoccuparsi.” un debole sorriso al quale ci aggrappiamo entrambi, una scialuppa del Titanic.
Ti ho stretto la mano per tutto il tempo. Un contatto semplice, ma efficace.
A fine ecografia ci accomodiamo alla scrivania per parlare con il ginecologo. Non capirò mai cosa significa scollamento delle membrane. In ogni caso ho capito che tu dovrai stare a letto finché la macchia di sangue che si è formata sotto il sacco amniotico non si sarà assorbita del tutto. Perciò, dato che tua madre ancora non si vede, dovrò accompagnarti a casa io. Ti scorto con la sedia a rotelle fino alla mia auto.
“Ti porto a casa dei tuoi?” chiedo inserendo la chiave nel quadro.
D’un tratto mi prendi la mano e piangendo mormori: “Grazie Daniel. Se non ci fossi stato tu non so davvero cosa avrei fatto. Grazie.”.
“Sono contento che voi due stiate bene. Ma ora devi riposare.”.
“Se tu ora mi porti a casa, tutto questo finirà. Daniel vorrei restare con te per sempre.” mi fissi con due chiodi al posto degli occhi.
La mia carne si lacera.
“Devi pensare a tua figlia. Devi andare a letto.” la ammonisco gentile.
L’incanto si rompe. Il tuo cellulare suona. È tua madre. Le spieghi velocemente quello che è successo, la sento trasalire. Ti chiede se puoi farti accompagnare da qualcuno a casa perché lei è imbottigliata nel traffico del Garda. È dispiaciuta di non esserci stata, ma è felice che non sia niente di grave.
“Non preoccuparti. Ho incontrato un amico, resterà con me fino a quando non arrivi.” la rassicuri, quindi ti volti a guardarmi “D’accordo. Possiamo andare a casa.”.
Metto in moto.
Sembra ridicolo, ma ho sempre ammirato questa casa e questo da giardino dall’esterno. In verità è la prima volta che ci entro senza bisogno di sognare di farlo. Ti aiuto a metterti a letto. Tutto è come l’ho sempre immaginato; con mobili di antiquariato, opere d’arte alle pareti… una casa che trasuda un rigore d’altri tempi.
“Hai bisogno di qualcosa? Un bicchiere d’acqua, non so?!” ti domando premuroso, mentre ti accomodo il cuscino.
“Ho bisogno di parlare con te. Siediti. Parliamo.”.
Il destino ci ha teso una trappola, sono impigliato nella rete ormai. Obbedisco.
“Allora, avrai una bambina. Congratulazioni. Avete già deciso il nome?” inizio una conversazione.
“Angelica.”.
Era il nome di mia nonna. Abbasso il capo confuso.
“Parlami dei mostri Daniel.” dici all’improvviso.
“Cosa??” alzo la voce.
“Ne conosco uno anch’io, sai. Il mio è venuto da fuori, era uno sconosciuto prima di vedere il nostro giardino. Poi una notte è tornato con degli amici. Volevano rubare, solo rubare. Io ero sola in casa, avevo sedici anni. Li ho sorpresi. Il mostro è venuto verso di me. Non ho potuto difendermi.” tremi mentre ne parli “Quando sembrava tutto perduto è apparsa una donna, anziana, ma incredibilmente arguta e coraggiosa. Era armata di un fucile da caccia e mi ha salvata. Si chiamava Angelica. Era tua nonna.”.
“Mia nonna non mi ha mai raccontato questa storia.” commento tristemente “Mi dispiace.”.
“Adesso la conosci anche tu. Adesso parlami dei tuoi mostri.”.
Le proporzioni hanno di nuovo invertito le logiche. Ora sei enorme. Vorrei nascondermi nel tuo ventre insieme alla tua bambina. Sono un granello di sabbia che scivola sulle tue labbra. Mangiami! Così non dovrò più parlare o ricordare. Così potrò svanire nel buio del tuo stomaco e restare con te senza che tu lo sappia.
“Non posso.” strillo.
“Si che puoi.” incalzi e ora anche i tuoi occhi crescono e mi inondano d’acqua melmosa e mi manca il respiro e le mie mani tremano.
“Non voglio.” strillo.
“Perché?” la tua voce è una carezza, i tuoi occhi umidi mi investono ancora come un mare in tempesta.
“Perché sono i miei mostri. Solo miei. Perché sono buio Lisa. Non posso e non voglio scaricarti addosso il mio dolore. Nessuno merita il mio dolore.”.
Ho davvero detto questo?
Tu afferri la mia mano con affanno.
“Mi dispiace Lisa. Io non cambierò mai. Io non posso essere quello che vuoi. Questa è l’ultima volta che ci vediamo, te lo prometto. Se dovessi incrociarti, cambierò strada. Ti auguro una vita felice. Non preoccuparti più per me. Io sono così e lo sarò per sempre.”.
Imperdonabile.
Ti sfioro la mano con un bacio, poi mi alzo. Tu stai piangendo.
“Buona fortuna Lisa. Addio.” ti saluto prima di sparire al di là della porta.
Gli anni sono trascorsi strisciando nella nebbia. Qualcuna si è divertita poche ore nelle mie lenzuola. Sesso e nient’altro. Non ho più saputo nulla di te. Ho smesso di pensarti, forse anche di amarti. Oppure non smetterò mai. Ma adesso sono vecchio e stanco. Settembre sfila davanti alle mie finestre e sento che tra poco tempo dovrò andarmene. Insieme alle parole che avrei voluto dirti. Insieme alle parole che non ti ho mai detto. Le sedie vuote intorno a me crescono a dismisura. Moriremo entrambi un giorno senza più sapere nulla l’uno dell’altra. Il mio teatro chiuderà per sempre e forse i miei mostri scompariranno dietro il sipario, finalmente paghi.
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