Capitolo 2
LA PRIMA REGOLA
⏱️ Ore 00:15 del gioco // 05:45:00 all'alba
«Il buio non cancella il lusso, lo rende solo più affilato. E nel silenzio di una reggia, ogni battito cardiaco suona come una condanna.»
───
Il tempo era scandito dall'unico suono costante degli ingranaggi: un battito pesante, inesorabile. Da quando la porta si era chiusa alle loro spalle, con quel riverbero metallico che pareva aver sigillato per sempre il mondo esterno, il buio e il silenzio erano stati i loro unici compagni.
Un buio denso, quasi solido. Di quelli che premono sulle palpebre fino a far dubitare di avere ancora gli occhi aperti.
«Rimanete uniti! Non disperdetevi!» la voce di Chris arrivò ovattata, spezzata da un colpo di tosse. Cercava di fare il leader, ma la flessione acuta delle sue corde vocali tradiva lo stesso identico terrore che attanagliava tutti gli altri.
«Non vedo niente... cazzo, non vedo le mie stesse mani!» urlò Sam, un ragazzo basso con gli occhiali che continuava a tormentarsi i polsi. Il suo respiro era corto, spezzato: il preludio imminente di un attacco di panico. Seguito dal fruscio dei vestiti contro il pavimento, si accovacciò a terra, stringendosi le ginocchia al petto. «I telefoni... qualcuno provi ad accendere uno schermo, una torcia, qualsiasi cosa!»
«Te l'ho già detto, genio: ce li hanno presi,» rispose una voce femminile dal fondo. Era Maya, il tono acido usato come scudo per non scoppiare a piangere. «Ho le tasche vuote. Non ho nemmeno le chiavi di casa. Niente.»
Nel buio, il gruppo si muoveva a tentoni come una mandria cieca. Qualcuno andò a sbattere contro una spalla, provocando un gemito di spavento; una ragazza imprecò dopo aver urtato un ostacolo invisibile, forse lo spigolo di un mobile antico o il basamento di una colonna. Ogni minimo rumore — il fruscio di una scarpa sul marmo, un respiro affannoso, il battito accelerato del proprio cuore — sembrava amplificato e distorto dalle pareti invisibili di quel vuoto.
Ma era quel ticchettio a logorare i nervi. Clan-dank. Clan-dank.
Non era il suono delicato di un orologio da tasca. Era il rumore ciclopico e pesante di ingranaggi enormi che si muovevano a fatica dietro le pareti, come se la struttura della Reggia fosse un gigantesco mostro meccanico intento a digerire le loro vite un secondo alla volta. Un secondo in meno all'alba. Un secondo in meno alla fine.
In mezzo a quella cecità forzata, una ragazza rimasta fino a quel momento in silenzio tese le orecchie. Non urlava, non si lamentava; cercava di calcolare lo spazio. Dal modo in cui la voce di Chris aveva fatto eco, capì che non si trovavano più in un corridoio stretto. La stanza era immensa, con un soffitto alto almeno dieci metri. L'aria era gelida e sapeva di chiuso, di polvere immobile da secoli, ma con un retrogusto chimico: un odore acre di elettricità statica che strideva con la storia di quel posto.
«Dobbiamo toccare le pareti, trovare una fines...» stava dicendo Leo, avanzando a grandi falcate nel buio.
Poi, la scossa.
Senza alcun preavviso, un rumore simile a una frustata elettrica fendente l'aria.
I lampadari di cristallo esplosero di luce, inondando l'intero salone. Fu una fiammata accecante, così violenta dopo tanta oscurità da bruciare le cornee. I dodici ragazzi si portarono le mani al viso, gemendo, mentre le pupille faticavano a restringersi per processare l'improvviso sfarzo che li circondava.
Quando la vista si stabilizzò, lo spettacolo si rivelò al tempo stesso maestoso e spaventoso. Soffitti affrescati con scene di caccia spietate, dove levrieri sbranavano cervi feriti sotto gli occhi compiaciuti di nobili dipinti. Pareti fogliate d'oro zecchino interrotte solo da specchi monumentali che riflettevano le loro dodici sagome bianche, sudate, stravolte.
E al centro, dominante, un trono di velluto rosso.
Il pavimento di marmo bianco e nero ricordava una scacchiera gigante. Il vero fulcro visivo era quel sedile reale, posizionato su una pedana rialzata di tre gradini. Sopra lo schienale, un display digitale mostrava il tempo rimanente: 05:43:12.
«Che facciamo? Ci sediamo?» propose Sam con voce tremante.
«Sei scemo? È chiaramente una trappola,» lo interruppe Chris, facendo un passo avanti ma mantenendosi a distanza di sicurezza dalla pedana. «In questi giochi, chi tocca l'obiettivo per primo fa una brutta fine.»
«È solo una fottuta sedia!» sbottò Tom, i capelli rasati e le mani affondate nelle tasche dell'uniforme bianca. «Magari se qualcuno si siede, le porte si riaprono e usciamo tutti da questo labirinto.»
Prima che potessero discutere oltre, un ronzio elettrico ad alta frequenza saturò l'aria. Dalla bocca spalancata di due statue di marmo ai lati del trono iniziò a scaturire un vapore grigiastro e denso. Contemporaneamente, le pareti d'oro fremettero con uno scatto metallico: centinaia di piccoli fori quadrati si aprirono lungo le modanature, rivelando le punte acuminate di dardi meccanici o possibili ugelli per l'erogazione di gas.
La voce grave risuonò di nuovo, moltiplicata dai riflessi degli specchi.
«Primo atto: La Selezione Regale. A corte c'è posto per un solo Re, ma i sudditi devono saper scegliere la propria sedia. Sul trono c'è spazio per una sola persona. Chi siede sul trono è salvo e ottiene il controllo della stanza. Per tutti gli altri, l'ambiente diventerà ostile tra cinque minuti. Trovate il vostro posto. Il tempo scorre.»
Il display sul trono cambiò bruscamente, avviando un countdown ravvicinato: 05:00... 04:59... 04:58...
Il panico esplose all'istante. Cinque minuti prima dell'attivazione delle pareti. Un solo posto sicuro ben visibile.
«Io non crepo qui dentro!» urlò Leo, uno dei ragazzi più robusti del gruppo. Senza riflettere, scattò in avanti spingendo via Maya e fiondandosi verso i gradini della pedana.
Voleva quel trono. Voleva la salvezza, a qualsiasi costo.
«Leo, fermati! Ragiona!» gridò Chris provando a intercettarlo, ma la mole del ragazzo e la carica di adrenalina lo rendevano un fiume in piena.
«Spostati! Chi prima arriva regna! Non muoio per voi!» ringhiò Leo. Le sue scarpe battevano sul marmo lucido in una corsa frenetica, moltiplicata dagli specchi da ogni angolazione.
A pochi passi dal velluto rosso, lo sguardo di Chloe — rimasta fino a quel momento in disparte ad analizzare la sala — cadde su un dettaglio del pavimento trascurato da tutti gli altri. Le piastrelle bianche e nere sotto i gradini non erano perfettamente combacianti: presentavano sottili fessure millimetriche lungo i bordi.
Meccanismi a pressione.
«Leo, fermati! Non salire!» gridò la ragazza, muovendo i primi passi verso di lui. Per la prima volta, la sua voce perse la fredda compostezza che l'aveva tenuta immobile.
Ma era troppo tardi. Il piede di Leo impattò sul primo gradino.
Sotto il suo peso, il blocco di marmo rientrò con un clic secco e metallico. Un suono sordo che congelò il sangue a tutti i presenti.
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