Non ci sapremo più
DIARIO DI UNA DONNA A MODO
Storia della sua inaspettata fantasia
NON CI SAPREMO PIÙ
La cavità della rupe
Sono una donna a modo. Eppure domani so già che sarò ancora lì, dietro la tenda, ad aspettare che esca.
Preferirei morire tra le macerie di una verità dolorosa piuttosto che vivere al sicuro in una comoda bugia.
12 Aprile
Oggi pomeriggio sistemavo i tulipani bianchi nei vasi di Boemia, in salotto, e dalla vetrata ho visto il nuovo vicino nel giardino accanto. Si chiama Walter, mi pare. Edoardo ha detto il cognome l’altra sera e lo ha chiamato “un tipo singolare”.
Spaccava la legna con la camicia di flanella aperta sul collo e le maniche arrotolate. Ogni colpo d’ascia partiva e arrivava dove doveva. Edoardo, in giardino, mette i guanti di pelle per non rovinarsi le mani. Questo ha le mani nude, grandi, piene di segni. Guardavo la schiena che si piegava a ogni colpo e non riuscivo a smettere, finché ho tirato le tende di lino, quelle pesanti le ho lasciate ai lati della finestra. Peccato veniale, direi. Non è da me. Io sono una donna a modo.
28 Aprile
Accompagnata Matilde a scuola, davanti al cancello ho visto due uomini della ditta del gas, grossi e sicuri di sé stessi. Gridavano in faccia alla signora sorda del numero 14 perché non capiva dove firmare. Ridevano di lei. Io sono rimasta ferma, incerta: mi hanno insegnato che le scenate in pubblico si evitano.
Poi è uscito lui dal suo vialetto. Si è messo in mezzo, ha abbassato con un dito la cartellina di quello più grosso e ha detto: “Adesso le chiedete scusa, prendete i vostri fogli e levatevi di torno.” Si sono guardati, hanno borbottato qualcosa e sono risaliti sul furgone.
Ha raccolto la borsa della spesa che alla vecchia era scivolata e gliel’ha rimessa in mano con una delicatezza che non gli avrei attribuito. Poi le ha sorriso. Io ero dietro la siepe d’alloro con il cuore a martello. Ha una giustizia sua, che passa sopra tutte le nostre buone maniere.
5 Maggio
Cena di rappresentanza da noi. I colleghi dello studio di Edoardo con le mogli, la borsa, Cortina, la scuola privata di Matilde. Tovaglia di Fiandra, argenteria lucida, roastbeef al punto giusto. Io sorridevo e annuivo.
A metà serata ho guardato fuori, verso il terrazzo. La casa di Walter era quasi buia e lui stava sul ballatoio, su una sedia di legno, i piedi sulla ringhiera, a fumare. Da solo. Mi è sembrato l’unico vero, lì intorno. Dentro l’aria sapeva di profumi costosi. Edoardo mi ha accarezzato la mano, un gesto affettuoso e prevedibile, e io ho sorriso. Anche io, prevedibile. Inizio a sentire che qualcosa non mi basta.
19 Maggio
Dei ragazzi del quartiere alto, quelli con le minicar, tiravano sassi al vecchio randagio che gira intorno ai cassonetti. Stavo per aprire la finestra e gridare che la smettessero, quando Walter è uscito in strada. Non ha minacciato di chiamare né genitori né carabinieri, come avrei fatto io. Ha preso il capetto per il colletto, lo ha sollevato di qualche centimetro e gli ha detto in faccia cose che la mia educazione rifiuta di ascoltare. Sono scappati tutti.
Poi si è accucciato davanti al cane, che ringhiava, e gli ha teso la mano aperta parlandogli lento e profondo. Dopo un minuto, il cane gli leccava le dita. Quando lo guardo, le mie regole di bon ton mi sembrano un teatrino di carta velina, e questo mi spaventa. So già che domani sarò di nuovo dietro la tenda di lino ad aspettare che esca.
2 Giugno
Stamattina l’ho incontrato dal tabaccaio, il primo contatto da vicino. Ero lì per i francobolli degli inviti al saggio di danza di Matilde. Lui è entrato per le sigarette. Ho scoperto che fuma le Gitanes gialle senza filtro. Aiuto, quelle che fumava Armando. C’era una fila disordinata e il signor Gianni era nervoso per un cliente in doppiopetto che pretendeva di passare avanti agli altri perché aveva fretta.
Walter gli si è messo dietro e ha tossito. Basta questo, con lui. Il tipo si è voltato indignato e ha trovato due occhi di cemento. “C’è una parola che si chiama rispetto, capo. E tu l’hai calpestata”, gli ha detto, indicandomi con il mento. Mi sono sentita il sangue alle guance. Il doppiopetto è scivolato nel suo Cayenne bianco parcheggiato sul marciapiede. Quando Walter ha preso il resto mi ha guardata per un secondo, e ho temuto che sentisse il mio cuore. Non ha fatto l’inchino accennato degli uomini del mio ambiente. Ha dato un piccolo cenno con la testa, si è messo in tasca i fiammiferi ed è uscito.
14 Giugno
Sono andata in farmacia per la crema della dermatite di Matilde, caldo soffocante, lunga attesa. Davanti al bancone una ragazza con un neonato in braccio piangeva. Aveva dimenticato la ricetta di un antibiotico urgente e la farmacista ripeteva, rigida: “Senza ricetta non posso darglielo, torni domani.” La mamma supplicava e quella rispondeva che erano le disposizioni, che era la procedura, che era la regola, e che non stava a lei fare eccezioni.
Walter era lì per una scatola di cerotti. Ha guardato la ragazza pallida, poi ha battuto un pugno sul bancone di vetro, leggero ma deciso. “Le dia il clavulanato che le ha prescritto il suo medico. La ricetta gliela porta domani. Adesso pago io.” La farmacista ha provato a ripetere che era la procedura. “La legge serve a proteggere la gente, non a far venire la febbre a un neonato.” La farmacista ha ceduto. Lui ha passato la scatola alla madre e ha scacciato i ringraziamenti con la mano.
Le mie amate regole, a volte, sono solo un paravento per l’indifferenza. Lui vede il bisogno e agisce.
23 Giugno
Tornavo dal mercato con tre sacchi di tela pieni di frutta, verdura e l’arrosto per il pranzo di domenica. Un manico ha ceduto proprio all’imbocco della nostra via e le nettarine sono rotolate sul marciapiede. Mi sono accucciata nel mio vestito di lino azzurro a raccoglierle in fretta, sperando che nessuno le schiacciasse. Da quando spero di incrociarlo sto più attenta alle cose che indosso.
Due mani enormi hanno preso il posto delle mie. Walter. Ha recuperato ogni frutto, poi ha sollevato tutti e tre i sacchi con una mano sola. “Cammina, vicina, ti si scalda la carne”, ha detto, e si è avviato verso il mio cancello. L’ho seguito come una scolaretta, guardando le braccia tese e la pelle bruciata dal sole. Ha posato la spesa sui gradini di pietra e se n’è andato prima che potessi offrirgli anche solo un bicchiere d’acqua. Edoardo non mi ha mai vista, quando sono in difficoltà. Walter mi vede sempre nei momenti peggiori.
11 Luglio
Il gatto certosino della signora del 18 è scappato ed è salito in cima al vecchio ciliegio selvatico sul confine tra le nostre proprietà. Sotto l’albero mezza via: donne che gridavano, bambine in lacrime, bambini che tiravano pigne.
Walter è uscito sul retro in calzoncini e canottiera, con un pezzo di corda. Ha guardato seccato. Non ho capito chi. “Spostatevi.” Senza scala, si è arrampicato. Quando è arrivato in alto il ramo ha ceduto di qualche centimetro. Giù c’è stato un sussulto, e io mi sono stretta le mani al petto. Lui mi ha cercato, lo so. E ha scosso la testa, proprio nella mia direzione. Lui ha cominciato a parlare al gatto con una voce bassissima, ritmica. Gli ha teso il braccio, lo ha preso per la collottola e se lo è infilato nella canottiera contro il petto. È sceso praticamente aiutandosi solo con le gambe. Ha riconsegnato il gatto alla padrona. Aveva tre graffi rossi sul petto e la spalla scorticata. La signora voleva disinfettarlo, ringraziarlo, e lui si è pulito il sangue con il palmo e ha detto: “Questo albero e tutto il viale hanno bisogno di una manutenzione seria. Qualcuno fra voi, con del tempo libero, ne parli al geometra Parlandi.”
Mentre rientrava ci siamo guardati, io dal balcone. Avevo negli occhi un’ammirazione che rasentava il pericolo. Comincio a detestare la mia armatura di seta.
24 Luglio
Ho imparato i suoi orari, come un investigatore. Ogni venerdì verso le sette va a piedi alla vecchia officina in fondo alla statale, da un amico meccanico. Oggi mi sono vestita con cura, un abito di cotone color sabbia, elegante e apparentemente casuale, e sono uscita con la scusa di una raccomandata da inviare.
L’ho incrociato sul marciapiede vicino al ex-mulino, nel punto più stretto. Un pochino fortuna e un pochino ben studiata. Camminava con quel passo dondolante, le mani nelle tasche dei jeans. Ho rallentato e ho finto di cercare qualcosa nella borsa. A meno di un metro ho alzato gli occhi, e anche lui ha rallentato. Mi ha guardata dritta, con quegli occhi d’acciaio. Ha sollevato un angolo della bocca in un mezzo sorriso appena visibile, e mi ha superata lasciando l’odore del suo tabacco e della sua pelle. Lui sa che non ero lì per caso. A casa ho chiuso il portoncino di ingresso e sono rimasta contro il muro, al buio, a pensare a quel sorriso. Come una adolescente.
5 Agosto
Il martedì mattina alle otto Walter beve il caffè al bar della stazione, dove vanno i camionisti e gli operai del turno di notte. Un posto in cui una come me non dovrebbe entrare. Stamattina ho inventato il bisogno di un giornale estero che si trova solo all’edicola dello scalo, ho parcheggiato lontano e sono andata.
Lo vedevo dalla vetrata del bar, seduto al bancone con un vecchio ferroviere. Io sfogliavo una rivista d’arte davanti all’edicola e guardavo il suo riflesso nel vetro. Con il tubino di lino bianco e gli occhiali Gucci ero fuori posto, e gli altri uomini mi guardavano, ma volevo solo che mi vedesse lui. Mentre pagava si è voltato e mi ha guardata attraverso i vetri. Si è sistemato il colletto della giacca senza staccarmi gli occhi di dosso, e mi è scesa una scossa lungo la schiena. È uscito dalla porta secondaria.
Edoardo ha telefonato per sapere se nel fine settimana preferivo Santa Margherita o Ponte di Legno. La sua voce mi è parsa un rumore di fondo. Lui vive nel mondo reale, io in una gabbia dorata.
19 Agosto
Il quartiere è praticamente vuoto. Edoardo è a Ginevra per lavoro e io non l’ho seguito, con la scusa di Matilde che è al mare con i cugini. La casa, da sola, è enorme.
Sapevo che stasera sarebbe andato a correre lungo l’argine, tra i pioppi. Ho messo abiti sportivi che uso di rado e ho calcolato i tempi. Sul sentiero sterrato, vicino a un vecchio ponticello di legno, ho finto di allacciarmi una scarpa. Mi ha superata a torso nudo, lucido di sudore nella luce rossa del tramonto, e ha rallentato fino quasi a fermarsi. Per tre secondi ha camminato all’indietro davanti a me, a passetti, con il respiro pesante, guardandomi in faccia con una sfrontatezza che mi ha tolto il fiato. Poi è ripartito ed è sparito tra i pioppi. Io devo ancora rimettere in posizione la mascella.
Nel letto matrimoniale le lenzuola di seta mi sembravano fredde. Chiudevo gli occhi e mi perdevo tra le goccioline di sudore sulla sua pelle. Ho fantasticato che entrasse dalla porta e si adagiasse vicino a me. Che vergogna! Mi chiedo quanto potrò andare avanti a cercarlo nell’ombra prima di fare qualcosa di irreparabile.
4 Settembre
Un temporale improvviso ha allagato i marciapiedi. Ero al centro commerciale per delle commissioni che avevo pianificato, soltanto perché so che lui, di venerdì, va nel Brico al piano terra. L’ho visto dirigersi al parcheggio sotterraneo, ho lasciato i miei acquisti in macchina e l’ho seguito. Ho infilato la mano tra le porte dell’ascensore un attimo prima che si chiudessero.
Eravamo soli, in nove metri quadrati di specchi e acciaio. Lui appoggiato alla parete in fondo con una scatola di bulloni sotto il braccio e i capelli corti pieni di pioggia. Io fradicia: avevo corso dall’auto con il trench aperto e la camicetta di seta bianca mi si era incollata addosso. Nello specchio ho visto quello che vedeva lui. Il tessuto bagnato non nascondeva più niente, nemmeno le mie intenzioni.
Walter ha abbassato lo sguardo sul mio seno, lentamente, e ci è rimasto per diversi secondi, senza finta cortesia. L’aria è diventata densa. Poi ha rialzato gli occhi, con le pupille scurissime, e si è staccato dalla parete di un millimetro. Ho creduto, ho sperato, che accorciasse lo spazio tra noi.
Ding. Le porte si sono aperte sul garage semibuio. È uscito dicendo a bassa voce: “Attenta a non prendere freddo, vicina.”
Sono rimasta nell’ascensore con le gambe che non mi reggevano. Nello specchio avevo i capelli scarmigliati e lo sguardo di una donna viva, che se ne tornava da dove era venuta. Che figura!
18 Settembre
Fiera d’autunno in piazza, banchi di formaggi, vino, la banda. Edoardo odia la confusione ed è rimasto a leggere i suoi report. Io sono andata con jeans aderenti e giacca di pelle. L’ho trovato al banco della birra artigianale a discutere con il fabbro, mio compagno alle elementari, e mi sono messa a guardare le ceramiche a un paio di metri.
Il venditore di ceramiche, un logorroico, ha cominciato a fare complimenti troppo spinti, a volermi vendere un vaso a un prezzo ridicolo, a sfiorarmi la mano. Io sorridevo imbarazzata cercando un modo elegante di sganciarmi. Walter si è voltato, ha preso il vaso dalle mani del tipo e lo ha posato sul banco con un colpo che ha fatto tremare tutta la merce. “Il vaso è brutto e tu parli troppo, amico. Lascia stare la signora.” Ecco, tanto per bendisporlo. Ma ha fatto bene, era un lumacone.
Poi si è girato verso di me. La calca ci ha spinti vicinissimi. Mi ha guardato le labbra. “Sei sempre nel posto sbagliato al momento sbagliato, vicina”, ha detto piano, solo per me. Avrei voluto rispondere che forse ero esattamente dove volevo essere. Le parole mi sono morte in gola, ho voltato le spalle e ho attraversato la piazza a passi rapidi sentendogli lo sguardo sulla schiena. Un po’ più in giù in realtà.
2 Ottobre
Oggi ho passato il limite. So che il giovedì pomeriggio, prima che chiuda la ditta di legnami, ripulisce il vialetto laterale, quello che confina con la nostra recinzione ricoperta dall’edera. Sono uscita con le forbici da potatura e mi sono messa dall’altra parte della siepe, dove i rami sono meno fitti.
Era a torso nudo, nonostante il fresco, e spazzava foglie secche e trucioli. Muscoli fatti dal lavoro, non dalla palestra, un tatuaggio sbiadito sulla spalla, i pantaloni bassi sui fianchi. Io fingevo di potare le rose e respiravo a fatica.
A un tratto ha posato la scopa contro il muro ed è venuto dritto verso la siepe, nel punto dove stavo io. Attraverso il varco i suoi occhi hanno cercato i miei. Sapeva. Non ha detto niente. Ha allungato una mano e ha preso la rosa che tenevo tra le dita. Le sue nocche mi hanno sfiorato la pelle ed è stata una scossa. Ha tenuto il ramo qualche secondo, tenendomi con lo sguardo, poi lo ha lasciato, è tornato indietro e mi ha voltato le spalle con un sorriso ironico.
Sono scappata in casa e ho chiuso la porta del patio a chiave. Davanti allo specchio del bagno avevo le guance in fiamme. Mi sono buttata sul letto stringendo il cuscino e ho desiderato che quelle mani fossero su di me e non su un ramo di rose. Il gioco è scoperto. Lui sa tutto, e non posso più tornare indietro.
16 Ottobre
Serata di beneficenza del Comune per il restauro della vecchia pieve, nel salone del circolo cittadino: lampadari di cristallo, champagne, abiti lunghi. Io in velluto nero con la schiena scoperta e i gioielli di famiglia. Edoardo a stringere mani e a parlare di investimenti con il sindaco.
Poi è arrivato lui. Giacca scura, camicia bianca con due bottoni aperti, niente cravatta. Con lui una donna. Sua moglie. Formosa, capelli castani, un sorriso aperto, un abito semplice. Si muoveva con agio, senza l’ansia che consuma me.
Al buffet il sindaco, Roberto, ha fatto il passo che temevo potesse accadere. “Edoardo, ti presento Walter e sua moglie Roberta. Walter ha donato tutto il legname per le impalcature della pieve.” Edoardo ha teso la mano col suo sorriso formale: “Ah, il nostro vicino singolare.” Ho visto le nocche di mio marito sbiancare nella stretta di Walter. Poi Walter ha guardato me, dall’alto in basso, fermandosi sulla scollatura. Secondo me ci sono buoni 20 centimetri, tra me e lui. “Buonasera, vicina.” Ho sussurrato “Buonasera”, con il calice che mi scricchiolava in mano.
Mentre i due uomini scambiavano poche parole tese, Roberta mi ha detto con una spontaneità disarmante: “Sa che i nostri figli stanno diventando amici? Si trovano sempre davanti al 18, dove c’è il golden, e poi vanno insieme alla fermata. Senta, visto che il tempo tiene, domenica venite da noi per un barbecue? Niente di formale, una grigliata in giardino per far giocare i ragazzi.” Ho guardato Edoardo sperando in una scusa aristocratica. Lui, per non sfigurare davanti al sindaco, ha sorriso: “Che splendida idea, Roberta. Ci saremo.”
Walter, bevendo tutto d’un fiato il calice del Cartizze, non ha staccato gli occhi dai miei. Aveva negli occhi una sfida divertita.
18 Ottobre (domenica sera)
Ho passato la mattina nella cabina armadio. Non potevo presentarmi da signora borghese e non volevo sembrare finta. Ho scelto pantaloni bianchi di cotone e una camicetta di seta verde bosco aperta sul collo. Passato il cancelletto di legno tra le due proprietà siamo finiti in un’altra aria: musica rock bassa da una vecchia radio, fumo di legna, carne che sfrigolava sulla griglia. La loro casa è calda, disordinata, piena di foto. Matilde e la bambina di Walter sono corse nel retro a giocare a basket, ridendo a squarciagola. Non ho mai visto mia figlia così, lontana dalle lezioni di portamento. Edoardo si è seduto su una sedia di plastica con aria da intellettuale mentre Roberta gli porgeva una birra gelata. L’ha accettata con un sorriso tirato. Io sono rimasta in piedi vicino al barbecue, dove c’era lui, con un grembiule nero sui jeans, le braccia sporche di cenere, il forchettone in mano.
“Ti piace al sangue o ben cotta, vicina?” Non si era voltato. “Al sangue.” La voce mi è uscita più ferma di come temessi.Si è girato, il viso lucido per il calore della brace. Ha messo un pezzo di carne appena tolta dal fuoco su una fetta di pane casereccio e me l’ha proposto. Senza piatto, direttamente dalle sue mani alle mie. Le dita si sono toccate. “Assaggia. Mica le vostre tartine al salmone”, ha detto sottovoce, mentre Roberta andava a prendere i pomodori ed Edoardo spiegava i fondi d’investimento al tizio corpulento del 16. Ho portato il pane alla bocca guardandolo negli occhi. Era forte, speziato. Mi è scesa una goccia sul labbro e l’ho presa con la lingua, e ho visto le sue pupille allargarsi e fermarsi sulla mia bocca.
La serata è passata tra i bambini che correvano e le chiacchiere di Roberta, la recita di Edoardo da una parte e, in mezzo, noi due. Ogni volta che sparecchiavo passando vicino a lui un gomito sfiorava un fianco, o una mano passava un bicchiere e le dita restavano un secondo di troppo.
Siamo tornati a casa. Edoardo è già a letto e borbotta che quella gente è “un po’ troppo ruspante”. Io guardo dalla finestra buia la brace del suo barbecue ancora accesa, un punto rosso che si consuma lentamente. Sua moglie è una brava persona e la sua famiglia è vera. Buona parte del mio mondo perfetto è una bugia, e lui aspetta che io faccia il prossimo passo.
25 Ottobre
Non avrei mai pensato di vedere una crepa in quell’uomo. Credevo fosse indistruttibile. Nel primo pomeriggio Matilde e Sofia giocavano nel capanno degli attrezzi in fondo al suo giardino, una struttura di legno e lamiera dove tiene i macchinari più pesanti. Io e Roberta eravamo in cucina a prendere un caffè, Edoardo era a Milano per un convegno. A un tratto un urlo, poi il pianto di mia figlia. Siamo corse fuori. Walter era già lì.
Una vecchia scaffalatura di ferro, carica di catene e pezzi di motore, ha dondolato per un gioco imprudente ed è crollata. Matilde, per miracolo, illesa in un angolo. Sofia era rimasta sotto il ferro. Walter si è avventato sulla scaffalatura, ha puntato i piedi, ha spinto fino a far schioccare le vertebre e l’ha sollevata di peso per permettere a Roberta di tirare fuori la bambina. Nello sforzo uno spigolo di lamiera zincata gli si è piantato nella coscia, tagliando i jeans e la carne, e un pezzo di ferro battuto lo ha colpito sulla spalla.
Appena la bambina è stata in salvo la scaffalatura è ricaduta con un boato. Walter è crollato in ginocchio, bianco in viso come non l’avevo mai visto. Roberta, nel panico, ha preso Sofia in braccio ed è corsa all’auto per portarla al pronto soccorso. Nella foga è partita lasciandolo lì, sul cemento del capanno, in una pozza di sangue scuro che si allargava.
Siamo rimasti io, Matilde che piangeva stretta alle mie gambe, e lui. “Porta via la bambina... portala in casa tua”, ha detto. Era un sussurro roco. Con entrambe le mani stringeva la coscia, e il sangue usciva tra le dita.
Ho avuto una freddezza che non sapevo di avere. Ho portato Matilde in salotto, le ho dato i colori e le ho detto di non muoversi. Sono corsa a casa, ho preso la cassetta del pronto soccorso di Edoardo, con garze sterili, laccio emostatico e disinfettanti, e sono tornata. Walter era appoggiato a una pila di pneumatici, respirava a scatti, gli occhi semichiusi. Aveva la camicia strappata sulla spalla e un ematoma enorme che già virava al viola.
Mi sono inginocchiata nel sangue senza pensare ai pantaloni beige. “Lasciami fare.” Per la prima volta ero io a comandare. Ho tagliato i jeans intorno alla ferita, profonda. Lui ha sussultato e mi ha preso il polso con una stretta debolissima. Aveva gli occhi lucidi di febbre; so vedeva che faceva di tutto per non svenire davanti a me. “Fa male, vicina”, ha sussurrato. In quel “vicina” detto con un filo di voce c’era una vulnerabilità che mi ha spezzato il cuore. “Lo so. Stringi i denti.” Ho versato il disinfettante sulla carne scoperta. Ha emesso un gemito soffocato e ha sbattuto la testa contro le gomme. Per non gridare mi ha afferrato la spalla libera, e le dita mi sono entrate nella carne attraverso la seta. Era un dolore vero, e mi univa a lui. Ho messo i tamponi e ho fasciato stretto, strettissimo. A ogni giro di garza sentivo il calore della sua pelle e i muscoli duri della gamba. Il suo respiro caldo mi arrivava sul collo, con un odore di ferro e di sudore. Perdeva forze ma resisteva, e per tutto il tempo mi ha guardato le labbra, come se fosse l’unico modo per restare lì.
Quando ho stretto l’ultimo nodo il sangue non filtrava più. Ero sporca, sfinita, con le mani rosse del suo sangue, inginocchiata tra le sue gambe, con la faccia a pochi centimetri dalla sua. Ha sollevato la mano non ferita e con il pollice, ruvido come carta vetrata, mi ha tolto dallo zigomo una goccia di sudore, o forse una lacrima. “Sei una donna tosta, vicina.” Gli è tornata sulle labbra pallide l’ombra del suo sorriso beffardo. “Stai zitto e riposa.” Non mi sono mossa.
Ora sono a casa. Roberta è tornata, Sofia ha solo una distorsione. Roberta mi ha ringraziata mille volte al telefono per averlo salvato. Edoardo, rientrato da Milano, si lamenta perché ho macchiato i pantaloni costosi e parla di “mancanza di attenzione”. Dopo averle lavate tre volte, sulle mani sento ancora l’odore del sangue di Walter e la stretta debole e disperata sulla mia spalla. Abbiamo fatto squadra. So che la mia anima appartiene a lui più di quanto appartenga all’uomo elegante che dorme accanto a me senza sapere chi sono.
8 Novembre
Due settimane dall’incidente, giorni, troppi giorni di sguardi tesi oltre la siepe. Stamattina l’ho incrociato in farmacia, dove ero andata a ritirare degli integratori per Edoardo. Camminava ancora con il peso sulla gamba sana. Doveva farsi controllare la ferita e prendere delle bende. Al bancone c’era la stessa farmacista dell’altra volta, quella dell’antibiotico. I nostri sguardi si sono agganciati e non si sono più staccati. Nei suoi occhi c’era gratitudine, e desiderio, e tutto quello che era successo in quel capanno sporco di sangue. Sentivo le guance in fiamme e non riuscivo a togliere gli occhi dalle sue labbra. La farmacista ha guardato me, poi lui, e ha colto subito la corrente che c’era tra noi. Questa volta non ha detto niente. Ha sorriso, un sorriso divertito e complice, e ci ha serviti con una lentezza calcolata, mi è sembrato per regalarci qualche secondo in più. Quando Walter ha preso il sacchetto le sue dita hanno sfiorato le mie sul vetro del bancone. “Grazie, signora”, ha detto a bassa voce, davanti a tutti. “Di nulla”, ho risposto. Lui è uscito zoppicando, fiero come un re ferito. Il paese comincerà a capire. Non mi importa più.
22 Novembre
Mercato del sabato in piazza, un freddo che fa fumare il fiato. Sapevo che sarebbe venuto al banco del ferramenta ambulante e mi sono fatta trovare vicino ai tessuti, nel cappotto di lana cammello. Portava un berretto scuro calato sulla fronte e una giacca pesante da motociclista. Appena mi ha vista ha cambiato strada e si è diretto verso di me. Nel corridoio stretto tra il banco dei formaggi e quello dei fiori la folla ci ha spinti uno contro l’altra. Sentivo il suo corpo contro il mio, una pressione sul ventre che non aveva niente di violento. Ci siamo guardati a un centimetro. Intorno gridavano i prezzi delle arance e io sentivo soltanto il suo respiro. Con una naturalezza che mi ha spaventata mi ha rimesso a posto il colletto della camicia uscito dal cappotto, sfiorandomi il collo con le dita.
La signora delle uova, una vecchia che conosce tutto il paese, ci ha visti. Ha guardato la mano di lui sul mio collo e, invece di scandalizzarsi, ha fatto un sorriso enorme. “L’amore fa bene alla salute con questo freddo, eh!”, ha detto a un cliente. Siamo scoppiati a ridere insieme, di nascosto. Walter mi ha fatto l’occhiolino, ha sussurrato “Ci vediamo nella nostra via, vicina” ed è sparito. Sono tornata al mio pranzo perfetto con Edoardo sentendomi, per la prima volta, straniera in casa mia.
5 Dicembre
Dal panettiere, l’antico forno a legna del centro, per le focaccine della merenda di Matilde. Aria piena di pane caldo. La porta ha cigolato ed è entrato Walter, con le guance rosse per il gelo e i capelli spettinati dal vento. Si è messo in fila dietro di me, così vicino che sentivo il suo cuore contro la schiena. Nello specchio che i panettieri tengono dietro il bancone ho visto la nostra immagine: io elegante e impeccabile, lui spettinato, un uomo della terra. I riflessi si incastravano. Walter ha alzato lo sguardo nello specchio e ha incrociato il mio con una dolcezza che mostra soltanto a me. La giovane commessa seguiva il nostro gioco di sguardi, il mio respiro corto. Il suo viso si è illuminato. Ci ha incartato le pagnotte con una cura quasi cerimoniosa. “Buona serata, signora... e buona serata anche a lei, Walter.”
Fuori, sul marciapiede gelato, all’ombra del portico le nostre mani si sono cercate e sfiorate per tre passi, una promessa veloce prima di separarci. Il paese vede ormai due persone unite, e perfino i testimoni fanno il tifo per noi. Ma io non voglio. Non è la cosa giusta. Walter mi attira, ma adesso basta. Non lo cerco più.
20 Dicembre
Domenica prima di Natale. La pieve era gremita per la messa solenne, incenso, candele, canti d’organo. Io in terza fila con Matilde e Edoardo, impeccabile nel cappotto scuro. Don Andrea è andato al leggio e ha fatto un annuncio insolito: “La lettura del Vangelo di oggi sarà speciale. Dopo il restauro della nostra pieve ho chiesto a un amico d’infanzia di fare un regalo alla comunità. Molti di voi lo considerano lontano dalla Chiesa, un agnostico convinto, ma abbiamo giocato a pallone insieme in questo oratorio, e so che nel suo cuore c’è una giustizia che parla la lingua di queste pagine. Walter, sali per favore.”
Il cuore mi si è fermato. Dalla sacrestia è uscito Walter in camicia scura e jeans puliti. È salito all’altare con il suo passo sicuro, senza il timore reverenziale di chi sale quei gradini. Non ha fatto il segno della croce, ma ha scambiato con Don Andrea un cenno e un sorriso fraterno. Quell’amicizia si vedeva in ogni gesto. Si è messo dietro il leggio, ha guardato la navata centrale e per un secondo i suoi occhi hanno incrociato i miei. Poi ha abbassato lo sguardo sul libro.
Ha letto il discorso della montagna con la voce ruvida, amplificata dal microfono. “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.” Mi sono venuti i brividi sulle braccia. Non c’era la cantilena dei lettori di parrocchia. Leggeva di cose che fa ogni giorno, difendere i deboli, consolare il dolore degli altri. Al passo “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia” la voce gli si è fatta più densa. Ha alzato gli occhi e ha guardato me, solo me, tra trecento persone. Edoardo mi ha sussurrato, infastidito: “Guarda te se Don Andrea deve far leggere il Vangelo a una persona di siffatta specie.”
Non l’ho sentito. Guardavo la farmacista, tre file più in là, voltata verso di me con gli occhi lucidi e un sorriso tenero. Anche Don Andrea guardava il suo amico con fierezza. Tutto il paese era rapito da un agnostico che dava una lezione di cristianesimo vissuto a noi, ipocriti nei nostri abiti firmati. Walter ha chiuso il libro con un colpo secco, ha fatto un cenno a Don Andrea ed è sceso, sparendo in sacrestia. Per tutta la Comunione ho fissato il leggio vuoto. Ora Edoardo prepara i bagagli per Saint Moritz e io guardo la casa buia di Walter. Dei dogmi e delle regole della mia classe mi importa poco. Walter è la mia unica verità.
24 Dicembre
Vigilia di Natale. Ho finto un’emicrania fulminante per non partire per Saint Moritz con Edoardo e Matilde. Lui ha protestato che “le tradizioni di famiglia non si calpestano” ed è partito con la bambina, promettendo di tornare per Capodanno.
Verso le sette di sera il flessibile del lavandino del bagno padronale, al primo piano, è saltato di schianto. Un getto gelido ha allagato il pavimento di marmo, è corso sul parquet del corridoio e ha cominciato a filtrare dal soffitto del salotto. Nel ripostiglio la chiave della valvola centrale era bloccata dal calcare e non girava. Con i piedi nell’acqua e le mani che tremavano ho preso il telefono e ho composto per la prima volta il numero che Roberta mi aveva lasciato dopo l’incidente del capanno. Ha risposto al terzo squillo. “Pronto.” Dietro si sentiva una televisione.
“Walter, sono io, la tua vicina, ti prego, ho bisogno di aiuto. Il bagno perde, si allaga tutto e la valvola generale è bloccata.” Per la prima volta in tutta la mia esistenza ho fatto la gatta morta, e, quel che peggio, ho approfittato di un vero momento di difficoltà.
Un lungo silenzio. Poi un sospiro ruvido. “Senti, vicina. È la Vigilia di Natale. Roberta e la piccola sono dai suoceri, io sono qui da solo. Questa storia dell’acqua non funziona. Abbiamo fatto i nostri giochi in paese, ci siamo guardati, va bene. Stasera no. Non sono uno che si fa mettere in mezzo dagli espedienti di una signora annoiata. Chiama Pronto idraulico H24.” “Walter, non è una scusa! Ti giuro che...” Ha riagganciato. Rimasta con il telefono in mano mentre l’acqua gelida mi schizzava sulle caviglie, mi sono sentita umiliata. Pensava che fossi una borghese viziata che inventa un guasto per farlo cadere in trappola. La sua schiettezza, che avevo tanto ammirato quando difendeva gli altri, questa volta mi è caduta addosso come una scure.
25 Dicembre (notte)
Ho passato la notte di Natale al freddo a spalare acqua con secchi e stracci, piangendo di rabbia e di stanchezza, finché verso le tre ho forzato la valvola con una vecchia chiave inglese trovata nel garage di Edoardo. Ho salvato il salotto. Ho le mani piene di piaghe e la schiena a pezzi.
Oggi non sono uscita. Stavo sul divano avvolta in una coperta a fissare il vuoto, e verso le sei il campanello ha suonato. Era lui sul porticato, con la solita giacca pesante e la faccia stanca. Non ha detto “buon Natale”. Ha guardato oltre le mie spalle i tappeti arrotolati in corridoio, i secchi ancora pieni sul marmo, e poi le mie mani arrossate, escoriate, senza anelli. Ha capito tutto in un secondo. Per la prima volta da quando lo conosco non aveva nessuna sicurezza. Gli occhi d’acciaio erano bassi, pieni di un rimorso quasi infantile.
“È accaduto davvero”, ha sussurrato, passandosi la mano tra i capelli corti. “Era vero.” “Sì, Walter. Era vero.” Il mio tono era piatto. Ero ferita. È entrato senza chiedere, mi ha preso le mani nelle sue, che questa volta erano calde e tremavano, e ha guardato i palmi rovinati. Ha chinato la testa e ci ha appoggiato le labbra, un bacio leggero che sapeva di scusa. “Ho sbagliato. Ho pensato che tenessi solo alle apparenze del tuo mondo e che volessi giocare con me. Mi dispiace, vicina. Mi dispiace davvero.”
Vederlo disarmato dal suo stesso errore ha fatto crollare ogni mia difesa. L’ho abbracciato e ho nascosto la faccia contro il suo petto, e lui mi ha stretta forte, come per proteggermi dal mondo o da se stesso. Siamo rimasti così, nell’atrio della mia casa devastata dall’acqua.
Quello che è successo dopo non lo scrivo. Mi vergogno.
28 Dicembre
Roberta è tornata ieri sera con Sofia. Stamattina, mentre stendevo i panni sul retro, ho sentito le loro voci dal vialetto. La siepe d’alloro è un paravento troppo sottile. Roberta aveva visto i miei tappeti stesi al sole e, parlando con il vecchio Gianni, aveva saputo dell’allagamento. Ha capito che Walter era rimasto a casa da solo e mi aveva voltato le spalle. “Tu non sei così, Walter!”, gli gridava, “Noi ci aiutiamo tutti nella nostra via! Ti sei riempito la bocca in chiesa leggendo il Vangelo, parli sempre di giustizia, e poi lasci la nostra vicina da sola a spalare acqua la notte di Natale solo perché ha più possibilità di noi? Mi deludi quando fai così! È una donna sola, poteva succedere una tragedia!”
Avevo una molletta tra le dita e non respiravo. Lui non rispondeva con la voce che zittisce gli arroganti. “Ho sbagliato... ho pensato che fosse un’altra cosa...” “Cosa hai pensato? Che fosse un gioco? Che lei non soffra come noi? Sei caduto nell’ipocrisia, Walter, ed è la cosa peggiore che potessi fare.” La porta sul retro ha sbattuto. Attraverso l’edera l’ho visto seduto sul muretto di pietra, con la testa tra le mani e i gomiti sulle ginocchia. Roberta aveva usato contro di lui l’unica arma che poteva ferirlo, la sua stessa coerenza.
30 Dicembre
Edoardo e Matilde tornano domani. Oggi pomeriggio ero in giardino a raccogliere rami di agrifoglio e Walter, fuori, sistemava dei cassoni di legno. Quando mi ha vista ha smesso. Il viso era tirato, segnato da due notti senza sonno, e non c’era traccia del solito mezzo sorriso. Si è avvicinato alla siepe zoppicando ancora un poco e si è fermato a un metro. “Roberta si è arrabbiata. E ha ragione. Non ho mai voltato le spalle a nessuno in vita mia, vicina. Ma quando hai chiamato tu ho avuto paura.” “Paura di cosa, Walter?”
Ha fatto un respiro lungo. Ha guardato verso la sua casa, poi di nuovo me. “Di quello che avrei fatto se fossi venuto di là. Di non uscirne più. Io ho una famiglia, vicina. Ho una moglie che dice le cose in faccia e mi vuole bene per quello che sono. Ma tu mi stai cambiando. Mi stai facendo vacillare, e ora non so più come tornare indietro.” Ho visto i suoi muscoli tendersi, come se combattesse per non allungare la mano oltre i rami. “Mi dispiace, Walter”, ho sussurrato, con le lacrime dentro gli occhi. Ha scosso la testa. “Non dispiacerti. Ormai è definito. Domani torna tuo marito, no? Rimettiti il tuo vestito bello, vicina. Vediamo chi di noi due è più bravo a fingere.” Si è girato ed è tornato verso il capanno a grandi passi, lasciandomi nel gelo.
29 Gennaio
Fuori c’è la nebbia fitta della pianura e le case sembrano fantasmi. Ho tenuto il diario chiuso nel cassetto per un mese sperando che il silenzio attenuasse quello che provo. Non è servito. Da quando mi ha detto “vediamo chi di noi due è più bravo a fingere” non cerchiamo più occasioni. Ci incrociamo in auto, i fari si tagliano un attimo nel vialetto e andiamo oltre. Il silenzio è mille volte più intimo di qualsiasi discorso.
Stamattina guardavo Edoardo che mi parlava di una questione formale. Sentivo la sua voce monocorde e mi chiedevo come ho fatto a chiamare “la mia vita” per quasi quarant’anni una vita di incastri perfetti e di affetti misurati che non scuotono mai niente. E c’è Walter. Non è più soltanto il desiderio, che sento ogni notte. È un uomo che non si difende dalle cose, che soffre, sbaglia, si prende la colpa. La sua debolezza davanti a Roberta me lo ha reso ancora più vicino. La sua ruvidezza è il prezzo che paga per restare fedele ai propri principi. E io sono quella che lo fa vacillare. Gli tolgo la sua unica certezza, e in questo c’è un egoismo che mi dà le vertigini. Ho bisogno della sua verità per sentirmi viva.
29 Febbraio
Ecco passato un altro mese. Febbraio uguale a gennaio, per niente più corto. Quest’anno poi! Per anni ho pensato che i giorni si accumulassero uguali come i fogli di un calendario. Invece c’è un tempo prima di Walter e un tempo dopo, e nel mezzo c’è una notte sola, di cui parlo soltanto con me stessa. Non abbiamo mai preso un caffè da soli e non abbiamo mai parlato del futuro. Non so quali fossero i suoi sogni da bambino o il suo film preferito. Eppure, conosco la sua struttura morale come se l’avessi disegnata io.
La borghesia mi ha insegnato che l’amore è un contratto di affinità: si scelgono persone con gli stessi studi e lo stesso modo di posare il tovagliolo. Che idiozia. Walter è entrato nella mia vita senza essere invitato, ha calpestato tutte le mie aiuole e ha piantato una bandiera in mezzo al mio deserto. E lo ringrazio per questo scempio.
11 Marzo
Stasera a cena Edoardo mi ha chiesto: “A cosa pensi? Sei così distante ultimamente.” Ho sorriso, gli ho passato il sale e ho risposto: “A nulla, caro, sono solo un po’ stanca per il cambio di stagione.” Una risposta perfetta, da manuale. Mentre la dicevo mi è venuta una nausea, e non per Edoardo, che non ha colpe ed è un bravo marito nel senso in cui il mondo intende la parola. Mi disgusta la facilità con cui mento. La mia educazione impeccabile, che doveva proteggermi dal fango del mondo, è lo strumento giusto per nascondere la verità.
Tradisco Edoardo con un’intera visione del mondo. Ogni volta che accetto un compromesso formale, ogni volta che fingo interesse per un discorso sulla borsa, volto le spalle a quello che ho visto negli occhi di Walter. Sono una clandestina in casa mia.
15 Marzo
Arriva la primavera e il ciliegio sul confine comincia a germogliare. Quei rami mi sembrano una provocazione. Ricordano il giorno in cui lui è salito per il gatto, il sangue sulla sua coscia, il freddo di quel capanno. Ho capito che non voglio che succeda altro tra noi. Una camera d’albergo fuori città, un bacio rubato in un angolo buio mi sembrano un insulto a quello che è nato. Diventeremmo la signora annoiata e il vicino rude, un cliché, un segreto da gestire.
Voglio che questo dolore dolce e amaro resti com’è. Non posso averlo e non posso toccarlo. Posso guardarlo vivere da dietro la siepe, sapendo che sotto la sua camicia di flanella batte un cuore che ha avuto paura di me. Mi basta per ricordarmi chi sono.
24 marzo
Messa del Giovedì Santo nella pieve, quasi al buio, con poche candele tremanti sull’altare. Don Andrea ha convinto Walter a salire ancora per la lettura dell’Antico Testamento. Quando è uscito dall’ombra della sacrestia il petto mi si è stretto. Non lo vedevo così vicino da mesi. Si è fermato davanti al microfono, ha guardato la navata, ha incrociato i miei occhi e ha aperto l’Esodo. Mosè davanti al pruno ardente. “Il Signore disse: non avvicinarti oltre! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo.” Nel silenzio di pietra quelle parole sono diventate carne. Parlava di noi, parlava a me. Togliersi i sandali significa lasciare le armature borghesi e gli abiti formali e restare a pelle nuda davanti alla verità.
Poi è arrivato il passo che mi ha trafitto: “Io farò passare davanti a te tutta la mia bontà. Ma tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo. Ecco un luogo vicino a me; tu starai sopra la rupe. Quando passerà la mia gloria, io ti porrò nella cavità della rupe e ti coprirò con la mia mano finché io sia passato. Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non si può vedere.” Ha alzato gli occhi dal libro e il suo sguardo d’acciaio si è piantato nel mio, lucido, disperato, pieno di tenerezza. Ho capito tutto. Questa è la nostra condanna e anche la nostra santità. Lui è il mio pruno ardente, la terra santa su cui ho camminato a piedi scalzi perdendo ogni certezza, ma non possiamo guardarci in faccia. Non possiamo vivere questo amore alla luce del sole senza distruggere la sua famiglia, la mia, la sua rettitudine, la mia esistenza. Siamo destinati a vederci di spalle, da lontano, mentre la vita ci passa accanto.
Ha chiuso il libro con un suono sordo. È rimasto fermo un istante, mi ha guardata un’ultima volta in mezzo all’incenso pasquale, come per dirmi che accettava questo sacrificio, ed è sceso dall’altare. Guardando Edoardo accanto a me, impeccabile ed estraneo, ho capito che la mia cavità della rupe è questa vita perfetta. Sono nascosta qui dentro, al sicuro dal fuoco. Non vedrò mai il volto del mio unico vero amore. Ma l’ho sentito passare. Mi ha toccata, e mi basta. Mi basta?
18 Aprile
Riunione di quartiere nella palestra della scuola elementare. All’ordine del giorno i parcheggi per i residenti e i cassonetti della differenziata. Ero in terza fila nel tailleur grigio perla, circondata da mariti in cravatta che discutevano di centimetri di marciapiede. Edoardo, pronto a fare sfoggio di dialettica legale.
Walter è entrato in ritardo, si è seduto in fondo con la schiena contro la spalliera e le braccia incrociate, in una maglietta scura troppo stretta per le sue spalle. La temperatura della stanza è cambiata. Si è messa male quando l’avvocato Patacca del civico 8, noto per la sua prepotenza, ha preteso i posti auto davanti alla sua villa solo per sé, trattando con sufficienza la signora del numero 7 e intimidendo tutti con paroloni giuridici. Edoardo annuiva, seguendo la logica formale. Dal fondo si è sentita la voce di Walter: “Pataccum, la strada è di tutti. E se continui a fare il prepotente, giuro che la macchina te la parcheggio io sul tetto della veranda.”
Silenzio di colpo. L’avvocato è diventato bordeaux. Non sono riuscita a trattenere un sorriso e Edoardo mi ha dato una gomitata alle costole. Walter si è alzato, ha percorso la linea del campo da basket e ha spiegato con logica pratica come dividere gli spazi perché anche i vecchi potessero scaricare la spesa senza fare chilometri. Si muoveva sicuro, estraneo alle nostre manovre. Mi ha cercata con gli occhi e ha accennato il suo sorriso sornione, consapevole dell’effetto. Mi è salita una vampata dallo stomaco al collo. Edoardo borbottava qualcosa sull’anarchia dei vicini e io sentivo solo il sangue nelle orecchie.
18 Aprile (notte)
Sono tornata a casa agitata. Edoardo è andato subito a dormire, seccato dall’esito della riunione. Io sono rimasta un po’ in salotto al buio a guardare la luce accesa nel cortile di Walter. Poi sono salita, mi sono chiusa in bagno e mi sono spogliata lentamente. Nello specchio ho visto una donna affamata, con le guance ancora calde. Ho infilato la camicia da notte di raso nero. Mi sono guardata, da tanto non mi guardavo. Ho pensato cose che non voglio scrivere. Mi sono messa sotto le lenzuola, anche la testa. Edoardo dormiva profondamente, voltato dall’altra parte. Credo di essermi addormentata piangendo. Mi sono svegliata nel cuore della notte e ho provato a richiudere gli occhi, ma ho pensato a Walter, ai muscoli delle braccia sotto la maglietta, alla voce che zittiva i prepotenti. Ho infilato la mano sotto il raso e ho lasciato che le dita facessero quello che non potevo più rimandare, immaginando le sue mani grandi e piene di calli. Ho trattenuto il respiro per non svegliare mio marito e ho stretto i denti fino a farmi male. Quando il piacere è arrivato è stato acuto e violento, e ho soffocato un gemito nel cuscino.
Ora il cuore torna lentamente al suo ritmo. Sono una signora borghese e perbene, e stanotte ho ripreso il controllo del mio corpo e del mio desiderio. Lo devo al mio rude vicino.
10 Maggio
Roberta ha deciso di rifare il barbecue e stavolta ha voluto mescolare sacro e profano, invitando anche Don Andrea. Voleva festeggiare la fine dei lavori alla pieve. Edoardo era impeccabile, con il cachemire sulle spalle, su una sedia da campeggio instabile. Accanto a lui Don Andrea, con la tonaca impolverata e un bottiglione di rosso in mano. Walter, re della griglia, con le maniche arrotolate. Quando i nostri sguardi si sono incrociati sopra il fumo della carne mi è salito un brivido che mi ha tenuto strette le tempie per tanto tempo. Walter ha contratto le pupille e ha sollevato un angolo della bocca. Sapeva. Non so come, ma quegli occhi sembravano aver visto attraverso le mie lenzuola.
Edoardo cercava di impostare un discorso teologico con il parroco, sul valore simbolico dell’Esodo nella liturgia moderna. “Senti, Edoardo”, lo ha interrotto Walter brandendo il forchettone sporco di grasso. “I simboli vanno bene per i dotti. Mosè nel deserto aveva fame, e Dio gli ha dato la manna, mica un trattato di filosofia. La religione è roba che si mastica.” Don Andrea è scoppiato a ridere e gli ha dato una pacca sulla spalla: “Vedi, Edoardo? Te l’avevo detto che questo agnostico ragiona da cristiano meglio di molti che scaldano i banchi ogni domenica!” Mio marito ha sorriso controvoglia. Roberta faceva la spola dalla cucina, felice di vedere il marito fiero e al centro.
Quando mi ha chiesto di aiutare Walter a portare in tavola il vassoio della carne mi sono avvicinata al barbecue. Il fumo denso ci nascondeva agli altri. Ha preso il vassoio ma prima di lasciarlo ho fatto in modo che le mie dita si chiudessero sulle sue, caldissime e ruvide. Si è chinato al mio orecchio, coperto dal rumore delle risate. “Ti trovo in forma oggi, vicina. Hai una luce strana negli occhi. Si vede che stai dormendo bene ultimamente.”
Mi si è fermato il cuore. L’ho guardato dal basso, con gli occhi lucidi. “Ho fatto dei bellissimi sogni, Walter.” Il suo respiro si è fatto pesante. Ha mollato il vassoio e ha fatto un passo indietro tossendo, mentre Don Andrea lo chiamava da lontano. C’erano il prete, mio marito e sua moglie, e l’unico altare, quel pomeriggio, era quel barbecue pieno di fumo.
24 Maggio
La terra mi è crollata sotto i piedi. Tutte le mie riflessioni sulla purezza del sentimento sono andate in pezzi nel modo più squallido.
È successo oggi al rinfresco per il compleanno di Matilde a casa nostra, con i vicini, i palloncini, la musica in giardino. Roberta era venuta ad aiutarmi con i rustici e Edoardo, da perfetto padrone di casa, si era offerto di mostrarle la nuova veranda. A metà festa sono salita a prendere degli asciugamani puliti nel bagno degli ospiti in fondo al corridoio. Sul parquet non facevo rumore. La porta di legno massiccio era socchiusa e ho spinto l’anta pensando fosse vuoto.
Edoardo era appoggiato al lavabo di marmo con la camicia sbottonata. Roberta gli stava davanti con le mani sui suoi fianchi, in un atteggiamento che non lasciava dubbi. Mio marito cedeva con evidente compiacimento alle avance della moglie del vicino, quella che credevo integra e fiera. Sono rimasta sullo stipite senza gridare. Io, che passavo le notti a consumarmi d’amore per Walter, ero tradita in casa mia da quei due.
Si sono staccati bruscamente. Edoardo è diventato livido e si è sistemato i vestiti. “Non è come pensi...” ha cominciato, con la sua voce da avvocato che si arrampica sugli specchi. “Uscite”, ho detto, fredda. Roberta è scivolata fuori stringendosi la camicetta senza guardarmi. Edoardo ha provato a prendermi il braccio e l’ho scansato con un’occhiata. Sono scesa in giardino a servire la torta ai bambini, e ho recitato l’ultima, più grande recita della mia vita.
Ora la festa è finita. Edoardo cammina nervoso di sotto e aspetta il confronto, terrorizzato per la reputazione. Io guardo dalla finestra le luci accese di là e mi chiedo se Roberta abbia già confessato a Walter. E sento una libertà che mi spaventa. Il teatrino delle regole borghesi è morto.
30 Maggio
Il quartiere è una polveriera, e la miccia è esplosa stamattina nel vialetto che divide le nostre proprietà.
Edoardo usciva in auto per andare in studio quando Walter è sbucato dal cancello. Roberta deve aver confessato, o lui ha capito da solo. Si è piantato davanti all’auto e ha costretto Edoardo a inchiodare. Ha battuto un pugno sul cofano. “Scendi dall’auto, avvocato! Scendi, infame!” Edoardo è sceso pallido, cercando dignità: “Walter, calmati, siamo persone civili, si può discutere...” “Civile sarai tu, tu e la tua falsità!” Walter lo ha preso per il bavero.
Io ero sul porticato, ferma, tra il terrore e un’assurda eccitazione. Roberta è corsa fuori sul retro piangendo: “Walter, basta! Fermati! È stata colpa mia!” E in quel momento è passato in bicicletta Don Andrea, per la sua solita visita agli anziani della via. Ha lanciato la bici per terra ed è corso tra i due con la tonaca al vento, gridando: “Nel nome di Dio, fermatevi! Walter, lascia quella giacca! Ha peggiorato tutto. Strattonando Walter, che era cieco di rabbia, si è sentito gridare: “Andrea, fatti da parte per una volta! Questo damerino cercava avventure nel mio bagno!” Don Andrea, sconvolto, si è voltato verso Edoardo: “Edoardo, dimmi che non è vero! Pentiti, c’è sempre il perdono...” “Non è successo nulla, è stato un equivoco, una debolezza!” si difendeva Edoardo rosso di vergogna, con i vicini già alle finestre. Dalla staccionata Roberta ha urlato: “Una debolezza un corno! Mi lusingavi da mesi con i tuoi modi da signore, Edoardo! Sei un ipocrita!”
Walter ha spinto Edoardo contro la portiera, ha guardato il prete. “Ecco il tuo parrocchiano perfetto, Andrea. Questo è quello che siede in prima fila ad ascoltare il Vangelo.” Poi il suo sguardo ha cercato me sul porticato. Non c’era rabbia verso di me. C’era un uomo tradito che vedeva crollare il suo mondo e sapeva che io ero l’unica a conoscere tutta la verità. Tutta.
Edoardo è risalito in auto ed è partito in fretta. Walter è rientrato sbattendo la porta così forte che hanno tremato i vetri della cucina. Don Andrea è rimasto in mezzo al vialetto, sconvolto, accorgendosi di aver gettato benzina sul fuoco davanti a tutto il vicinato. Sulla via è tornato un silenzio ingombrante. Il prete sa, il paese mormora e i nostri matrimoni sono in pezzi.
15 Giugno
La casa è vuota. Scatole di cartone in salotto, i mobili coperti da teli bianchi, l’argenteria e i vasi di Boemia già spediti nel mio nuovo appartamento in centro. Dopo la scenata in strada il teatrino non reggeva più. Edoardo ha provato a parlare di “crisi passeggera”, ma quando ha capito che lo scandalo avrebbe toccato la sua reputazione professionale ha accontentito alla separazione consensuale senza storie. Matilde viene con me, ed è l’unica cosa che conta. Ho tolto l’anello e l’ho lasciato sul marmo del lavandino del bagno, lo stesso marmo dove è crollato tutto. Non provo rabbia. Provo un senso di pulito.
Dall’altra parte della siepe il disastro è stato altrettanto radicale. Walter e Roberta si sono lasciati in una settimana. Lei ha preso Sofia ed è tornata dai genitori a Caronno Pertusella. Lui ha messo in vendita la casa: ieri ho visto il cartello della Tecnocasa piantato vicino al vecchio ciliegio. Se ne vanno tutti. Questo quartiere perfetto ha espulso i suoi peccatori.
30 Giugno
Oggi ho firmato il compromesso per l’appartamento in centro e lascio la casa. La macchina è carica e Matilde è sul sedile posteriore, assorta nei suoi pensieri. Prima di salire ho camminato un’ultima volta lungo la recinzione d’edera. Anche la casa di Walter è deserta. Il furgone non c’è più e il capanno è chiuso con un lucchetto arrugginito. È partito due giorni fa senza salutare nessuno. Il tabaccaio mi ha detto che ha trovato lavoro in un cantiere navale a Savona.
Non ci siamo detti addio e non c’è stata una parola dopo il caos. Mentre guardo lo specchietto retrovisore e lascio il quartiere, sento che è dentro di me più di prima. Mi ha costretta a divorziare dalla menzogna prima che da mio marito. Abbiamo perso le nostre famiglie, la stabilità, il giudizio del paese, e abbiamo guadagnato la verità. Se vivrò cent’anni, ogni volta che vedrò un uomo a torso nudo spaccare la legna, o qualcuno difendere un debole in mezzo alla strada, saprò dove si trova il mio cuore.
Chiudo questo diario. La recita è finita e comincia la vita vera.
14 Settembre 2023
Sono passati sette anni dall’ultima volta che ho scritto qui. Allora c’erano macerie e scatoloni. Oggi dalle grandi finestre del mio appartamento entra una luce pulita.
Mi sono rifatta una vita a Torino. Se tre anni fa qualcuno mi avesse detto che avrei gestito una piccola galleria d’arte e artigianato indipendente nel cuore di San Salvario, avrei riso con condiscendenza borghese. Ho trasformato la mia vecchia passione per le cose belle in un lavoro. Non sono più la moglie dell’avvocato che fa da soprammobile alle cene. Parlo con i fornitori, discuto i contratti con gli artisti, mi sporco di vernice quando c’è da allestire una mostra. E mi piace. Dio, se mi piace.
Matilde ha quindici anni, i capelli corti e un’indipendenza che a volte mi spaventa e mi riempie d’orgoglio. Va alla scuola pubblica qui vicino, ha amici stravaganti e ride con sfrontatezza. Parliamo di tutto. Edoardo è rimasto sullo sfondo, un ricordo regolato da bonifici mensili e telefonate formali nel fine settimana. Non provo rancore. In fondo mi ha fatto il regalo più grande, facendomi scoprire la verità.
5 Novembre 2023
A volte mi chiedo se Walter sia stato reale o solo una proiezione della mia fame di verità. Non ho più avuto sue notizie. So che la casa del quartiere è stata venduta a una giovane coppia con due gemelli. Roberta si è risposata: me lo ha detto la farmacista, incontrata per caso a Milano. Di lui, niente.
Eppure, il mio nuovo modo di vivere è figlio suo. Il negozio non vende porcellane perfette né argenteria. Vende pezzi di legno intagliati a mano, ceramiche con le crepe visibili, oggetti che mostrano la fatica di chi li ha fatti. A casa ci sono libri sparsi, tazze scompagnate, maglioni lasciati sulle sedie. Quando un cliente pretende di aver ragione perché ha una posizione sociale, rispondo con una fermezza pacata e tagliente che non sapevo di avere. I collaboratori dicono che ho un carattere forte. Io sorrido e penso che ho avuto un ottimo maestro.
Stasera sono andata a correre lungo il Po, con la nebbia che saliva dall’acqua e nascondeva i ponti. Mi sono fermata ad allacciarmi una scarpa vicino a un grande pioppo e mi sono guardata le mani, segnate dal lavoro, senza gioielli. Sono viva e sono vera. Ovunque sia, so che sarebbe fiero della donna che sono diventata.
12 Dicembre 2023
Ho le mani che tremano e faccio fatica a tenere la penna. Stamattina ero al caffè all’angolo della galleria con l’espresso e La Stampa. Poche righe in cronaca cittadina mi hanno fermato il cuore. “Grave incidente ieri sera nel quartiere San Salvario. Un motociclista di 55 anni è stato travolto da un autocarro all’incrocio tra via Madama Cristina e corso Raffaello. Sbalzato a diversi metri dall’impatto, è ricoverato in prognosi riservata alle Molinette. Si tratta di Walter B...”
Era lui. Era a Torino, a poche centinaia di metri dalla mia casa e dalla mia galleria. Ho lasciato i soldi sul tavolo, ho affidato il negozio alla mia assistente e sono corsa alle Molinette.
12 Dicembre (notte, dalle Molinette)
L’odore di disinfettante e i corridoi bianchi mi chiudono lo stomaco. Sono ore che aspetto su una sedia di plastica fuori dalla terapia intensiva. I medici non volevano lasciarmi entrare: “Solo parenti stretti”. La signora borghese è morta anni fa. Ho guardato il caposala negli occhi con la fermezza che ho imparato da Walter e ho detto: “Sono la persona che lo conosce meglio al mondo. Non me ne vado.” Alla fine, mi hanno fatta passare.
Vederlo su quel letto mi ha spezzata. Quella roccia d’uomo che spaccava la legna e sollevava le scaffalature di ferro era immobile tra tubi e monitor che facevano beep. Aveva la spalla bloccata e tagli profondi sul viso. Mi sono seduta e gli ho preso la mano, calda, piena di calli, ma debole, come nel capanno. Le palpebre hanno tremato. Ha aperto gli occhi, offuscati dai farmaci, e ha girato piano la testa verso di me. Non ha mostrato sorpresa. Ha fatto un respiro faticoso e le labbra si sono aperte in un accenno del suo sorriso.
“Sei sempre... nel posto sbagliato... al momento sbagliato... vicina”, ha sussurrato sotto la maschera dell’ossigeno. Le lacrime mi sono scese sulle guance, calde e libere. Mi sono portata la sua mano al viso. “No, Walter. Stavolta sono esattamente dove devo essere.”
Ha richiuso gli occhi, ma ha risposto alla stretta con una forza flebile e disperata. I medici dicono che la prognosi resta riservata per le prossime quarantotto ore, ma il fisico robusto reagisce. Non mi muovo da questa sedia. Roberta non c’è, Edoardo è un ricordo lontano.
14 Dicembre (notte) 2023
Hanno dovuto sedarlo a fondo per una complicazione respiratoria. È in coma farmacologico. Il monitor del suo cuore fa un beep regolare, che è diventato l’unico orologio della mia vita. Sono giorni che non lascio questa sedia. Ho i vestiti spiegazzati e i capelli legati alla meglio. Matilde, a casa, sa tutto. Al telefono mi ha detto: “Mamma, stai lì con Walter.” Mia figlia ha capito senza che io spiegassi niente del passato.
Quest’uomo che ho sempre visto come una forza della natura è ridotto alla passività di un corpo offeso dall’asfalto, eppure è bellissimo. Senza la corazza resta lui. Ho preso la mano destra, l’unica non prigioniera di aghi o bende, e ho intrecciato le dita alle sue. Sento i calli, le cicatrici del lavoro, la durezza delle nocche, il calore del sangue che continua a scorrere, ostinato.
Gli parlo piano, con le labbra vicine all’orecchio. Gli racconto di Torino, della galleria, di come la sua ombra mi abbia insegnato a essere libera. Gli dico quello che non ho mai avuto il coraggio di scrivere: che l’ho amato dal primo istante in cui l’ho visto spaccare la legna in giardino, e quando leggeva il Vangelo, e anche quando ha alzato un muro la notte di Natale. Edoardo cercava l’intimità nei posti di lusso. Non sono mai stata così vicina a un essere umano come stasera, con la mano di un uomo che lotta tra la vita e la morte. Gli dico, senza voce, che se decide di tornare io sono qui. Non sono più la signora che lo spiava dietro le tende di lino. Sono la sua donna. Questa mano non la lascio.
16 Dicembre 2023
Alle cinque, stamattina, il monitor ha cambiato ritmo. Ho sentito un fremito lungo il suo braccio. La mano ha avuto un sussulto e le dita si sono chiuse sul mio palmo con una forza debole e cosciente. Ho alzato la testa dal bordo del letto. Walter aveva gli occhi aperti, lucidi, limpidi, di un grigio d’acciaio che mi ha trafitta. Ha guardato le mie occhiaie, i vestiti spiegazzati, le mani intrecciate sul lenzuolo bianco. Ha capito i giorni passati lì. Ha fatto un respiro faticoso con le labbra ancora segnate dall’urto e ha tolto dal viso ogni traccia di ironia. Mi ha guardata con una serietà e una dolcezza che non gli avevo mai visto.
“Non ci sapremo più”, ha sussurrato con un filo di voce roca.
Quattro parole.
Ho capito. Non voleva dire che ci saremmo persi. Voleva dire il contrario. “Sapersi”, per gente come noi, significava studiarsi da lontano, cercarsi con gli sguardi in farmacia, spiarsi dietro le tende, decifrare i silenzi, inventare scuse per incrociarsi sul marciapiede. Ognuno cercava di capire il mistero dell’altro senza toccarlo. Tutto quel tempo è finito sull’asfalto di via Madama Cristina. Non c’era più niente da scoprire. Il destino ci aveva tolto i matrimoni, i giudizi del paese, anche l’orgoglio. Eravamo due sopravvissuti allo stesso naufragio, uniti da una sedia di plastica in un reparto di terapia intensiva.
Ho appoggiato la testa sul suo petto, sentendo il battito riottoso sotto la guancia. Gli ho baciato le dita ruvide. “No, Walter”, ho risposto, con le lacrime che finalmente scendevano senza vergogna. “Non ci sapremo più. Adesso ci stringiamo e basta.”
Ha appoggiato la mano sana sulla mia nuca e ha mosso le dita tra i miei capelli corti. Il monitor continuava il suo bip, ma per noi il tempo si era fermato.
20 Dicembre 2023
È successo. Quando gli ho detto che ci saremmo stretti e basta, Walter ha alzato la destra, mi ha accarezzato la guancia con il pollice ruvido e ha tolto l’ultimo centimetro che ci separava da anni. Ci siamo baciati. Non è stato un bacio rubato dietro una siepe né un contatto frettoloso nel fumo di un barbecue. È stato un bacio lento, che sapeva di asfalto e di lacrime, con le sue labbra caldissime. Non c’erano colpe e non c’erano ombre. C’eravamo io e lui.
Nel pomeriggio sono tornata a casa mentre Torino era avvolta in una nebbia dorata. Ho preparato la cena ascoltando il silenzio, ho guardato la mia vita e l’ho trovata bellissima. Avevo ancora il sapore di Walter sulle labbra. Mi sentivo ricca, perché per la prima volta ero amata per quello che ero.
21 Dicembre 2023
Il telefono ha squillato alle quattro del mattino. Era l’ospedale. Un’embolia fulminante, dovuta ai traumi dell’incidente. Hanno detto che è successo nel sonno e che non ha sofferto. Io so che Walter ha smesso di lottare perché aveva finito il suo percorso. È venuto a Torino, mi ha trovata, mi ha strappata alle ultime finzioni e mi ha dato un bacio di verità.
Walter è morto.
Non riesco a piangere. Sento un vuoto immenso e dentro questo vuoto una gratitudine profonda. Quest’uomo ruvido, spigoloso e giusto mi ha regalato la libertà e mi ha insegnato a voler bene alle persone con tutto quello che hanno dentro.
Guardo fuori dalla finestra. La nebbia si alza sui tetti di San Salvario. Walter non c’è più, io sono qui. Matilde è con me. Sono la donna che lui ha baciato prima di andare via.
Chiudo questo diario per sempre. La storia d’amore più grande della mia vita non ha più bisogno di pagine. Ha bisogno di essere ricordata. Addio, Walter. E grazie per avermi insegnato a respirare.
IL DIARIO DI WALTER
Una franca sorpresa
12 Aprile
Oggi ho spaccato la legna per l’ultima volta. C’era il sole e l’aria era fredda. Mentre facevo andare l’ascia ho sentito un movimento dietro la vetrata dei signorini della villa qui accanto. C’era lei, che sistemava dei fiori. Dritta come un fuso, vestita con roba che costa quanto un mese del mio lavoro. Si è inchiodata a guardarmi e poi ha tirato le tende, come se l’avessi sorpresa a rubare. Mi è venuto da ridere. Ma sotto la camicia di flanella il sangue spingeva forte. Fa tutta la sostenuta, e ha gli occhi che ti entrano dentro.
15 Aprile
L’altra sera Edoardo è uscito in giardino a sistemare una pianta. Lo guardavo da dietro il capanno. Guanti di pelle gialli, immacolati, per non sporcarsi le unghie. Ha la faccia di uno che non ha mai preso uno schiaffo dalla vita. Parla con una flemma che sembra recitata, come davanti a un giudice. Mi ha salutato con un cenno e con quel sorriso tirato di chi ti prende per un troglodita e fa l’educato perché è un uomo di mondo. Ha accanto una donna che è un fuoco e la tratta come un soprammobile. Non capisce niente.
20 Aprile
Stasera Roberta ha fatto i fagioli con le cotiche. Buoni, come sempre. È una brava donna, lavora, non si lamenta, tiene la casa in ordine e vuole bene a Sofia. La sua risataè contagiosa, ed è sincera. Io non voglio rinunciare a lei. Eppure, mentre la guardavo sparecchiare con le maniche della parannanza arrotolate ho sentito un vuoto nello stomaco. Non è colpa sua. Mi va stretta da quando la vicina si è accorta che esisto. Se le dicessi cosa mi passa per la testa quando guardo oltre la siepe penserebbe a una sbandata. Quella di là mi sta smontando pezzo per pezzo senza toccarmi. Mi sento un verme a guardare mia moglie e pensare a un’altra.
28 Aprile
Quei due stronzi del gas stavano aggredendo la Giovanna. Non sopporto i prepotenti. Li ho messi in riga in dieci secondi. Mentre raccoglievo la borsa della vecchia ho guardato verso la siepe. Lei era lì dietro, con le mani sul petto. Tutta quella educazione e poi non sanno nemmeno alzare la voce per un vicino. Mi ha guardato come si guarda un re o un animale selvatico. Sono rientrato in casa. Ho le mani troppo grandi per il suo mondo di cristallo.
5 Maggio
Cena da loro. Macchinoni, puzza di profumo fin nel mio cortile, risate finte. Sono uscito sul ballatoio a fumarmi una Gitanes senza filtro, seduto sulla sedia vecchia. A metà serata la vetrata del loro terrazzo si è illuminata. Era lei. Mi ha fissato nel buio e io non mi sono mosso. È rimasta a guardarmi fumare, ferma nella sua prigione d’oro, con il marito che le girava intorno. Volevo chiamarla. Volevo dirle di mollare tutto quel teatrino e venire a sedersi qui. Ho spento la sigaretta sulla ringhiera e sono andato a dormire. Roberta dormiva già.
12 Maggio
Oggi il caldo è scoppiato tutto insieme. Ero in cortile a sistemare il motore del furgone, con le mani nere di grasso. Lei è uscita sul terrazzo a stendere un lenzuolo bianco, in un vestito leggero senza maniche. Quando ha alzato le braccia per le mollette il tessuto si è teso sul petto e ho visto la forma del suo seno. Mi sono bloccato con la chiave inglese in mano. Lei sapeva che guardavo. Ha rallentato i movimenti e ha lasciato che il sole le disegnasse la schiena e i fianchi attraverso il cotone. Mi ha attraversato un brivido da parte a parte. Avrei voluto saltare la recinzione e tirarla giù su quel lenzuolo ancora umido. Ho dovuto ficcare le mani nell’acqua gelida del secchio per darmi una svegliata. Quella donna mi brucia il sangue.
19 Maggio
Quattro ragazzini viziati tiravano sassi al cane randagio. Ne ho preso uno per il bavero e gli ho spiegato come funziona il mondo. Sono scappati come topi. Poi mi sono accucciato a calmare la bestia e, mentre mi leccava le dita, ho alzato gli occhi. Lei era alla finestra, sempre lì a spiarmi. Mi fa rabbia, perché vorrei detestarla per la puzza sotto il naso e invece mi ritrovo a fare il maschio alfa solo perché so che mi guarda. Sta diventando pericoloso.
2 Giugno
Dal tabaccaio. Lei comprava francobolli, elegante da sembrare dipinta. Un tipo in doppiopetto ha fatto il furbo saltando la fila. Gli sono andato dietro e ho tossito, è bastato lo sguardo. Gli ho detto che doveva portare rispetto, e il damerino è scappato sul suo Cayenne. Justine è diventata rossa come una fragola. Quando ho preso il resto l’ho guardata dritta negli occhi per un secondo. Poi un cenno con la testa e sono uscito. Mi tremavano le mani nelle tasche. Maledizione.
14 Giugno
In farmacia una giovane piangeva perché la dottoressa faceva storie per un antibiotico senza ricetta. Un neonato con la febbre e quella parla di burocrazia. Ho dato un pugno sul bancone, ho pagato io e ho risolto. Justine era in fila e ha visto tutto. Quando ho dato la scatola alla madre ho incrociato gli occhi della mia vicina. Volevo dirle che le sue regole non servono a niente quando la gente soffre. Non ho detto niente, sono un uomo di poche parole. Ma lei mi legge dentro, lo sento.
11 Luglio
Mentre ero in cima al ciliegio a prendere quel maledetto gatto, in strada c’era il delirio. L’avvocato stava un po’ in disparte, per non mischiarsi con la plebe del quartiere, e guardava l’albero col terrore che un ramo gli cadesse sulle Tod’s. Justine era lì. Quando sono sceso Roberta mi è venuta incontro strillando che ero pazzo e che potevo ammazzarmi, mi ha pulito la spalla con un fazzoletto bagnato di saliva. Un gesto da moglie, giusto. Io cercavo gli occhi di Justine sopra le sue spalle. Roberta parla, urla, si agita. Justine sta zitta e ti consuma. Lì ho capito che il mio matrimonio è un castello di carta. Roberta ha sposato un uomo rude e solido, e non sa che dentro sono friabile come il tufo.
4 Settembre
Diluviava. Ero al centro commerciale a prendere bulloni. L’ho vista correre verso l’ascensore, bagnata fradicia. Ha bloccato le porte ed è entrata. Eravamo soli, in quel dannato ascensore. Il trench era aperto e la camicetta di seta bianca le si era incollata addosso. Si vedeva tutto. Non ho fatto il finto tonto, l’ho guardata fissa. Sentivo il suo profumo mischiato all’acqua piovana. Le porte si sono aperte, ho fatto un respiro profondo e le ho detto di non prendere freddo. Sono uscito con i denti stretti e le vene del collo che battevano.
7 Settembre
Sono tre notti che non dormo. Chiudo gli occhi e vedo quella camicetta incollata alla pelle. Quando ho guardato giù non ho visto la signora perbene. Ho visto una donna bagnata che respirava a scatti, e avevo voglia di infilarle le mani sotto il trench, strappare la seta e stringerla a me. L’aria dell’ascensore sapeva di pioggia e di sesso. Quando le porte si sono aperte ho dovuto fare uno sforzo enorme per non saltarle addosso. “Attenta a non prendere freddo, vicina.” Una bugia. Volevo solo bruciare con lei.
2 Ottobre
Pulivo il vialetto dalle foglie. Faceva fresco, ma lavorando mi è venuto caldo e mi sono tolto la camicia. Sapevo che era dietro la siepe, sentivo le sue forbici da potatura fare rumori a caso per finta. Mi sono stufato delle finzioni. Ho posato la scopa e sono andato dritto verso di lei. L’ho guardata attraverso le foglie, ferma, con il fiato bloccato. Ho allungato la mano e ho preso il ramo di rose che stringeva. Sono rimasto a un centimetro da lei, tenendo quel ramo. Poi ho mollato e me ne sono andato con un sorriso. Se continuo così finisce male.
18 Ottobre
Roberta ha invitato i signorini per un barbecue. Il marito fa l’intellettuale su una sedia di plastica, fa quasi pena. Io ero alla griglia e Justine si è messa dietro di me. Le ho chiesto come la voleva, la carne. “Al sangue.” Voce ferma, brava. Ho preso un pezzo di carne calda con le mani e gliel’ho dato. Ha mangiato guardandomi la bocca e poi si è pulita il labbro con la lingua. Lì ho visto nero. Volevo addentare lei, altro che le costine. Questa donna mi sta facendo uscire di testa.
19 Ottobre
Edoardo sulla sedia di plastica era una barzelletta. Teneva la bottiglia di birra come se fosse veleno e faceva conversazione con il muratore del 16 sui tassi d’interesse. Che pena. Ma il peggio è che non si è accorto di niente. Un uomo vero avrebbe sentito l’odore del rivale a un chilometro. Lui era troppo occupato a specchiarsi nella sua vita perfetta. Roberta gli girava intorno tutta fiera, convinta che siano una bella famiglia felice. Mi fa rabbia vederla così ingenua. Justine mi ha guardato mentre sparecchiava e ci siamo sfiorati. In quel secondo ho mandato all’inferno la morale, l’avvocato e anche la povera Roberta.
24 Ottobre
Roberta era di là a guardare la televisione. Io alla finestra della cucina, al buio, con l’ultima sigaretta. Justine era in camera sua e ha lasciato le tende di lino un poco aperte, con la luce accesa dietro. Un’ombra perfetta. L’ho vista sbottonarsi la camicetta, lenta, e far scivolare il tessuto dalle spalle davanti allo specchio. Si è passata le mani sui fianchi, poi sul ventre, come se si accarezzasse pensando a me. Ho tirato una boccata così forte che il tabacco è diventato rosso. L’idea che quel corpo, fatto per i salotti e i profumi costosi, vibrasse per un operaio sporco di cenere mi faceva impazzire. Ho spento la sigaretta sul palmo della mano per sentire un dolore vero, che mi tenesse lontano dalla voglia di andare di là a prendermi quello che è mio.
25 Ottobre
Il disastro. La scaffalatura metallica del capanno è scivolata addosso a Sofia. Ho sollevato quel quintale di ferro con la forza della disperazione. Una lamiera mi si è piantata nella coscia, un dolore d’inferno. Roberta è partita in auto con la piccola per il pronto soccorso e mi ha lasciato lì. Sono rimasto solo con Justine. È tornata con la cassetta medica, si è inginocchiata per aiutarmi. Quando ha versato il disinfettante ho visto le stelle. Le ho preso la spalla e le ho piantato le dita nella seta. Sudavo, tremavo, ma la guardavo. Aveva le mani ferme, precise. Una donna tosta. Quando ha finito eravamo vicinissimi. Le ho pulito la guancia col pollice. Avrei voluto baciarla.
20 Dicembre
Andrea mi ha incastrato. Sa che in chiesa non ci vado, ma mi ha chiesto di leggere il discorso della montagna. Sono salito al leggio. C’era una marea di gente. L’ho cercata e l’ho trovata subito davanti. Quando sono arrivato ai perseguitati ho alzato gli occhi e ho guardato solo lei. Volevo dirle che questa è la mia verità, senza fronzoli. Il marito borbottava accanto a lei, poveretto. Sono sceso e sono andato in sacrestia. Justine è la mia unica preghiera, anche se sono un agnostico schifoso.
24 Dicembre
La notte di Natale più brutta della mia vita. Roberta e la bambina erano dai suoceri, io da solo a casa. Ha squillato il telefono: Justine. Piangeva, diceva che il bagno si allagava e la valvola era bloccata. Ho pensato a un trucco. Ho pensato: ecco la signora annoiata che vuole giocare la notte di Natale, con il marito via. Ho avuto paura. Paura di andare di là e non tornare più indietro. Le ho risposto male, le ho detto di chiamare un idraulico e le ho chiuso il telefono in faccia. Sono stato un bastardo.
25 Dicembre
Sono andato a controllare. Ho aperto la porta e ho visto l’inferno: secchi, tappeti arrotolati, puzza di umido. E le sue mani piene di piaghe e tagli. Era tutto vero. Il mio orgoglio mi aveva accecato. Le ho preso le mani, tremavo, ho baciato quei palmi rovinati e le ho chiesto scusa. Lei mi ha abbracciato forte.
Poi la diga è venuta giù tutta insieme. Siamo rimasti insieme per ore, senza fretta, e per tutto quel tempo siamo stati solo io e lei. Era la notte di Natale e ora sapevamo chi eravamo.
28 Dicembre
Guardarsi oltre la siepe non è più un gioco. L’edera è diventata trasparente. Quando esco in cortile e la vedo sul retro i nostri sguardi si agganciano subito. Non ci servono le tende di lino né le rose da potare. Io so che sapore ha la sua pelle. Lei sa quanta forza hanno le mie mani quando la stringono. Roberta parla, si lamenta del freddo, e io la sento come se arrivasse da un altro pianeta. Guardo Justine stendere i panni e a dieci metri sento ancora il calore sulle dita. Non siamo più due vicini che si piacciono. Siamo due complici che hanno profanato l’ordine del mondo.
19 Aprile
Stamattina ripensavo a come mi guardava in palestra mentre zittivo il Patacca. Voleva a tutti costi impossessarsi di alcuni posti auto di fronte casa sua. L’ho messo a sedere bene bene. Che antipatico quel tipo. Lei aveva gli occhi lucidi, spalancati, le labbra socchiuse. Ieri sera non sono riuscito a toccare Roberta nel letto. Mi giravo e mi rigiravo con il pensiero di Justine. Ho dovuto finire da solo in bagno, stringendo i denti per non imprecare. Non è più un gioco. È un’ossessione che mi consuma le ossa.
24 Maggio
Tutto è crollato nel modo più schifoso. Roberta mi ha tradito. E sapete con chi? Con il marito di Justine. Quell’uomo perfetto, tutto cravatta e buone maniere. Li ha sorpresi Justine nel bagno degli ospiti, durante la festa della bambina. Roberta è tornata a casa e ha confessato, piangendo. Io non ci ho visto più. Io mi spezzavo in due per rispetto delle nostre famiglie e quei due si divertivano alle nostre spalle. Che schifo.
30 Maggio
Ho fatto il diavolo a quattro in mezzo alla strada. Ho bloccato l’auto dell’avvocato, l’ho preso per la giacca e volevo spaccargli la faccia. È arrivato Andrea in bicicletta a fare il paciere, con tutta la via alle finestre. Ho urlato che quel damerino cercava avventure nel mio bagno. Poi ho guardato verso il porticato. Justine era lì, ferma. Nei nostri sguardi c’era tutto il dolore del mondo. Ho mollato quel verme, ho detto al Don che quello era il suo parrocchiano perfetto e sono entrato in casa sbattendo la porta. È finita.
IL PERCORSO DI WALTER DOPO LA PARTENZA
(Note raccolte sul retro del diario)
Giugno 2016, Savona.
Dopo il caos che ha mandato a ramengo la mia famiglia ho caricato il furgone e sono scappato. Roberta ha preso Sofia ed è andata a Caronno. Io ho trovato lavoro ai cantieri navali di Savona. Dieci ore al giorno a saldare lamiere sotto il sole per non pensare. La sera bevevo birra calda in un monolocale che puzzava di fumo. Niente siepi, niente vicini facoltosi. Ma quando vedo il mare calmo di notte vedo gli occhi grigi di Justine. Mi manca l’aria.
Gennaio 2022, Torino.
Il cantiere ha chiuso una commessa e mi hanno offerto un posto a Torino, manutenzione di carpenteria pesante a San Salvario. Ho accettato, avevo bisogno di cambiare aria. Torino è grande, grigia, piena di nebbia d’inverno. Mi sono preso una vecchia Moto Guzzi e giravo per i corsi senza meta. Non sapevo che lei fosse qui. Non sapevo che gestisse una galleria d’arte a pochi isolati da me. Il destino è un bastardo che cuce i fili al buio.
11 Dicembre 2022, l’incidente.
Uscivo dal turno di notte. C’era una nebbia che non si vedeva a un metro, all’incrocio tra via Madama Cristina e corso Raffaello. Un autocarro è passato col rosso. Ricordo il rumore di freni, una botta tremenda sulla fiancata della Guzzi e io che volo. Poi l’asfalto freddo sulla faccia, il sapore del sangue e il buio.
12 Dicembre 2022 (notte, Ospedale Molinette).
Ho riaperto gli occhi in ospedale. Faceva male tutto, la spalla era bloccata e la testa sembrava spaccata. Ma la mano destra era calda e qualcuno la stringeva. Ho girato la testa a fatica. Era Justine, le occhiaie profonde, ed era bellissima, la cosa più vera in quella stanza bianca. Le ho sussurrato che è sempre nel posto sbagliato al momento sbagliato. Mi veniva da piangere, ma un maschio non piange. Lei ha detto che era esattamente dove doveva essere. Ho stretto le sue dita con le poche forze che avevo.
16 Dicembre 2022 (alba).
Mi hanno svegliato dal coma farmacologico. La prima cosa che ho visto è stata la sua testa appoggiata al lenzuolo, addormentata sulla sedia. Le ho stretto il palmo, ha alzato gli occhi e le ho detto “Non ci sapremo più.” Ha capito al volo. Finiti i giochi, adesso ci viviamo e basta.
20 Dicembre 2022.
L’ho baciata. C’è voluto un camion, un letto d’ospedale e tre anni di inferno, ma l’ho baciata. Le mie labbra sulle sue. Mi ha accarezzato la faccia col pollice. Sono l’uomo più felice della terra su questo letto di sfiga. Justine è la mia donna. Niente più paraventi.
L’ULTIMA PAGINA
Scritto con grafia incerta, tremante, poche ore prima della fine
21 Dicembre 2022 (notte)
Il bilancio è chiuso. Il camion mi ha spezzato le ossa all’incrocio di San Salvario, ma il destino mi ha fatto il regalo più grande e mi ha riportato lei. Una notte sola, quella di Natale, che noi facciamo finta non sia mai esistita, e adesso l’ultima.
In questi tre anni a Savona e a Torino ho cercato di cancellare il profumo della sua pelle lavorando fino a spaccarmi i muscoli, e non è servito. Justine era sotto la mia camicia di flanella, in ogni boccata di fumo, e per lei non sono più riuscito a toccare un’altra donna.
Ieri mi ha svegliato dal coma stringendomi la mano. Aveva le occhiaie profonde, i capelli corti e le mani segnate dal lavoro. Era una donna libera, senza le sue armature di seta. Quando le ho detto “Non ci sapremo più” intendevo questo: è finito il tempo di studiarsi, di cercarsi.
Ci siamo baciati un’ultima volta su questo letto d’ospedale, lenti, con il sapore di tutto il tempo che abbiamo perso e di tutta la verità che abbiamo guadagnato. Ho sentito il suo seno premere piano contro il mio braccio sano. Mi ha regalato la libertà, e io le ho dato la verità.
Adesso sento un peso strano sul petto, il respiro si accorcia e i medici corrono nel corridoio. Non ho paura. Non ho più niente da nascondere. Ho vissuto da uomo schietto e muoio da uomo libero, con il sapore delle sue labbra in bocca.
Se n’è andata la nebbia, Justine. Adesso ci stringiamo e basta.
(Il diario si interrompe qui. Le pagine successive sono bianche.)
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