prologo
Maddox
La notte in cui hanno arrestato mio padre, non c'erano sirene ma solo luci blu che si alternavano al rosso lampeggianti.
Mi ero sempre immaginato diverso, come ad esempio le luci blu che tagliavano la strada. I vicini si affacciarono alla finestra, guardinghi, per capire cosa stesse succedendo.
Ma di quella sera nulla è stato come avevo immaginato.
Sono le due del mattino, la casa era silenziosa, si sentì il rumore secco del portone d'ingresso che cadeva di schianto.
Io ero davanti al portone della cucina con una birra calda che non avevo il coraggio di bere. Mio fratello era al piano di sopra che dormiva con le cuffie a palla come sempre.
Lui aveva solo sette anni quando nostra madre venne a mancare, io ne avevo dodici
A lui è rimasta una foto sbiadita, a me, invece, è rimasto tutto il resto, un padre: alcolizzato, violento, tanto che ormai la notte non dormo più sereno.
Continuavo a sentire passi di persone che si avvicinavano per entrare, vedevo mio padre sempre più agitato e non capivo cosa stesse succedendo. Una volta entrati i poliziotti dentro casa capì e questo bastò. Mio padre era accasciato sul pavimento con un labbro spaccato e un sopracciglio sanguinante. Lo vidi in ginocchio in mezzo al salotto, ricordo ancora la sua schiena larga e la sua maglietta grigia, due agenti lo tenevano fermo e un terzo lo ammanettava. Lui non oppose resistenza e non disse una sola parola. Guardava un punto specifico sotto il tappeto persiano, il punto in cui il legno scricchiolava sempre quando ero piccolo.
Lo stesso punto dove, da quando mamma non c'era più, mio padre mi teneva lontano da lì, aveva iniziato a chiudere a chiave ogni cosa, e mi disse più volte: <<Qui non ci metti le mani Maddox. Mai.>> Un concetto ribadito molte volte anche a mio fratello.
Quando ero sulla soglia della porta, alzò la testa e mi guardò e con una voce flebile mi disse <<Non cercare di sistemare le cose, e trovalo prima che siano gli altri a farlo.>> Fu l'ultima cosa che mi disse, da quello che ricordo.
Lo trascinarono fuori e lasciarono da soli me e mio fratello in quella casa ormai devastata.
Decisi di sistemare tutto il casino che c'era lì intorno, spostai il tappeto e trovai una piccola botola di legno grezzo chiusa con un lucchetto arrugginito; controllai all'interno, non trovai nulla solo l'impronta della polvere di una scatola che era stata spostata probabilmente negli anni precedenti.
Ci misi tre mesi a capire che ero diventato l'incubo di tutti: compagni, professori e chiunque mi desse fastidio.
Io e mio fratello vivevamo in una casa famiglia, era il posto in cui eravamo stati collocati e l'unico in cui potevamo stare al momento.
In quei tre mesi capì anche che non ero bravo a scegliere la strada giusta, ma semplicemente ero sempre stato etichettato come il figlio del criminale.
Un giorno arrivò una lettera in casa famiglia, il mittente era la zia Scarlett, abitava a New York,
si trattava della sorella di mio padre ed era anche una di quelle persone che non vedevo da molto tempo.
Mio fratello ormai ha quasi diciannove anni, crede di avere una seconda possibilità; nuova città, nuova vita. Io, a differenza sua, ero scettico.
Anche se non ci conosceva nessuno, sapevo bene che non era nostro padre a mandarci lì.
Ci aveva mandato lì perché quello che avevano tolto dalla botola, quello che valeva abbastanza per farlo stare zitto in galera per anni, si trovava lì.
Qualcuno, a New York, lo stava cercando da molto prima di noi.
Per trovarlo era disposto a scavare ovunque.
Anche nelle vite degli altri.
Non sapevo ancora che scavando avrebbe trovato anche la mia.
Non sapevo nemmeno che nella stessa università, avrei incontrato una ragazza con una lingua tagliente e occhi stanchi di chi ha imparato a non fidarsi di nessuno.
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Speriamo che il prologo di un nuovo viaggio vi sia piaciuto, questo è l'inizio di una lunga storia travagliata tra mistero e un'amore complesso.
Da Vio e Amy
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