Dove tutto iniziò
CIÒ CHE IL TEMPO NON CANCELLA
Il lago ha un modo tutto suo di custodire i momenti. Nelle giornate limpide restituisce al cielo ogni sfumatura di luce, lasciando che le montagne si possano specchiare nelle sue acque come immagini dipinte sulla superficie di un vetro; quando invece il cielo si fa basso e la nebbia scende lungo i pendii, sembra inghiottire ogni cosa, le case, le barche, i sentieri che corrono lungo la riva, come se volesse proteggere ciò che gli uomini affidano al tempo e alla dimenticanza.
Era una limpida mattina di ottobre, il vento muoveva appena le foglie ingiallite degli alberi e l'aria portava con sé l'odore umido della pietra e della terra, quando Chiara Raimondi si fermò davanti al cancello di Villa Comitti e rimase per qualche istante a osservare il grande giardino che si apriva dietro il pesante cancello.
Aveva visitato decine di dimore antiche nel corso della sua carriera, edifici che portavano sulle pareti le tracce di generazioni passate, di ricchezze accumulate e poi disperse, di famiglie che avevano creduto di poter lasciare un segno eterno nel mondo.
Ogni restauro cominciava con l'osservazione, con la pazienza di chi non pretende di comprendere tutto al primo sguardo. Una crepa nell'intonaco poteva raccontare molto più di quanto apparisse, così come una porta murata, una decorazione nascosta sotto strati di vernice o una pietra sostituita in epoche diverse potevano rivelare storie che nessun documento aveva conservato.
Era quello il suo mestiere: riportare all’antico splendore ciò che il mondo aveva coperto con il passare del tempo .
Davanti a quella villa affacciata sul lago, però, ebbe la strana sensazione che fosse l'edificio a osservare lei.
Si impose un sorriso, quasi infastidita da quel pensiero. Il viaggio da Como era stato breve, ma aveva dormito poco e la giornata che l'attendeva sarebbe stata lunga. Elisabetta Colombo, la sua inseparabile amica Betty, l'aveva contattata qualche settimana prima per chiederle di occuparsi del sopralluogo preliminare: il Comune di Brienno stava valutando gli interventi necessari per restituire alla villa parte del suo antico splendore e aveva bisogno di una professionista che ne esaminasse le condizioni. Un incarico importante, di quelli che Chiara amava affrontare con metodo e rigore.
Spinse il cancello.
I cardini protestarono con un suono lungo e rauco, che ruppe il silenzio del giardino. Chiara entrò nel cortile, lasciando che il cancello si richiudesse lentamente alle sue spalle. Fece qualche passo sul vialetto di pietra, poi si fermò e alzò lo sguardo verso il piano superiore.
Una delle finestre era completamente aperta.
Le imposte di legno, scurite dal tempo, erano spalancate verso l'esterno. Anche i due battenti della finestra, dietro le imposte, erano aperti del tutto, lasciando vedere una porzione buia della stanza. Chiara rimase a fissarla. Non c'era nulla di particolarmente strano in una finestra aperta, almeno in apparenza. Eppure, qualcosa in quell'immagine la tratteneva, come se quella stanza avesse attirato la sua attenzione prima ancora che lei sapesse di doverla guardare.
Si chiese se qualcuno fosse già entrato nella villa per arieggiare gli ambienti. Betty le aveva detto che il custode sarebbe arrivato quella mattina per aprire le porte e accompagnarle durante il sopralluogo.
«Accidenti, Chiara! Se ti vedessi la faccia in questo momento, ti faresti una fotografia!»
Chiara si voltò di scatto, portandosi una mano al petto.
«Betty! Ma sei matta? Mi hai fatto prendere un colpo!»
Elisabetta Colombo, assessora alla Cultura e al Patrimonio del Comune di Brienno, scoppiò a ridere. Conosceva Chiara da abbastanza tempo da sapere che dietro quella protesta c'era più spavento che irritazione, e soprattutto che non le sarebbe passato facilmente.
«Buongiorno anche a te, cara. Vedo che la villa ha già cominciato a farti perdere il senso della realtà.»
«Molto spiritosa. Da quanto tempo sei lì?»
«Abbastanza per assistere a una scena memorabile. Tu con la bocca spalancata che guardi per aria… Peccato che non avessi il telefono in mano.»
«Ti auguro di trovare una colonia di ragni nella tua borsa.»
«E io ti auguro una giornata di lavoro serena, piena di scoperte interessanti e priva di insetti, aracnidi e altre creature poco gradite.»
Chiara scosse la testa, sorridendo. Con Betty era sempre stato così: bastavano poche battute per ritrovare quella familiarità che gli anni e gli impegni non avevano mai scalfito davvero.
Poi si ricordò della finestra.
«A proposito, guarda lassù. Quella finestra è spalancata. Non pensavo che qualcuno fosse già entrato.»
Betty seguì la direzione del suo dito, socchiudendo gli occhi per distinguere meglio la facciata.
«Quale finestra?»
«Quella, al piano superiore. Le imposte e i vetri sono completamente aperti.»
Per un momento rimasero entrambe a guardare.
La finestra era chiusa.
Le imposte di tutte le finestre aderivano alla facciata e i vetri riflettevano la luce pallida del mattino. Non c'era alcuna apertura, nessuna fessura attraverso cui potesse intravedersi l'interno della stanza.
Chiara abbassò lentamente il braccio.
«Ma… era aperta. L'ho vista.»
Betty tornò a guardarla, questa volta con un'espressione divertita.
«Tesoro, le finestre sono chiuse da anni. Non abbiamo ancora cominciato i lavori e nessuno è entrato negli ambienti del piano superiore. Almeno, non che io sappia.»
Chiara sollevò di nuovo lo sguardo. La finestra era ancora lì, perfettamente chiusa, identica alle altre.
«Avrò visto male», disse infine.
Betty non sembrò dare peso alla cosa. Le sfiorò il braccio e indicò l'ingresso della villa.
«Vieni. Il signor Valsecchi ci sta aspettando. Ti avverto: è un uomo adorabile, ma ha un talento particolare nel raccontare storie che sarebbe meglio ascoltare soltanto alla luce del sole.»
«Che cosa intendi?»
«Lo scoprirai.»
Attraversarono insieme il cortile. Davanti alla porta principale, Betty bussò due volte, ma dall'interno non arrivò alcuna risposta. Stava per bussare ancora quando si udì un rumore di passi lenti, seguito dal raschiare di una chiave nella serratura.
La porta si aprì con un lungo cigolio.
Sulla soglia comparve un uomo molto anziano, alto e magro, con una folta capigliatura bianca pettinata all'indietro e un paio di sopracciglia cespugliose che gli conferivano un'aria perennemente contrariata. Indossava un cardigan scuro sopra una camicia abbottonata fino al collo e teneva in mano un mazzo di chiavi così grande da sembrare appartenuto a un carceriere.
«Finalmente», brontolò. «Cominciavo a pensare che vi foste perse lungo la strada.»
«Buongiorno, signor Valsecchi», rispose Betty con pazienza. «Le presento la dottoressa Chiara Raimondi, la restauratrice di cui le ho parlato.»
L'uomo studiò Chiara dalla testa ai piedi, senza fretta, come se stesse valutando non tanto la sua competenza quanto la sua capacità di sopravvivere a una mattinata dentro la villa.
«Ah, dunque è lei quella che dovrebbe rimettere a posto questa vecchia signora.»
«Farò del mio meglio», rispose Chiara, stringendogli la mano.
Il signor Valsecchi aveva dita ossute e una stretta sorprendentemente energica.
«Lo spero per lei. Perché questa casa non è come le altre.»
Betty sospirò.
«Eccoci. Comincia sempre così.»
L'anziano la ignorò. Si voltò verso l'interno buio dell'atrio e abbassò la voce, assumendo un'espressione grave.
«Ci sono rumori, qui dentro. Passi, porte che si aprono, voci che arrivano da stanze dove non c'è nessuno. Qualcuno dice di aver visto ombre muoversi al piano superiore. Io, naturalmente, non credo a certe sciocchezze.»
Fece una pausa e tornò a guardare Chiara.
«Ma, se durante il sopralluogo dovesse sentire qualcuno chiamarla, le consiglio di non rispondere.»
Chiara sentì un brivido correrle lungo la schiena.
«Signor Valsecchi…»
L'uomo mantenne un'espressione impenetrabile ancora per qualche secondo. Poi la sua bocca si piegò in un sorriso furbo e scoppiò in una risata roca, così improvvisa che Chiara fece un piccolo salto all'indietro.
«Ah! Avreste dovuto vedere le vostre facce!»
Betty a braccia conserte lo stava guardando con un’espressione rassegnata.
«È una vergogna, lo sa? Ogni volta la stessa storia.»
«E ogni volta funziona.» Il custode si asciugò gli occhi, ancora divertito. «Una casa vecchia deve pur avere le sue storie. Altrimenti, che cosa resterebbe da raccontare?»
Chiara cercò di sorridere, un po' mortificata per essersi lasciata spaventare così facilmente.
«Vedrà, dottoressa. Dopo una settimana qui dentro, sarà lei a raccontarle.»
Il signor Valsecchi si fece da parte e spalancò la porta quel tanto che bastava per lasciarle entrare.
L'atrio era immerso in una penombra fresca, attraversata da sottili lame di luce che filtravano dalle finestre del piano terra. L'aria sapeva di legno antico, polvere e pietra umida. Da qualche parte, in profondità, una goccia cadeva a intervalli regolari, producendo un suono secco che sembrava scandire il silenzio.
Chiara oltrepassò la soglia.
Per un istante ebbe la sensazione assurda di non stare entrando in un luogo sconosciuto, ma di tornare in un posto dal quale era stata lontana troppo a lungo.
Non seppe dire da dove venisse quel pensiero. Non aveva mai visitato Villa Comitti. Eppure, mentre il custode richiudeva la porta alle loro spalle e il cigolio si propagava lungo l'atrio, un pensiero inspiegabile le attraversò la mente.
«Prego da questa parte. Comincerei il tour dal salone principale. »
Il salone delle feste si apriva a destra del grande scalone a doppia rampa che conduceva ai piani superiori. Era una stanza immensa, con enormi lampadari e divani disposti lungo le pareti, che lasciavano libero il centro, dove un magnifico mosaico, velato dalla polvere, conservava ancora traccia dell'antico splendore. La luce entrava dalle grandi finestre, regalando una vista meravigliosa sul lago di Como.
La biblioteca si trovava sul lato sinistro del grande scalone, oltre una porta di legno scuro che il signor Valsecchi aprì dopo aver cercato a lungo la chiave giusta nel proprio mazzo. Un odore di carta invecchiata, legno e polvere raggiunse Chiara prima ancora che lei varcasse la soglia.
La stanza era immersa nella penombra. Alte librerie correvano lungo le pareti, quasi fino al soffitto, interrotte soltanto dalle finestre affacciate sul giardino e da un camino di marmo scuro sul quale qualcuno aveva lasciato un piccolo orologio fermo.
«Ecco la biblioteca», annunciò Ambrogio, con la soddisfazione di chi presenta una vecchia conoscenza. «Una volta era la stanza preferita del padrone di casa. Ci passava interi pomeriggi, almeno così mi raccontavano. Io, invece, ci entro soltanto quando devo controllare che non ci siano infiltrazioni.»
Betty sorrise. «E naturalmente per raccontare qualche storia spaventosa ai visitatori.»
«Le storie spaventose non hanno bisogno di me, signora. Questa casa ha una memoria lunga.»
Il vecchio sollevò le spalle poi si avvicinò alla finestra. Afferrò le maniglie delle imposte e cominciò ad aprirle con una lentezza esasperante. Il legno oppose resistenza e dopo qualche tentativo, una delle ante si spalancò verso l'esterno e lasciò entrare l'aria fresca del mattino.
Al di là del vetro, il giardino appariva trascurato. I cespugli erano cresciuti senza una forma precisa, alcuni rami si allungavano sopra il vialetto e le foglie cadute si erano accumulate negli angoli, dove l'umidità aveva cominciato a scurirle. Un raggio di sole riuscì a filtrare attraverso i rami e attraversò la stanza in diagonale, illuminando una parte della libreria.
Chiara, che fino a quel momento aveva osservato il soffitto e le condizioni delle pareti, si voltò verso gli scaffali.
Fu allora che lo vide.
Tra due file di volumi rilegati in pelle, in un ripiano a metà altezza...
Chiara si avvicinò di qualche passo per vedere meglio.
«Ma manca un libro.»
Le parole le uscirono spontanee, ancora prima che potesse riflettere su ciò che stava dicendo.
Betty si voltò verso di lei. «Come, scusa?»
Chiara indicò lo scaffale. «Lì. Manca un libro.»
Ambrogio si voltò lentamente, seguendo la direzione del suo dito. Per la prima volta da quando erano entrate nella villa, il suo sorriso scomparve.
« Come fa a saperlo?» chiese.
La domanda rimase sospesa nella stanza.
Chiara immobile fissava lo scaffale. Avrebbe potuto spiegargli che era evidente. Era il genere di osservazione che faceva ogni giorno nel suo lavoro.
Eppure, non era esattamente ciò che intendeva.
Non aveva semplicemente notato uno spazio vuoto. Aveva avuto la certezza che lì dovesse esserci un libro.
Ambrogio continuò a fissare lo scaffale. Poi, con un gesto brusco, si schiarì la voce e tornò a indossare la sua consueta espressione burbera allontanandosi e lasciando Chiara davanti alla libreria.
Chiara rimase lì ancora qualche secondo, poi si costrinse ad allontanarsi. Non aveva senso continuare a fissare quello spazio vuoto.
Per un istante ebbe la sensazione di conoscere il libro che mancava. Non il suo colore, né il titolo, né l'aspetto della copertina. Soltanto la certezza, profonda e inspiegabile, che un giorno qualcuno lo avesse riposto proprio lì.
E che lei fosse arrivata troppo tardi per trovarlo.
Scosse appena la testa e raggiunse le altre due persone nel corridoio.
«Tutto bene?» le chiese Betty.
«Certo. Stavo solo pensando agli interventi da fare.»
Il signor Valsecchi le guidò verso il grande salone d'ingresso e indicò una serie di porte basse, quasi nascoste nell'ombra sotto lo scalone.
«Da questa parte si raggiungono i locali di servizio. Le cucine, la dispensa e alcuni ambienti sul retro. Un tempo c'era parecchio movimento, da queste parti. La servitù lavorava dalla mattina alla sera e gli ospiti non dovevano accorgersi di nulla.»
Aprì una delle porte e le invitò a entrare.
Il passaggio era più stretto di quanto Chiara si aspettasse. Il soffitto si abbassava leggermente e le pareti, prive delle decorazioni presenti negli ambienti principali, conservavano tracce di vecchie riparazioni e macchie lasciate dall'umidità. Il rumore dei loro passi cambiò quando raggiunsero il pavimento in pietra del corridoio retrostante.
Le cucine occupavano una stanza ampia, con un grande focolare, un lavello in pietra e mobili di legno scuro addossati alle pareti. Al centro, un lungo tavolo portava ancora i segni di coltelli e recipienti appoggiati per anni sulla stessa superficie. Su una parete si trovava una vecchia stufa di maiolica, imponente e decorata con motivi floreali ormai sbiaditi. Alcune piastrelle avevano perso la lucentezza originaria, mentre altre mostravano piccole crepe e alterazioni del colore.
«Questa è una delle cose che mi piacerebbe recuperare», disse Betty, avvicinandosi alla stufa. «Se fosse possibile conservarla, naturalmente. Sarebbe un peccato perdere un elemento del genere.»
Chiara annuì e cominciò a osservare la superficie da vicino. Passò lo sguardo sulle decorazioni, sulle giunzioni tra le piastrelle e sulle tracce di vecchie stuccature. Il suo occhio si soffermò su una mattonella collocata nella parte posteriore, poco sopra il livello del focolare.
Era diversa dalle altre.
Non tanto nel disegno, che sembrava appartenere alla stessa decorazione floreale, quanto nella tonalità dello smalto e nella larghezza delle fughe. Il colore appariva appena più spento e il bordo non seguiva perfettamente l'allineamento delle piastrelle circostanti.
Chiara si avvicinò per esaminarla meglio. Sollevò una mano e sfiorò la superficie, cercando di capire se si trattasse di una riparazione successiva.
La mattonella si mosse sotto le sue dita.
«Aspetta…»
Non fece in tempo a completare la frase. La piastrella cedette in avanti, scivolò dalla sede e cadde sul pavimento con un rumore secco.
Betty si voltò di scatto.
«Chiara! Ma che cavolo, cominci a rompere le cose prima ancora di restaurarle?»
«Non l'ho fatto apposta!»
Chiara si chinò immediatamente, preoccupata di aver danneggiato un elemento antico. Ma, quando guardò il punto da cui la mattonella era caduta, si immobilizzò.
Dietro la maiolica si apriva una piccola nicchia, ricavata all'interno della struttura della stufa e nascosta con cura dietro la piastrella. Non era profonda, ma abbastanza grande da contenere un oggetto. I bordi erano scuri e irregolari, e all'interno si distingueva qualcosa avvolto in un tessuto di velluto scuro.
«Betty, vieni a vedere.»
L'amica si avvicinò, pronta a rimproverarla ancora, ma le parole le morirono sulle labbra.
Chiara allungò lentamente la mano nella cavità ed estrasse con delicatezza il piccolo sacchetto di stoffa. Lo aprì con cautela e ne tirò fuori il contenuto, facendo attenzione a non danneggiare il tessuto ormai fragile.
Era un cammeo.
Era grande quanto il palmo della mano e montato su una cornice metallica finemente lavorata, aveva una superficie chiara sulla quale si distingueva il profilo di una donna. Il volto era delicato, appena inclinato, con i capelli raccolti secondo una moda che Chiara avrebbe collocato nella seconda metà dell'Ottocento. La cornice mostrava i segni del tempo, ma l'oggetto sembrava essersi conservato sorprendentemente bene.
Per qualche istante nessuna delle due parlò.
«Ma chi avrebbe nascosto una cosa del genere dietro una stufa?» mormorò Betty.
Chiara non rispose. Teneva il cammeo sul palmo della mano, osservandone ogni dettaglio. Non sapeva perché, ma l'idea di riporlo subito da qualche parte le sembrava sbagliata. Come se quell'oggetto non fosse stato dimenticato, ma lasciato lì in attesa di essere trovato.
Alle loro spalle, il signor Valsecchi si schiarì la voce.
«Ecco», disse con il suo consueto tono burbero. «Adesso sì che avete trovato qualcosa che non era previsto nel programma della giornata.»
Betty gli lanciò un'occhiata. «Per una volta, Ambrogio, possiamo evitare le sue storie sui fantasmi?»
«Io non ho detto niente.»
Chiara, con il cammeo ancora stretto tra le dita, non riusciva a smettere di guardare il piccolo spazio vuoto nella stufa.
«E adesso che cosa facciamo con questo oggetto?» domandò Betty. «È strano, non trovi? Una cosa del genere, così preziosa, nascosta in una cucina, dietro una piastrella. Qui lavorava la servitù, non era certo il posto in cui ci si sarebbe aspettati di trovare un gioiello simile.»
Chiara annuì senza distogliere lo sguardo dal cammeo.
«È proprio questo che mi lascia perplessa. Se qualcuno voleva nasconderlo, perché scegliere un posto del genere? E perché murarlo dietro una mattonella?»
Fece ruotare lentamente l'oggetto tra le dita e fu allora che notò una piccola sporgenza sul margine inferiore. La sfiorò con la punta dell'unghia e avvertì un lieve movimento.
«Aspetta… credo che si apra.»
Premette delicatamente.
Si udì un piccolo scatto e il cammeo si dischiuse.
All'interno, protetto dalla cornice, c'era un minuscolo foglietto ingiallito, ripiegato più volte su se stesso. La carta appariva sottile e fragile, consumata lungo le pieghe, come se il tempo avesse lentamente assottigliato le fibre. Chiara ebbe paura di romperla soltanto sfiorandola.
«Oddio», mormorò Betty, avvicinandosi. «C'è qualcosa scritto.»
Chiara estrasse il foglietto con estrema cautela e lo posò sul palmo dell'altra mano. Per un momento esitò, consapevole che bastava un gesto troppo brusco per danneggiarlo. Poi cominciò ad aprirlo, lentamente, seguendo le pieghe che si erano formate molti anni prima.
La carta si distese con un fruscio appena percettibile.
C'erano poche parole.
Chiara le guardò senza comprenderle, come se la mente si rifiutasse di attribuire un significato a quelle lettere. Le rilesse una seconda volta. Poi una terza.
Il sangue le si gelò nelle vene.
Sul foglietto, scritto con un inchiostro ormai sbiadito, c'era un nome.
Chiara Raimondi.
Per qualche secondo non riuscì a muoversi. Le dita rimasero sospese sopra la carta, mentre ogni rumore intorno a lei sembrava allontanarsi. Non sentiva più il respiro di Betty, né i passi del signor Valsecchi nel corridoio, né il vento che sfiorava i vetri della cucina.
Sentiva soltanto il battito del proprio cuore.
Betty le si avvicinò ancora, cercando di leggere meglio. Quando riconobbe quelle due parole, il sorriso le scomparve dal volto.
Alzò lentamente gli occhi verso Chiara.
Le due amiche si guardarono senza parlare.
E, in quel silenzio, la villa sembrò trattenere il respiro insieme a loro.
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