Storia · capitolo 1 · finale

Marzia e Ruggero

Spalla a spalla di Francesco Tavola

Spalla a spalla

Una commedia con una moglie che piace a tutti e un uomo che la guarda per davvero.

 

 

Ci sono amori che vivono tutti in una conversazione a voce bassa, dentro la testa.

Lei sapeva farsi guardare. Lui l'ha costretta a farsi ascoltare.

 

 

Marzia era cresciuta in una casa dove le buone maniere erano essenziali alla sopravvivenza. Il padre faceva il ragioniere per un’azienda che a nominarla bisognava esser reverenziali. La madre, casalinga, era una che aveva confuso il rispetto con la reverenza. Ci teneva ad esser impeccabile ed esser riconosciuta tale da chiunque incontrasse. Le gonne arrivavano sempre sotto il ginocchio e per le donne di casa non esisteva il concetto di pantaloni. Il sabato si andava a confessarsi e a tavola le mani stavano dove le poteva vedere tutta la famiglia.

A quindici anni una zia le aveva spiegato che una signorina non accavalla le gambe in pubblico. Marzia aveva obbedito fino al terzo anno di università. Poi, a un matrimonio a Stresa, si era seduta al tavolo dei testimoni, aveva sentito un sassolino nella scarpa e aveva alzato il piede per toglierlo. Il testimone dello sposo, che stava versando il vino, finì per versarlo sulla tovaglia, sul vicino di posto e su una cugina.

Quella sera, nella camera d’albergo, Marzia si era guardata allo specchio e aveva fatto una scoperta che nessuno in casa sua aveva mai previsto: piaceva. Piaceva proprio, e l’effetto era ripetibile.

Il sesso c’entrava poco. Lo trovava divertente, sì, come certi cugini lontani, ma non era quello che cercava. Cercava il momento in cui un uomo, a metà di una frase, perdeva il verbo. Quel secondo lì le dava una gioia che non aveva trovato nemmeno nel giorno della prima comunione, e dire che aveva avuto il vestito con i pizzi.

Con gli anni aveva affinato la tecnica. Alzava la gamba al momento giusto. Sceglieva la scollatura con la cura con cui altri scelgono le assicurazioni. Guardava un uomo per due secondi esatti e poi abbassava gli occhi, perché lo sguardo basso la faceva sembrare timida, e la timidezza, a quanto pareva, funzionava meglio di qualunque profumo. Lei in realtà timida lo era stata davvero, in tempi remoti, e ne conservava un ricordo affettuoso come del vecchio golden di famiglia.

A ventotto anni aveva sposato Corrado Bellandi, quarantenne, titolare di un’azienda di imballaggi con tre brevetti e un capannone a Gallarate. Un uomo buono, preciso, gran lavoratore. Avevano avuto Tommaso e poi Bianca. Abitavano in una villa con il giardino. Avevano una signora che veniva a pulire tre volte alla settimana e un golden che non aveva mai capito di essere un cane.

Marzia non faceva nulla di male, secondo lei. Non faceva neanche molto di preciso. Ogni tanto un uomo, sposato o no, interessante o meno, si faceva sotto, e lei, dopo una discreta resistenza, lo accontentava. Le era stato insegnato che è l’uomo che comanda e la donna, al massimo, dispone. Aveva una regola ferrea: mai nello stesso mese e mai gli amici di Corrado. Per il resto, aveva una media di successo del cento per cento. Nessuno aveva mai detto di no, nemmeno quello che doveva andare a prendere la figlia a danza.

La sua amica Lorella, che sapeva tutto, le diceva sempre la stessa cosa.

“Tu sei una statistica che cammina.”

“Io sono una persona affettuosa.”

“Hai un ufficio reclami, tu. Gli uomini ti fanno la domanda e tu rispondi sempre sì.”

“Mica sempre. Ho detto no a quello della banca.”

“Perché aveva i calzini corti.”

“L’uomo le calze corte le deve dismettere a quattordici anni.”

 

La fondazione per il restauro dell’abbazia di San Colombano era nata perché Corrado aveva donato centoventimila euro e il sindaco, per gratitudine, aveva proposto Marzia vicepresidente. Lei aveva accettato pensando alle riunioni come al tè delle cinque. L’atmosfera era quella. In più c’erano le planimetrie e le altre scartoffie.

La prima riunione si tenne un martedì di marzo in una sala della curia che odorava di cera e di biscotti con il malto e il miele. Intorno al tavolo sedevano il parroco, il panettiere e la farmacista, la presidente, una contessa di novant’anni che dormiva sempre, e un uomo in fondo, con la camicia fuori dai pantaloni da un lato solo, che non aveva mai visto.

“L’ingegner Ruggero Fabbri” disse la presidente. “Si occupa della parte strutturale.”

L’ingegnere alzò una mano senza guardare nessuno. Aveva cinquant’anni, i capelli grigi tagliati da qualcuno che non lo odiava ma nemmeno lo stimava, e una cartella piena di fogli arrotolati. Prima di ricomporsi si sistemò senza disagio la camicia nei pantaloni.

Marzia lo guardò per due secondi esatti. Poi abbassò gli occhi e accavallò le gambe. L’ingegnere stava spiegando che il transetto sud aveva una lesione passante e che, secondo lui, la volta andava innanzitutto incatenata. Parlò per venti minuti. Il tempo che Marzia ebbe per provare tutte le tecniche di seduzione di sua conoscenza. Si sistemò il foulard in modo che la scollatura facesse il suo mestiere. Nessun effetto. Lo sguardo di lui passava sul tavolo, sui fogli, sul parroco, sulla contessa, sulla brocca dell’acqua, e quando incontrava lei, rimbalzava via come un’automobile su un dosso. In ultimo si succhiò il labbro, gesto che di solito era strike garantito. Invece…

“Signora vicepresidente, ha qualcosa che non va?” disse l’ingegnere, interrompendosi.

“Come, scusi?”

“Si tocca la bocca. Ha un dente che le dà fastidio? Il dottor Pessina, in fondo alla strada, è bravo. Un amico.”

La contessa si svegliò, disse “Eh” e si riaddormentò.

Alla fine della riunione Marzia si avvicinò con la cartellina stretta al petto, perché con la cartellina stretta al petto il seno si vedeva di più, ed è una cosa che sanno tutte.

“Ingegnere, è stata una spiegazione illuminante. Necessaria e funzionale.”

“Davvero? Ho parlato di catene. E poco più.”

“Le catene sono un tema che mi sta a cuore. Se la loro funzione è quella di garantire il restauro degli affreschi, si intende.”

“In che senso?”

Marzia si accorse di non avere un senso a disposizione da offrire all’ingegnere. Di solito a questo punto prendeva la parola e portava il dialogo dove voleva lei. L’ingegnere, totalmente indifferente alle sue moine, aspettava la risposta con le sopracciglia un po’ sollevate, come un insegnante di liceo.

“In senso generale”, si risolse, alla fine, a dire.

“Capisco. Generale è una categoria molto grande. Arrivederci, signora.”

Uscì col suo rotolo di fogli sotto il braccio. Marzia rimase in sala con la contessa, che si era svegliata di nuovo.

“Bel ragazzo” disse la contessa. “Un po’ spettinato.”

“Non mi ha guardata nemmeno una volta.”

“Era concentrato. Succede con gli uomini seri.”

“E con gli altri?”

“Gli altri guardano, cara. Ma non vedono mai niente.”

 

La sera Marzia raccontò tutto a Lorella al telefono. Lorella rise così forte che dovette posare la tazza.

“Ti ha offerto il dentista.”

“Mi ha offerto il dottor Pessina.”

“Allora è gay.”

“Ha un figlio di vent’anni. Me l’ha detto la segretaria.”

“Allora è sposato.”

“Vedovo.”

“Allora è cieco.”

“Vede benissimo. Ha visto una lesione da trenta metri.”

“Marzia, scusa, tu stai ragionando come se fosse un problema. Passa oltre. Ci sono altri uomini nella provincia di Varese.”

Marzia stette zitta un attimo. Era la prima volta che qualcuno le diceva di no senza dirlo, e non riusciva a lasciar perdere. Era come un cassetto che non si apre: lei di solito non apriva cassetti, ma quando uno resisteva le veniva voglia di capire cosa ci fosse dentro.

Il sopralluogo in cantiere era fissato per il giovedì successivo. Marzia mise un abito aderente, tacchi bassi per via dei ponteggi e un po’ di profumo, poco, giusto per farlo arrivare un secondo dopo di lei.

L’abbazia dentro era fredda, ancora piena di polvere e di sacchi di calce. Ruggero si trovava su una passerella di legno, a cinque metri da terra, con un casco giallo. Le tese una mano senza guardarla, e lei salì.

“Metta il casco.”

“Mi rovina i capelli.”

“Le si rovinano i capelli anche se le cade un mattone in testa.”

Salì col casco. Sulla passerella lo spazio era stretto e Marzia, senza troppa fatica, si trovò spalla a spalla con lui, il petto appoggiato al suo braccio mentre fingeva di guardare i disegni.

“Quindi questa è la lesione” disse.

“Quella è una macchia di umidità. La lesione è là.”

“Ah. Si vede benissimo.”

“Non si vede per niente, infatti l’ho segnata col gessetto.”

Lei rise, un riso studiato che di solito durava mezza battuta e faceva girare le teste. L’ingegnere si girò verso di lei e per la prima volta la guardò davvero.

“Signora Bellandi, posso farle una domanda?”

“Certo.”

“Lei ha freddo?”

“No, perché?”

“Perché sta appoggiata al mio braccio da quattro minuti e io ho il braccio caldo, ma ho anche il rilievo da finire. Se ha freddo le presto la giacca.”

Marzia si staccò con un’espressione che non aveva mai usato in vita sua, nemmeno al funerale dello zio.

“Lei è un galantuomo ma non serve, mi sposto” disse, per recuperare.

“Grazie, lo so. Ma si fermi un attimo. Lei mi sta facendo la corte oppure vuole la mia firma su qualcosa? Perché se è la firma, volentieri, se è la corte, è meglio che mi avvisi, così mi preparo.”

“Io non le sto facendo la corte.”

“Meno male. Mi sarei sentito in difficoltà. Non avrei saputo come interpretare la parte, è un ruolo che non conosco.”

Scese dalla passerella con le ginocchia che non ubbidivano del tutto. Fuori, nel piazzale, rimase un quarto d’ora seduta in macchina a guardare il cruscotto.

Telefonò a Lorella.

“Mi ha chiesto se volevo una sua firma.”

“Ah.”

“Mi ha chiesto se avessi freddo.”

“Un uomo di una gentilezza d’altri tempi.”

“Lorella, aiutami.”

“Io ti aiuto, ma devi dirmi cosa vuoi.”

“Voglio che mi guardi.”

“Ti ha guardata.”

“Voglio che mi guardi come gli altri.”

“E poi?”

Marzia non seppe cosa rispondere. Era la domanda più difficile che le avessero mai fatto.

 

A metà aprile il cantiere trovò sotto l’intonaco un’iscrizione in latino. Il capomastro mandò una foto a Ruggero, che la girò al parroco, che la girò alla fondazione, che la lasciò dove le cose di solito vanno a morire, cioè in casella di posta della vicepresidente.

Marzia aprì il messaggio. Perché le cose si fanno per bene. Sulla foto si vedevano tre righe di lettere scolpite male, mezze coperte di calce.

Aveva fatto il liceo classico dalle suore. Nessuno ci avrebbe scommesso, lei meno di tutti, ma sedici anni di vita di società non avevano cancellato del tutto il fatto che a diciassette anni traduceva Tacito meglio della figlia del preside. Si sedette sul divano con il telefono e un foglio, e dopo mezz’ora aveva una traduzione che le sembrava sensata.

La mandò a Ruggero con un messaggio breve. Lui rispose dopo dieci secondi.

“Questo l’ha tradotto lei?”

“Sì.”

“Dove ha studiato?”

“Dalle suore.”

“Nessuno mi aveva detto che c’era una latinista nel consiglio.”

“Nessuno me l’ha chiesto, difatti. Latinista, poi… ho fatto il classico.”

“Mi dà il suo numero?”

“Ce l’ha. Mi ha appena scritto.”

“Ah, sì. Provo a chiamarla.”

Chiamò dopo due minuti. Marzia rispose con la voce che usava per le conversazioni importanti, quella un po’ più bassa.

“Mi dica una cosa” disse lui senza saluti. “Qui dice che la volta è stata rifatta nel 1427 da un certo Bonifacio. Lei è sicura che sia Bonifacio e non Bonifazio con la zeta?”

“È una forma ecclesiastica, nel Quattrocento si scriveva con la c.”

“E se fosse un errore dello scalpellino?”

“Lo scalpellino non avrebbe mai sbagliato il nome del committente, sarebbe stato licenziato.”

Silenzio. Poi una risata sorpresa.

“Mi sta dicendo che ho un problema di storia del lavoro?”

“Le sto dicendo che dovrebbe cercare un contratto del 1427 nell’archivio diocesano.”

“Lo facciamo domani.”

“Noi?”

“Io cerco i documenti. Lei li traduce. Se non è impegnata e se non le è di impiccio.”

L’archivio diocesano era una stanza lunga con scaffali fino al soffitto. Ci andarono il giorno dopo, e il giorno dopo ancora. Marzia lesse registri di spese, lettere, una controversia su un mulino. Ruggero stava seduto di fianco a lei e ogni tanto si sporgeva a guardare.

“Qui c’è una cifra” disse lui.

“È un fiorino.”

“Ma quanto è un fiorino?”

“Non lo so. Lei è l’ingegnere, faccia lei il calcolo.”

“Io lavoro con la resistenza dei materiali, non con le monete di cinquecento anni fa.”

“Quindi sa tutto tranne quello che serve.”

“La sua è una lettura forzata a mio avviso, comunque legittima.”

Trovarono il contratto il terzo giorno. Bonifacio da Carnago, maestro muratore, aveva ricevuto trentadue fiorini per rifare la volta e aveva commesso un errore di calcolo che aveva fatto spingere le pareti verso l’esterno per più di cinque secoli.

“Ecco la lesione” disse Ruggero, e la guardò. “L’ha trovata lei.”

“L’ho trovata io, ma l’aveva vista lei.”

“Questa è una cortesia inutile.”

“No, è una divisione dei meriti.”

 

Da maggio a settembre si videro ogni settimana, più volte. Il cantiere aveva sempre qualcosa da decidere e Ruggero aveva preso l’abitudine di chiamarla prima di decidere. A lei questo la eccitava. Un uomo di prestigio aveva scelto lei, e solo lei, come referente.

Parlavano del cantiere per i primi cinque minuti. Poi parlavano di altro. Di un libro che lei stava leggendo e che a lui sembrava troppo banale per una mente come la sua. Di una mostra a Milano. Del fatto che lui non aveva mai capito perché la gente andasse in vacanza ad Ibiza.

“Per ballare” diceva lei.

“Si può ballare anche a Cardano al Campo.”

“Il Nautilus ha chiuso che ero una giovincella con la gonna sotto le ginocchia.”

“Sarebbe bello se mi facesse vedere una foto, lei mi incuriosisce.”

“Se mi avesse conosciuto alle superiori mi avrebbe bellamente ignorato.”

“Non credo, sa. Con quegli occhi mi avrebbe fatto sentire meno goffo.”

Marzia non seppe rispondere a quella constatazione che le suonò il complimento più eroticamente coinvolgente che mai alcuno le avesse fatto.

Si punzecchiavano su tutto. Lei diceva che lui era un orso con la laurea, lui diceva che lei era una donna che nascondeva le sue qualità migliori dietro i tacchi. Lei lo accusava di ragionare solo in termini di carico e scarico, lui rispondeva che almeno non ragionava in termini di scollatura e decibel. Poi si guardavano e ridevano, e nessuno dei due capiva perché la risata arrivasse sempre dopo l’offesa e mai prima.

Intanto cambiavano. Marzia non se ne accorse subito, ma a luglio smise di proporre le sue audaci scollature all’universo maschile e men che meno per le riunioni della fondazione. Un giorno si accorse di aver parlato per un quarto d’ora con il notaio sul tema dei vincoli della soprintendenza e di avere avuto ragione su tutto. Il notaio le aveva detto “Signora, lei dovrebbe fare l’avvocato” e lei, serafica, aveva risposto “Non è mestiere che si conviene per una donna”.

A casa Corrado se ne accorse.

“Ti vedo più allegra” disse una sera.

“È il cantiere.”

“Ti piace?”

“Mi piace. Scopro cose.”

“Cose.”

“Cose che c’erano già. Tipo che nel Quattrocento facevano gli errori di calcolo anche loro.”

“Che bello. Passami il sale.”

Corrado era così. Non faceva domande complicate. Aveva fiducia in lei con l’ostinazione con cui uno ha fiducia nel proprio telefono: se funziona, funziona.

Ruggero cambiava a sua volta. A settembre cominciò ad andare alle cene con i finanziatori della fondazione e imparò a dire “molto interessante” al momento giusto. Una sera si presentò con una camicia stirata, e Marzia gli disse che aveva un’aria da testimone di nozze.

“Me l’ha stirata Anita, la vicina.”

“La camicia sì. Ma la cravatta?”

“La cravatta me l’ha prestata mio figlio.”

“È una cravatta da ragazzo. Infatti.”

“Mi ha detto che le righe slanciano.”

“Mi dica la verità, ha chiesto a qualcuno come ci si veste per una cena?”

“Ho chiesto a Claude.”

“E cosa le ha detto?”

“Che devo innanzitutto andare dal barbiere.”

Lei rise tanto che la contessa, a due tavoli di distanza, si girò.

Era successo, dunque, che si facessero bene a vicenda. Lei studiava, lui parlava con la gente, lei imparava a stare zitta quando non aveva niente da dire, lui a dire la sua senza farsi pregare. Ma di queste cose, ad alta voce, nessuno dei due parlava. Anzi, avevano trovato un modo per non parlarne mai: litigare su qualcos’altro. Insieme erano meravigliosi, incanto rubato al tempo fugace. E poco più.

 

Il chiostro era finito a ottobre. L’inaugurazione era fissata per la domenica successiva e il sabato pomeriggio Marzia andò a vedere se le aiuole erano a posto. Trovò Ruggero seduto sul bordo della fontana, che guardava un punto dove non c’era niente.

“L’hanno finita” disse lei.

“L’hanno finita. Rimane solo da toglierci dai piedi.”

“Lei ha già finito.”

“Io ho finito. Lei, invece, deve fare il discorso.”

“Non lo faccio. Lo fa il sindaco.”

“Il sindaco legge quello che ha scritto lei.”

“Si sbaglia. Il discorso l’ha preparato lui.”

“Il sindaco non ha mai scritto una frase come ‘le pietre non dimenticano, ma sanno aspettare’. Allora l’ha scritta lei, ingegnere.”

“Sì. L’ho scritta pensando a me che penso a lei.”

Marzia sorrise e gli passò, delicata, una mano sull’avambraccio, per ringraziarlo della gentilezza.

“Io sarei le pietre. Pare che abbiano aspettato tutta la vita di conoscere lei.”

“L’avevo capito. È una dichiarazione d’affetto o d’amore?”

Lui non rispose. Gli mancarono le parole.

“Ingegnere, posso dirle una cosa?”

“Mi dica.”

“Questo cantiere mi mancherà.”

“Mi dica anche l’altra cosa.”

“Quale?”

“Quella che sta pensando.”

Lei lo guardò e si accorse che da sei mesi non guardava più gli uomini in quel modo. Lo guardava e basta, senza farne niente.

“Mi stanno cominciando a mancare anche le telefonate.”

“Mi dica un’altra cosa.”

“Lei è molto insistente.”

“Mi sono innamorato di lei.”

Lo disse come avrebbe detto che la volta stava cedendo, con la stessa voce di chi segnala un dato. Marzia avrebbe giurato che la fontana non gettava più acqua, ma probabilmente la fontana andava avanti, era lei che aveva smesso di sentirla.

“Ah”, disse. “Questo non era previsto in nessun preventivo.”

“Lo so.”

“Lei sta scherzando.”

“No. Mi sono innamorato, ho cercato di capire come mai, ho fatto delle ipotesi. Sono arrivato alla conclusione che è colpa sua. Lei è intelligente, ha letto un sacco di cose, è puntigliosa, mi corregge sempre al momento giusto, ride delle mie battute anche quando sono brutte, e poi quando c’è lei io penso meglio. Non mi era mai successo con nessuno.”

“Io mi sono messa addosso della roba scollata per sei mesi e lei non ha mai guardato.”

“L’ho vista. Mi sembrava poco rilevante. Penso che una parte di lei le abbia suggerito di fare così per nascondere le qualità che a me piacciono. Lei è sagace, diretta, competente e presuntuosa al punto giusto.”

“Per essere sfrontata fino in fondo, è da quando ho conosciuto lei che queste qualità sono saltate fuori.”

“Mi sembrava che lei volesse dimostrare qualcosa. Ma le cose da dimostrare di solito non sono quelle importanti. Quelle importanti vengono fuori quando uno smette di dimostrare.”

Marzia sentì il bisogno di fare una battuta. Ne aveva dieci pronte, tutte inutili.

“Lei vuole che io lasci Corrado?”

“No.”

“E che cosa vuole?”

“Voglio sapere cosa vuole lei. Io so già cosa voglio. Voglio stare con lei, tutto il tempo, anche quando fa la scema, anche quando mi dice che le righe mi stanno male. Ma lei ha una famiglia, due figli, una vita sistemata. Io non la porto via da casa sua, non è il mio mestiere. Se lei viene, deve venire perché lo ha deciso. Se non decide, io non mi muovo. Per ora mi basta sapere che anche lei prova qualcosa. Non sapevo che sarei arrivato a dirglielo. Sono già oltre così.”

“Devo pensarci.”

“Io sono qui.”

Marzia si alzò. Aveva le Superga, e, sotto lo spolverino color vinaccia, un paio di pantaloni a coste di velluto e un dolcevita. Chi l’avesse incontrata sul tragitto per casa l’avrebbe confusa con una cugina di cui non aveva mai parlato per pudicizia. “Ci vediamo domani all’inaugurazione.”

“Ci vediamo.”

Per la prima volta in sedici anni uscì da un posto camminando e sentendo qualcuno che la guardava.

 

Non andò all’inaugurazione. Scrisse al sindaco di avere la febbre, e il sindaco, che non sapeva leggere i messaggi, rispose con una faccina. Marzia stette in casa tutta la domenica con una coperta e un libro che non leggeva. Corrado le portò il brodo.

Il lunedì telefonò a Lorella.

“L’ingegnere si è dichiarato.”

“E tu?”

“Io sono scappata.”

“Come scappata?”

“Non sono andata all’inaugurazione.”

“Hai detto che avevi la febbre.”

“Ho detto che avevo la febbre.”

“E ce l’hai?”

“No.”

Lorella rimase un attimo in silenzio.

“Marzia, sei innamorata.”

“Non dire sciocchezze.”

“Hai la stessa voce mielosa di quando eri innamorata del dentista al liceo.”

“Io non ero innamorata del dentista.”

“Marzia.”

“Va bene. Un pochino sono innamorata.”

“Quanto è un pochino?”

Marzia mise giù il telefono, si sedette sul bordo del letto e fece l’unica cosa che le era rimasta: i conti. Ci mise mezz’ora. Fece come le aveva insegnato Ruggero. Una bilancia, due piatti. Un piatto per le cose negative, un piatto per le cose positive. Scrisse le cose dove dovevan stare. E le scrisse delle varie dimensioni per dare il giusto peso ad ogni singola voce. Rispettò la regola dei quadratini. Alla fine, li contò. Dodici cose a favore di non cambiare vita che quotavano ottanta quadratini mal contati. Una cosa sola a favore di cambiar vita e una trentina di quadratini. Da una parte c’erano la villa, il giardino, i bambini nelle scuole perbene, la signora delle pulizie, la casa a Laigueglia in luglio e la baita in Val d’Aosta a Natale. Sull’altro piatto c’era un ingegnere con un appartamento in affitto a Busto, un figlio all’università e un’utilitaria con centomila chilometri. Si stupì di quanto fosse diventato importante Ruggero in così pochi mesi: trentadue quadratini. Corrado ne pesava tre. No, così per dire.

Sapeva che i conti non erano tutto. Ma tenevano in ordine le cose, ed era il motivo per cui li faceva. Ed era un altro dei motivi per i quali ammirava Ruggero. Lui le aveva insegnato il metodo per dare misura alle cose. E questo le consentì di mettersi in contatto con il suo vero valore.

Corrado tornò quella sera alle sette e mezza. Entrò in cucina con il giornale sotto il braccio e le disse che al lavoro era andato tutto bene.

“Sei più pallida del solito.”

“Ho avuto la febbre.”

“Non hai la faccia di una che ha la febbre. Hai la faccia di una che ha deciso qualcosa.”

“Non ho deciso niente.”

“Meno male. Perché c’è la cena dai Ferrario sabato e se hai deciso qualcosa, ti chiedo di aspettare lunedì.”

La baciò sulla fronte e andò a togliersi la giacca. Era una persona perbene, Corrado, e a Marzia veniva da piangere solo a guardarlo.

Ruggero chiamò per due settimane, ogni giorno, alla stessa ora. Lei lasciò squillare tutte le volte. Dopo smise, e questa cosa le fece più male di tutto il resto, perché aveva sempre pensato che un uomo che insiste prima o poi vince. Quello invece aveva detto che non si sarebbe mosso e non si muoveva. Era di una coerenza insopportabile.

 

Il fatto curioso fu che i dialoghi continuarono.

Marzia non se ne accorse subito. Una mattina, in macchina, davanti al semaforo di via Sempione, si sentì dire una frase in testa.

“Lei sta evitando di rispondere alla domanda.”

“Quale domanda?” disse a voce alta, e si accorse di aver parlato da sola.

Quella che le aveva fatto Ruggero nel chiostro. Ma lui la faceva adesso, dentro la sua testa, con il tono preciso con cui l’avrebbe fatta in presenza. Perfino l’inflessione, con la fine della frase leggermente verso l’alto, come uno che si aspetta una risposta ragionevole.

“Non sto evitando niente” disse.

“Sta evitando tutto. Se fosse un cantiere, avrebbe messo i ponteggi attorno al problema e poi sarebbe andata a prendere un caffè.”

“Io i caffè li prendo quando sono nervosa.”

Il semaforo era verde da dieci secondi. Dietro un camion suonò il clacson.

Da lì in poi accadde con regolarità. Faceva la spesa e lo sentiva commentare il prezzo dell’olio. A una cena con le mogli dei clienti di Corrado, mentre una di loro raccontava il suo viaggio a Dubai, lo sentiva dire “a Dubai hanno costruito un grattacielo di ottocento metri e non sanno ancora dove mettere i parcheggi”. Una volta rise forte e le signore la guardarono.

“Cos’è successo?” chiese Corrado.

“Niente, un pensiero.”

“Dev’essere un bel pensiero.”

“Era sui parcheggi di Dubai. Ho letto da qualche parte che san costruire grattacieli ma sono in difficoltà coi parcheggi.” Era e rimase la migliore nell’arte della dissimulazione.

Tornando a casa in macchina, Corrado le disse: “Da quando sei così spiritosa?”

“Da sempre.”

“No, da sempre sei carina. Spiritosa è una cosa nuova.”

“Non so se mi piace.”

“A me sì.”

Marzia guardò fuori dal finestrino. Pensò che aveva avuto ragione, Ruggero, a dire che non bisognava dimostrare niente: ora che aveva smesso, le cose uscivano da sole. E la cosa peggiore era che a Corrado sembrava piacere ancora di più. Lei non voleva essere più brava per qualcuno che non c’entrava. Non le appariva corretto. Ma vinsero il senso dell’opportunità e della comodità.

Lui, dall’altra parte, passava le giornate in un cantiere di Saronno a discutere con ogni caldaia che incontrava sulla sua strada. Anche lui sentiva la voce di lei nella testa. Gli capitava durante le riunioni, quando il geometra sosteneva qualcosa e lui sentiva Marzia dire: “Mi scusi, ma ha letto la planimetria o l’ha solo guardata?” Si metteva a ridere. Il geometra gli chiedeva cosa c’era di divertente. Lui diceva che era un pensiero sui tubi.

Sua figlia un giorno al telefono gli disse: “Papà, ti sento strano.”

“Sto bene.”

“Sei quasi gentile. Mi hai chiesto come sto per sei volte.”

“Ti ho sempre chiesto come stai.”

“Dicevi “come va” e poi parlavi del mutuo, del lavoro o del cimitero della mamma.”

“Forse mi sono evoluto.”

“Hai conosciuto qualcuno?”

“Ho conosciuto una persona.”

“Una persona.”

“Con cui litigavo volentieri.”

“E adesso?”

“Adesso litigo da solo. Funziona meno bene.”

In quei mesi fecero lo stesso gioco senza saperlo. Lei, davanti a una scelta, si chiedeva cosa avrebbe detto lui. Lui faceva lo stesso. Anche quando arrivavano a risposte diverse, la domanda l’avevano fatta bene. Erano diventati l’uno il revisore dell’altro. Ci voleva un nome per questa cosa, ma l’italiano ne ha pochi: marito, moglie, amante, collega, prete e perpetua. Per due che si correggono a distanza non ne ha.

 

A gennaio Marzia mandò un messaggio. Lo scrisse e lo cancellò quaranta volte. Alla quarantunesima scrisse solo: “Sto bene. E lei?”

La risposta arrivò dopo un minuto.

“Anch’io.”

Lei aspettò. Non arrivò altro.

Non era offeso. Quando era offeso scriveva una lettera lunga e puntuale. Quando non scriveva niente, aveva già detto quello che doveva. L’attesa era l’unica cosa che aveva da offrire, e la offriva senza fare pressione.

Marzia ci pensò per tutto l’inverno. Pensava a quello che avrebbe dovuto fare, e a quello che avrebbe dovuto dirgli. Provava le frasi in testa. “Ruggero, lascio Corrado.” “Ruggero, ti voglio bene ma non posso.” “Ruggero, vieni a prendermi.” Quest’ultima era la sola che avrebbe funzionato, ma lui non sarebbe venuto. Lo sapeva.

Una sera fece una prova con la voce di lui. “Sei sicura di volerlo?” “Non lo so.” “Allora non sei pronta.” “Può darsi che io non lo sarò mai.” “È una risposta che ci sta.” “Non mi dici che ho torto?” “No. Ti dico che l’ho sempre saputo.”

Si mise a piangere in bagno, con l’acqua aperta perché Corrado non sentisse. Poi si sciacquò la faccia e andò a vedere i compiti di Bianca. Era un problema di frazioni. Lo risolse al primo tentativo, e Bianca la guardò con una certa ammirazione.

“Mamma, sei brava.”

“Me l’ha insegnato un amico.”

“Un amico che insegna le frazioni?”

“Un amico che insegna a ragionare.”

“Quando lo conoscerò?”

“Mai.”

“Peccato.”

“Sì.”

A marzo la fondazione fece una festa per l’anniversario del cantiere. Marzia ci andò con Corrado. Aveva un vestito sobrio, blu, con una scollatura che era soltanto una scollatura. Ruggero era lì, in fondo alla sala, con la camicia a posto e la cravatta di prima. Parlava con il parroco.

Si videro quasi subito. Lui alzò una mano, un saluto di cortesia come si fa con un conoscente. Lei rispose con un cenno. Era tutto quello che serviva a due persone che avevano messo in comunione le anime e mai i corpi.

“Chi è quell’uomo?” chiese Corrado.

“L’ingegnere che ha seguito il cantiere.”

“Quello che ti ha fatto tradurre le scritte.”

“Sì.”

“Bravo. Vuoi che andiamo a salutarlo?”

“No, grazie.”

“Come vuoi.”

Corrado andò a prendere due bicchieri. Marzia rimase ferma con il suo sguardo basso, quello dei tempi in cui serviva. Stavolta serviva solo a non farsi vedere con gli occhi lucidi.

“Hai fatto bene” disse una voce in testa, la sua voce. O la sua. “Non è vero.” “È vero. Ma ti costa, e va bene così.” “Non è giusto.” “La giustizia non c’entra, si chiama organizzazione della vita.” “Questa frase è tua o è mia?” “Non importa più, è diventata comune.”

Si girò. Ruggero stava uscendo dalla sala, con il cappotto sul braccio. Passò davanti alla porta, si fermò un istante e guardò indietro. Un secondo, forse due. Poi si mise il cappotto e se ne andò.

Marzia respirò. Corrado le porse il bicchiere.

“Tutto bene?”

“Sì, grazie.”

“Hai una faccia strana.”

“Mi è venuta in mente una cosa.”

“Bella o brutta?”

Marzia ci pensò. Per la prima volta in sedici anni la risposta non era sì e non era no.

“Completa” disse.

Corrado annuì come se avesse capito e si mise a parlare del buffet. Lei lo ascoltò con attenzione, perché gli voleva bene davvero, e nel frattempo, in un angolo della testa, qualcuno continuava a discutere con lei di un contratto del 1427, di un fiorino che non sapevano quanto valesse, e di una volta che da cinque secoli spingeva le pareti verso l’esterno senza che nessuno ci facesse caso.

Non si sarebbero più visti se non per elementi al momento non processabili. Si sentirono ancora, ogni giorno, in tutti i posti dove avrebbero potuto trovarsi. Ognuno per fatti propri.

 

Marzia non accavallava più le gambe. Se ne accorse Lorella, durante un aperitivo al Lido di Varese, perché un uomo del tavolo accanto, di quelli che sanno già come finisce, le aveva sorriso due volte e lei aveva continuato a leggere il menu.

“Hai un problema alla gamba?”

“No.”

“Allora ti è successo qualcosa.”

“Mi è successo di non avere voglia.”

“Di cosa?”

“Di quel sorriso lì.”

Lorella posò lo spritz. “Marzia, io ti conosco da trent’anni. Tu hai voglia di quel sorriso anche quando hai la febbre a quaranta.”

“Una volta.”

“E adesso?”

“Adesso quando un uomo mi guarda penso che sta perdendo tempo. Lui, intendo. Io il mio l’ho già perso.”

“Questo è un pensiero da suora.”

“Le suore non hanno questi pensieri. Hanno pensieri ordinati.”

Il giorno dopo la chiamò Gianluca, quello del Rotary, che per otto anni era stato una specie di abbonamento bimestrale. Voleva sapere se il giovedì era libera. Marzia disse di no. Lui rispose che poteva essere anche il venerdì. Lei disse che neanche il venerdì. Lui rimase in silenzio, come uno che ha infilato la chiave giusta nella serratura giusta e la porta non si apre.

“Ma sei malata?”

“Sto benissimo.”

“Hai conosciuto qualcuno?”

“Ho conosciuto me stessa, Gianluca. Una cosa un po’ scomoda.”

“Questa frase l’hai letta da qualche parte.”

“L’ho sentita dire da un ingegnere. Ha detto che le cose importanti vengono fuori quando uno smette di voler dimostrare.”

“E adesso vuoi che ti dimostri io una cosa?”

“No, grazie. Salutami tua moglie.”

Mise giù e si sentì leggera come dopo un esame all’università. Poi si ricordò che mancava ancora una prova, quella più importante, e la leggerezza durò poco.

La sera dopo aspettò che i bambini andassero a letto. Corrado era sul divano con il computer sulle ginocchia e un foglio di calcolo aperto. Lei si sedette di fianco con le mani strette tra le cosce, come a scuola.

“Devo dirti una cosa.”

“Se è una cosa di soldi, aspetta domani, adesso ho le colonne in testa.”

“È una cosa di me.”

Corrado chiuse il computer, lo mise sul tavolino e si tolse gli occhiali. Aveva la faccia di uno che sa a che punto del film siamo.

“Ti ascolto.”

“In questi anni io non sono stata… precisa.”

“Dici con gli uomini?”

“Sì”

“Ah. Questo.”

“Come ah questo?”

“Intendo che lo so.”

Marzia lo guardò. Il divano era lo stesso, il tappeto era lo stesso, la lampada con il paralume giallo era la stessa che avevano scelto insieme a Gazzada il primo anno di matrimonio. Cambiava tutto il resto.

“Da quanto?”

“Dal dottor Pellegrini, quello dei denti. Ti ho vista tornare da una visita di controllo con le guance rosse e non avevi neanche un’otturazione, diciamo.”

“Non hai detto niente.”

“No.”

“Per tutti questi anni.”

“Sì. Ma negli ultimi mesi ho smesso anche di contarli.”

“Corrado, perché?”

Lui ci pensò con serietà, come quando valutava un preventivo.

“Eri allegra. Tornavi a casa e mi raccontavi di cose che prima non ti interessavano. Cantavi in cucina. A me sembrava che il matrimonio funzionasse meglio. Poi non erano fatti miei.”

“Come non erano fatti tuoi? Sono tua moglie.”

“Appunto. Mia moglie che sta bene è un fatto mio. Quello che fa per stare bene, un po’ meno.”

“Questa è la teoria più indecente che abbia mai sentito.”

“Lo so. Però funzionava.”

Marzia rimase un attimo senza parole, che per lei era un evento raro.

“E non ti dava fastidio?”

“Una volta sì. Quando ho sospettato che fosse uno dei miei fornitori. Allora ho controllato e non era lui, ho tirato un sospiro e ho ricominciato a dormire.”

“Io non ci credo.”

“Marzia, tu eri il mio tipo. Mi piacevi così. Mi piace una donna che piace. Mi sembrava una delle poche cose che mi riuscivano bene: avevo sposato una donna che piaceva a tutti e che a fine giornata tornava da me.”

“Tornavo perché c’erano i bambini.”

“Anche. Ma tornavi.”

Lei si mise le mani sulla faccia. Rideva e piangeva insieme, una cosa che le era capitata soltanto alla comunione.

“E adesso che ti dico che smetto, cosa pensi?”

“Penso che ti sia successo qualcosa. Hai la faccia di quando uno si innamora.”

“Di chi?”

“Non lo so e non lo voglio sapere, se non lo dici tu. Ma se hai deciso di smettere è perché c’è qualcuno che ti ha convinta. Meglio lui di una crisi di coscienza. Le crisi di coscienza costano di più.”

“Lui non c’entra più. Lui è fuori.”

“Allora gli devo un caffè. Dev’essere una persona seria.”

“È un ingegnere.”

“Due caffè.”

Marzia rise ancora. Pianse anche. Corrado le mise un braccio intorno alle spalle. Stettero fermi così, a guardare la lampada con il paralume giallo.

“Una cosa te la devo dire” disse lui dopo un po’. “Se resti perché ti senti in colpa, no. Resta perché ti va.”

“Mi va.”

“Allora va bene. Però adesso mi tocca essere più interessante.”

“Perché?”

“Perché finora mi bastava non rompere. Ora devo anche fare qualcosa.”

“Puoi cominciare togliendo quel foglio di calcolo dal tavolino.”

“Sono i conti del trimestre.”

“Appunto.”

Lui prese il computer e lo mise sul pavimento. Era già un inizio.

 

Ruggero girava a vuoto.

Il cantiere di Saronno andava avanti perché i muratori sapevano il fatto loro. Arrivava la mattina, guardava una caldaia e gli veniva in mente una frase che Marzia gli avrebbe detto sulle caldaie. Gli veniva in mente la risposta. Poi gli veniva in mente la risposta alla risposta. Quando tornava in sé, il geometra gli stava davanti con una cartella e un’espressione preoccupata.

“Ingegnere, mi sente?”

“Sì, sì. Mi dica.”

“Le ho chiesto se la trave da cinque metri va bene.”

“Quale trave?”

“Quella che abbiamo ordinato giovedì.”

“Quanto è lunga?”

“Cinque metri.”

“Allora va bene.”

Il geometra lo guardava come si guarda un barometro che ha smesso di funzionare.

A casa mangiava in piedi, davanti al frigorifero, con le luci spente. Il figlio, Matteo, che aveva vent’anni e studiava ingegneria a Milano, passava il fine settimana da lui e riempiva la lavatrice. Un sabato lo trovò seduto sul divano con il telefono in mano.

“Papà, hai mangiato?”

“Ho mangiato.”

“Cosa?”

“Una cosa.”

“Una cosa non è un pasto.”

“Dipende dalla cosa.”

“Era una mela?”

“Una mela e delle noci. Un pasto completo.”

Matteo mise sul tavolo una busta della spesa. Dentro c’erano la pasta, il sugo pronto e tre scatole di tonno.

“Papà, ho provato a chiederti se stai male. Mi hai detto no. Ho chiesto se hai problemi di lavoro. Mi hai detto no. Allora dimmi cos’è.”

“Niente di grave. Mi sono innamorato di una persona che non posso avere.”

“È sposata.”

“È sposata.”

“E lei lo sa?”

“Lo sa.”

“E cosa dice?”

“Non risponde.”

“Questo vuol dire che ha risposto.”

“Lo so. Ci sono arrivato anch’io.”

“E allora perché stai lì a guardare il telefono?”

“Perché le ho promesso che sarei stato fermo.”

“Papà, un uomo che promette di stare fermo a una donna che non gli risponde ha un problema.”

“Lo so.”

“Sei il più testardo che conosco.”

“Ho una laurea in questo.”

Matteo telefonò quella sera alla sorella.

“Giulia, papà è messo male.”

“Quanto male?”

“Parla da solo e mangia le noci.”

“Questo è grave.”

“Ha una storia con una sposata ma lei non lo vuole.”

“Con una sposata? Papà?”

“Pare.”

“Papà che non ha mai guardato una donna in vita sua, tranne la mamma?”

“Pare che abbia guardato questa.”

“Sai come si chiama?”

“No. Ma c’entra la fondazione dell’abbazia.”

Giulia tolse la pizza dal forno, spense la luce e si mise a pensare. Aveva ventitré anni e lavorava in una casa editrice a Bologna. Era quella dei due che aveva preso di più dal padre, il naso, l’ostinazione e la tendenza a rispondere ad una domanda con una domanda.

Una sera di fine maggio il geometra di Ruggero andò in pensione. Fecero una cena in trattoria a Tradate, con vino sfuso in libertà. Ruggero bevve. Di solito beveva poco, quella sera bevve molto. Alle undici e mezza, in macchina, con il telefono in mano e la vista che andava per conto suo, scrisse un messaggio.

Marzia, non riesco a smettere di parlarti. Stasera ho passato tre ore a discutere con te e avevi ragione sui fiorini. Ho torto marcio, come sempre. Torna. Ruggero.

Lo mandò. Il destinatario non era Marzia. Nella rubrica, due righe sopra, c’era Giulia.

 

Giulia lesse il messaggio alle sette del mattino, sul bus. Lo lesse due volte, poi si fermò sul marciapiede. Chiamò il padre. Squillò a vuoto. Chiamò di nuovo. Squillò a vuoto. Mandò un messaggio: Papà, hai sbagliato destinatario. Io sono Giulia. Mi spieghi chi è Marzia?

La risposta arrivò alle undici.

Scusa. Ero ubriaco. Cancella tutto. Non è niente.

Non è niente e ti ubriachi?

Mi sono ubriacato perché il geometra andava in pensione.

Papà.

Cosa?

Non mi mentire. Non ti riesce.

Silenzio fino a sera. Alle nove arrivò una frase sola.

È una persona che mi ha cambiato la vita. Mi manca.

Giulia mise giù il telefono. Quella frase non aveva niente di imbarazzante. Era la più bella che le avesse mai scritto suo padre, e lui era un uomo che per il compleanno le mandava un messaggio con scritto “Auguri” e un punto.

Giulia non disse niente a nessuno. Il sabato aprì il sito della fondazione dell’abbazia, trovò l’elenco del consiglio e cercò Marzia. Bellandi, Marzia. C’era anche la foto, una donna sui quarant’anni, capelli castani, un sorriso da fotografia. Giulia la guardò a lungo.

Le scrisse una mail.

Gentile signora Bellandi, sono la figlia dell’ingegner Fabbri. Vorrei incontrarla, se è possibile. Non è una questione spiacevole. Giulia.

Marzia lesse la mail in cucina, con la tazza di caffè a mezz’aria. Posò la tazza. La rilesse. Andò in salotto e tornò in cucina. Aprì il frigorifero senza prendere niente.

“Cosa c’è?” chiese Corrado, che stava leggendo il giornale.

“Mi ha scritto la figlia dell’ingegnere.”

“Quello dei due caffè.”

“Quello.”

“E cosa vuole?”

“Vedermi.”

“Allora vai.”

“E se mi insulta?”

“Ti insulta. Fa male per cinque minuti, poi ti passa. Se invece non vai, ti rimane la curiosità per vent’anni.”

“Sei troppo ragionevole per essere mio marito.”

“Lo dicono anche i miei fornitori.”

Si videro il mercoledì successivo, alle quattro, in un bar vicino alla stazione di Varese, uno di quei posti con i tavolini di formica e le brioche in vetrina che sembrano finte. Marzia arrivò con dieci minuti di anticipo. Aveva messo un tailleur grigio. Giulia, che aveva preso un giorno di ferie e due treni, arrivò alle quattro in punto, con i capelli legati e lo zaino sulla spalla. Si guardarono in mezzo al bar. Era chiaro chi era chi. Giulia aveva il naso di Ruggero, e questo bastò.

 

“Lei è Marzia.”

“Lei è Giulia.”

“Mi dia pure del tu.”

“Allora anche tu.”

Si sedettero. Una cameriera portò due caffè. Marzia mise lo zucchero, mescolò, tolse il cucchiaino, lo rimise.

“Immagino che tu voglia sapere cosa è successo.”

“Voglio sapere tutto. Mio padre non mi dice niente. Lui lo sa.”

“Che cosa sa?”

“Che sono qui. Gliel’ho scritto ieri. Ha risposto con un punto.”

“Come i compleanni.”

“Come i compleanni.”

Risero. Era stato più facile di quanto avessero previsto.

“Da dove comincio?”

“Dall’inizio.”

Marzia respirò. Poi cominciò, e fu un racconto lungo, con le pause e i ritorni indietro. Partì dalla casa dove si diceva buonasera anche ai mobili, passò per le gonne sotto il ginocchio e per il matrimonio di Stresa, la gamba alzata, il testimone, il vino. Disse del piacere di piacere. Giulia ascoltava con il mento sulla mano e non diceva niente.

“Quindi tu facevi questo” disse alla fine.

“Per sedici anni.”

“E con mio padre?”

“Ho provato anche lui.”

“Come?”

“Scollatura. Ho accavallato le gambe. Mi sono appoggiata a lui sulla passerella del cantiere.”

“E lui?”

“Mi ha chiesto se avessi freddo.”

Giulia posò il caffè. Si mise a ridere, una risata grassa che fece girare un uomo al banco.

“Scusa. Se ti chiede se hai freddo, sei fregata.”

“Me l’ha chiesto con una gentilezza che mi ha fatto sentire nuda.”

“Quello è il suo metodo. Funziona con le persone che sanno ascoltare.”

“Io non sapevo ascoltare. Non l’avevo mai fatto.”

“E poi?”

“Poi ho tradotto una scritta in latino. Ci siamo trovati nell’archivio. Lui voleva capire una data e io sapevo il latino. E dopo la scritta c’era un’altra cosa e dopo un’altra. A un certo punto parlavamo di libri, di vacanze, di Ibiza.”

“Ibiza?”

“Lui sostiene che a Cardano si può ballare lo stesso.”

“Lo dice sempre.” Giulia scosse la testa. “Una volta ha detto una cosa simile a mia madre. Non è mai stato capito.”

“Io lo capivo.”

“Si vede. E tuo marito? E i tuoi figli?”

Marzia raccontò la fontana del chiostro, la dichiarazione e la fuga. Raccontò di non essere andata all’inaugurazione, dei quaranta messaggi scritti e cancellati, della frase di una riga mandata a gennaio. Raccontò di Corrado, del divano. Giulia l’ascoltò come si ascolta una commedia in cui nessuno fa la parte dello stupido.

“Mi stai dicendo che tuo marito lo sapeva e va bene così?”

“Pare che fossi il suo tipo.”

“Questa è una cosa da raccontare.”

“Lo so. Ma ho deciso di non raccontarla a nessuno, a parte a te.”

“Perché a me?”

“Perché sei la prima che me lo chiede senza voler capire per forza chi ha ragione.”

Giulia girò il cucchiaino nella tazza ormai vuota.

“Posso dirti la mia parte?”

“Devi.”

“Mio padre è un uomo giusto. Lo è sempre stato. Mi ha fatto da madre e da padre quando la mamma se n’è andata, ha pagato gli studi di tutti e due, ha riparato le cose di mezza famiglia. Ma non ha mai saputo parlare. Se gli chiedevo come stava, mi diceva che aveva sistemato un elettrodomestico. Se gli dicevo che ero triste, mi spiegava la dilatazione termica.”

“Una volta me l’ha spiegata anche a me.”

“Quando?”

“Mentre mi parlava di una chiesa. Sembrava una dichiarazione.”

“Era una dichiarazione.” Giulia sorrise. “Quest’anno è cambiato. Ci siamo accorti tutti. Ha cominciato a chiedermi come sto e ad aspettare la risposta. Una volta mi ha telefonato per dirmi che gli era piaciuta una canzone. Ha riso a una battuta di Matteo. Mio fratello gli ha chiesto se avesse preso qualcosa.”

“E lui?”

“Ha detto che aveva imparato a fare le pause.”

“Quella è mia.” Marzia si sentì arrossire, cosa che non succedeva più da tempo. “Giulia, io non so cosa dirti. Gli ho fatto male.”

“Un po’.”

“Non gli rispondo da otto mesi.”

“Ma gli hai insegnato a parlare. Questo non cancella il fatto che è stato male.”

“Se non mi fossi mai trovata sulla sua strada, adesso starebbe meglio.”

“Starebbe meglio e sarebbe uguale a prima. Preferisco che stia male e sia diverso.”

“Dici una cosa dura, vera, che mi fa male e che mi fa bene.”

“Dico quello che penso. Sono sua figlia.”

Passò una ragazza con un passeggino. Un bambino lanciò un biberon. Marzia lo raccolse e lo ridiede alla madre con un sorriso che aveva imparato da poco.

“Voglio ringraziarti” disse Giulia.

“Per cosa?”

“Per avergli dato una cosa che noi non siamo stati capaci di dargli. Vent’anni di cene in cui faceva il bravo padre e in cui io mi sentivo sola. Adesso invece è una persona che vuole sapere come sto. Ci ho messo anni ad accettare che non lo faceva per cattiveria, era che non sapeva. Tu gliel’hai fatto imparare in pochi mesi.”

“Io non ho fatto niente. Sono stata me stessa.”

“Esattamente. Lui aveva bisogno di una persona così.”

“Così come?”

“Una che non ha paura di dirgli che ha torto. Tenendo lo sguardo.”

Marzia abbassò gli occhi. “Mi sento in colpa.”

“Lo so. E non c’è bisogno. Hai fatto quello che dovevi fare. Hai scelto tuo marito, ed è una scelta legittima.”

“L’ho scelto perché è comodo.”

“Anche. E perché ti vuole bene. Non si sposa soltanto chi ci fa ridere.”

“Sembri una vecchia saggia.”

“Siamo nati vecchi.”

Risero ancora. La cameriera, che portava via le tazze, disse che erano le più allegre che aveva avuto in tutto il giorno.

“Una domanda posso farla?” chiese Giulia.

“Dimmi.”

“Lo ami?”

Poteva dire di no, e sarebbe stata una frase decente. Poteva dire di sì e lasciare che la verità facesse il suo lavoro.

“Sì.”

“E rimani con tuo marito.”

“Sì.”

“E mio padre?”

“Tuo padre deve scegliere cosa fare di quello che sente. Io non glielo posso togliere e lui non può darlo a me. Resta lì. È una cosa che si porta dentro.”

“Come una trave.”

“Come una trave ben calcolata.”

Giulia annuì lentamente. Fuori cominciava a piovere, con quell’aria di chi non ha niente di urgente da dire.

“Posso dirgli qualcosa da parte tua?”

“Cosa?”

“Quello che vuoi.”

Marzia ci pensò un po’. Sapeva che ogni frase giusta le sarebbe tornata addosso, e che ogni frase sbagliata avrebbe fatto più danno che silenzio. Scelse quella semplice.

“Digli che il contratto del 1427 era giusto, però il fiorino valeva meno di quanto pensasse lui.”

“Questa cosa la capirà?”

“Sì.”

“E che altro?”

“Che ha ragione sempre meno di quanto crede, e che mi manca farglielo notare.”

Giulia si segnò le due frasi sul telefono, con la serietà con cui si prende nota di un indirizzo.

 

Il treno di ritorno era mezzo vuoto. Giulia guardò la pioggia sul finestrino, poi tirò fuori il telefono e scrisse al padre.

Ho incontrato Marzia. Ti ringrazia per i fiorini.

La risposta arrivò dopo undici secondi. Aveva contato.

Quali fiorini?

Mi ha detto che il contratto del 1427 era giusto, ma il fiorino valeva meno di quanto pensavi.

Ha torto. Valeva più di quanto pensa lei.

Dice che le manca farti notare che hai ragione sempre meno di quanto credi.

Passò un minuto. Ne passarono due. Giulia immaginò suo padre in cucina, con il telefono in mano, davanti alla finestra che dà sul parcheggio. Immaginò la faccia, quella che si fa quando si prova a non ridere e si ride lo stesso.

Il messaggio arrivò dopo quattro minuti.

Dille che ha ragione lei. Poi dille anche che ho ragione io. Ma non adesso, quando ne avrà bisogno.

Non posso dirglielo, papà. Non ci vedremo più.

Lo so.

Allora come faccio?

Non devi fare niente. Glielo dico io.

Giulia posò il telefono sulle ginocchia e guardò fuori. Pensò a quanto fosse strano che due persone che non si sarebbero più incontrate avessero ancora una conversazione aperta. Poi pensò che anche lei, con certi compagni di università, faceva lo stesso, e che forse non era una stranezza. Era un tipo di compagnia.

A Varese, nel frattempo, Marzia aveva ripreso il treno nel senso inverso. A casa trovò Corrado che stirava una camicia.

“Come è andata?”

“Bene.”

“Ti ha insultata?”

“Mi ha ringraziata.”

“Questo è più difficile da gestire.”

“Un po’.”

“Ti va una pizza?”

“Mi va.”

“E dopo, vuoi che ti racconti cosa ho scoperto sul bilancio del trimestre?”

“Anche no.”

“Va bene. Allora ti racconto una barzelletta.”

“Tu non sai le barzellette.”

“Ne ho imparata una dal commercialista. È venuta fuori una cosa sui tubi. Non è pulitissima.”

“Dimmela dopo la pizza.”

“Dopo la pizza.”

Uscirono in macchina, lui alla guida, lei con il finestrino abbassato. Alla radio passava una canzone che Marzia aveva sentito cento volte e che quella sera le sembrò nuova.

“Marzia.”

“Dimmi.”

“Se un giorno vuoi dirmi qualcosa, anche su di lui, puoi.”

“Lo so.”

“E se non vuoi, va bene lo stesso.”

“Lo so anche questo.”

Lui annuì e inserì la freccia. A un semaforo si fermarono. Il rosso durò un po’ più del dovuto, e lei approfittò per guardare fuori, verso un punto indistinto dove, per un momento, qualcuno stava dicendo una frase sui fiorini con la voce un po’ più alta, in fondo alla strada, e lei rispose, senza muovere le labbra, che sì, aveva ragione, ma solo fino a un certo punto.

 

A fine giugno Corrado Bellandi chiamò il cantiere di Saronno. Rispose un geometra, che passò la telefonata a un altro geometra, che la passò a Ruggero.

“Ingegner Fabbri? Sono Corrado Bellandi.”

“Mi dispiace, non conosco nessun Bellandi.”

“Il marito di Marzia.”

Ruggero si sedette su un sacco di cemento. Il geometra, per discrezione, si mise a guardare un punto del soffitto che non esisteva.

“Sì” disse Ruggero. “Buongiorno.”

“Le devo due caffè. Ci sarebbe un bar vicino a lei?”

“C’è il Bar Sport, qui all’angolo.”

“Domani alle undici le va bene?”

“Mi va bene.”

“Perfetto.”

Alle undici meno cinque Ruggero era già seduto a un tavolino d’angolo.

Corrado arrivò in orario. Aveva una giacca di lino, una cartellina sotto il braccio e una faccia da uomo che per tutta la mattina ha ripassato la parte. Si guardarono. Erano più o meno alti uguali, ma Ruggero aveva le spalle più larghe e Corrado le scarpe migliori.

“Ingegnere.”

“Signor Bellandi.”

“Mi dia pure del tu, se vuole. Visto che siamo praticamente colleghi.”

“In che senso?”

“Nel senso che ci occupiamo della stessa persona.”

Ruggero si schiarì la voce.

“Devo avvisarla” disse Ruggero “che tra me e sua moglie non è successo niente.”

“Lo so. È per questo che le offro il caffè.”

“Ah.”

Corrado prese lo zucchero, ne mise una bustina, poi un’altra. Ruggero ne mise una sola, ma mescolò per quaranta secondi. Rimasero così, tutti e due con il cucchiaino in mano, a girare nel vuoto.

“Lei è più alto di come immaginavo” disse Corrado.

“Io immaginavo lei più basso.”

“Ci siamo immaginati a vicenda.”

“Mi sembra un’attività poco sana.”

“Io invece penso che sia molto diffusa.”

“Ingegnere, le dico una cosa e poi la lascio al suo lavoro. Mia moglie, da un anno, parla. Legge. Mi racconta cose del Quattrocento, e io per stare al passo ho dovuto comprarmi una guida di storia. Ride la sera. Ha smesso di tormentarsi la bocca con i denti. Mi ha anche detto una cosa.”

“Quale?”

“Che ha cominciato a ragionare in modo ordinato. Ha detto proprio così: in modo ordinato.”

“Mi dispiace.”

“Perché?”

“Sembra una colpa mia.”

“Lo è. Ma una colpa di quelle che si pagano al ristorante.”

Corrado bevve finalmente il caffè in un sorso solo, come si prende una medicina. Fece una smorfia. Ruggero lo imitò e fece la stessa smorfia.

“Le piace il caffè?” chiese Corrado.

“Poco.”

“Anche a me.”

Silenzio.

“La ringrazio” disse Corrado di colpo. “Volevo dirglielo. Non so cosa le abbia dato mia moglie, ma lei le ha dato una cosa che io in dieci anni non ero riuscito a darle. Il modo di ridere di sé.”

“Gliel’ha insegnato il latino.”

“Anche. Ma l’ha imparato con lei.”

Ruggero non trovò una risposta. Provò a dire qualcosa sul fatto che era stata Marzia a insegnare a lui, che era un debito reciproco. Poi capì che dirlo a quell’uomo, in quel bar, sarebbe stato un modo cattivo di essere gentile. Si limitò ad annuire. Aveva la sensazione di essersi seduto su una trave e di sentirla cedere piano.

“Mi permetta un’idea” disse Corrado. “Venga a cena da noi, un giorno. Anche con sua figlia, se vuole.”

“Sarebbe un errore strutturale.”

“Una cena non è una struttura.”

“Dipende dai commensali.”

“Ci pensi.”

Corrado lasciò sul tavolo cinque euro e una carta da visita. Si alzò e porse la mano. Ruggero la strinse. Fu una stretta rapida, secca, da persone che hanno deciso di non farsi del male. Poi Corrado uscì e dalla vetrina lo si vide camminare dritto fino all’auto, aprirla, sedersi e rimanere fermo per un minuto e mezzo senza accendere il motore.

Ruggero tornò in cantiere. Il geometra gli chiese come era andata.

“Bene.”

“Ha pagato lui?”

“Sì.”

“Meno male, perché lei il portafoglio non lo porta mai.”

 

Nella notte di fine luglio faceva un caldo che teneva svegli anche i cani. Marzia stava a letto con la finestra spalancata e il lenzuolo ai piedi. Corrado dormiva sul fianco, con un braccio sopra la testa.

Aveva riletto tutta la vita con Ruggero. I messaggi vecchi, quelli di aprile dell’anno prima, in cui Ruggero scriveva “La lesione è confermata” e lei rispondeva “Mi dispiace per la volta”. Aveva rivisto la foto dell’iscrizione. Alla fine, aveva sentito che bisognava dire una cosa, una sola, e poi smettere.

Prese il telefono, tenendo lo schermo basso per non svegliare Corrado. Aprì WhatsApp. C’erano due chat vicine: Corrado, e subito sotto Ing. Fabbri (cantiere). Lei li aveva salvati così per non confondersi. Era un’idea che le era sembrata furba un anno prima.

Scrisse.

Ruggero, ti scrivo una volta e non rispondere. Mi manca stare seduta bene. Con te stavo dritta senza fare fatica. Ho smesso di accavallare le gambe e di inclinare la testa e non ti ho mai detto che tu c’entri. Non ti chiedo niente. Ti volevo dire che sei stato la mia scelta migliore, anche se ho scelto la mia vita. Marzia.

Lesse, corresse una virgola. Premette invio.

Sul comodino, a trenta centimetri dalla sua testa, il telefono di Corrado si illuminò con un suono di campanella.

Marzia rimase con il pollice sospeso. Non respirava più. Guardò il suo schermo. La chat aperta era quella sopra. Aveva scritto a Corrado. Aveva scritto a suo marito, nel suo letto, con parole che non erano per lui.

Chiuse gli occhi e fece la sola cosa possibile: finse di dormire.

Per un tempo che le parve lungo come una messa cantata, il letto rimase immobile. Poi sentì il materasso muoversi appena. Una mano che cercava il telefono. Una luce azzurra che rischiarava il soffitto.

Il telefono di Marzia vibrò sotto il lenzuolo.

Ricevuto. Credo fosse per l’ingegnere. Posso inoltrarglielo? Scherzo. Dormi. Ti voglio bene. C.

Nessuno dei due dormì. Nessuno dei due lo disse.

La mattina trovarono la caffettiera sul fornello. Marzia aveva la faccia di una che ha sbagliato strada sull’autostrada e deve fare dodici chilometri prima di poter tornare indietro.

“Mi dispiace”

“Per cosa?”

“Per il messaggio.”

“Quale messaggio?”

“Corrado.”

Lui versò il caffè. “Era scritto bene. Mi ha fatto pensare che dovresti scrivere di più. Magari non a lui.”

“Non volevo mandartelo.”

“Lo so. Ma l’hai mandato a me e io l’ho letto. Mi sembra una cosa che si sistema con un altro caffè.”

“Non sei arrabbiato?”

“Un po’ sì. Ma credo che tu abbia detto la verità, e da una moglie che dice la verità si può prendere anche questo.”

“Non mi sembra una frase tua.”

“L’ho letta su un manuale di management. Ma l’ho adattata.”

Marzia scoppiò a ridere con le lacrime agli occhi. Lui le porse un fazzoletto di carta, quello con la pubblicità della banca.

“C’è una cosa che devo dirti” disse. “Sono andato a prendere un caffè con lui.”

“Con chi?”

“Con l’ingegnere.”

“Quando?”

“A giugno.”

“E non me l’hai detto.”

“Mi è sembrato più elegante.”

“E cosa gli hai detto?”

“Che lo ringraziavo. E che se vuole può venire a cena.”

Marzia lo guardò come si guarda un uomo che ha parcheggiato l’automobile in cima a una scalinata.

“Tu sei fuori di testa.”

“Non credo. Sono una persona che vuole vedere con i propri occhi che cosa ha davanti.”

“E se viene?”

“Mi sembra il caso di scoprirlo.”

 

A settembre Giulia compì ventiquattro anni e decise di festeggiarli a Luino, in una trattoria sul lago con le tovaglie a quadretti e un cameriere che si chiamava Ottavio e sembrava avere ottant’anni. Invitò suo padre, suo fratello e due amiche. Poi, il giorno prima, mandò un messaggio a Marzia: Venite anche voi. Tu e Corrado. Vi prego.

Marzia rispose con un punto interrogativo. Corrado, quando lo seppe, disse che era un’ottima idea.

La trattoria aveva un tavolo lungo, quasi sul pelo dell’acqua. Giulia fece i posti con una determinazione da regista. Ruggero a un capo. Corrado di fronte a lui, a tre metri esatti. Marzia nel mezzo, di fianco a Giulia. Matteo e le amiche di lato.

“Ingegnere” disse Corrado.

“Bellandi.”

Marzia fece un rumore con la gola. Giulia versò il vino a tutti con la lentezza del sacerdote. Ottavio arrivò con i menù e disse che le specialità del giorno erano riso e pesce persico e un’altra cosa che nessuno capì.

“Ingegnere” riprese Corrado, aprendo il tovagliolo “mi dicono che hai una grande capacità di concentrazione. Marzia ne parla spesso.”

“Sono contento di essere stato utile alla conversazione.”

“Sei stato molto più che utile. È stato un argomento.”

“Tua moglie è una persona che ha molti argomenti.”

“Sì. Quasi tutti sensati, il che per un marito è una complicazione.”

“Immagino.”

“Invece, mi pare, tu sei vedovo.”

“Separato da molti anni. Mia moglie è andata a vivere a Torino.”

“Papà!!!”, lo redarguì Giulia.

“La mamma deve starne fuori, se le diamo un’altra identità sarà più semplice.”

Tutti tennero lo sguardo basso. Marzia un attimo in più. Giulia con una lacrima leggera che non decideva di far il suo lavoro di rigare la guancia.

Il tavolo riprese il pranzo. Il tempo trascorse tra aneddoti e commenti al quotidiano. Poi il match tra Corrado e Ruggero riprese.

“Che bella camicia, ingegnere” disse Corrado. “Ne hai comprata una per l’occasione?”

“Me l’ha stirata la vicina. Che è anche una signora gentilissima. Invece hai una giacca molto bella. Su misura?”

“Sì. Da Gennaro, a Samarate.”

“Si vede. Ci vuole carattere per portare un abito così in una trattoria di lago.”

“Ci vuole più coraggio a portare certe camicie. Ma la tua ha una caratteristica interessante: sembra pronta per un funerale e invece è venuta a una festa.”

“Mi hanno detto che nel tuo settore si vive di forma e poco di contenuto.”

“Mi hanno detto lo stesso del tuo. Quando una volta si crepa, tutti si ricordano che esiste.”

“Gli imballaggi tengono su cose fragili. È una nobile funzione.”

“Anche le travi. Con la differenza che a noi le cose fragili ce le portano già rotte.”

“Ottima osservazione.”

Marzia alzò un piede sotto il tavolo e colpì con precisione una caviglia. Era la caviglia di Giulia.

“Ahi.”

“Scusa.”

“Miravi a papà?”

“A entrambi.”

Ottavio ricomparve con nuove portate. Chiese se andasse tutto bene. I due uomini risposero insieme, con lo stesso identico tono di cortesia: “Benissimo.”

“Marzia” disse Corrado, tagliando il pesce. “Ho letto che l’ingegnere ha una consolidata reputazione per il recupero dei sottotetti. Gli vuoi dire quanto ti piacevano?”

“Mi piacevano i fiorini.”

“Quindi all’ingegnere sono piaciuti i fiorini.”

“Mi sono piaciuti anche i soffitti” disse Ruggero. “A suo tempo.”

“Naturale. Il soffitto è una cosa che ci accomuna tutti. Ci sta sopra la testa e a volte cede.”

“Con il soffitto giusto, però, si sta bene.”

“Esatto. Quello del salotto di casa nostra, per esempio, ha una piccola fessura.”

“Dov’è?”

“Nell’angolo vicino alla finestra.”

“Quanto è lunga?”

“Un metro, più o meno.”

“Orizzontale o inclinata?”

“Inclinata. A sinistra.”

“A sinistra è peggio.”

“Anch’io lo pensavo.”

Si fermarono. Fu una pausa strana: due uomini che per la prima volta parlavano la stessa lingua e se ne accorgevano a tavola, davanti a tutti.

“Domani passo a vederla” disse Ruggero.

“Mi sembra eccessivo.”

“Lo dico per professione.”

“Allora l’aspettiamo.”

“Alle nove?”

“Alle nove va benissimo. Faccio trovare il caffè.”

“Lo bevo per non offendere.”

“Lo so.”

Giulia posò la forchetta. Guardava i due con la stessa espressione con cui si guarda una finale di Wimbledon, e fu lei a rompere il silenzio.

“Siete insopportabili.”

“Grazie” risposero in coro.

Marzia, che per tutta la cena non aveva detto una parola, si servì un bicchiere d’acqua e lo bevve tutto. Poi guardò prima suo marito, poi l’ingegnere, poi la figlia dell’ingegnere. Le sembrò di essere finita dentro un libro scritto da una persona molto più intelligente di lei, con un sarcasmo di quelli che fanno arrossire gli angeli.

Alla fine, ordinarono il dolce. Tre tiramisù, due panne cotte e due sorbetti al mandarino. Corrado e Ruggero, senza essersi consultati, presero la panna cotta con i frutti di bosco.

“Stessa scelta” disse Corrado.

“Statisticamente era probabile.”

“Mi sembra una scelta poco ambiziosa.”

“Sì.”

Si guardarono. E per un secondo, soltanto uno, Marzia vide qualcosa passare sulla faccia di tutti e due: un mezzo sorriso, di quelli che si scambiano due persone che hanno capito che non si piaceranno mai ma che non possono farne a meno.

 

Il chiostro dell’abbazia in ottobre aveva un’aria diversa. Le aiuole erano cresciute, qualcuno aveva piantato dei crisantemi gialli e sul lato nord erano arrivate le panchine, due di pietra e una di legno, con una targa in ottone sulla quale era scritto Fondazione San Colombano - il tempo aspetta. Marzia aveva letto la frase nelle bozze e aveva pensato che fosse un po’ ambiziosa, ma l’aveva lasciata.

Era andata lì un giovedì, alle quattro, a portare i verbali firmati. Non c’era nessuno in sagrestia, quindi li lasciò sul tavolo dell’archivio e uscì nel chiostro a prendere un po’ d’aria. Fu lì che lo vide.

Sedeva sulla panchina di legno, con il casco accanto e una cartella aperta sulle ginocchia. Stava guardando una crepa piccola, quasi invisibile, sul pilastro di fronte. Aveva i capelli un po’ più lunghi. La camicia era la stessa.

Si fermò sul bordo del porticato. Non sapeva se tornare indietro. Lui alzò la testa.

Rimasero a guardarsi da dieci metri. Il vento muoveva appena i crisantemi. Da qualche parte, oltre il muro, un trattore faceva il suo rumore.

“Ingegnere.”

“Signora Bellandi.”

“Sto portando i verbali.”

“Io sto controllando il fessurimetro.”

“Cos’è?”

“Un vetrino. Si mette sulla crepa. Se la crepa si allarga, il vetrino si spezza.”

“E si è spezzato?”

“No.”

“Meglio così.”

“Sì.”

Un gatto attraversò il chiostro e si sedette in mezzo ai duellanti.

“Posso?” disse Marzia, indicando la panchina.

“È della fondazione. Lei è vicepresidente.”

Si sedette. Non vicino. Lasciò mezzo metro libero tra i due, una distanza che sembrava onesta. Lui chiuse la cartella e la posò di lato.

“Ho saputo che lei è andato a vedere la fessura di casa nostra” disse lei.

“Sono passato una mattina. Abbiamo bevuto un caffè.”

“Mi ha raccontato.”

“Cosa?”

“Che avete parlato per un’ora di giunti e che ha scoperto di non saperne niente. Era contento.”

“Mi ha chiesto se può prendere una laurea in ingegneria a cinquant’anni.”

“E lei?”

“Gli ho detto di provare con un corso serale.”

“Lo farà.”

“Ne sono sicuro.”

Passò un minuto. Lui guardava il gatto. Lei guardava lui di profilo, con la barba che cominciava a imbiancarsi. Aveva la sensazione di vedere una persona che conosceva a memoria e che nello stesso tempo non aveva mai visto.

“Ruggero.”

È il suo nome, pensò. Era la prima volta che lo diceva ad alta voce da un anno. Suonava diverso. Più basso.

“Sì.”

“Io ti parlo ancora.”

“Anch’io.”

“Intendo in testa.”

“Lo so cosa intendi.”

“Ieri mi hai detto che in cucina uso troppo il sale.”

“E tu mi hai risposto che era un problema mio, perché mangio sempre minestre scotte.”

Marzia lo guardò. Era seria. Le tremava il mento.

“Abbiamo avuto la stessa conversazione.”

“Mi sa di sì.”

“Parola per parola?”

“Quasi. Tu hai detto minestre. Io avevo capito brodo.”

“Il brodo è un’altra cosa.”

“Lo so.”

Risero piano. Il gatto si alzò, si stirò e andò via.

“Sto bene con Corrado” disse lei. “Voglio che tu lo sappia. Non ho scelto per forza.”

“Lo so. Si vede.”

“E tu?”

“Io torno ai fiorini.”

“Quelli che valevano meno?”

“Quelli che valevano di più. Te l’ho fatto sapere da Giulia.”

“Sì. Mi è arrivato.”

“Hai capito che avevo ragione?”

“Ho capito che stai cominciando ad avere ragione sempre meno di quanto credi.”

Lui abbassò la testa, e con la mano grande si coprì la bocca. Era il gesto di chi ride e di chi sta per piangere, e Marzia, che di gesti se ne intendeva, non seppe dire quale dei due fosse.

Un colpo di vento fece oscillare la lampada del porticato. Le foglie d’ottobre rotolarono sul selciato. Marzia si strinse nel cappotto.

“Ha freddo?” disse lui.

“Sì.”

“Le presto la giacca.”

“No.”

Si spostò sulla panchina. Era un movimento piccolo, di dieci centimetri, poi di venti. Si fermò quando la sua spalla toccò quella di lui. Non appoggiò il seno, non cercò il suo sguardo, non sorrise e non disse che era un grande. Teneva le mani sulle ginocchia, il viso verso il prato, e lasciò che la spalla stesse lì, ferma, a farsi scaldare.

Ruggero non si mosse. Non disse niente. Aveva la camicia stropicciata, quella di sempre. Sotto la stoffa sentiva il peso lieve del braccio di lei. Per un anno aveva calcolato i carichi di mezza Lombardia e non aveva mai avuto un peso così piccolo da reggere e così difficile da tenere in equilibrio.

Rimasero così, spalla a spalla, mentre il sole scendeva dietro il tetto della sagrestia e i crisantemi diventavano di un giallo più scuro.

In alto suonarono le cinque, una campana per volta. Alla terza, Marzia sentì la mano di lui sfiorare per un istante il bordo del suo cappotto, senza prenderlo. Alla quinta, la mano era tornata sul ginocchio.

“Bisogna andare” disse lei.

“Sì.”

“Ci sentiamo.”

“In testa.”

“Sì.”

Si alzò. Non si voltò subito. Attraversò il chiostro con i passi misurati di chi sa dove sta andando. Sulla soglia del portico si fermò, si girò di mezzo giro e vide che lui stava ancora seduto sulla panchina, con il casco accanto e lo sguardo sul punto dove lei si era appoggiata.

Lui alzò una mano. Lei fece lo stesso.

Fu un saluto semplice, il più asciutto che si possa immaginare. Poi Marzia uscì nella strada, salì in macchina e partì.

Quando fu al primo semaforo, una voce che conosceva bene le disse che aveva lasciato i guanti sulla panchina. Lei rispose che li avrebbe ripresi la prossima volta. E la voce, con la sua aria da ingegnere che sa già come va a finire, osservò che ci sarebbe stata una prossima volta soltanto se si fosse deciso di portare un’altra scusa.

 

I guanti arrivarono in primavera, nella sede della fondazione, dentro una busta marrone intestata alla vicepresidente. Erano di pelle grigia, un po’ consumati sulle dita. Insieme c’era un biglietto scritto a penna, con la grafia squadrata di chi è abituato ai disegni tecnici.

Guanti restituiti. Li aveva lasciati sulla panchina. Ho verificato: il fiorino fiorentino pesava circa tre grammi e mezzo d’oro. Aveva ragione lei sul valore e io sulla data. Dichiaro il pareggio. Ruggero.

Marzia lo lesse in piedi, davanti alla finestra dell’archivio. Rise da sola, poi smise, poi rise di nuovo. Il segretario della fondazione, che passava con una cartellina, le chiese se andava tutto bene.

“Benissimo.”

Tornò a casa alle sette. In cucina trovò Corrado seduto al tavolo con un libro grosso come un mattone, Scienza delle costruzioni, un evidenziatore giallo in mano e la fronte corrugata. Si era iscritto al corso serale a gennaio. Studiava ogni sera dopo cena e aveva già consumato tre evidenziatori e un paio di occhiali.

“Cos’è un momento flettente?” chiese, senza alzare la testa.

“Non lo so.”

“Domani ho l’esercitazione.”

“Chiedilo a lui.”

Corrado alzò gli occhi. Tolse gli occhiali.

“Posso?”

“Puoi.”

“Mi sembra strano.”

“A me anche. Chiamalo.”

Prese il telefono e mise il vivavoce. Marzia cominciò a lavare i piatti con una concentrazione teatrale. Squillò due volte.

“Pronto.”

“Ingegnere, sono Corrado. Scusa l’ora. Una domanda sul momento flettente.”

“Un attimo, prendo un foglio.”

Si sentì un fruscio di carta e un cassetto che si apriva. Marzia aprì l’acqua per non sentire. Poi la richiuse per sentire meglio.

“Dimmi” disse Ruggero.

In quel momento una voce nella testa di Marzia, con la solita aria paziente, le suggerì una domanda. Lei la ripeté a Corrado a mezza bocca, mentre asciugava un bicchiere.

“Chiedigli se ha mangiato.”

Corrado la guardò. Poi parlò al telefono.

“Mia moglie vuole sapere se hai mangiato.”

Silenzio. Un silenzio breve, con dentro il respiro di un uomo che cerca di non ridere.

“Mi sono concesso un brodino.”

Il bicchiere scivolò dalle mani di Marzia e rimbalzò sul lavandino senza rompersi. Corrado se ne accorse e non disse niente.

“Caldo?” chiese lei.

“Chiede se era caldo” ripeté Corrado.

“Giusto di sale” rispose Ruggero. “Una trave appoggiata agli estremi, con un carico al centro.”

Corrado riprese l’evidenziatore. Marzia tornò ai piatti. Sentiva la voce lenta di Ruggero che spiegava e quella di suo marito che diceva “ah” e “quindi” e “capisco”, e dentro di sé un’altra voce, la sua, che commentava tutto con una precisione irritante.

Quando la telefonata finì erano le otto e mezza. Corrado posò il telefono sul tavolo.

“Capito?” chiese lei.

“Quasi tutto.”

“Tipo?”

“Non il momento flettente. Ma ho capito perché ti piaceva.”

“Cosa?”

“Il modo in cui spiega.”

Marzia chiuse l’acqua. Si asciugò le mani con uno strofinaccio a quadretti.

“Ti dà fastidio?”

“Un po’. Ma mi sembra di capire una cosa che prima non capivo, e mi fa effetto.”

“Cioè?”

“Che nella vita bisogna essere almeno in tre, ogni tanto, per tenere in piedi una casa.”

Lei lo guardò a lungo. Poi andò verso di lui, gli tolse l’evidenziatore dalle dita e lo mise nel portapenne. Prese il libro e lo chiuse con una certa delicatezza.

“Basta studiare. Mangiamo.”

“Cosa c’è?”

“Brodo.”

Si sedettero. Fuori la sera di maggio si era fatta tiepida e dalla finestra aperta entrava un odore di erba tagliata. Nel piatto di Marzia il brodo fumava piano. Mentre lo mescolava, una voce lontana, quella che a ogni pranzo trovava qualcosa da correggere, le disse che mancava un po’ di sale.

Lei sorrise. Ma questa volta se lo tenne per sé.

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