Capitolo 1
HOTEL DEI PAZZI
Eccola lì, stagliarsi di fronte a lei, la sagoma dell’ex “Hotel dei Pazzi”, così invadente e nel totale abbandono. Le sembrò un’enorme scatola di cemento, buttata in mezzo ai lecci secolari del Monte Luco. Da oltre trent’anni, la struttura era alla mercè dei vandali e i ladri avevano sottratto di tutto, dagli arredi alla posateria. L’Hotel dei Pazzi era divenuto deserto e spettrale, suscitando numerose leggende metropolitane, su rumori, luci, ombre, strane presenze, riferite dai tanti curiosi, che si erano lasciati attrarre da quelle mura scrostate e lugubri.
Eva, insegnante spoletina quarantatreenne, aveva atteso più di un anno, prima di salire in cima al monte, dove suo marito Luca, in circostanze strane e misteriose, era scomparso all’interno dell’hotel. La perdita l’aveva gettata nella disperazione più totale!
Dario, socio di Luca e suo amico sin dai tempi dell’università, aveva coinvolto il marito di Eva in una passione temeraria: ispezionare luoghi abbandonati e misteriosi! I due, patiti di Urbex, avevano fatto del loro hobby una professione ed attratti dal mondo del paranormale, erano diventati esperti e rinomati “Indagatori del mistero”, “Gosth Hunters”, che avevano svolto indagini, nei luoghi più infestati ed inquietanti d’Italia e d’Europa. Avevano acquistato gli ultimi modelli di telecamere a infrarossi IR, ultravioletti UV, SLS, registratori digitali a basse frequenze IC, rilevatori di campi elettromagnetici EMF K2 e Mel Meter, Spirit box, microfoni direzionali e ambientali, Geofoni, Misuratori REM Pod, Termocamere FLIR. Dario era il mago della tecnologia, imbattibile ad analizzare i file audio EVP al computer, con software di editing audio professionali e di spettrografia. Luca era l’esperto della bonifica degli ambienti, della loro mappatura e abilissimo nell'individuare i falsi positivi, generati dai cavi dell’alta tensione, o dagli impulsi dei cellulari.
Il Monte Luco non era considerato un luogo montano come tanti, carico com'era di oltre duemila anni di stratificazione spirituale! Già dal III sec. a.C., i Romani consideravano sacro questo monte, il cui bosco era stato consacrato al dio Giove. Gli imponenti lecci non potevano essere tagliati, se non nel giorno del sacrificio annuale e coloro che fossero stati trovati a violare questa legge, avrebbero dovuto espiare la trasgressione, sacrificando un bue a Giove e pagando un’ingente multa. Con il Cristianesimo, numerosi monaci siriani, fuggiti dalle persecuzioni d’Oriente del IV-V sec., si erano rifugiati nella Penisola italiana, scegliendo il Monte Luco per la loro vita di ascesi ... e storie e credenze si erano susseguite ed arricchite nel corso dei secoli.
La storia che affascinava maggiormente Eva, era quella legata alla figura di Sant’Isacco d’Antiochia, uno dei primi monaci siriani giunti sul monte e alle sue visioni nella grotta, che aveva scelto per dimorare. Nel momento in cui il Santo si era immerso nella preghiera e nel digiuno, le tenebre della notte avevano preso vita. Una creatura d’ombra, demoniaca, aveva iniziato a tormentarlo. Per tre giorni e tre notti Isacco era stato assediato da terrificanti visioni, che tentavano di portarlo alla follia. Ma Isacco non mostrò mai paura, tracciava ripetutamente il segno della croce in aria e pregava ininterrottamente. La terza notte, la grotta venne pervasa da una luce accecante, una vibrazione scosse la terra ed il mostro si dissolse. La forza malefica che i Romani cercavano di tenere a bada da secoli, era stata placata attraverso la preghiera ed il monte era stato purificato e cristianizzato. Da allora, il Monte Luco era diventato un luogo di pace, per ogni uomo di fede!
Eva ci credeva fin da bambina a queste storie, quando insieme al suo dolce nonno, saliva a piedi sulla cima del monte, percorrendo la “Corta”, l’antica e ripida mulattiera che per secoli, ne era stata l’unico punto d’accesso. Anche Luca e Dario, erano stati attratti dalle leggende locali e dalle varie indagini svolte all’interno del vecchio albergo, che avevano evidenziato fenomeni paranormali. Si diceva, che fosse abitato da numerosi spiriti, come quello della signora inglese che vi era deceduta misteriosamente, durante un soggiorno estivo. Il corpo di Mrs Edwards, era stato spostato di nascosto in una delle dependance, in attesa di essere portato via di mattina presto, per non turbare gli altri ospiti dell’hotel. Anche quella volta, Eva aveva deciso di scalare il Monte Luco, passando per la Corta. Appena arrivata in cima, si trovò difronte alla struttura di cemento dell’Hotel dei Pazzi. Percorso il sentiero che terminava su di una piccola radura, avanzò verso l'hotel, attraversò una stradina d’asfalto consumato, superò il cortile e avanzò verso l’ingresso. Non si meravigliò difronte al portone sfondato e ai sigilli violati dai vandali. Varcò la soglia dell’edificio ed immediatamente inondata da un pungente odore di polvere e muffa, si tappò naso e bocca. Si sentì vacillare e per non cadere, si appoggiò al muro umido e scrostato, poi avanzò ... I vetri infranti delle finestre ed i detriti, scricchiolavano sotto i suoi passi. I finestroni aperti della hall, sembravano giganteschi occhi spalancati, che permettevano alla luce di penetrare all’interno, generando giochi di luci e di ombre; Eva osservò gli osceni e mostruosi graffiti incisi sui muri. La vegetazione aveva invaso il pavimento, con erba e radici che spuntavano dalle fughe delle mattonelle e salivano verso l’alto, lungo i muri. Decise di dirigersi a destra e salendo le scale che raggiungevano il piano superiore, arrivò in un lungo corridoio, buio e stretto. Eva accese la torcia del cellulare e notò che la vegetazione, aveva infestato anche quel piano. Perché quelle radici avevano scelto di salire così in alto, invece di cercare il proprio nutrimento a terra? Si insinuavano tra gli strappi della moquette anni Ottanta color senape, schifosamente lercia. Eva cominciò ad avvertire una forte sensazione di disgusto e smarrimento. Il suo respiro stava mutando, facendosi più pesante ed affaticato. Pervasa da un’improvvisa spossatezza, vacillò: qualcosa di malvagio si stava diffondendo intorno a lei. Annusò un odore ferroso, di zolfo e carne marcia, che le ferì le narici ed ebbe l’impressione, che l’Hotel dei Pazzi stesse respirando come una creatura viva. Ebbe la sensazione che l’edificio aveva iniziato a muoversi: le pareti fradicie del corridoio, si stavano richiudendo su se stesse, crepitando. In pochi secondi la donna avvertì l’aria raggelarsi, con la temperatura che calò drasticamente di almeno 15° C, provocandole la pelle d’oca. I suoi sensi erano in totale allerta: compì alcuni passi indietro, per allontanarsi da quel senso di soffocante oppressione. Si girò per scendere le scale e percorse i primi gradini correndo, poi rallentò, sussultando, quando si accorse che la batteria del cellulare era scesa al 5%. Eva, guadagnando il piano terra, raggiunse la hall, ma non avvertì alcun senso di liberazione e sicurezza. Vide qualcosa di vischioso, una melma scura che stava scivolando a terra e l’odore di putrido era diventato ancor più asfissiante. Spinta dal proprio istinto cercò l’uscita, ma si rese conto che non riusciva a muoversi. Quella sostanza viscida la stava trattenendo a se.
«Ma che diavolo …?!» Urlò.
La massa informe l’aveva avvinghiata, attanagliandole le caviglie. Eva cadde a terra supina, quando quella cosa iniziò a trascinarla lungo il pavimento. Poi la strattonò, tirandola verso il basso. Eva provò un dolore lancinante, come se ogni molecola del suo corpo, stesse attraversando la massa di cemento marcio dell’edificio, per fondersi con essa. Sentiva le sue carni squarciarsi. Ad un certo punto, avvertì la diversa consistenza della materia, composta dalla pietra calcarea della montagna, che attraversò e che la attraversò, compenetrandosi. Terrorizzata, Eva cadde nel vuoto, rovinando sul pavimento di un ambiente ipogeo. Si sentì dolorante, non aveva lacerazioni ma era tumefatta in ogni punto del suo corpo, sperò di non avere nulla di rotto.
«Nooooo! Lucaaaaaa! Oh mio Diooooo!» Gridò Eva, consapevole e disperata.
Tremando, infilò la mano in tasca, ricordandosi che il cellulare era scarico. Ne tirò fuori l’accendino di Luca e lo accese. La fiammella fioca illuminò l’ambiente cavernoso e irregolare, di cui non vide la copertura, né individuò l’uscita. Il liquido denso e melmoso, trasudava da una spaccatura del pavimento, da dove sembrava ribollire. La sostanza era calda ed Eva vi stava seduta, immersa con le ginocchia al petto. Quella cosa viva le scivolava addosso, le si avviluppava attorno alle braccia, le incollava i capelli, arrivandole sino al volto. I filamenti collosi mutarono forma, diventando delle ragnatele che iniziarono a stringerle il collo, come fossero delle mani. Eva lasciò cadere l’accendino, che affondò nel liquame e istintivamente afferrò quella morsa melmosa. Cercò di divincolarsi con la forza di cui ancora disponeva, urlando, ma la voce le si strozzò in gola in un verso gutturale, continuo e monocorde. La sostanza si ritrasse dal collo di Eva, ma le afferrò di nuovo le caviglie, trascinandola verso la fenditura gorgogliante. Eva cercò freneticamente di aggrapparsi a qualcosa, ma non trovò nessun appiglio e le unghie le si spezzarono sul pavimento melmoso.
Mentre scivolava via, il gorgoglio iniziò a tramutarsi in sussurro, poi in lamento, ed il lamento si trasformò in una cantilena in una lingua strana, musicale … La sostanza viscida iniziò a sibilare e ad emettere suoni striduli, lasciando la presa dalle caviglie di Eva, che smise di urlare. Il canto siriaco continuò a risuonare all’interno della grotta, che fungeva da cassa di risonanza. L’essere immondo sibilò di dolore, fin quando scomparve all’interno della fenditura. Eva capì ... Capì che i fantasmi che infestavano l’Hotel dei Pazzi, erano generati da forze ben più oscure: lo spirito antico ed il sangue della montagna che ribollivano all’interno della pietra. Gli antichi Romani avevano saputo placare quell’elemento ancestrale con i loro sacrifici e le loro leggi. I monaci siri ne avevano ereditato il controllo. Ma lo spirito del Monteluco esigeva di non essere disturbato, offeso, invaso. E fu così per secoli.
Poi ecco arrivare “Bepo e Tonio i Pazzi”, i due fratelli spoletini Giuseppe e Antonio Panfili, che negli anni Cinquanta del XX secolo, vollero realizzare un complesso alberghiero di lusso sul Monte Luco, per ospitare i ricchi turisti americani che frequentavano Spoleto, durante il Festival dei Due Mondi. Il nomignolo di “Pazzi” al Bepo e al Tonio, lo avevano affibbiato i loro concittadini, che vedevano nell’impresa edilizia, una follia imprenditoriale e per tutti, i due fratelli erano diventati ironicamente i Pazzi, dei visionari. E visionari lo erano stati davvero: avevano acquistato in blocco le vecchie abitazioni della frazione di Sant’Angelo, che sorgeva isolata sulla cima del Monte Luco, un antico insediamento abitato per secoli da famiglie di carbonai. Gli eredi avevano venduto tutto al Bepo e a suo fratello, così le abitazioni e l’Eremo di Sant’Angelo, erano stati rasi al suolo e tonnellate di cemento, vennero utilizzate per erigere il lussuoso complesso turistico a 4 stelle, con piscina, campo da calcio, maneggio, ristorante, discoteca ed alti servizi. L’Hotel dei Pazzi, il cui vero nome era “Grand Hotel Sant’Angelo”, fu attivo per alcuni decenni, dagli anni Cinquanta agli anni Novanta del secolo scorso. Poi l’edificio era passato di mano e gradualmente abbandonato, sino a trasformarsi in quel rudere decadente all’interno del bosco. Ed i Pazzi? Si dice che il Bepo, fosse davvero diventato pazzo. Accumulati ingenti debiti in alcuni investimenti sbagliati, una mattina di fine agosto, alle prime luci dell’alba, era stato trovato impiccato all’interno della struttura alberghiera. Ed il Tonio? Il maggiore dei due fratelli era deceduto novantenne, impazzito anch’egli. Diceva a tutti di sapere, ma non diceva mai cosa. Ma il Bepo e il Tonio, oltre ad essere dei visionari speculatori, erano stati anche due sacrileghi! Avevano fatto di tutto per non far scoprire, che parte delle fondamenta dell’hotel, erano state gettate sopra ad un antichissimo cimitero, riemerso durante i lavori di scavo. Le nove tombe ritrovate erano in terracotta, secondo una tipologia “a cappuccina” molto diffusa nello spoletino, in epoca romana e tardoantica. L’antica necropoli era stata distrutta ed i resti, trasferiti abusivamente nel piccolo cimitero di Sant’Angelo, collocati in una fossa comune. Nessuna autorità della Sovrintendenza ne aveva saputo nulla, con il beneplacito di alcuni piccoli burocrati del locale Municipio. In tal modo, il Monte Luco, aveva subito una ben più profonda e stratificata profanazione. Sotto il livello della necropoli tardoantica e sotto il piccolo eremo, la roccia calcarea del monte nascondeva una frattura da cui si accedeva ad una grotta primordiale, rimasta sigillata per millenni, prima che le forti vibrazioni provocate dalle ruspe e dalle colate di cemento ne crepassero la copertura. Secoli prima dell’arrivo dei Romani, prima ancora che gli Umbri consacrassero il Bosco Sacro, quell’antro profondo era temuto dalla specie degli uomini, poiché abitato da un’occulta creatura ancestrale, uscita dal fango bollente, quando il Monte Luco era appena emerso dal mare preistorico. La creatura era sempre stata tenuta a bada dagli antichi, che con i loro culti ne avevano mantenuto il precario letargo. Ma le nove tombe distrutte, non potevano più svolgere la loro funzione di sigillo spirituale ed averle rimosse, aveva spezzato il vincolo energetico contro questo abominevole “genius loci”, legato alla profondità della terra, che si cibava di carne, sangue e dell’energia vitale di tutto ciò che moriva sulla montagna. E la creatura aveva ricominciato a trasudare in superficie. A volte era come un’ombra, ma se nutrita a sufficienza, assumeva la consistenza di una linfa nerastra, densa ed appiccicosa. La bocca era costituita da una voragine oscura, da cui usciva una nebbia di zolfo e non vedeva, ma poteva percepire il calore del sangue ed il terrore delle prede. Bepo il Pazzo, aveva visto tutto ciò. Sfuggito alla creatura che si era palesata a lui, la sua mente aveva iniziato a vacillare: aveva compreso di aver costruito il suo hotel, non sopra un cimitero, ma sopra l’antro di una creatura demoniaca. La follia si era impossessata di lui portandolo ad uccidersi all’interno dell’albergo, dove la creatura aveva potuto risucchiarne l’energia vitale. E Tonio il Pazzo sapeva.
Anche gli eremiti siriani, stanziati sul Monte Luco nel V, avevano conosciuto la natura tellurica del genius loci della montagna. Profondi conoscitori della vibrazione sacra della parola, riuscivano a placare il demone con i loro canti liturgici in lingua aramaica, attraverso melodie monotone, ripetitive, cantilenanti, gutturali ed ipnotiche, che ricalcavano la frequenza del cuore della terra e della pietra. Una volta distrutte le nove tombe, che avevano la funzione di canalizzare l’eco perpetuo di quel sacro salmodiare, impresso nella materia stessa della montagna, la creatura aveva ricominciato a respirare, chiedendo il suo tributo di sangue. Tuttavia, ogni qualvolta la divinità primordiale, tentava di riemergere, la pietra in cui erano inglobate le fondamenta dell’Hotel dei Pazzi, cominciava a vibrare, risuonando di un coro profondo, la cui frequenza disgregava quella sostanza viscosa, ricacciandola nei meandri oscuri della roccia.
Era ciò che stava accadendo in quel momento, con il fluido viscido che si era ritirato nella fenditura del pavimento, mentre la cantilena stava ancora vibrando. Eva riuscì a tirarsi in piedi a fatica e ad appoggiarsi con la schiena contro la parete di pietra dell’anfratto. La pietra naturale era calda e vibrava contro le sue scapole, mentre la cantilena aramaica le si diffondeva all’interno del corpo, regolarizzando il suo respiro ed il battito cardiaco.
«Luca!» Invocò la donna, sussurrandone il nome con rassegnazione. Aveva visto cosa gli era accaduto, quando si era fusa con la pietra.
Più di un anno prima, Luca era entrato all’interno dell’Hotel dei Pazzi, senza più uscirne. Era andato nell’edificio insieme a Dario, entrambe carichi delle loro attrezzature, che avevano posizionato al primo piano, eccitati dalla convinzione di poter confermare o smentire, l’infestazione spiritica. Ma i due, che cercavano presenze del passato, forse l’anima di Bepo il Pazzo o quella di Mrs Edwards, non avrebbero mai potuto immaginare, che sarebbero diventati il nutrimento di una entità geologica primordiale, antica di millenni. Quando l’edificio aveva iniziato a tremare ed il fluido viscido e maleodorante aveva preso a risalire, raggiungendo Luca e Dario, la strumentazione aveva incominciato ad impazzire, con i rilevatori che avevano registrato improvvisi picchi di onde elettromagnetiche e le batterie delle telecamere erano esplose una dopo l’altra. I microfoni, prima di saltare, avevano registrato un picco audio, generato da un’ultra-frequenza, proveniente dal cuore della montagna. Poi era esplosa anche la torcia d’emergenza e l’aria si era fatta densa e gelida, satura di quel fetore di zolfo e materia organica imputridita, che avrebbe conosciuto anche Eva. Immobilizzati al suolo, vennero trascinati giù, nell’imbuto oscuro di cemento e pietra, dove furono divorati dal famelico fluido primordiale, che li assorbì, nutrendosi dei loro corpi e della loro energia vitale. I macchinari scomparvero assieme a loro.
La consapevolezza della fine di Luca, lacerò il cuore di Eva. Ma non le fu permesso abbandonarsi alla disperazione: se voleva vivere doveva muoversi! Nel buio, perlustrò le pareti calcaree, quando riconobbe una consistenza diversa della superficie, una sorta di malta artificiale, che si sfaldava alla pressione delle dita. Iniziò a grattarla ed intere sfoglie iniziarono a staccarsi, sino a rivelare un piccolo passaggio, che conduceva all’interno di un altro ambiente, in cui Eva entrò a fatica. Una volta dentro, potè guardarsi intorno, poiché alcuni sottili raggi di luce, che illuminavano trasversalmente la grotta dall’alto la illuminavano. Ne seguì la provenienza con lo sguardo, e vide una scala scavata nella pietra. Ne imboccò i gradini di che salivano ripidi verso l'alto, sino ad arrivare ad uno sportello metallico bucherellato, che ne bloccava l’uscita. Provò a sollevarlo e questo, senza alcuna resistenza, si schiantò con fragore sul pavimento di un vecchio cucinone. Ricoperta di sporcizia e di materiale melmoso, Eva sbucò dal sotterraneo, dirigendosi verso i finestroni sfondati della stanza devastata e finalmente si sentì inondata dall’odore pulito del sottobosco umido e da quello pungente della resina. Era fuori! Si allontanò dalla struttura di cemento, avviandosi a passo veloce verso la strada asfaltata, che le permise di raggiungere Spoleto, dopo sette chilometri di tornanti.
Eva si ritrovò immersa nella quotidianità, che contrastava con l’orrore vissuto alcuni giorni prima. Il dolore per la fine di Luca la stava consumando, ma non avrebbe mai raccontato a nessuno quanto era accaduto. Denunciò alla Sovrintendenza dei beni archeologici, la scoperta casuale della necropoli nei pressi del Grand Hotel dell’Angelo e la Procura di Spoleto aprì un fascicolo, che determinò il sequestro dell’intera area. Ogni nuovo tentativo di eventuale speculazione edilizia era scongiurato! Quando gli archeologi terminarono i loro lavori, decise di salire sul Monte Luco per un ultimo congedo da Luca. La parte più profonda dell’anima di suo marito si trovava ancora lassù, nel buio che lo aveva inghiottito insieme a Dario. Raggiungendo la grata d’acciaio che la Sovrintendenza aveva installato per chiudere l’anfratto, Eva iniziò a cantilenare le parole dell’antico canto siriaco, che ricordava perfettamente. Si generò una vibrante nenia ipnotica, che si fuse con la vibrazione della montagna. Un soffio d’aria uscì dalla grata. L’anima di Luca era finalmente libera di lasciare la pietra di quel monte.
“Questo racconto è un'opera di fantasia. L'hotel e la montagna, sono utilizzati come ambientazione puramente letteraria. I personaggi, i nomi ed i fatti narrati, pur ispirandosi a vicende reali, sono frutto della libertà creativa della scrittrice e non intendono in alcun modo, ledere la dignità di persone e luoghi.”
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