L’ANGELO DEL FANGO
“È questo il cane più addestrato del mondo?”
La voce del signor D’Invernizzi giunse ad Alessio per la prima volta da dietro, proprio mentre stava finendo di caricare gli ultimi bagagli nel baule della sua Peugeot. Era una mattina di inizio agosto, il sole si era appena affacciato sulla città semideserta ma i suoi raggi già picchiavano duro sull’asfalto.
Il primo a voltarsi verso la voce fu proprio Argo, che dall’alto del suo garrese fissò incuriosito la figura composta e rassicurante di quell’essere umano mai visto prima. Fece un indeciso passo avanti e cacciò i suoi soliti abbai di benvenuto, poi accennò un timido scodinzolio.
“Argo, stai buono!” fece Alessio, poggiando a terra un grosso borsone nero. Il cane ubbidì e si mise seduto, senza distogliere lo sguardo dal signor D’Invernizzi, che osservava la scena sorridendo.
“Argo,” ripeté l’uomo “allora sei veramente il cane più addestrato del mondo!”
“Magari! Ci stiamo provando ma è ancora cucciolo, ci vorrà del tempo” rispose Alessio, e si chinò sulle ginocchia ad accarezzare la schiena del cane. Poi alzò lo sguardo verso il signor D’Invernizzi. Era un uomo anziano con due occhi vispi, azzurri, nascosti dietro un paio di occhiali spessi dalla montatura marrone, che ben si intonavano con il berretto beige; indossava una camicia a maniche corte di un azzurro molto simile a quello degli occhi e un paio di pantaloni anch’essi beige, ben stirati. Ai piedi un paio di comodi mocassini in pelle. Nonostante l’età manteneva una postura eretta, le mani dietro la schiena e il mento alto, mentre le spalle larghe gli conferivano una naturale autorevolezza.
“Posso accarezzarlo?”
“Secondo me non vede l’ora”, sorrise Alessio, rimettendosi in piedi.
Il signor D’Invernizzi inclinò leggermente il busto in avanti e protese la mano destra verso Argo, che gli si avvicinò guardingo, i muscoli del collo tesi. La pelle dell’uomo entrò in contatto con il pelo dell’animale sotto l’orecchio sinistro, e per qualche istante i due rimasero a guardarsi. Poi il signor D’Invernizzi bisbigliò qualcosa che Alessio non capì, e Argo allora iniziò a scodinzolare, prima piano e poi sempre più veloce; alzò la testa per farsi accarezzare il collo, e con il muso iniziò con frenesia a cercare la mano dell’uomo, che prese a frizionarlo ridendo forte, fino a tossire.
Alessio allora si avvicinò al cane e lo afferrò per il collare, riportandolo accanto a sé.
“Siete in partenza per le vacanze?” chiese il signor D’Invernizzi, con un po’ di affanno nella voce.
“Andiamo in Toscana, raggiungiamo la mia compagna.”
“Firenze è una città bellissima.”
“In realtà noi andiamo verso la costa.”
“Io sono stato un angelo del fango.”
Alessio lo guardò con aria interrogativa.
“Durante l’alluvione di Firenze del 1966. Facevo il cassiere in banca, qui a Milano. Mi avevano trasferito dalla sede di Firenze il mese prima. Una mattina arrivo al lavoro e trovo i miei colleghi intorno alla radio, dicono che a Firenze c’è stata un’alluvione, che il fiume è entrato nelle case, nelle scuole, dappertutto. Anche il mio vecchio ufficio, in Oltrarno, era pieno di fango e non si sapeva come fare. Allora il direttore ci ha detto che stavano organizzando degli aiuti, che chi voleva poteva partire il giorno dopo per dare una mano. E io sono andato, insieme a tanti altri. I giornali ci chiamavano angeli del fango.”
“Sì, conosco la storia dell’alluvione. Quanto tempo siete rimasti?”
“Abbiamo scavato per due giorni. Abbiamo liberato l’ingresso e creato un piccolo corridoio fino alla cassaforte” dice disegnando lo spazio con le braccia tese. “Poi sono arrivati i pompieri che hanno fatto il resto. C’erano anche dei cani come lui, addestrati per i soccorsi.”
Fece una pausa fissando Argo, poi riprese: “Dopo aver liberato l’ufficio potevamo ripartire, ma abbiamo deciso di restare. C’erano altre persone da aiutare. Servivano braccia. Abbiamo liberato una farmacia, un’edicola e la bottega di un salumiere. Giorgio, si chiamava. Si erano salvati solo i salami perché li teneva appesi al soffitto, così la sera per sdebitarsi ci preparava pane e salame. Era l’unica cosa che gli era rimasta. Abbiamo mangiato pane e salame per una settimana” disse sorridendo.
“Deve essere stato faticoso, tutti quei giorni a scavare.”
“Ho avuto i calli sulle dita per settimane. Ogni tanto mi sembra ancora di sentire le vesciche” disse guardandosi i palmi delle mani. “Mi piacerebbe tanto rivedere Firenze, non ci sono più tornato.”
“Potrebbe fare una vacanza in autunno. Con il treno ci si arriva in un paio d’ore.”
“Così poco?” chiese sorpreso.
“Con l’alta velocità in due ore si arriva a Firenze, in tre a Roma e in quattro a Napoli.”
“L’alta velocità…” ripeté ad alta voce, guardandosi intorno. “E i biglietti si comprano in stazione?”
“Sì, ma è più comodo prenderli online. Se vuole quando torno dalle vacanze posso aiutarla.”
“Veramente?”
“Certo. Abita qui in zona?”
“Proprio là, da quarant’anni” e indicò una palazzina in cortina rossa in fondo alla via.
“Noi invece qui” accennando alle sue spalle. “Comunque io mi chiamo Alessio Romano. Molto piacere”.
“Virgilio D’Invernizzi, piacere mio.”
I due si strinsero la mano, davanti allo sguardo attento di Argo.
“Allora buone vacanze, Alessio. Ci vediamo tra qualche giorno. Porti anche Argo e la sua compagna, mi farebbe piacere conoscerla.”
“Senz’altro. Buone vacanze a lei, a presto.”
Tre settimane più tardi, appena rientrati in città e prima ancora di dirigersi a casa, Alessio fermò la macchina davanti alla palazzina in cortina rossa del signor D’Invernizzi.
“Vuoi darglielo adesso?” chiese la compagna.
“Ci metto un attimo. Lo lascio al custode.”
“Ok, ti aspetto in macchina con Argo. Fai in fretta, che lo vedo un po’ agitato.”
Alessio tirò fuori dal cruscotto un libro che aveva acquistato in un mercatino sul lungomare, intitolato Angeli del fango. La meglio gioventù nella Firenze dell'alluvione, e si incamminò verso l’ingresso.
Il custode, un signore sulla sessantina, se ne stava seduto nel suo gabbiotto a fare le parole crociate.
“Buongiorno. Vorrei lasciare questo libro per il signor D’Invernizzi. Sono Alessio, un suo amico”, e porse l’oggetto all’uomo.
Lui lo raccolse, lo esaminò e lo restituì ad Alessio: “Il signor D’Invernizzi ha avuto un infarto. Mi dispiace.”
“Un infarto?”
“La notte di Ferragosto. È successo qui in casa. Lo ho ritrovato la figlia il giorno dopo.”
“Ma è sicuro? Il signor Virgilio D’Invernizzi?”
“Sì. Mi dispiace. Ci sono stati i funerali pochi giorni fa.”
Lo sguardo di Alessio scivolò fino a posarsi sulla copertina del libro, ora di nuovo tra le sue mani, sulla quale era raffigurato un gruppo di ragazzi con la pala in spalla.
“Grazie. Porti le mie condoglianze alla famiglia. Arrivederci.”
“Arrivederci.”
Stava per aprire il portone, quando la voce del custode lo raggiunse alle spalle: “Scusi, mi può ripetere il suo nome?”
“Alessio.”
“Alessio come?”
“Alessio Romano.”
Il custode si chinò sotto il bancone, e quando ricomparve aveva in mano una busta.
“Questa me l’ha data il signor D’Invernizzi qualche giorno fa. Sopra c’è scritto il suo nome. Aveva chiesto a me di consegnargliela quando sarebbe venuto a trovarlo, perché lui aveva paura di perderla. Ultimamente si dimenticava dove metteva le cose. Tenga.”
Alessio afferrò la busta, ringraziò di nuovo il custode e uscì dal palazzo. La aprì, dentro c’era un libro: Il grande manuale di addestramento del tuo cucciolo.
Nel libro, un biglietto:
“Per il mio amico Argo. Quando diventerà il cane più addestrato del mondo, mi piacerebbe andare a Firenze insieme a voi. Sarete miei ospiti. Con affetto, Virgilio.”
Alessio si portò una mano al viso e alzò gli occhi sulla Peugeot parcheggiata, dove, da dietro il finestrino posteriore, Argo lo osservava guaendo.
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