Racconti di Baddemanna
- Verisione illustrata: https://gianluca.nuscis.it/Pietre_e_Menzogne_edizione_editoriale_immagini.pdf -
L'aria puzzava di ginepro pesto e capre in calore quando Bisandru Ladu apriva la bocca per seminare le sue “delucubrazioni”, come diceva lui. Cinquant'anni suonati, incisi uno a uno sulla pelle come crepe nel granito esposto al maestrale, e nell'anima il marchio di chi non è mai diventato grande davvero: una creatura battezzata male nell'acqua santa di qualche prete ubriaco, con la stazza di un toro d'allevamento.
Viveva a Baddemanna, un borgo d'ombre e rancori incastrato tra tacchi di granito. La sua catapecchia sapeva di sego, calce e vino rancido. Di mestiere era mastro di pietra, un maestro vero. Quando prendeva in mano la mazzuola e il punteruolo le mani cambiavano: toccava il granito grezzo, ne sentiva la vena segreta e con un colpo solo, secco e preciso, spaccava la roccia come fosse cagliata matura. Incastrava i massi senza una goccia di malta, alzando muri capaci di sfidare mille anni di maestrale. I muri di Bisandru Ladu non cascavano. Mai. Neanche i bombardamenti inglesi del 20 maggio 1943, che sbriciolarono la stazione ferroviaria e fecero ballare il campo sportivo come i denti in bocca a un vecchio, scalfirono un solo muro suo. Bisandru allora di anni ne aveva venti, e il dono ce l'aveva già.
Ma com'è, com'è che quando un garzone o un compaesano gli chiedeva spiegazioni su quell'arte benedetta, a Bisandru s'imbottigliavano le parole in gola? Il cervello gli s'incastrava, le labbra gli diventavano di legno e finiva per masticare un rantolo impotente di tosse e bestemmie: «Zente de fudda... non capisci una sega...» Un analfabeta del suo stesso talento.
Di contro, per compensare quel silenzio che lo vergognava, bastava che uno nominasse la legge, la medicina o la politica, e Bisandru s'innalzava come un gallo spennato sul letamaio. Non sapendo spiegare il mestiere che dominava, ostentava sapienza su tutto il resto, inventando di sana pianta codici, norme e soluzioni sballate basate su una sua stramba idea di buon senso.
Al bar di Tottore Olliolli, con la tazza di cannonau in mano e la bava agli angoli della bocca, sbraitava contro chiunque: «Non capite un cazzo di giurisprudenza! Il codice civile, punto quattro dell'articolo cinquecento-dodici, parla chiaro! Se una capra pascola oltre il fosso prima del vespro, il padrone del terreno ha il diritto sacrosanto di tagliarle la coda e tenersi il formaggio per tre anni! È la normativa universale delle pertinenze! L'ha scritta il ministero per salvare le greggi dalla meningite burocratica!»
Nessuno gli credeva, ma tutti lo lasciavano parlare per il gusto di sghignazzare. Tottore, dietro il bancone, asciugava i bicchieri e rideva piano, e ogni tanto gli riempiva la tazza senza chiedere, perché un cliente che fa ridere vale due che pagano.
Finché una sera Licurgo Mele, detto Frag'e merda per via del camion col pozzo nero con cui andava a spurgare le fosse, si stancò delle sue elucubrazioni. Bisandru spiegava a gran voce la sua personalissima “Legge sulla bonifica idraulica e sanitaria dei territori d'oltremare”, dicendo che bastava versare aceto e calce viva nelle botole per trasformare la fanga in concime profumato d'eucalipto «secondo i decreti della Repubblica di Ginevra». La notte stessa, Licurgo andò nel cortile di Bisandru, scoperchiò la sua fossa cieca e vi travasò tre ettolitri di liquame fresco, aggiungendo due bocce d'aceto e un cartello: APPLICATA NORMATIVA CONTINENTALE N. 44 – ATTENDERE PROFUMO DI EUCALIPTO.
La mattina dopo, Baddemanna si svegliò con un puzzo che entrava dalle imposte. Le mosche arrivarono a nugoli, le femmine di casa si turarono il naso coi fazzoletti, persino il prete, che passava a benedire le case, cambiò strada. Bisandru dovette spalare la broda maleodorante tra le canzonature di tutto il rione, provando a difendersi con la gola secca: «Avete sbagliato l'aceto! Serviva quello di Siracusa! È un fenomeno di decomposizione burocratica!»
Quella sera, al bar, nessuno gli riempì la tazza. Tottore non rideva. Licurgo, seduto in fondo, mangiava olive e lo guardava con la faccia di chi ha già vinto. E Bisandru capì, per la prima volta in cinquant'anni, che la beffa non era stata l'aceto: era il silenzio degli altri.
La solitudine, nei giorni dopo, lo azzannò. Stanco, prese una decisione che pareva un'eresia: sarebbe andato a cercare la guarigione. Racimolò i soldi stropicciati dal fondo del materasso, quelli che teneva per il funerale, e decise di consultare un famoso meghina-ervos, uno psichiatra conosciuto in tutto il circondario per aggiustare le teste fuori squadro: il dottor Arcangelo Mulas-Simbula, detto Ollos de Gatto.
Per arrivare a Noranostra, il paese del medico, bisognava prendere la corriera azzurra dell'ARST, che puzzava di gasolio incombusto e mantelli bagnati. Tra le curve a gomito dei monti, col panico che gli saliva allo stomaco, Bisandru ricominciò a dare di matto provando a spiegare all'autista la normativa quarantasette sulla sterzata di montagna, rischiando di farsi lanciare giù dal bus. L'autista, un certo Zuanne Piras, lo ascoltò per tre curve. Alla quarta, gli disse: «Bisandru, o taci o ti lascio a Nurrì.» E Bisandru tacque, e per la prima volta sentì che il silenzio non lo uccideva.
Quando finalmente sedette nello studio del dottor Mulas-Simbula — una stanza altissima che profumava di cera d'api e tabacco da pipa, con le pareti coperte di libri che Bisandru non avrebbe saputo leggere — attaccò subito con il suo arsenale di bugie: citò decreti del Ministero della Salute, leggi sulla circolazione del sangue nei mastri muratori e commi strampalati sul granito.
Il medico lo lasciò sfogare. Poi alzò un solo dito, e il silenzio piombò nella stanza.
«Bisandru,» disse il dottore con voce d'acqua sotterranea. «Tira fuori la mazzuola che hai nella testa e smettila di battere sul vuoto. Parlami della pietra. Non della legge. Dimmi come si spacca il granito.»
Bisandru aprì la bocca, ma non uscì niente. Il viso gli si fece del colore del vino di Bosa. Le labbra cominciarono a tremare. Alzò le mani, le guardò, le posò sul tavolo come due pezzi di carne straniera.
Il dottore guardò quelle mani per un pezzo, senza dire niente. Poi prese dalla scrivania un grosso fermacarte di marmo e glielo porse: «Bisà, tieni questo. Non parlare. Tienilo e basta.»
Bisandru girò il cubo di marmo di Carrara tra le dita per qualche minuto. Quella pietra non la conosceva. Non era il suo granito. Poi disse solo «Innoe, qui!», e posò il dito su un punto: era il punto in cui quel cubo forestiero, se picchiato, si sarebbe aperto come un uovo bollito.
Due lacrime grosse come ghiande gli scesero lungo le guance rugose.
«E com'è... com'è che mi curo, dottò?» bisbigliò.
«Guarire? No, Bisandru. Con la testa con cui sei nato non si guarisce. Si può fare un patto: quando ti vergogni perché non sai spiegare la pietra, invece di sparare catzadasa, taci.»
La seduta costò trecentomila francusus mannus, lire grandi, contate e sputate sulle dita una per una da Bisandru prima di uscire nello scuro della sera. Il dottore le prese senza contarle, e gli disse: «Bisandru, la prossima volta che vieni, portami una pietra. Non voglio soldi. Voglio vedere come la tocchi.»
Bisandru non tornò mai più. Ma quella frase gli rimase dentro.
Tornò a Baddemanna col buio, e la corriera lo lasciò sulla piazza vuota. Passò davanti al bar di Tottore, dove la luce gialla e le voci degli uomini facevano un calore che lui non aveva più il diritto di abitare. Non entrò. Andò a casa, accese il lume, e nel cortile, sotto la luna, prese un blocco di granito che teneva lì da anni, aspettando. Lo toccò. Sentì la vena. E con un colpo solo, secco e preciso, lo spaccò in due.
Non spiegò niente a nessuno. Non c'era nulla da spiegare.
Nei giorni dopo, Bisandru riprese a lavorare. Un muro per il sindaco, una scala per la chiesa, una fontana per la piazza. Le mani lavoravano, e la lingua, per la prima volta, stette zitta. Qualcuno gli chiese come faceva, e lui, invece di inventare decreti, si limitò a dire: «Guarda.» E indicava il muro. E il muro parlava da solo.
Ma la pace durò poco. Perché in certe terre certi marchi non si lavano neanche con l'acqua santa.
Una sera, al bar di Tottore, un giovane pastore cominciò a parlare di pascoli e di confini, e di quanto fosse ingiusto che il padrone del terreno gli vietasse di far bere le capre al fosso. Parlava bene, il ragazzo: aveva le parole in fila, una dietro l'altra, e gli uomini al bancone annuivano. Bisandru ascoltava con la tazza ferma a mezz'aria. Sentì la vergogna salirgli dal petto alla gola, quella vecchia vergogna di quando gli altri sanno parlare e tu no. Sentì la mazzuola nella testa che batteva sul vuoto. Sentì le labbra che diventavano di sughero.
Guardò le sue mani appoggiate al bancone. Per un attimo, un attimo solo, rimase zitto. Poi il ragazzo concluse che la legge, a quanto pareva, stava dalla parte del padrone, e Bisandru sbatté il pugno sul legno e ricominciò a gridare: «Non capisci una sega! Il decreto numero ottanta-sei parla chiaro! Se il fosso è a valle del confine catastale...»
Tottore, non finì di farlo parlare e riempì la tazza. Licurgo, in fondo, rise. E Bisandru, per un momento, si sentì di nuovo un Re. Fu un regno corto: durò quanto la tazza.
Tornato a casa, si guardò le mani dure di cantiere. Non pianse. Le guardò e basta. E da allora, a volte, prima di dormire, prendeva un sasso, lo toccava, sentiva la vena, e lo spaccava. Non per costruire. Solo per sentire che le mani sapevano.
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