Storia · capitolo 28 · finale

29

Sette gatti e una ragazza sul divano di Taisida

18 gennaio 2025

Dana si svegliò nel cuore della notte. Qualcosa non andava… Peste! Miagolava, sbuffava, faceva altri versi strani… Ma allora ci siamo?

00:12… Micetta… Non potevi aspettare fino a giorno? E adesso che si fa… Dai, ti accarezzo un po’… E voi, fuori dai piedi! Non vedete che sta partorendo? Vi darò da mangiare dopo, avete già cenato!

*****

Quasi non sentì l’esplosione, poco prima dell’una. Non era quello il momento! Micetta… Dai, micina… Ti fa male, eh?… Resisti, piccola. Ecco, così… Ti accarezzo ancora un po’ la pancia…

*****

Il primo gattino nacque esattamente alle tre. Il secondo appena una decina di minuti dopo. Per gli altri due dovette aspettare. Erano già le sei e mezza passate quando Peste finalmente si calmò, mangiò la placenta e cominciò a leccare i gattini, uno dopo l’altro.

Ma guarda un po’… E di nuovo uno bianco, uno rosso, uno tigrato… e un altro ancora uguale alla mamma. Con chi sei andata in giro, micetta?

Dooooormiiiiire…

*****

Le ruote battevano ritmicamente sui binari. Quando, quando, quando… Ma quanto ci metteva ancora, quel maledetto treno?!

Kharkiv! Finalmente!

*****

La casa era silenziosa. Le finestre pulite, il pezzetto di strada davanti al portico spazzato. Tutto come sempre. Stas aprì la porta con la sua chiave. Era l’unica cosa, oltre alla piastrina, che si era portato dietro per tutto quel tempo. I documenti, il telefono, tutte le carte… Quelli poteva lasciarli al reparto. Ma non le chiavi e la piastrina.

Primo e Terzo erano già venuti ad accoglierlo; Canaglia, come al solito, si nascondeva da qualche parte; Aspid, probabilmente, era sul divano. Ma Peste dov’era?

Piccola mia…

Dana dormiva sul divano, rannicchiata e avvolta nella coperta fin quasi sopra la testa. Aspid sedeva ai suoi piedi in modo plateale, lanciandogli occhiate furiose. Secondo era sdraiato di lato. Biancaneve si era distesa sopra la ragazza. Ma Peste dov’era, alla fine?

Micetta mia…

Stas fece piano «sssst» ai gatti, si avvicinò e si sedette direttamente sul pavimento accanto al divano. Com’era dimagrita… Si era trascurata di nuovo. Piccola mia, ma che cosa combini?

*****

Dana stava sognando qualcosa di strano. Non le capitava da mesi. Era come se Stas fosse lì, seduto da qualche parte accanto a lei, a parlarle… Peccato che sogni del genere fossero così rari. Magari le capitasse più spesso…

Si girò, cercando una posizione più comoda per dormire ancora un po’, visto che le era toccata una fortuna simile. Biancaneve miagolò contrariata e affondò gli artigli per non perdere l’equilibrio. Ahi! Ma fa male!

Gli occhi si aprirono da soli, quasi.

Stas… Bene… Non solo sentirlo, ma anche vederlo…

— È da tanto che non mi compari in sogno…

*****

Ecco… Si era svegliata. A quanto pare, aveva fatto abbastanza rumore.

— Dormi ancora un po’, piccola. — Stas non riuscì a trattenersi: le lisciò i capelli arruffati, le spostò dal viso una ciocca sottile, poi le sfiorò la guancia. — Dormi. Sono a casa, ormai. Va tutto bene.

Dana si tirò improvvisamente su a sedere. Tanto bruscamente che la povera Biancaneve volò chissà dove, mentre Secondo e Aspid si misero a soffiare all’unisono.

— Stas?!!

Gli tese una mano, gli toccò la spalla e rimase immobile per un istante… Poi, all’improvviso, gli sferrò un pugno sul petto.

— Dove sei stato?!!!

I suoi grandi occhi verdi si velarono di lacrime, che cominciarono a scorrerle sulle guance pallide. Lo colpì ancora, e poi ancora.

— Dove! Sei! Stato!!!!

Ma che faceva? Si sarebbe fatta male alla mano! Stas le fermò delicatamente il pugno, la tirò verso di sé e si sedette accanto a lei. Finalmente la abbracciò: dapprima con estrema delicatezza, poi, sentendo che lei, improvvisamente senza più forze, gli si abbandonava contro, la strinse più forte.

— Piccola… Ma che fai? Sono qui. Sono a casa. Sono vivo…

Dana singhiozzò.

— Se tu… Se tu lo fai ancora una volta! Così!!! Ti ammazzo io con le mie mani!

—Uccidimi, se vuoi. Basta che tu smetta di piangere. Mi senti, micetta? È finita. È tutto passato.

Lei sollevò la testa. Come si era ridotta? Era così dimagrita! Le erano rimasti solo gli occhi, con due occhiaie scure sotto. Le labbra le tremavano… Stas abbassò involontariamente lo sguardo proprio su quelle. Poi si rese conto, finalmente, che lei… lo stava abbracciando di sua iniziativa. E… gli aveva dato del tu? Ma che…? Lei…?

— Dana?…

La ragazza si protese leggermente verso di lui. Piccola…

Le sue labbra erano salate. Anche le guance. E le palpebre… Tremava sotto i suoi baci, ma non si voltava, non si tirava indietro. Cercava di rispondergli, con una tenerezza così impacciata… Amore mio…

*****

Fu Dana a sentire per prima il miagolio contrariato proveniente dalla camera da letto. Si allarmò.

— Peste!

— Che c’è Peste? — In quel momento Stas non aveva proprio la testa per i gatti.

— E se fosse successo qualcosa? Ai gattini?

— Quali gattini? — Ma dai! Piccola, dove vai?!

— Oh, ma lei non lo sa! Ha partorito stanotte!

Dana balzò in piedi e corse in camera da letto. Stas si rialzò lentamente, cercando di capire che cosa fosse appena successo.

Aveva partorito? Gattini? Ehi, piccola, che succede qui?!

Aspetta. Di nuovo del Lei?!

*****

In camera da letto Dana stava facendo le moine davanti a una grossa scatola, da cui arrivavano flebili pigolii e le fusa di Peste. Ma erano davvero gattini? Stas si avvicinò per guardarli meglio. Oh, cazzo… Quattro… No, questa è proprio una gatta di Troia!

Mmh… Dunque la piccola non si era allenata invano… Guarda come le si sono arrotondate certe parti… Mmm…

Ma che cosa avrebbero fatto con tutti quei nuovi arrivati? Sette gatti erano già troppi, e undici… Al diavolo tutto, chissenefrega!

*****

Dana si voltò e lo guardò. Ecco, così andava decisamente meglio! Gli occhi le brillavano, le guance si erano colorite. Ma davvero tutte le donne reagivano così davanti ai neonati? Chissà come sarebbe stata con un figlio suo…

Anche se no. L’altra volta i gattini erano piccolissimi lo stesso, e lei non li aveva nemmeno guardati…

La ragazza si alzò e sorrise di nuovo. Accidenti, a Peste! E lui, che ci stava a fare? Era un mobile?!

Piccola, io sono appena tornato, sai!

*****

Con un movimento quasi impercettibile, Stas attirò Dana a sé e si chinò verso il suo orecchio.

— Ma in questa casa mi daranno da mangiare oppure no?

— Oh!

Ecco, la micetta stava tornando.

*****

Dana si voltò verso di lui dal frigorifero, dove aveva appena fatto un controllo, con un’espressione completamente smarrita.

— Che c’è, non hai niente di pronto, di nuovo? Bambina, cominci a preoccuparmi! Questa sta diventando una brutta abitudine. Ogni volta che torno a casa senza avvisare, trovo il frigorifero vuoto. Ma tu, senza di me, mangiavi almeno?!

— Ma cosa dice… C’è da mangiare, solo che… Beh, ci vogliono almeno dieci minuti… Magari nel frattempo fa una doccia? E poi, i suoi vestiti sono tutti puliti, ho controllato… Intanto preparo qualcosa.

— Una doccia? — Stas si passò una mano sulla guancia. Già, prova tu a raderti su un treno! Meglio non parlare nemmeno di lavarsi. Porca miseria… Chissà che puzza… E lei lo aveva abbracciato… — Va bene.

Pochi minuti dopo era davanti all’armadio aperto, a guardare perplesso una pila di magliette nuove, ancora confezionate. E quelle vecchie, dov’erano finite? Almeno un paio avrebbero dovuto essercene ancora!

— Piccola! Dove sono finite tutte le mie vecchie magliette?

— Oh… — Dana si tirò su la felpa con un gesto stranissimo. Come se… E che cos’aveva sotto quella felpa?… — Io… Gliene ho spedite quasi tutte. Ma ce ne sono di nuove! Le apro io!

— Aspetta… Vieni qui un po’. — Stas tirò verso l’alto l’orlo della felpa. Ecco, appunto. — Quasi tutte, dici? E questa cos’è?

— Beh…Le dispiace lasciarmela? È… è comoda.

La attirò a sé.

— E da quanto tempo vai in giro con i miei vestiti, eh, micetta?

— Non doveva farsi la doccia? E allora vada! Oh, adesso brucia tutto! Mi lasci andare, insomma!

*****

Naturalmente si era dimenticato di portarsi una maglietta in bagno, ma se ne accorse solo quando era già il momento di vestirsi. Anche se… Сhissenefrega.

*****

La micetta si aggirava già indaffarata intorno al tavolo. Stas si avvicinò e la abbracciò con cautela, per non spaventarla. Eppure lei sussultò e si irrigidì.

— Che c’è, piccola?…

— Niente… Si sieda.

Non era abituata… Ma avrebbe imparato. 

*****

Dana non sapeva come comportarsi. Stas… Era proprio Stas! Prima la stuzzicava, ma… Le videochiamate erano tutta un’altra cosa. E adesso lui era lì, accanto a lei… E come diceva sempre la nonna? «Vorrei, ma non oso»? Ecco, era proprio così.

E non le aveva nemmeno lasciato finire di lavare i piatti… Le aveva tolto dalle mani il piatto ancora insaponato e l’aveva mandata a dar da mangiare ai gatti. A quanto pare, bisognava dare almeno qualcosa a quei birbanti, perché ormai lo fissavano come se volessero divorarlo! 

Già… Aspid e Canaglia erano decisamente scontenti… E i figli di Peste non capivano che cosa stesse succedendo… Solo Biancaneve e Peste non intervenivano. La seconda era occupata con i gattini, mentre la prima, come sempre, dormiva.

*****

Stas rimise a posto l’ultima tazza e si asciugò le mani. E allora?… Adesso potevano anche… parlare. Dov’era finita la micetta? Ah, probabilmente era da Peste…

Proprio così. Di nuovo davanti alla scatola. Ehi, bambina, lo capisco, davvero. Ma i gattini ci saranno anche domani, mentre io… Oh, cazzo… Non le ho ancora detto che domani devo ripartire… Dopo.

*****

— Stas, guardi che belli!

— Mmmh… No, qui bisogna fare qualcosa. 

— E cosa? Oh! Ma che fa?…

Stas non aveva nessuna intenzione di lasciarla andare. Si sedette con lei sulle ginocchia. Eh no, bambina, col cavolo che ti lascio andare adesso! Resta qui!

— Con questo tuo «Lei». 

— Ma, Stas… Lo sa che ci sono abituata… 

— Disabituati.

— Ma non posso farlo da un momento all’altro!

— Sicura?…

— Sicura!

— E se facessi così?…

Le sfiorò leggermente i capelli con le labbra. Poi la fronte, le tempie, le guance… Lei sospirò e si protese verso di lui. Piccola…

*****

— Dove sei stato per tutto questo tempo?…

Dana si era rannicchiata contro il fianco di Stas. Era stato lui stesso a lasciarla andare, borbottando qualcosa come: «No, cazzo, finiamo nei guai».

— Oh, micetta… Dove stavo, non ci sto più. Adesso sono a casa.

— Ma come sarebbe?! Non ci sei stato per più di quattro mesi e adesso te ne esci con un semplice «sono a casa»? Raccontami!

— Tu vuoi proprio sapere tutto…

— Certo che voglio! Carozza mi ha detto che…

— Aspetta. Carozza? È venuto qui? O ti ha telefonato?

— Ma era ricoverato qui, in ospedale! Sono andata a trovarlo, e anche Max. Poi Carozza è passato da noi prima di tornare a casa, a Mykolaïv.

— Ma guarda quel furbastro… Non perde tempo, eh? Be’, gli farò vedere chi comanda! 

— Ma cosa sta dicendo?

— Di nuovo il Lei? Allora… bambina, ti ho baciata così male che hai già dimenticato come devi rivolgerti a me? Devo ripetere?…

— No! Perché poi mi dimentico di nuovo che cosa volevo chiederti…

— Sarebbe l’ideale… Allora, che ti ha raccontato quel disgraziato? 

— Ah, beh, ho cercato di scoprire dove foste e che cosa aveste fatto. Ma non me l’ha detto. Mi ha solo dato una data. Quindi Toropets… eri tu? Ma sui giornali parlavano di droni…

— Ecco, Carozza, te la sei cercata… Micetta, sarebbe meglio che tu…

— Sapessi! Stas, capisco tutto, è un segreto militare… Ma davvero pensi che avrei avuto meno paura se avessi dovuto soltanto immaginare che cosa ti era successo?! — La sua piccola mano gli si posò sulla guancia e lo accarezzò. — Qui stavo quasi impazzendo… Nessuno diceva niente… Nessuno sapeva dove fossi… Gli altri erano già tornati, ma tu no… E poi quell’ufficiale… «Lei non è un familiare, non possiamo fornirle informazioni…» Ma se almeno ci fosse stato qualcosa da comunicare! Non farlo mai più, mi senti?!

— Micetta… Come faccio a prometterti una cosa del genere? Ecco, ricominci a piangere… Ma che piagnucolona sei… Vieni qui, fatti abbracciare… Così. E ascolta meno Carozza. Quello è una linguaccia. Non è successo niente di che… Stavamo solo coordinando l’operazione.

— E ti sei rotto un braccio perché la radio era troppo pesante?! 

— Ma no, che c’entra… Accidenti. E pure questo ti ha raccontato. Ma perché mi è venuto in mente di farti conoscere quei disgraziati?

— Hai fatto bene a farmeli conoscere. Altrimenti non avrei saputo nemmeno questo… E dopo? Perché gli altri sono riusciti a uscire e tu no?

— È andata così. O restavo io, oppure non sarebbero riusciti a uscire nemmeno loro. Solo io potevo andarmene da lì più tardi. Loro no.

Dana rimase immobile. Gli sfiorò di nuovo il viso con la mano.

— E se non fossi riuscito a uscire?…

— Bambina…

— E io, poi, come avrei fatto?… Tu… Ma non hai proprio vergogna! 

Stas la strinse di nuovo a sé. Be’, cazzo, che cosa poteva dirle? E poi lei lo capiva benissimo…

— Dana… Dai, piccola… È andata bene, no?

— È andata bene… — Singhiozzò e si scostò un poco per guardarlo in faccia. — E dopo?

— Dopo cosa? Mi sono allontanato, sono arrivato all’ospedale locale. Mi hanno sistemato il braccio e ingessato… Poi mi sono nascosto per un po’… Dopo sono riuscito ad arrivare in Kazakistan… Poi il consolato ad Astana… Ho aspettato che mi rifacessero i documenti… Poi l’aereo, Istanbul, Odessa e infine Kharkiv.

— Tutto qui? Così, semplicemente?

— E che cosa ci sarebbe stato di tanto complicato?

Dana si scostò di colpo e si mise seduta dritta.

— E non potevi mandarmi nemmeno un messaggio?!

Oh, cazzo…

— Bambina…

— Stas… Ma ti rendi conto? Io… Non riuscivo a darmi pace! Io… E tu!

— Micetta… Calma, calma… Come avrei potuto? Scriverti «Sono vivo» e il giorno dopo finire in prigione o sotto una pallottola?!

— E in Kazakistan?!

— La stessa cosa… Mi sembrava che mi seguissero fin dentro il consolato… E anche dopo… Sono riuscito a seminare l’ultimo solo a Istanbul.

— Ma dopo Istanbul?!!!

Stas rimase interdetto. Be’… sì. A quel punto avrebbe potuto… Ma…

— Sai, piccola… Avevo paura.

— Tu?! Avevi paura?… Ma di che cosa?!

— Vieni qui… Anch’io so avere paura, Dana… E soprattutto avevo paura che tu non mi stessi aspettando. Che… ti fossi dimenticata di me. Che non avessi più bisogno di me. Ehi, bambina! Ma perché?!

— Sei impazzito?! Dimenticarti?! Ma come ti è venuto in mente di dire una cosa del genere?!!!! Tu! — Lo colpì ancora. Questa volta con entrambe le mani. Gli puntò le mani sulle spalle, cercando di liberarsi. Stas, colto alla sprovvista da quell’esplosione, per un attimo allentò la presa. Poi si riprese e la strinse di nuovo a sé.

— Ehi, calmati! Piccola… Ma che fai… Ti farai male da sola… Riprenditi! Amore mio!

Finalmente Dana si calmò, gli si accoccolò contro, gli cinse il collo con le braccia e affondò il viso nella sua spalla.

— Non osare… Non osare pensare nemmeno una cosa del genere. Come avrei potuto dimenticarti? Come avrei potuto smettere di aspettarti? Io…

— Non sei più quella micetta spaventata che mi hanno lasciato davanti alla porta. Sei adulta, indipendente, intelligente, testarda… una micia. Ahia! Mi colpisci di nuovo!

— Sei stato tu a dire che potevo!
— Sì, sì, puoi… Tu puoi fare tutto. Solo che… Dana?..
— Che c’è?
— Mi ami?

Stas la allontanò un po’ da sé e la guardò con aria seria. Tutta la sua voglia di scherzare era sparita all’improvviso. Dana, imbarazzata, annuì prima con un po’ d’incertezza, poi disse piano:
— Ti amo.

Lui la strinse di nuovo a sé, lasciandole nascondere il viso arrossato contro il suo petto.

— Piccola mia… Ma che cosa ho fatto di buono nella vita per essere così fortunato?.. E mi sposeresti? Non per forza subito, dimmi solo sì oppure… No, dimmi solo «sì»!

Dana si scostò un pochino e lo guardò in modo strano.
— E tu non hai niente da dirmi?
— Che cosa?
— Stas!
— Va bene, va bene, basta che non mi picchi di nuovo! Potresti farti male, stavolta.

Il suo solito sorriso da gatto impertinente e sfacciato si trasformò in qualcosa di completamente diverso, quasi indifeso. Dana non l’aveva mai visto così.

— Ti amo. Mi senti, piccola? Ti amo!

— Be’… allora puoi chiedermelo di nuovo… Ma come si deve!
— Come si deve, dici?

Stas la lasciò andare, si alzò dal divano e, all’improvviso, si inginocchiò.

— Dana, vuoi sposarmi?
— Stas! Ma che fai?! Alzati subito!!!
— Eh, no! Prima voglio una risposta!
— Ma certo che ti sposo! Sì! Adesso alzati! Sei matto, si può fare una cosa del genere?!

Stas si alzò. Anzi, schizzò in piedi come una molla, sollevò Dana tra le braccia e cominciò a farla girare.

— La mia gattina!

Non la lasciò andare tanto presto, ma quando finalmente la rimise a terra…

Dana guardò il suo viso, diventato all’improvviso cupo, e chiese piano:
— Che c’è?..

— Piccola… Io… Domani devo partire. Il comandante mi ha concesso un solo giorno, a forza di insistere.

— Come?! — Impallidì e barcollò; Stas riuscì appena ad afferrarla. — Ma com’è possibile…

— Dana…

— Taci! Taci… Non dire altro… Lo so che devi, so tutto… Ma oggi stai zitto. Va bene?

Lui la strinse a sé senza dire una parola.

*****

Erano di nuovo seduti sul divano a parlare. Di tutto e di niente, tutti e due insieme. Passavano da un argomento all’altro, si interrompevano a vicenda, si baciavano, ancora e ancora. Ma, mentre parlavano, nella testa di Dana continuava a girare sempre lo stesso pensiero: domani. Domani sarebbe ripartito… Domani…

*****

— Piccola… Che ne dici, ordiniamo qualcosa? Ho una fame da lupi…
— Preparo qualcosa io!
— Eh, no! Non voglio che tu stia a trafficare in cucina. Voglio abbracciarti. Che cosa vuoi mangiare? Le consegne funzionano ancora, vero?
— Sushi?.. Tu li mangi?
— Oh, sì, eccome! È da un sacco che non ne mangio. Dai, ordiniamo. Oh, hanno dei nuovi set… Questo? O qualcos’altro?

Da sotto il divano si levò il miagolio prolungato di Canaglia.
— Ehi, a te nessuno ha dato la parola! Silenzio! Non mi sono ancora dimenticato di quelle scarpe, sai, birbante! E vale anche per te, muso nero. E non guardarmi con quegli occhi storti, che so farlo anch’io!

*****

Naturalmente, alla fine dovettero condividere il sushi anche con i gatti. Solo che a Peste, in quanto mamma che allattava, avevano servito tutto su un piattino, mentre Canaglia si era rubato sfacciatamente la sua parte direttamente dal tavolo. E poi Aspid gli aveva pure fregato un pezzo. Sotto il divano ringhiavano l’uno contro l’altro con un brontolio gutturale e facevano le fusa sui pezzetti di sushi. Persino Biancaneve si era degnata di svegliarsi e di venire a reclamare la sua meritata leccornia. Quanto a Primo, Secondo e Terzo, se ne stavano seduti sulle zampette posteriori, tutti impettiti, a miagolare finché qualcuno non gli lanciava qualcosa.

Alla fine, la maggior parte del tonno se l’erano mangiata proprio i coduti. Stas rimproverava Dana, che regalava il suo pesce a quei delinquenti, e intanto passava di nascosto qualche boccone a Terzo, quando lei non guardava.

*****

Era ormai tardissimo quando Stas provò a convincere Dana a trasferirsi in camera da letto. E c’era quasi riuscito. Ma, sotto lo sguardo di Peste, carico di silenzioso rimprovero, che aveva persino scrollato di dosso i piccoli ed era uscita dalla scatola, lasciò perdere e riportò la sua micetta sul divano. Anche lì, a dire il vero, una parte del posto era già stata occupata… Ma era comunque più facile sfrattare i gatti dal divano.

Non si presero nemmeno la briga di rifare il letto. Si sistemarono semplicemente vicini, coperti da un’unica coperta. E ricominciarono a parlare, parlare, parlare…

*****

— Stas… — Dana faceva scorrere un dito sul piastrino. — Ma perché proprio una gattina? E perché fatta così?

— Micetta… Ma tu, che sembri tanto intelligente, sei proprio tontolina… Non ti ricorda nessuno?

— Mi ero già stupita allora… Non assomiglia a nessuna delle nostre… È una gatta, vero?

— Una gatta, una gatta… Una piccola e graziosa gattina dagli occhi verdi.

— Non capisco! Di chi stai parlando?

— Ah, ecco, ricominci a picchiarmi! Ma davvero non hai capito? Sei tu!

— Io?!

— Tu. In versione felina. Sai quanto ci ho messo a trovare una gattina proprio così? E quanto ho tormentato quello che me l’ha fatta, perché fosse esattamente così? Uff…

— Ma perché? Cioè, perché sotto forma di gatta?

— Piccola, capisci… Non possiamo portare con noi in missione niente che possa in qualche modo permettere di identificarci. Telefoni, documenti, foto, persino i piastrini militari: tutto resta alla base. Possiamo portare soltanto qualcosa di… neutro. Così ho dovuto arrangiarmi.

— Quindi era già tutto pronto quando ti ho chiesto del regalo?

— Eh, già. L’avrei ordinato io… ma visto che me l’hai proposto tu… Be’, sarebbe stato un peccato non approfittarne!

— E dirmelo?

— E tu avresti accettato? Appunto…

— Stas… Ma quando… Quando tu…

— Che cosa?

— Lo sai benissimo!

— E tu dimmelo. Ehi, se continui a darmi gomitate, poi te le restituisco!

— Quando ti sei innamorato?

— E tu?

— Ho chiesto prima io!

— E io… Va bene, va bene. Quando… Non lo so. Da tanto, probabilmente… Una micetta si è intrufolata dentro con le sue zampette silenziose, si è acciambellata e si è messa a fare le fusa.

— Ecco, ricominci con le battute! Dico sul serio!

— Non lo so, piccola. Davvero, non lo so.

— E quando te hai capito?

Stas fece un verso divertito e strofinò la guancia contro i suoi capelli.

— Mmm… In ospedale.

— Ma non è possibile!

— E perché?

— Mi ringhiavi contro tutto il tempo!

— Appunto, ringhiavo… perché certe piccole disubbidienti chissà che cosa combinavano! E non pensavano minimamente a se stesse!

— E tu, invece?

— Io cosa? Non mi sono mica ridotto allo svenimento!

— Ecco, ricominci con questa storia… Per quanto ancora me la rinfaccerai?

— Oh, ancora per un bel pezzo… — Stas si girò per guardarla più comodamente. — E tu, invece, quando?

— Quando cosa?

— Bambina!

— Be’… Oh, smettila di farmi il solletico! Neanch’io lo so… Forse… forse quando eri a casa, dopo l’ospedale. Poi sei partito… Ti ho salutato, sono tornata in camera e ho capito che era vuota… Che senza di te la casa era completamente vuota…

— Piccola mia… Perché ricominci? Sono qui, accanto a te…

— Adesso sei qui… Ma domani…

— Dana… Amore mio… Vieni qui. Non pensarci, va bene? Abbracciami e basta. Domani non esiste. C’è solo oggi…

*****

Si addormentarono così, abbracciati. Non sentirono Primo intrufolarsi pian piano e accoccolarsi sulla coperta, né Secondo e Terzo sistemarsi ai loro piedi; non sentirono Aspid affilarsi gli artigli contro lo schienale del divano e Canaglia sibilargli da sotto l’armadio. Non sentirono i gattini pigolare piano nella camera da letto, né Peste fare le fusa per tranquillizzarli… E non sentirono nemmeno le esplosioni che, in lontananza, tornavano a tuonare.


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