Capitolo 5
“Jackson, io… ti amo.” Dico al mio migliore amico da ormai quattro anni. Lui fa un passo all’indietro. “Stai scherzando, vero?” Fa una finta risata ma ha gli occhi disgustati. “Non sei divertente Alexis.” Mi dice, con le braccia incrociate. Non cedo. “Jackson, io mi sono innamorato di te sin dalla prima volta che ti ho visto. Sin dal primo momento. Da quando ti conosco non riesco a smettere di pensare a te e non voglio smettere perché sei la cosa più bella che mi sia mai capitata.” Sorrido. Jackson non mi sorride, anzi. Mi dice una sola parola. “Mostro.” L’ha quasi urlato, come se si riferisse a me con quel termine. Spalanco gli occhi. “Cosa?” Gli chiedo. “Sei uno di quelli… Dovresti andare ai matti, tu.” Non lo riconosco più. Mi guarda con un’ espressione schifata. Abbasso lo sguardo. “Dovresti morire.” Mi dice, e mi lancia il suo coltello pieghevole. Quando gliel’ho regalato, sotto sua incessante richiesta, pensavo fosse qualcosa di carino e che non l’avrebbe mai usato per ferire nessuno. Dopotutto lui è sempre stato tranquillo con chiunque. Non ha mai ferito una mosca. E ora ferisce me. “Jackson, io…” Lui mi blocca. “Non mi chiamare Jackson, lurido ******.” Cosa mi potevo aspettare? Sono gli anni sessanta. Non vivo nell’epoca classica. Alzo lo sguardo. Tutto quello che ho sempre amato, idolizzato e desiderato ora è contro di me. Inizio a tremare, non per il freddo o per le lacrime, non so perché in realtà. “Va bene J., rispetterò questo tuo ultimo desiderio.” Dico, stringendo tra le mani il suo coltello. Il mio cuore inizia a battere assatanato, come se volesse staccarsi e raggiungere J. di fronte a me. Se potessi glielo lascerei fare. Ma se ne sta già andando, lo so. L’amore che provo per lui si sta nascondendo, sorpassato da un altro dolore. Da un sentimento più forte. Odio. Stringo tra le mani il coltello e mi avvento su di lui.
…
Sono chiuso nel mio bagno da una decina di minuti ormai. Scappato dalla Milano che mi ha cullato in questi due giorni. La piccola luce sopra il vetro dello specchio è l’unica illuminazione che mi permette di vedermi riflesso. Ho una mano su un fianco e una sul lavabo, come se stessi dialogando con la mia immagine riflessa. Mi sono tolto la camicia sporca. Dovrei farmi un bagno. O potrei stare qui a non fare nulla. Ad ammirare il mio fisico. Ma dovrei iniziare la depressione adesso. Ho una rigida tabella di marcia da rispettare. Perché non sta funzionato? Stava andando tutto secondo i piani ma... Non ci riesco. Non riesco a renderlo reale. Mi guardo negli occhi, “Devi essere triste.” Mi dico. “IO non sono un mostro.” Dico alla mia immagine riflessa. Sono passati tre giorni dalla sua morte e dall’ultima volta in cui sono stato in questo bagno. Sono arrivato alla fine. Anche se questa non è la fine, io… non arriverò all’accettazione. Lo so.
…
“Che cosa ho fatto? Che cosa…” Alexis era entrato in casa a passo felpato, non aspettandosi realmente di trovarvi i genitori ma solo per la forza dell’abitudine. Si diresse verso il bagno per pulirsi le braccia dal sangue del suo amico. Era stato il suo primo pensiero compiuto da mezz’ora. Cercò in tutti i modi di levarlo senza lasciare neanche una traccia. Sembrava quasi Lady Macbeth dall'ossessione. Le braccia erano rosse per lo straccio con cui le ha strofinate incessantemente. Nessuno l’aveva notato mentre camminava. C'erano cinque minuti a piedi da casa sua a quella di J. ma non c’era anima viva per le strade. “Tu sei un mostro?” Si chiede allo specchio. Il suo volto nel riflesso ha un’ espressione impassibile. Non si risponde. Appoggia le mani sul lavabo. “Io l’ho ucciso.” Dice solo questo, inclinando la testa. Non con voce lamentosa, scioccata o addirittura piangente. Più come un’affermazione banale. Non esprime emozione il suo volto. Rimane qualche momento a guardare il lavabo. Non riesce a sentire il dolore che ha sulle braccia. Non riesce a sentire dolore per la perdita o rimorso. Si passa una mano tra i capelli. E’ gelida ma lui non trema. “Perché non sento dolore? Sono davvero un mostro?” Dice, senza ottenere risposta. Jackso… J. aveva ragione? La mano scende lungo il fianco. No. Sono un umano. Pensa, mentre il suo respiro inizia a accelerare. “Va tutto bene. E’ tutto apposto. Ma…” Il respiro continua ad accelerare. Prova a respirare a intervalli di tempo regolari ma non ci riesce. Si guarda intorno, mette in disordine tutto sul lavabo. Neanche lui sa che cosa sta cercando. Trova una lametta. La osserva per qualche secondo e la stringe nel palmo. La sua espressione non cambia minimamente anche se delle gocce rosse cadono sulla bianca ceramica. Non sente nulla. Apre la mano e lascia cadere la lametta prima che faccia un taglio più che superficiale. I mostri non provano dolore. I mostri non affrontano i lutti. Esce dal bagno e va verso il salotto. Uno piccolo che però possiede il necessario. E quello che si desidera, che è quello che importa. Nella piccola libreria Alexis pesca il libro di Kubler che la madre, analfabeta, gli aveva regalato senza sapere di che parlasse, e lo legge con velocità. Se è questo quello che serve per tornare a essere umano allora lo farà. Lo seguì come un libro di istruzioni.
Riuscire a manipolarsi il cervello è qualcosa di complesso ma mentire a se stessi è una cosa che si fa facilmente.
Arrabbiarsi è così facile che basta prendere a pugni qualcosa per esserlo.
Patteggiare con l’ovvio o col nulla è difficile, ma soprattutto sciocco, però fattibile.
La depressione senza sentimenti è solamente un altro tipo di depressione. E’ l’unica fase che ha senso con il resto della nostra vita e che quindi si fa durare di più, per esternare il più possibile il dolore, per tenerci dentro il ricordo di qualcuno.
L’accettazione è banale e breve. Non porta gioia ma bisogna sempre chiudere un cerchio.
Se le supererò magari riuscirò a essere vivo. A essere umano.
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