Storia · capitolo 3

Capitolo 2

Alexis di Maddalena Colamedici

“Alexis… J. c'è più.” Mi dice Evelyne, la madre di J. In un primo momento non capisco subito il significato dietro queste parole ma, subito dopo, una schiera di immagini mi appaiono alla mente. Un brivido mi percorre tutto il corpo. Spalanco gli occhi. In che modo dovrei rispondere? Dopotutto è la madre, non posso mica essere indelicato. Non è una cosa che mi riesce benissimo però. “Io l’ho…” Sto per dirle dell’omicidio ma mi fermo in tempo. “Io l’ho perso?” Dico, cercando di apparire scandalizzato. Come se non l’avessi ucciso io. Ora è chiaro, quello che mi girava per la mente fino a ieri. Ho cercato di distrarmi ma frasi vuote non riempiono il vuoto interiore. Se stringo così tanto il pugno probabilmente finirò per ferirmi e preferirei di no. Le unghie toccano il palmo sudato e probabilmente se non ne avessi perso sensibilità starei tremando. Provo ad appoggiare una mano sulla sua spalla in un inutile tentativo di confortare una madre che ha perso il figlio. Gli assomiglia, anche se lei non ha la codardia e i suoi pensieri di grandezza. E’ una donna modesta e ora in lutto. Dopo il marito che l’ha abbandonata la morte del figlio la distruggerà. Spero di no. In realtà non è una speranza contornata di compassione o persino pietà. In questo momento sono solo un egoista che pensa solo a se stesso. Lo penso solo perché credo che sia la cosa normale o giusta da fare. Alla fine, non so più neanche a che ora, sono finito a girare per le strade. Pensavo di poter tornare a casa ma al solo pensiero di dormire nel mio letto mi sono sentito in grado di correre per chilometri. L’ho incontrata che anche lei andava in giro come un’anima in pena. E ora sono qui, di fronte a lei, e non posso fare altro che tacere. E’ un’ atmosfera inusuale. C’è l’alba che illumina i palazzi di un caldo arancione, le strade sono quasi vuote e una madre è in lacrime davanti ad un ragazzo impassibile. Colui che ha ucciso il suo unico figlio. La consolo per qualche minuto ma si vede che non vuole me. Che in fondo non le importa di me. Vuole solo superare il lutto di suo figlio. Vuole suo figlio, non me. Vado via e la lascio alle sue lacrime per entrare a contatto con le mie che non riesco più a dare.

“L’ho ucciso… L’ho ucciso… L’ho ucciso” Continuo a dire. Non c’è nessuno. In realtà non ne ho idea perché tengo gli occhi chiusi. Non so neanche dove sono finito. Mi sento un morto che cammina. Tutto quello che facevo mi passava davanti agli occhi come se a compierlo fosse solo il corpo, senza guida. Come un dannato dell’inferno che gira senza testa. Apro gli occhi. Sono davvero solo. Non c’è una casa o un palazzo. Nulla. Solo una distesa d’erba. Riesco a vederne ogni singolo filamento come se avessi i sensi più acuti ma non sento nulla. Inizio ad urlare. Fino a distruggermi la gola. Urlo per la disperazione di farmi sentire. Urlo perché non potrò più parlare. Urlo perché l’ho perso per sempre. Non capita spesso che mi liberi in questo modo, senza controllo. Inizio a tremare. Cado in ginocchio e piango. Calde lacrime mi bagnano le guance.

Ma chi voglio prendere in giro? Io non sono qui. Non sto urlando. Non ho visto un’anima in pena. Non so piangere. Non so più piangere. Sto sognando. Tutto questo non è reale. “Svegliati. Svegliati. Brutto idiota, questo non è reale. SVEGLIATI!” Urlo nel sogno, chiudendo gli occhi.

Sono disteso sull’erba del parco dove ero rimasto la notte. Ai piedi dell'albero da dove sono caduto mentre dormivo. I miei vestiti sono bagnati di rugiada e sudore. La camicia ha assunto un colorito verdognolo dove era appoggiata al terreno. I jeans sono rimasti quantomeno decenti. Faccio respiri profondi ad intervalli di tempo uguali. Quattro secondi per inspirare, quattro trattenere e quattro espirare. Riesco a tranquillizzare il respiro ma il cuore continua a battere. Come quello di J. non farà mai più. Scaglio un pugno a terra e una scarica di adrenalina mi attraversa. Mi rialzo e inizio a prendere a pugni l’aria, nella Rabbia di cercare qualcosa su cui sfogarmi. Osservo l’albero. L’albero osserva me. Io lo osservo e alzo la mano a pugno. Sto tremando ma questo non mi impedisce di alzarmi e sferrare un pugno contro la corteccia. “Aah, molto meglio.” Dico nel silenzio. Ne tiro un altro. Perché l’ho fatto? Un altro. Perché sono un mostro? Un’altro ancora. Perché mi odiavi? Le dita stanno sanguinando. Vi odio per quello che fate. Il sangue cade sull’erba. Vi odio perché mi odiate. La corteccia si stacca. Mi odio perché l’ho ucciso. L’albero si tinge del mio sangue. Mi odio perché lo amo ancora.

Forse non è stata una grande idea distruggere il parco ma non sono riuscito a fare altro. Finito con l’albero ho continuato con tutto il resto. Qualunque cosa trovassi intorno era un potenziale nuovo bersaglio. Un poliziotto mi si avvicina e io lo guardo impassibile. Lo vedevo che si aggirava ma pensavo fosse lì per caso. E’ rimasto in silenzio ma probabilmente vuole portarmi in centrale, o subito in prigione. Non so come funzioni. E’ una delle poche cose che non conosco. Dirà che ho vandalizzato il parco, o che ho disturbato la quiete pubblica. Che non hanno un vero interesse ma che, a livello burocratico, sono importanti. Non perché l’ho ucciso, non potrebbe saperlo. Mi porta in centrale. Si vive meglio sapendo le cose prima che accadano. Lì ritrovo Evelyne che piange davanti ad un agente. Braccia forti e sguardo di chi non è adatto a interagire e preferisce sparare. Al sentire dei passi lei si gira e mi vede. Corre, per quanto le gambe stanche glielo permettano, verso di me. Mi abbraccia. Mi arriva a malapena al mento e con le braccia scalda il mio corpo rimasto troppo a lungo al freddo di novembre. Sussulto stupito e rimango immobile mentre lei bagna di lacrime la mia camicia sporca. “Che succede signora Netsua? Dov’è J?” Chiedo, cercando di staccarmela di dosso senza che sembri sgarbato. “Oh Alexis… lui è... ” La osservo dall’alto in basso e la guardo fintamente confuso. “E’ morto.” Prima che possa dire qualcosa, il poliziotto con cui stava parlando le si avvicina e le mette una mano sulla spalla. Gli lascio il compito di consolarla e cerco di uscire. O di far uscire qualche lacrima almeno. Mi fermano prima che riesca a fare almeno una delle due. “Sei il migliore amico, no?” Mi chiede il poliziotto. Annuisco. Lui inizia a spiegarmi la situazione in cui hanno trovato J. Come se non lo sapessi. “Pensiamo si tratti di suicidio.” Mi dice. Cerca di piangere. Almeno una lacrima. Non è così difficile. Che stupidi però. Quasi scoppio a ridere al suo volto serio. Ma sarebbe strano, e sospetto, perciò evito. Vorrei andarmene ma probabilmente se lo facessi mi farebbero comunque parlare. “Io l’ho perso?” Chiedo, con una finta voce singhiozzante. Ho anche il respiro accelerato. E poi c’è chi crede che i sogni non aiutano nella vita. (Sei già caduto ai suoi piedi, lettore? E’ stato facile.) Tra una domanda e l’altra ho il tempo di riflettere. Oggi è martedì. Sono passati due giorni dalla morte, uno dal ritrovamento. Se parlano così del suicidio ad un esterno, me, significa che l’hanno già etichettato come suicidio. La madre è rimasta qui perché non hanno avuto il coraggio di lasciarla sola. Sembrerebbe una cosa gentile all’inizio ma è solo perché non volevano avere altre ripercussioni peggiori, come un possibile suicidio da parte sua, o una denuncia. Riesco ad uscire facilmente dalla centrale e ritorno a camminare. E’ la seconda ora ormai a scuola. Non ha più senso entrare. E poi mi annoierei e basta. Dove potrei andare oggi? Mentre cammino per le vie piene di gente mi imbatto nella nostra panchina. E’ davanti a una strada di negozi dove un migliaio di persone passa ogni mattina per andare a lavoro. La panchina che io e J. avevamo occupato nei nostri pomeriggi insieme. Uno aspettava l’altro seduto davanti al marciapiede, sempre nello stesso lato. J. a destra, io a sinistra. Ora lui non ci andrà più. Mi ci siedo sopra, dalla parte sinistra. C’è molta gente che passa sul marciapiede ma nessuno mi osserva, nessuno nota che, a voce molto bassa, parlo da solo girato verso destra.

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