VIII. IL CONSIGLIO DI DANACCORT
Il suono delle scarpe del Conte Norton echeggiava tra le pareti nude del Salone.
Norton misurava la vastità della stanza, nell’attesa dei convitati. Sul lungo tavolo, brocche di acqua fredda, pane senza sale e vino leggero. La sobrietà della sala, lo distoglieva dal disagio della sua mente. Con un gesto della mano sfiorò il pane senza sale sui vassoi, ma non ebbe voglia di mangiarlo: gli parve un concetto lontano, di fronte all’imminente Consiglio.
Darma comparve nella Sala in silenzio, scivolò come un’ombra come se il pavimento la conoscesse e bisbigliò all’orecchio di Norton: “La Contessa Wagner.”
Norton s’irrigidì e allontanò la mano dal pane insipido, come se fosse un insetto.
Una donna varcò la soglia. Entrò alzando il mento e afferrando con le dita la pesante stoffa rossa, misurò il Conte con gli occhi piccoli come se egli fosse un animale in trappola.
Norton le si avvicinò e s’inchinò. Non in modo profondo, ma formale. La Contessa prese posto senza fretta. Accennò una lieve smorfia e rispose al saluto del Conte, come per chiudere quella formalità.
“Smettiamola con questi convenevoli, Conte. Ve lo leggo in faccia il vostro terrore.” sorrise beffardamente.
“La paura è pericolosa solo se la seguiamo troppo, Contessa.” replicò Norton appoggiando una mano sullo schienale della sedia.
La Contessa arricciò le labbra e indicò con un guanto bianco, un posto vuoto davanti a sé.
“È preziosa la vostra città, vero? E vostra figlia?” disse spostando il suo sguardo dalla sedia agli occhi del Conte. Con la punta del guanto di velluto bianco, sfiorò la crosta dura del pane insipido. I suoi occhi scivolarono velocemente dal volto di lui al pane e poi di nuovo su di lui.
Norton aveva ancora la mano appoggiata sullo schienale, ma con le dita strinse il legno in una morsa di ferro. I suoi occhi scivolarono verso la porta. Due figure alte attendevano in piedi, pronte a entrare a un suo cenno.
Norton allentò la morsa dallo schienale della sedia: abbassò le spalle e distese il volto. Le due figure entrarono sotto la luce della stanza.
“Il Consiglio ci attende.” esordi il Conte Famer.
Seguito dal Conte Burton, passò davanti alla Contessa e accennò appena un inchino, per poi posizionarsi ai fianchi di Norton. L’inchino di Burton non ci fu. Superò la sedia della Contessa senza guardarla.
La contessa che un istante prima puntava il dito di fronte a sé lo abbassò. Non profferì parola. Accennò a un sorriso che non arrivò agli occhi. Fissò i tre uomini.
Il silenzio denso che si era riempito nella stanza fu interrotto da altri passi che si avvicinavano.
Alan entrò in silenzio, ma non gli piacque. Le sagome dei Conti che vide fissarsi tra loro sembravano ombre sparse sul marmo grigio. Nessuno batteva ciglio, come se trattenessero il respiro in attesa di una risposta. Rimase in piedi in fondo alla sala ma mantenne il controllo.
La porta cigolò appena: Dafne entrò quasi correndo, ma si bloccò di colpo. Tese le braccia lungo i fianchi ed afferrò la gonna lunga rallentando il passo. Aprì e richiuse la bocca come per parlare ma non ne ebbe il coraggio: si rese conto dopo molto tempo che non ne era capace e non ne aveva la necessità. Scelse di rimanere anche lei in piedi, ma si posizionò lontano da Alan.
Solo per un attimo Alan si voltò, ma fu un attimo. Dafne apparve sotto una luce diversa per i secondi che ne seguirono, come se il viso si fosse acceso di un bagliore nuovo. Si destò dal suo torpore e riprese a scrutare il resto della stanza.
Un ticchettio ritmico di un bastone che picchiettava sul pavimento, si udì trionfante come un’eco sulla Sala. Il Conte Derengar di Dangar fece il suo ingresso con il suo passo misurato aiutandosi con il suo bastone dal pomello d’argento. Si fermò davanti a Norton:
“Conte Norton, vi ringrazio per l'ospitalità che ci offrite. Questa sera ci adoperiamo per recare rimedio a siffatta situazione.” disse con garbo e inchinò il capo con lavoro di precisione. Mentre parlava la sua mano stringeva il pomello d’argento del suo bastone mantenendo sicurezza nelle sue parole.
Si rivolse poi ai Conti Famer e Burton con un cenno cordiale ma distaccato. Il suo sguardo si posò sul viso della Contessa. Le fece un inchino più accentuato senza scomporsi. Infine, i suoi occhi vigili si posarono su un angolo della Sala. Nonostante la distanza, non ignorò i due giovani spettatori che lo osservavano incuriositi. Il Conte Derengar dedicò loro alcuni istanti di attenzione, studiandoli con garbo e accennò un cenno cortese del capo.
“Caro amico, è un onore per me essere di nuovo nel tuo palazzo!” esclamò una voce sulla soglia.
Il Conte Carter di Carpenter avanzò con un portamento luminoso. La sua tunica lunga rossa abbinata al suo mantello, s’intonava con gli anelli che portava alle dita. Entrò allargando le braccia in segno di accoglimento. Aveva un lungo pizzetto nero molto curato, che pur lasciava intravedere i suoi occhi vispi. Strinse calorosamente la mano ai Conti Burton e Famer, accennò un inchino cortese al Conte Derengar e voltandosi verso la Contessa, le rivolse un lieve cenno del capo. Si accorse solo alla fine dei due giovani in disparte, ma non li ignorò.
“E voi, giovani amici? Siete ospiti qui?”
“Anche loro sono invitati. Parteciperanno al Consiglio.” rispose Famer con cortese fermezza.
“Ma allora il caso ci porge una mano? Dunque, sarete i benvenuti anche voi.” le sue parole sebbene cerimoniose avevano una nota sincera.
“Se questi sono gli amici che vi procurate, allora non mi stupisce che la vostra nobiltà sia in decadenza.” la Contessa squadrò ancora una volta i due ragazzi e sul suo viso si piegò una ruga, simile a una smorfia.
“Decadenza dite, cara Contessa? Io non credo.” e per un attimo sul suo viso passò un’ombra fugace. “Una nobiltà che non riconosce il valore oltre l’apparenza, ha ben poco da offrire.” Non badò all’insofferenza della Contessa e senza scomporsi, ritornò vicino agli altri Conti.
…
Il brusio della sala si smorzò lentamente e la cerimonia iniziò a prendere forma. Nei bicchieri venne versato vino dolce dalle brocche e il pane fu disposto nei vassoi. Derengar alzò una mano e ognuno si accomodò al posto assegnato.
Il Conte Norton sedeva a capotavola.
Al suo fianco i Conti Famer e Burton che annuirono con un cenno del capo. Così anche il Conte Carter. La Contessa Wagner, separata da loro sedeva all’altro lato del tavolo e lanciava serie occhiate. Derengar sedeva dalla parte opposta. Da anni presiedeva quei Consigli: la sua voce era solenne. Alan e Dafne si sedettero per ultimi e occuparono i posti rimasti, in silenzio. Dafne appoggiò le mani sul tavolo e poi le tolse, cercando lo sguardo dei conti che conosceva.
Alan, con lo sguardo concentrato su tutti i nobili seduti sul tavolo, ne studiava i volti per cercare anche un dettaglio che all'apparenza poteva sfuggire. Ma non ne trovò. Alan notò che alcuni li osservavano come si osserva qualcosa di nuovo, di mai visto, qualcosa da conservare nella memoria, per non perderne i dettagli.
Dafne indicò l’emblema di Nantur inciso nel legno: “È una minaccia o ha un significato?” Nella sala calò un silenzio improvviso.
Norton si alzò.
“E’ il simbolo della nostra città. La minaccia viene schiacciata dalla nostra forza.”
Proseguì.
“Signori, da anni dura questa discordia. Essa getta un'ombra su Danaccort. Oggi usciamo con una tregua o non ne usciamo affatto. Vi invito a non lasciarci trascinare da un patto col sangue.”
“Parlate di tregua, Conte Norton? Chi continua a farsi trascinare dal sangue?” replicò la Contessa Wagner gelida. Il mormorio si spense di colpo e l'attenzione si spostò sulla donna. Una quiete tombale si sparse un momento sull’intera sala.
“Il vostro veleno perseguita anime innocenti! L’ombra la gettate voi!” balzò in piedi il Conte Burton come punto da uno spillo. La mano sfiorò l’elsa.
La Contessa si alzò lentamente e lo fissò sotto il lume delle candele.
“Rimettetevi a sedere, Conte Burton! Riprendete il vostro posto.” tuonò il Conte Derengar. “Le spade sono inutili.”
Nella Sala scese una quiete composta.
“Con tutto ciò, ancora una cosa non mi è chiara.” proseguì Derengar e puntò lo sguardo su Alan e Dafne. “Da dove venite e perché siete giunti fin qui?”
Anche il resto dei nobili dirottò l’attenzione sui due ragazzi.
“La loro origine è irrilevante. Ciò che conta è la loro presenza qui, ora.” replicò Famer sostenendo l’occhiata con fermezza.
“Allora sono inutili.” disse la Contessa in tono sprezzante.
“Non è dipeso da me.” ribatté Alan che fino a quel momento non aveva ancora aperto bocca.
E un silenzio d’imbarazzo, avvolse l’intero Consiglio. Poi piano piano, un lieve sussurro serpeggiò tra le panche. Qualcuno sorseggiò una coppa di vino, qualcun altro addentò un pezzo del pane senza sale.
È come se non solo gli occhi dei nobili, ma anche i muri o gli oggetti della Sala li osservassero. Alan non resse a lungo quei volti. Portò una coppa alle labbra e bevve tutto d’un fiato, come per cancellare quel momento.
Derengar alzò la mano e l’abbassò. L’illusione si spezzò.
Fu allora che la Contessa rimasta in piedi, accennò un sorriso alla penombra della stanza. Spostò lo sguardo fisso su Norton:
“La mia è solo una richiesta legittima. È forse arduo comprenderne l’importanza? Un’unione gioverebbe al nostro titolo.” dichiarò.
“Al vostro, gioverebbe. Bramate Contessa, ve lo si legge in volto.” replicò Carter e dal suo viso sparì per un attimo quella quiete che aveva poco prima.
Una luce opaca passò attraverso gli occhi della Contessa.
“Allora, Conte. Di cosa parlavamo? Ah sì, abbiamo un accordo, ne convenite?”
“Dov’è mia figlia?” domandò Norton a bruciapelo.
“Come vi è stato già annunciato tramite un messo, vostra figlia tornerà a casa fra pochi giorni. Come vedete, è difficile nascondere l’inevitabile.” dichiarò la Contessa.
“Una scelta contro la sua volontà. Io che le ho sempre spiegato che sposarsi per il casato, poteva essere solo un’ultima spiaggia!” replicò Norton stizzito.
“Triste ma necessaria.” intervenne Derengar.
“Pensateci bene. La vostra città insieme alla mia governerebbero e porterebbero avanti entrambi i nostri nomi.”
La contessa picchiettò ritmicamente le unghie sul tavolo.
“Io penso al mio nome e a quello del territorio nel suo insieme. Danaccort deve essere vista come un’integrità e non come piccoli territori frammentati.” disse Norton troncando il suo ticchettio.
“Signori, forse è proprio questo il punto. Chiudere questa faida unendo due città e contribuendo al buon nome del territorio.” tagliò corto Derengar.
“Scegliamo una persona che decida, allora. Così questa guerra ha una fine.” intervenne Carter.
“Attento a misurare bene chi comanda, Conte Carter. O tutti o nessuno. Nessuna guerra avrà mai una fine in questo modo.”
“Intendo un giudice, qualcuno che possa mitigare questa disputa.” replicò Carter guardando Derengar.
“Il giudice c’è già, Carter.” Derengar non distolse lo sguardo.
Carter annui e si rimise a sedere.
“Scegliete, Conte. O l’unione o la guerra. Se scegliete la guerra però, le conseguenze non saranno leggere.” sibilò la Contessa: “Vi chiudo i contatti con i vostri confini. E, per ultimo, con Merenir.”
S’udì un forte bisbiglio da tutti i presenti. Alcuni spostarono indietro le poltrone, altri fecero tintinnare i calici d’argento.
“Che razza di gioco è questo?” sbottò Burton battendo un pugno sul tavolo.
“L’alleanza con Merenir è storica, non valgono ricatti.”
“Allora sapete quello che è giusto fare, non è così?”
“Non avete ancora appoggi sufficienti per tagliare rapporti. Non dimenticate, che anche Danaccort e le sue città, non hanno potere assoluto.” disse Famer.
“Ben detto.” assentì Carter.
“Ad ogni passo verso Merenir sarete costretto a pagare un prezzo. Danaccort smetterà di sostenervi.” E la Contessa si lisciò il mento. Alla luce delle candele, le sue unghie parevano rosso fuoco.
Dafne guardò la donna e fu percossa da un brivido: è davvero questa la vera natura del potere? Fino a che punto ci si può spingere per ottenerlo?
Norton indietreggiò di mezzo passo: le sue lunghe dita strinsero il bracciolo della sedia. “Non mi resta altra scelta. A malincuore devo desistere.” sospirò Norton con il gelo nelle ossa.
E il brusio della Sala riprese sovrastando l’intero Consiglio.
“Silenzio!” Derengar zittì il rumore tra le sedie.
“Allora è questo che avete deciso per ora? Conte Norton, avete altro da definire prima di chiudere questo Consiglio?” tagliò Derengar, senza distogliere lo sguardo.
Norton allentò la stretta sul bracciolo.
“Sia. Pongo una condizione alla vostra richiesta.” E orientò lo sguardo verso la Contessa.
Ella s’irrigidì.
“Le nozze non saranno celebrate nell’immediato. Avrò tempo per informare Afgarna di siffatta decisione.”
“Ma è un affronto.” sostenne la Contessa.
“Queste sono le mie condizioni. Potete prendere o lasciare.”
“Accetto.” La Contessa si sfiorò il mento e spostò lo sguardo sulla brocca di vino. Se ne versò un bicchiere senza fretta.
Derengar alzò di nuovo la mano e il Consiglio si ritirò.
Nessuno parlò. Solo lo stridio delle poltrone spostate rompeva il silenzio della Sala. Qualcosa era cambiato.
Il picchiettio del bastone rimbombò come un’eco un’ultima volta e poi non si udì più nulla.
Norton nascose il volto tra le mani.
“Qual è la punizione per quest’affronto? Mia figlia non mi perdonerà mai.”
“Perché non avete lanciato una sfida! È inaudito dopo tutto questo!” replicò Burton alzando il tono della voce.
“Non è questo il punto. A cosa sarebbe servita una sfida, amico mio? C’è solo il tempo per negoziare.” Lo corresse Famer. Gli cinse la spalla con una stretta amica.
“Voglio restare con i miei pensieri.” Norton fece per alzarsi, ma prima di dirigersi verso la porta, diede un ultimo saluto ai due uomini.
Dafne si fermò a metà della Sala. Guardò la tavola, il vino e il pane senza sale, ma le immagini non le erano mai sembrate così concrete come in quel momento. Non ebbe voglia di assaggiare niente, tanto le sembrava tutto così improvvisamente arido.
Alan era a pochi passi da lei, ma lui il pane lo assaggiò. Poi si voltò e la vide davvero. Vide dentro di lei, non la maschera, ma come sarebbe potuta diventare. Fu un istante rubato. Deglutì. Le fece un cenno del capo e sparì dalla grande Sala.
Darma si fermò accanto alla porta e appoggiò una mano alla parete. Lasciò scorrere il palmo lentamente e se ne andò senza far rumore.
Nel corridoio Norton scrutò l’infinito. Non gli sembrava più così infinito. Era qualcosa che poteva toccare con mano, qualcosa a cui forse riusciva a rinunciare. E la pena di questa rinuncia? Estrasse la sua spada e la osservò attraverso la tenue luce della finestra. Nello specchio della lama c’era un volto. Ma non era più stanco.
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