VII. NANTUR
S’inoltrarono nel bosco fitto. All’inizio la vegetazione serrava solo il loro passaggio;
Famer e Burton rallentarono.
Il Conte Burton ebbe un sussulto e portò la mano all’elsa fermandosi in ascolto. Esitò. Già troppe volte aveva avuto quella sensazione. Il Conte Famer corrugò la fronte e arrestò la marcia dei due giovani con uno scatto del braccio. Gli alberi si proiettarono verso di loro quasi a volerli imprigionare in un abbraccio soffocante. Non c’era un filo di vento. Il Conte Burton con un gesto impose ai ragazzi di venire avanti. Estrasse la spada. I rami carichi di foglie avanzavano mossi da una forza invisibile. L’aria venne intrisa di suoni lontani, come voci distanti. Ma non erano voci gentili. Erano grida. Dafne si tappò le orecchie e chiuse gli occhi. Alan si rannicchiò di scatto, riparandosi la nuca con le braccia. L’aria divenne pesante, sonnolenta e penetrante, come stantia. Poi le grida s’arrestarono di colpo, ma l’eco spettrale continuò a rimbalzare tra gli alberi. L’illusione svani`. L’aria non perse il suo odore stantio anche se le chiome degli alberi sembrarono ritirarsi e l’ombra che prima proiettavano, rimpicciolì`.
“Sciocchezze!” disse Dafne riaprendo gli occhi. Si tastò i capelli e con un gesto nervoso li ricompose come meglio poteva.
Alan si rialzò e scrutò il terreno annusando l’aria, cercando qualcosa tra gli alberi.
Fu allora che il Conte Burton sbottò: “Dobbiamo proseguire, non possiamo indugiare!”
I quattro si rimisero in cammino e l’intrigo degli alberi lasciò spazio a una vegetazione più rada. L’odore vecchio dell’aria ondeggiava tutt’intorno, una nube di vapore acqueo. Nella foresta ormai spoglia, sembrava che non ci fosse più nessun riparo o nascondiglio dietro cui celarsi. Poi l’aria d’un tratto divenne secca e piatta, non aveva più alcun odore, come se qualcuno avesse chiuso una porta. Il conte Burton allentò la presa sull’elsa, rallentando l’andatura; Il conte Famer non cercò più qualcosa tra la boscaglia e rilassò le spalle.
Dafne riprese la sua marcia arrogante lisciandosi i capelli chiari. Il conte Famer indicò un ammasso di fronde che somigliava a un riparo. Restò un istante immobile e riconobbe all’istante il posto che aveva costruito tempo prima. Fece cenno agli altri di seguirlo e varcarono la soglia rinfrescante del letto di foglie.
“Ecco un rifugio adatto a noi. Non credevo che l’avrei più rivisto, ma sono sollevato.” sospirò il conte Famer. “fermiamoci qui a riposare, siamo molto vicini.”
“Assurdo! Frutto dell’immaginazione.” sbottò Dafne risentita.
“Un’eco immaginaria non ti entra nelle ossa fino a toglierti il respiro.” Alan la fissò con il volto contratto.
Per un istante Dafne non replicò. Poi: “Che ne sai tu, che non parli mai.”.
Alan stava per rispondere ma la voce di Famer s’intromise mettendoli a tacere.
“Adesso basta, per favore. Ogni volta che vi rivolgete la parola finite sempre per darvi addosso. Dovete riposare e conservare le forze.”
La stanchezza prese il sopravvento e si abbandonarono al riposo finalmente in silenzio.
L’indomani la marcia procedette senza imprevisti. La vegetazione si diradò, rivelando una distesa sconfinata dove il verde dell’erba sembrava si fosse affievolito, come se il tempo o il sole l’avessero consumato. Il cielo splendeva limpido, creando un distacco irreale con quel grigiore sottostante. Il Conte Burton ravvisò inciso su un grosso masso, il simbolo di una raffigurazione e la indicò con un moto di gioia mista a impazienza:
“Ecco il confine di Nantur, prima città di Danaccort. Ed ecco il suo simbolo.” la voce euforica, risalì di qualche grado. Alan si fermò a contemplare l’antica figura scolpita sulla roccia: una creatura con più teste. Alla destra dell’incisione, un grosso rettile. Spalancava le fauci scolpite come fiamme, nel tentativo di afferrarle la coda.
“Il tempo morde.” lo incalzò il Conte Burton, toccandogli la spalla con un dito. “se ci fermiamo ancora, faremo un’altra notte fuori.”
Il Conte Famer sollevò appena una mano, per interrompere l’impeto nervoso del compagno.
“Lascialo fare” poi si voltò verso il ragazzo con un sorriso gentile. “E’ il respiro della città, quello che vedi. Merita uno sguardo in più.”
Si rimisero in marcia. Là, dove il tratto dell’erba lasciava il posto ai ciottoli, apparve un largo ponte di pietra bianca. Sembrava un osso lungo, rimasto sospeso nel vuoto troppo tempo. Oltrepassato il lungo ponte di pietra, solo i loro passi rimbombavano intorno. Non un cane abbaiava in lontananza, non una voce risuonava nell’aria. Le porte imponenti apparivano come carcasse ammassate vicino agli altri edifici. Nemmeno il vento sibilava. La luce del sole era spenta e nelle facciate grigie delle case, le finestre si presentavano uguali a prigioni nere. Dietro quelle finestre, sagome nascoste sembravano osservarli con occhi invisibili. Le strade si confondevano nel grigio dell’infinito, come se la città non avesse una fine ma cercasse una continuazione oltre l’orizzonte.
Giunsero al cancello del palazzo e al portone maestoso. Alan interruppe bruscamente il suo passo: sulla sua superficie risaltava lo stesso simbolo che in precedenza aveva visto inciso sul blocco di roccia, entrando in città. Davanti a lui il portone non era più un semplice ingresso ma un gigante di pietra minaccioso. Dafne si sistemò i capelli con un movimento rapido della mano e le parole le morirono in gola per lo stupore. Il conte Famer bussò con le nocche sul portone, ma una voce lo fermò.
“Chi va là?” un soldato comparve oltre il portone. La lancia sbarrò loro l’ingresso. Il conte Burton poggiò la mano sull’elsa pronto ad estrarre la spada.
“Siamo amici venuti da lontano.” disse il Conte Famer con calma.
Il soldato rimase immobile.
Alane e Dafne arretrarono d’un passo.
Il soldato restò fermo come una statua di sale e avvicinò ancora di più la punta agli stranieri. Il Conte Burton estrasse la spada a metà e attese. I due uomini si fissarono.
Dall’uscio sbucò una donna, i cui segni sul viso il tempo non aveva risparmiato. Si bloccò osservando la scena. Il suo viso s’illuminò d’una luce tenera, triste quando squadrò i due nobili davanti a sé.
“Conti di Merenir.” disse
Ma esitò solo un attimo, perché al loro fianco c’erano due ragazzi.
Poi esclamò: “Fermi!”
“Sono amici.”
Il soldato indietreggiò e lasciò loro il passaggio.
L’atrio di marmo appariva come una tomba dimenticata. L’odore pungente del ferro e del rame vagava nell’aria come sangue secco. Dietro di loro, i passi ritmati rimbombavano sulla fredda pietra. La luce penetrava dalle imposte socchiuse lasciando solo una linea sottile. S’arrestarono avvolti da una grigia penombra, che li risucchiava nella sua gola.
Alan rivide il simbolo su una colonna, ma distolse lo sguardo. Dafne ricompose per l’ennesima volta i suoi capelli, come se desiderasse essere guardata. Il Conte Famer controllò l’ambiente attorno a sé e corrugò la fronte. Darma si volse verso di loro e indugiò ancora un istante.
“Perché ti fermi Darma? I giovani vengono in nostro aiuto. Adesso portaci dal tuo signore. È vitale.” chiarì’ il Conte Burton.
Darma si scosse dal suo torpore e li condusse lungo un corridoio buio, che sapeva di antico e freddo.
Entrarono in un ampio arco che sovrastava le loro teste in tutta la sua magnificenza, poi la donna sparì con un cenno del capo.
“Sua Signoria il Conte.” annunciò un servo. Si presentò in tono formale ma i suoi occhi scorrevano lungo le pieghe degli abiti, per scovare qualche nuovo segreto nascosto dei due ragazzi.
I passi del padrone di casa echeggiarono sul marmo freddo e solo alla fine apparve dall’ombra un uomo dall’aspetto spossato.
Il servo indugiò ancora un istante di troppo. Non si accorse di Darma che emergeva dall’ombra di una colonna. Fu un solo istante. Al servo scoccò un rimprovero muto e il servo abbassò lo sguardo.
“Amici.” sussurrò il Conte Norton. Le sue parole appena sulle sue labbra ruvide. Il suo sguardo scivolò rapidamente lungo il corridoio buio, poi di nuovo verso gli altri due conti. Fu allora che si accorse dei due ragazzi. Li squadrò lentamente dalla testa ai piedi soffermandosi sui loro volti tesi. Non tenevano gli occhi bassi, erano su di lui come perle scure. Si udirono dei passi dietro alle alte colonne di marmo e alcuni servitori scomparvero a grandi falcate.
“Benvenuti.” riprese sospirando. Le sue spalle si abbassarono di colpo e continuò con una voce roca: “La vostra presenza porta buon nome qui a Nantur.”
“Che importa del buon nome!” sbottò il Conte Burton con il fuoco nelle membra.
“Ti consumi come lo spettro di te stesso. Cosa trama la Contessa Wagner? Non posso tollerarlo!” alzando la voce di un altro grado.
Il Conte Famer afferrò il braccio di Burton e glielo strinse in una ferma pressione. Si guardarono per un solo istante.
“Non possiamo rimandare una risposta, altrimenti…” disse il Conte Norton. Un messaggero arrivò trafelato da lontano e porse al Conte un foglio piegato.
Il Conte già bianco irrigidì le sue mani tremanti che tenevano il foglio lasciato aperto.
“Afgarna è stata intercettata da un alleato: l’hanno riconosciuta. Tornerà a palazzo già fra pochi giorni.” Le braccia gli caddero pendenti sui fianchi come rami secchi trascinati dal vento.
“Chi?” incalzò il Conte Burton e sul suo viso trapelò il gelo.
“Credo… un alleato della Contessa Wagner.”
Dafne sbuffò sdegnata: “Che bella situazione allegra, la cosa si mette bene." rise, ma il tremolio della sua voce la tradì e tastandosi ancora i capelli, distolse lo sguardo verso gli arazzi.
Darma, da dietro la porta, osservò la scena senza parlare. -La paura ci divora, perderemo la testa. -penso`.
“Che significa?” Burton strinse i denti. “Afgarna aveva protezione! Me lo hai scritto tu nell’ultima lettera!”
“E ora?” il Conte Famer non si mosse, le membra pesanti s’incastrarono sul pavimento duro.
“E ora attendiamo.” Il Conte Norton raddrizzò le spalle sulla sua lunga tunica.
“Questa sera ci sarà un Consiglio, qui a palazzo. Gli altri signori sono già in viaggio e discuteremo un accordo. Decideremo quali parole migliori da usare.”
“E’ tempo di riposare, ora. I giovani devono andare nelle loro stanze e anche voi.” disse il Conte Norton sospirando.
“Riposare? Noi? In un momento simile? Giammai!” replicò seccato il Conte Burton.
Il Conte Famer evitò di ribattere le parole di Burton. Annuì lentamente e sfiorò la spalla dell’amico.
Norton si limitò’ a un cenno veloce del capo, come per chiamare un’oscurità che si celava dietro la porta socchiusa.
Darma fece un passo: “Seguitemi.” disse in tono secco, privo di cortesia. Non attese risposta e afferrando i lembi del vestito pesante, si avviò nel corridoio.
Dafne e Alan si sentirono improvvisamente piccoli e senza dire una parola, la seguirono nel buio, per non perderla di vista.
La vecchia era un’ombra nera che si muoveva a memoria, rapida e precisa come se potesse vedere anche l’oscurità. Alan e Dafne camminavano vicini, la vedevano a tratti sparire e riapparire in lontananza, come una forma inghiottita e poi sputata dalle tenebre.
Alan non distoglieva lo sguardo da quella sagoma lontana. La studiava e ammirava la sua agilità, quasi come quella di un gatto. L’unica cosa che udiva era il rimbombo dei suoi passi, passi secchi e brevi. Non aveva paura: il respiro era regolare, controllato. Nonostante il resto era immerso dal silenzio, si sentiva avvolto da una sensazione di protezione.
Oltrepassarono un altro piccolo corridoio e un arco. Poi la videro fermarsi davanti a una grande porta. Anche quella recava l’incisione dello strano simbolo. La vecchia spalancò l’uscio con delicatezza. La stanza era in penombra.
“Entra, ragazza. Ti manderò un servo per portarti dell’acqua fresca e degli asciugamani puliti.” disse ma non sorrise. Dafne tese una mano per salutare Alan ma toccò il vuoto: lo vide sparire di nuovo con la donna oltre una seconda soglia e non si voltò.
…
Le candele soffuse emanavano nella stanza riservata, un profumo di cera caldo.
“Non darle spazio, sarebbe un grave errore!” tuonò il Conte Burton e batte’ il pugno sul tavolo, fissando il pezzo di carta spiegato sul tavolo.
Il Conte Norton fissava il tremolio della fiamma quasi ad attendere il suo spegnersi. Forse la sua resa dipendeva da questo?
“Qual è la verità, Conte? Sono state poste delle condizioni?” il Conte Famer quasi ignorò l’agitazione del suo compagno e si sporse in avanti, cercando lo sguardo del Conte Norton.
“Mi preoccupano le fratture interne e le conseguenze.” fece una pausa e sospirò: “Le città andrebbero in ribellione.” continuò, sostenendo lo sguardo di Famer che non smetteva di fissarlo.
Norton proseguì controvoglia: “Non ho molta scelta a quanto pare. Se non accetto, la mia città andrebbe alla mia nemica e sarei costretto a soccombere.”
La fiamma instabile vacillò, gli occhi di Norton brillavano come due braci accese.
“Voi chiedete alleanza e la mia città è in difficoltà. Devo fidarmi di quei due sconosciuti che avete portato?” disse continuando a sostenere lo sguardo, ma i suoi occhi s’inumidirono e serrò le labbra.
“Sono necessari alla missione!” sbottò il Conte Burton.
“Devono essere presenti.” disse Famer e stese il palmo della mano sopra il tavolo.
“Così sia! Prendiamoci del tempo.” Norton fece un passo verso la porta e s’inchinò.
Poi continuò: “Che qualcuno accompagni i miei ospiti alle loro stanze.” e si voltò, chiudendo finalmente l’incontro.
…
Dafne rimase sola nell’oscurità dell’entrata. Il nero all’interno pareva condensarsi, ma l’odore di legno profumato riempiva l’aria.
Un uomo entrò nella stanza troncando le sue riflessioni. Era un servo che portava tra le mani una larga tinozza d’acqua e una fila di teli chiari. Lei fissò quell’immagine nitida e si sentì sollevata. L’uomo si avvicinò alle finestre e spalancò i tendaggi verdi, permettendo a una viva luce di entrare dall’esterno. Si portò una mano agli occhi. Al confronto la debole luce del corridoio, le parve un vecchio ricordo.
Guardandosi intorno, vide muri verdi, adornati da grossi scaffali di libri antichi. Un grande quadro era appeso alla parete; infine, il letto in fondo alla camera, emanava un odore rinfrescante: lo stesso che aveva percepito poco prima. Il letto sembrava comodo, un richiamo al riposo che contrastava con la tensione delle sue membra. Il copriletto era morbido e verde.
Il colpo di una porta sbattuta come un’eco lontana, la fece sussultare. Riconobbe subito quei passi decisi e rapidi. La vecchia era sulla via del ritorno.
I passi si bloccarono sulla porta solo per un breve istante. La sua mano rugosa sfiorò il pomello; il viso, che fino a quel momento era rimasto contratto, cedette a una morbidezza che Dafne non ricordava di averle visto.
“Hai tutto.” senza dire altro, la vecchia riprese il cammino e si allontanò a grandi passi.
La porta si richiuse alle spalle della vecchia e Dafne rimase in silenzio, interdetta. Diede uno sguardo al corridoio e si accorse che Alan era a pochi passi da lei, in silenzio.
“Ciao!” esclamò Dafne avvicinandosi.
Alan si ritrasse sorpreso, come svegliato da un’improvvisa scossa violenta.
“Come scusa?”
“Ti rendi conto in che situazione siamo?” insistette Dafne stringendo tra le mani la veste.
Alan non rispose. Corrugò la fronte.
Dafne esaminò velocemente la sua espressione del viso e non seppe trattenersi.
“Perché stai sempre zitto, Al?”
Egli rimase disorientato per l’indiscrezione. Ma questa volta si voltò verso di lei.
“Come?”
“Ti ho chiesto perché non parli quasi mai.”
“E tu perché lo fai sempre, Duffy?” gli venne naturale, fin troppo; quasi si stupì di sé stesso. Dafne s’irrigidì.
La risposta arrivò inattesa ma Dafne non si diede per vinta.
“Che significa? Ti ho già detto che quello non è il mio nome.” Lo fissò infastidita.
“E poi, te l’ho domandato prima io.” riprese.
“Perché non ho niente da dire.”
“Come sarebbe non hai niente da dire? Non hai opinioni tue?”
Alan abbassò appena lo sguardo. «Tu, forse, Duffy. Io me le tengo per me.»
Dafne serrò le labbra ma non lo interruppe.
Poi Alan aggiunse, piano: «Parlare in continuazione non significa comunicare.»
“E con questo che vorresti dire?” sbottò Dafne sospettosa.
“Cos’è, un interrogatorio?”
“Non hai risposto alla mia domanda.” insistette la ragazza che iniziava ad irritarsi.
“Significa che non voglio avere l’ultima parola.” Alan sollevò lo sguardo. “Io ho le mie e me le tengo.” rispose con fermezza.
Dafne lo squadrò allibita:
“Guarda che corri il rischio di farti giudicare un idiota.”
Alan scrollò le spalle: “Allora?”
“Allora ti piace essere considerato un idiota?”
“Non lo so, non m’interessa.” replicò con distacco.
“Come sarebbe non lo so?! Ma che idea ti sei fatto di te stesso?” poi sconsolata alzò le spalle e si voltò verso la porta.
“Ok. Ci rinuncio. Me ne vado.” disse infine.
Dafne rimase ferma un istante ad aspettare una risposta che non arrivò. Richiuse allora la porta dietro di sé e aspettò finché quel gelo non le si allentò in gola.
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