Capitolo 1
Cocci
Odio gli aeroporti. Odio i tempi morti, la gente lenta nel fare le cose, le code inutili, le navette, i ritardi immotivati, quelli motivati, i bambini che urlano, gli adulti che mangiano rumorosamente, le attese fuori al freddo accanto alla pista con la pioggia laterale che ti ghiaccia l’anima quando si poteva benissimo restare all’interno per altri cinque minuti. Non che faccia chissà quali scenate, figuriamoci, il massimo che un remissivo come me riesce a fare è incazzarsi dentro, mascherando il tutto dietro un’innocua espressione torva. Questa mia frustrazione però tende poi a riversarsi sulle persone. Su quelle che viaggiano con me in quel momento, che vengono subito contagiate dalla mia insofferenza, o su quelle con cui sto comunicando a distanza, in chiamata o per messaggio. La cosa è sempre stata talmente esemplificativa che Marghe aveva codificato un’espressione a tema; situazione aeroporto era diventata per noi una sorta di parola in codice con cui cercavamo di disinnescare preventivamente una litigata inutile, basata solamente su un nervosismo di fondo preesistente. Era il segnale che stavamo percependo che l’altra persona era in uno stato di irritazione tale che, se non frenata, avrebbe portato entrambi a litigare per qualche stupido motivo.
Fortuna che almeno durante il volo dormo sempre di sasso risparmiandomi tutta quella confusione inutile di gente maldestra che si alza per andare in bagno e di assistenti di volo che provano a rifilarti profumi e gratta e vinci perché sì, a quasi trentanove anni suonati, mi riduco ancora a prendere voli low-cost manco fossi uno studente Erasmus. In fondo ci ho fatto l’abitudine, è come se i lunghi anni da squattrinato passati a girare l’Europa al risparmio mi avessero inculcato la perversa convinzione che non ci sia altro modo di volare se non con le ginocchia in bocca e dopo aver compresso tutta la mia vita in una pesantissima borsa piccola da caricarmi sulle spalle, sempre più ricurve. Il treno regionale in confronto mi sembra un lusso alto-borghese con tutto quello spazio, i tavolini e le prese di corrente. Probabilmente ne avrei un’opinione diversa se viaggiassi in un periodo diverso o durante un orario di punta, ma in un banale mercoledì sera di inizio giugno la gente sul Bologna-Brennero non è poi così tanta. Mi siedo accanto al finestrino con l’intenzione romantica di godermi il paesaggio, il progressivo passaggio dalla pianura alla montagna, ma mi addormento di sasso quando è ancora tutto piatto e mi risveglio casualmente quando il treno è già arrivato a Trento, costringendomi a uno scatto felino col serio rischio che la schiena mi si spezzi sotto al peso della borsa piccola.
Questa volta ho optato per una soluzione nostalgica. Niente passaggio da mia madre, decido di risalire dalla stazione in corriera. Sarà un tragitto più lungo ma è un percorso che mi va di fare, non lo faccio dai tempi delle superiori. A bordo siamo addirittura in cinque, niente male per la corsa delle nove di sera. Oltre a me ci sono tre anziane e un ragazzo che ha tutta l’aria di essere uno studente universitario pendolare, esemplare di una specie rara di cui anch’io ho fatto parte in un’epoca che per uno strano scherzo della mente mi appare ancora più remota del periodo delle superiori. Fortunatamente ai tempi dell’università, grazie al motorino, non ho più dovuto affrontare questa interminabile risalita in corriera. Anche rientrando dall’estero, prima di oggi, sono sempre riuscito a evitare questo percorso; mio padre per anni veniva a prendermi in macchina direttamente in aeroporto. Nonostante fosse sempre lui a proporre questa soluzione, ciò non gli impediva di sbuffare e imprecare a più riprese durante tutto il tragitto per la distanza, il traffico, il meteo, l’orario del mio arrivo e Dio solo sa cos’altro ancora. Da quando non può più venirmi a prendere nessuno si è mai offerto di fare altrettanto, ora al massimo posso contare su un passaggio di mia madre dalla stazione per evitarmi quest’ultimo tratto.
Ma chi me l’ha fatto fare di tornare così, dopo tanto tempo, per un matrimonio fuori tempo massimo? La grande stagione dei matrimoni la credevo finita da un pezzo, a cavallo dei trent’anni, ultima spiaggia per i sensi di colpa di noi deferenti millennial per accasarci e mettere su famiglia, dopo che per anni abbiamo fatto gli alternativi e gli pseudo-progressisti che non si fanno incasellare da nessun costrutto sociale per poi finire a fare le stesse cose dei nostri genitori, in una versione goffa e parodistica con una decina d’anni di ritardo. Qui però il ritardo rasenta i vent’anni, al che mi viene il dubbio che Clara e Adri abbiano fatto il giro fino a tornare a essere avanguardia, anche se conoscendo i tipi tenderei a escluderlo. Ma allora, alla soglia dei quarant’anni, che senso ha il matrimonio? Potrei anche capire un colpo di fulmine tardivo, ma sposarsi in chiesa e festeggiare dopo più di quindici anni di convivenza e con due marmocchi che già vanno alle elementari sa tanto di adeguamento in extremis. Io a dire il vero a quest’età speravo iniziassero le seconde nozze, che sono molto più divertenti e scanzonate. C’è sempre qualcosa di spassosamente stonato nelle seconde nozze, qualcosa come una differenza d’età esagerata tra gli sposi, ritocchini che cominciano a mostrare quanto siano stati concepiti male, liste di invitati un po’ raffazzonate tra più uno improbabili e intere brigate d’amici ubriachi che rischiano di mandare tutto in vacca. Le seconde nozze di zio Massimo le ricordo ancora come una fonte inesauribile di aneddoti. Forse l’evento più sfacciatamente divertente e sociologicamente interessante a cui abbia partecipato in vita mia, peccato che con i miei diciassette anni non fossi nell’età giusta per apprezzarlo appieno. Purtroppo pare sia ancora troppo presto perché io possa rivivere emozioni simili, anche se mi piace pensare che la mia generazione per qualche meccanismo distorto possa arrivare ad anticipare questo step anziché ritardarlo. Oppure chissà, bisognerà aspettare la soglia dei settant’anni, o magari a una certa opteremo in massa per un ascetismo asessuale generalizzato. In fondo, l’unica certezza è che non siamo altro che degli eterni indecisi pieni di ripensamenti, perennemente divisi tra tensioni morali dettate da un non meglio specificato senso del dovere e seducenti richiami verso una fuga dalle responsabilità.
In attesa di nuovi mirabolanti sviluppi generazionali, eccomi invece costretto a partecipare a un altro matrimonio candido e misurato. Un miscuglio dolciastro di concordia, buoni propositi, coppie innamorate e bambini puffosi in passeggino ancora troppo piccoli per poter essere veramente molesti. Grazie Marghe di avermi mollato, guarda come saremmo finiti, altrimenti. Sì perché pavido e conformista come sono con la mia inerzia sarei arrivato a spuntare tutte le caselle anch’io prima o poi: matrimonio, bambini, ritorno in patria, casa con giardino, vita tranquilla. Invece, senza alcun preavviso, un giorno ti sei svegliata e hai realizzato che è lì che saremmo andati a finire noi due, e la cosa ti ha spaventata a tal punto da farti decidere di lasciarmi così, di botto, con l’aria tra lo smarrito e il sognante di chi si è appena svegliato e prova a raccontarti l’incubo che ha appena avuto. Dopo otto anni mi hai scaricato con un paio di frasi, non di più, e io sono rimasto talmente spiazzato da non riuscire nemmeno a reagire, a ribattere. Mi incazzo per gli aeroporti, per le attese, per le corriere che alle nove di sera fanno un giro infinito prima di portarmi a casa ma per te no, a quasi un anno di distanza non ho mai pianto, non ho mai mosso un dito, non ho mai chiesto altre spiegazioni. Me ne sto zitto, immobile, impenetrabile, come queste montagne che mano a mano che la corriera sale e la notte scende si fanno sempre più scure, imponenti. Eccole, le vere colpevoli, fonti supreme dell’afasia sentimentale dell’ambiente in cui sono cresciuto, come ti piaceva dire con quella tua saccenteria da linguista quando provavi invano a farci litigare. Ma tant’è. Nel bel mezzo di questa mia arringa mentale fuori tempo massimo il mio dormiveglia viene scosso da dei bruschi colpi di tosse dell’autista che interpreto - giustamente - come un invito a scendere. Siamo arrivati in paese, siamo al capolinea.
No, non mi piacciono i saluti, né quando arrivo né quando parto. Così lascio fare a mia madre, non oppongo resistenza quando mi abbraccia e mi bacia tre volte sulle guance, mi limito a mormorare un ciao come ci fossimo visti questa mattina. Le effusioni durano poco, da donna pratica ed energica qual è neanche lei perde tempo e mi mostra dove trovare le mie cose. Io la lascio fare, anche se è da anni che camera mia rimane sempre identica e immutabile nella perenne attesa di un mio ritorno, con vestiti, lenzuola e oggetti vari tutti al loro posto. Trovo comunque un po’ brusco il suo congedarsi dicendo che sono arrivato tardi e che lei ora deve andare a dormire, che si son fatte le dieci passate. Quando sto per chiudere la porta della camera però lei mi dà la buonanotte con uno strano luccichio negli occhi, quasi a esprimere gratitudine per questa visita fuori programma. Ma forse è solo la luce del corridoio, è l’effetto di quella vecchia lampada giallo-arancione che distorce le ombre e rende riflettenti le superfici più chiare. Il dubbio mi attanaglia mentre mi svesto e svuoto lo zaino. La comunicazione non verbale è sempre stata centrale nella nostra famiglia, gente di poche parole e molti sguardi. Non tutti possono capire, non a tutti sta bene, ma se ci nasci dentro non hai scelta. Io sono sempre stato nel mezzo, volente o nolente, un ponte fra i mondi, a guadagnarmi da vivere con le parole e a cercare di interpretare i messaggi cifrati di una famiglia che comunica perlopiù col corpo e con quello che non dice. E se invece ora fossi io a proiettare i miei pensieri e i miei sensi di colpa sugli occhi di mia madre? Sfiancato da queste paranoie attendo solo che il sonno abbia la meglio, che mi vinca per sfinimento. Ma quegli occhi verdi, vivaci e fieri non mollano la presa, la loro espressività pungente ed enigmatica mi penetra fin nel profondo e non accenna a darmi tregua. Ora più che mai mi si imprimono nella mente come eterei e immutabili specchi dell’anima, immuni all’inesorabile decadimento del resto di quel volto stanco e arrossato dagli inverni rigidi e dalle lunghe assenze.
Non ho una grande attenzione per i dettagli, non l’ho mai avuta. Non per i dettagli visivi, almeno. Il mio sguardo si posa sulle cose in maniera distratta, funzionale. Registra e analizza lo stretto necessario finalizzato all’azione che sto compiendo. Penso sempre che se mi trovassi in commissariato a testimoniare per un qualsiasi fatto in cui fossi in qualche modo coinvolto, non sarei mai in grado di riferire alla polizia com’era vestita la persona con cui stavo parlando al momento del fatto o qual era la marca e il colore dell’unica auto parcheggiata di fianco alla mia.
Non so perché sto pensando a tutto questo ora, mentre fisso la foto incorniciata di me e mio padre sulla mensola del soggiorno nella vecchia casa in cui sono cresciuto. Questa foto la conosco da sempre, eppure ne sono turbato; in un certo senso è come se una parte di me sapesse che da qui a qualche istante, mi sarebbe impossibile riportarne i dettagli fondamentali. La foto di me bambino in spalla a mio padre in un bosco innevato. Tutto qui ciò che direi, tutto qui ciò che ho sempre ricordato. Non resta traccia nella mia mente dell’espressione del mio volto e di quello di mio padre, del colore dei nostri vestiti, dell’incrocio dei nostri arti per impedirmi di cadere dalle sue spalle, dei dettagli di quello sfondo di rami secchi e neve accecante. Nulla. Sento salirmi il sangue alla testa in un misto di frustrazione e vergogna per l’ennesima presa di coscienza di questo mio limite. Cerco di calmarmi mettendo tutta la concentrazione di cui sono capace nel fissare una volta per tutte l’immagine nella mia testa.
Per un banale meccanismo di associazione di idee questa mia operazione di fotografia mentale viene interrotta dopo pochi istanti. Il terzetto padre-neve-infanzia mi riporta alla mente il ricordo di un fatto accaduto qualche anno più tardi in un prato lì vicino, mentre provavo per la prima volta il mio slittino rosso fiammante nuovo di zecca, che altro non era – avrei poi scoperto - che lo scassato relitto sbolognato dai cugini più grandi. Un dubbio mi tormenta; non so se i ricordi di quella giornata siano effettivamente frutto della mia memoria o piuttosto una rielaborazione posticcia del ricordo della versione raccontata da mio padre, che era solito tirare fuori quella storia ogni tre per due di fronte ad amici e parenti vantandosi di come mi avesse salvato la vita con un’azione descritta come fosse la trama di un film di Stallone. Sta di fatto che la versione ufficialmente passata alle cronache mi vede nelle vesti di uno sprovveduto bambino dal sorriso ebete che si lancia giù per una ripida discesa ignorando completamente tanto il funzionamento dei freni dello slittino quanto il pericolo cui stava andando incontro - a quanto pare un gigantesco castagno in fondo al prato -, miracolosamente salvato dallo scatto felino di padre-Rambo che si lancia da diversi metri di distanza e mi afferra a un millimetro dall’impatto arpionandomi con il mignolo della mano destra.
Poche cose accendevano mio padre come il racconto di aneddoti in cui lui faceva la figura del macho, dell’uomo forte e intelligente sempre pronto a districarsi in situazioni estreme. Poco importava se come corollario delle sue storie i vari coprotagonisti o semplici figuranti ne uscissero come dei cretini, degli inadatti, primo fra tutti il figlioletto gracile e imbranato che se non fosse stato per lui non sarebbe arrivato intero al suo quarto compleanno. Anzi, più venivano sminuiti gli altri personaggi, più risaltava la sua figura di protagonista indiscusso. Al di là di questa dinamica mortificante che negli anni a venire non avrebbe certo favorito un sano rapporto padre-figlio, la cosa che più mi dava fastidio di questo suo atteggiamento era che quei suoi aneddoti, raccontati a cani e porci fino allo sfinimento, finivano sempre per sbiadire e spesso sostituire integralmente il ricordo che io stesso avevo di quegli avvenimenti. Da tempo ho realizzato che un sacco di momenti della mia infanzia sono stati manomessi per sempre dai racconti iperbolici di mio padre.
La storia dello slittino è la prima di tre puntate della miniserie Io che per poco non mi ammazzo da solo per sbaglio. La seconda ha ancora una volta per protagonista-salvatore mio padre e il suo fantomatico mignolo della mano destra. Questo aneddoto è decisamente meno scoppiettante e avvincente del primo tanto che, al netto delle sboronaggini aggiunte da mio padre, il tutto si può banalmente riassumere con me bambino che mi dondolo pericolosamente sul seggiolone in un villaggio vacanze in Sardegna e mio padre che mi salva afferrando il seggiolone con il mignolo prima che io mi fracassi la testolina sul pavimento a seguito di una dondolata di troppo. La terza storia invece mi vede come unico protagonista. Vuoi per l’età più avanzata, vuoi per la dinamica, non sono mai riuscito a prenderla con la stessa leggerezza delle prime due. Diciott’anni, neopatentato, ero uscito di sabato sera per incontrare degli amici in città. Ancora poco avvezzo alla guida e alle vie di Trento nord, sbagliai strada clamorosamente fino a ritrovarmi in una periferia mai vista dove il progressivo venir meno dell’illuminazione pubblica mi segnalava che il paesaggio si stava ormai trasformando in aperta campagna. Dopo aver esitato a lungo finalmente mi decisi a fare inversione di marcia girandomi molto lentamente in uno spiazzo poco illuminato sulla destra. Da lì cercai di rimettermi subito in carreggiata svoltando a sinistra senza prestare alcuna attenzione alla strada, vista la quasi completa oscurità in cui ormai mi trovavo. Nell’istante in cui per ripartire alzai il piede dalla frizione causando incautamente lo spegnimento del motore, mi vidi sfrecciare davanti un auto a pochi centimetri dai fanali anteriori. Rimasi impietrito per diversi minuti, ricordo ancora l’appiccicosa sensazione di sudore freddo che inumidiva fronte e schiena. Avessi avuto più dimestichezza con la frizione sarei sicuramente morto. Nessun padre-eroe nei paraggi quella volta, eppure ebbi la sensazione di essere stato salvato, da qualcuno o da qualcosa. Se mio padre fosse già morto all’epoca di quei fatti forse già allora, col senno di poi, gli avrei attribuito un ultimo grande salvataggio eroico con tanto di poteri ultraterreni, e mi sarei al contempo divertito e commosso pensando a come lui avrebbe raccontato e stravolto anche quell’aneddoto, modellandolo come sempre al servizio di se stesso e del suo ego. Invece no, mio padre all’epoca era ancora vivo e vegeto, ma di quell’evento non seppe mai nulla lo stesso. Non ci parlavamo molto allora, non avevamo un granché da dirci. Stava a poco a poco iniziando, tra di noi, il periodo del grande silenzio, un lungo inverno di distacco mentale e affettivo che abbiamo alimentato per anni quasi senza accorgercene, senza che ci fosse un vero motivo, un pretesto, un futile casus belli da rimpiangere per il resto dei nostri giorni. A volte le cose accadono e basta, e i cocci si ritrova a raccoglierli uno solo, quello dei due che è rimasto, destinato a portare sulle spalle il rimorso di entrambi, per sempre.
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