Storia · capitolo 1

Capitolo 1

UNA NEVICATA AD ORVIETO di NEVINO BARBANERA

NEVICATA AD ORVIETO.

Mi ero iscritto alle superiori all’Istituto Tecnico Commerciale “Lorenzo Maitani” di Orvieto, Umbria, nell’autunno del 1974. Sembrano ieri quei giorni, eppure ne sono passati molti. Il primo giorno di scuola lo ricordo come un fermo immagine: lo smarrimento di chi arriva da un paesino, la cittadina che pareva immensa, e la presenza rassicurante di due ragazze — Luigina e Loredana — che erano praticamente gli unici volti noti.

Luigina era mingherlina, con gli occhiali grandi che le davano un’aria fragile; Loredana era alta, sembrava più grande di noi, e io, perso nella folla del cortile, mi avvicinai a lei come a un approdo sicuro. Cinquant’anni fa esisteva ancora una specie di nonnismo: i più vecchi formavano doppie file, creando un tunnel umano fino al portone. Le matricole venivano spinte a correre attraverso quel corridoio, prese a schiaffi sul capo e sul corpo in una ritualità che durava qualche giorno. Era umiliante e insieme, in modo perverso, rito d’ingresso.

La scuola funzionava all’interno del chiostro di San Francesco: aule ricavate alla meglio, tramezzi sottili, stufe a legna che i bidelli non sempre accendevano. La struttura era precaria: ricordo un giorno in cui, a causa di una corrente d’aria generata da finestre lasciate aperte, cadde un tramezzo come fosse un sipario staccato. Eppure Orvieto attira: la sua architettura medievale e le tracce del Rinascimento ti colpiscono ad ogni passo. Il Duomo, con le cappelle affrescate, è un capolavoro che toglie il respiro; il Pozzo di San Patrizio, con la doppia rampa, la fortezza “Albornoz” e il suo sottosuolo — tutto sembra nato per essere scoperto. Dalla Torre del Moro si domina la città, Piazza del Popolo custodisce il palazzo del Capitano del Popolo, e attorno si snodano vicoli, chiese antiche, necropoli etrusche e musei: un patrimonio che rende Orvieto un incanto continuo.

Una mattina d’inverno, alcuni anni dopo quel primo ingresso, arrivò una nevicata come non si vedeva spesso. La neve trasformò la città: ogni cosa sembrava sospesa e incantata. Decidemmo allora, io e alcuni compagni — Enrico, Remo, Tonino, Mauro e chissà quanti altri nomi confusi nella memoria — di marinare la scuola: “fare sega”, dicevamo. Partimmo dal piazzale del Duomo, allora parcheggio a pagamento, e ci sentivamo un po’ rivoluzionari, un po’ bambini in fuga.

Prendevamo la neve dalle macchine all’altezza giusta e la usavamo per lanciare palle l’una contro l’altra; era una battaglia organizzata, a volte contro gruppi rivali, tutti con guanti e cappelli. L’aria era frizzante, il divertimento puro: avanti e indietro, tra le auto parcheggiate, risate che si confondevano con il fruscio dei fiocchi. La città sembrava fatta per quella leggerezza, per quei passi spensierati sui gradini d’ardesia.

All’improvviso, senza avvertimento, arrivò il parcheggiatore: un uomo che si mise a inveire contro di noi, urlando “andate via!”. Ci avvicinammo per spiegargli che non stavamo facendo danni, che era solo un gioco, ma la situazione si surriscaldò in un attimo. Ero davanti a tutti e, proprio quando cercavo di mediare, mi arrivò un pugno a giro. Mingherlino ma reattivo, mi abbassai d’istinto; alzandomi, in un riflesso che non mi assomigliava, gli diedi due pugni al volto, sinistro e destro, come se fossi un improvvisato pugile. Fu un attimo — e poi ce ne allontanammo. La magia della giornata di neve, però, si era spezzata.

Camminammo lungo il corso, sotto la Torre del Moro, fino a Sant'Andrea e ritorno, ancora scossi dall’accaduto. Incontrammo altri studenti che avevano marinato come noi e ci dissero: “Vi sta cercando la volante.” Il panico montò subito; decidemmo di chiedere consiglio a un avvocato amico che aveva lo studio sul corso. “Se vi ha denunciato, fate una controdenuncia e raccontate la vostra versione dei fatti,” ci consigliò. Rinfrancati da quell’indicazione, andammo incontro alla polizia.

Trovammo la Questura in piazza “Cahen”: dentro c’era il parcheggiatore, con il volto tumefatto, che continuava a blaterare e ad accusarci di essere stati in tre o quattro ad aggredirlo. Noi raccontammo la nostra versione: era stato un gesto di autodifesa dopo il suo attacco, e in quattro testimoni confermammo la dinamica. Visti il mio fisico mingherlino e le mie braccia sottili, i poliziotti, con qualche perplessità ma alla fine convinti, decisero di non procedere. Era oltre mezzo secolo fa e tutto si risolse senza denunce né ulteriori strascichi legali.

Mi ricorderò per sempre quella giornata: cominciata spensierata, diventata concitata, e infine chiusa senza drammi legali ma con un senso di turbamento. Rimane però il ricordo delle bellezze di Orvieto e del modo in cui la città, anche in un giorno di guai, sapeva apparire stupenda. Oggi tutto è cambiato: la scuola è stata trasferita in una nuova costruzione a Ciconia, il piazzale del Duomo ha perso le auto parcheggiate e, soprattutto, il clima si è modificato — qui non nevica più come una volta. Restano solo le immagini, le risate, le scazzottate improvvise e la sensazione di un’età in cui ogni giorno era pronto a trasformarsi in un ricordo.

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