Storia · capitolo 28 · finale

Ieri

RIFLESSI D'UMANA FRALEZZA di Alessandro Carrozzo

Ennesima notte insonne. Di buon’ora, è in piedi davanti ai post-it attaccati su quel ridicolo specchio con la cornice in argento. Li scorre uno ad uno alternando a ogni passaggio un’occhiata al suo sguardo glaciale riflesso nello specchio. Poi come se una voce interiore gli stesse suggerendo di agire, si sposta di scatto verso la cassettiera del suo studio e tira fuori, dall’ultimo cassetto in basso, un foglio bianco formato A4 pieno di frasi scritte a penna in bella grafia.

Ogni frase descrive un fantasma del suo passato. Sotto ogni frase c’è un appunto scritto con una penna rossa che riassume come sia riuscito a sconfiggere quei demoni nel corso della sua vita. Accanto a ogni frase c’è un piccolo quadratino disegnato con tratto marcato. Quasi tutti quadratini hanno all’interno un segno di spunta; tre sono vuoti.

Iniziò a scorrerli uno ad uno, seguendoli con lo sguardo e indicandoli con il pollice della mano sinistra.


 

 

Il matrimonio dei miei genitori ha iniziato a naufragare quando mia madre ha scoperto tutti i tradimenti di mio padre.

Ho tradito tutte le donne della mia vita, ne ho tradito la fiducia in tutti i modi possibili… e non mi sono fatto mai scoprire.

 

I miei genitori non solo non hanno trovato il coraggio di divorziare, ma hanno anche fatto in modo di farmi credere che la colpa di tutto questo fossi io. Grazie per la meravigliosa infanzia che mi avete regalato.

Ho divorziato. Non ho fatto figli. Per entrambe le cose non ho dato nessuna giustificazione a chi forse avrebbe avuto diritto almeno a una spiegazione.

 

L’alcol mi ha portato via una madre, e di conseguenza il calore di una famiglia, i fratelli che ho tanto desiderato e che non ho mai avuto, un’infanzia degna di questo nome.

Ho spinto la mia resistenza all’alcol oltre ogni limite. Non ho mai conosciuto nessuno che lo reggesse meglio di me. E non gli ho permesso di rovinarmi la vita. L’ho sconfitto.

 

Claudio ha appena disposto tutte le vecchie foto sul letto matrimoniale accanto al corpo di sua madre Anna.

Tutte quelle foto appaiono ora come il negativo di sé stesse. La sua stessa figura, riflessa nello specchio di quel vecchio armadio, gli appare ora come il negativo della sua intera esistenza.

Nella mano sinistra ha appena accartocciato una sua vecchia foto che lo ritrae con un ridicolo completo nero il giorno della sua comunione.

Nella mano destra stringe una vecchia mannaia che pochi minuti prima ha preso dal terzo cassetto di uno dei mobili della cucina.

Aveva capito da tempo che non avrebbe potuto sopportare ancora a lungo Gianni e Francesco. Sempre a suggerirgli cosa avrebbe dovuto fare.

Francesco che lo costringeva a reprimere tutti i suoi sogni, che lo costringeva a compiere arcani rituali che a suo dire lo avrebbero protetto da qualsiasi male.

Gianni che non faceva altro che costringerlo ad atti di autolesionismo, proprio per punirlo di quella sudditanza psicologica che aveva per Francesco.

Ha provato a cancellare tutto quel dolore accartocciando quella foto ma non era servito. Aveva capito che avrebbe dovuto cancellare la causa di tutto, la genesi di sé stesso e di quei due personaggi che abitavano la sua mente da quella assolata domenica di luglio del 1983.

In quel luglio del 1983 aveva persino provato a cancellare il male che sua madre Anna gli aveva inflitto, e lo aveva fatto sostituendola nella sua mente con la fantomatica zia Maria. Ma aveva maturato da tempo la convinzione che sarebbe stato assolutamente necessario liberarsi di lei definitivamente.

Continuava a guardare le cicatrici che si era procurato piantandosi nella sua mano sinistra prima una forbice e anni dopo un cacciavite. E continuava a fissare quella buffa cicatrice a forma di uncino sulla fronte che si era procurato prendendo a testate la sua stessa immagine nello specchio di quel freddo bagno. E si ricordò di quella mattina in cui pensò che quell’episodio avrebbe lasciato dentro di lui cicatrici interne molto più difficili da celare rispetto a quelle esterne.

Un’ora prima aveva piantato un coltello da cucina nel cuore del suo vecchio amico Andrea. Quando gli avevano diagnosticato quel maledetto cancro che lo stava divorando come suo padre, non aveva potuto fare a meno di ripensare a quella prima sigaretta; e aveva individuato in Andrea il capro espiatorio perfetto.

I ricordi tornarono a quei 4 anni che precederono il 1983. La nuova casa, sua madre Anna incinta di due gemelli poi tragicamente persi all’ottavo mese di gravidanza. Sua madre caduta nel vortice dell’alcol. Suo padre intento a farsi tutte le colleghe di lavoro.

E poi le liti, le botte in casa, tutte le volte che aveva dovuto raccogliere sua madre da terra stordita dall’alcol, cercando di rimetterla in sesto prima che suo padre si accorgesse dell’ennesima sbornia. E poi sempre quella maledetta domanda che gli facevano continuamente i suoi

Decidi se vuoi restare con papà o con mamma perché lo dovrai dire al giudice”.

Tutto cambiò quella mattina di luglio. Claudio perse i sensi dalla paura e sua madre lasciò cadere la mannaia a terra. Poi si diresse verso il balcone con l’idea di lasciarsi cadere nel vuoto, ma l’alcol che aveva in corpo la fece cadere all’indietro. Quando suo padre tornò a casa, la scena che gli si presentò davanti era fin troppo evidente.

Un anno di terapia per alcolisti, lontano da casa. Poi sua madre Anna tornò a casa diversa. Per Claudio non esisteva più Anna; esisteva quella nuova versione di mamma a cui aveva attribuito il nome di Zia Maria; e a suo padre andava bene così.

Certo, quel carattere scostante, o bipolare come avrebbe detto un professionista se solo lo avessero interpellato, li preoccupava un po’; ma in fondo quel bambino ora cresceva bene e non li faceva disperare poi più di tanto.

Ora, da adulto, era finalmente riuscito a sconfiggere tutti i demoni del suo passato. Era riuscito a sconfiggere l’alcol che si era portato via sua madre. Era riuscito a trovare il coraggio di divorziare che era mancato ai suoi genitori. Aveva usato le donne che aveva incrociato sul suo cammino, tradendo più e più volte ma senza farsi scoprire; dove invece suo padre aveva fallito.

Ora non gli restava che sconfiggere le sue personalità malate, quelle che nella sua mente si erano incarnate in Francesco e Gianni. E lo avrebbe fatto volando da quella ringhiera che sua madre non aveva avuto il coraggio di varcare in quella assolata domenica di luglio del 1983.

Sentiva per la prima volta dopo oltre quattro decenni di essere tornato a essere sé stesso, di aver finalmente smesso di indossare tutte quelle maschere che gli altri gli avevano sempre imposto di indossare.

Il tempo si stava dilatando e il campo visivo si stringeva sempre più verso il pino del giardino della signora del piano terra.

È incredibile come il tempo riesca a dilatarsi per accogliere tutti i pensieri di una vita in pochi secondi.

 

 

 

 

 

Ricordo la mia infanzia. Quel ricordo che colpisce come uno schiaffo ben assestato, che sveglia dal torpore, che brucia, che ti costringe a riflettere sulle tue azioni e su chi sei diventato.

Ricordo come tutto ebbe inizio, ricordo l’orgoglio che provavo nel rendere orgogliosi quelli che dicevano di aver buttato nel cestino le loro vite per me. Eccoli i miei primi autori, quelli che ai miei occhi erano gli unici a detenere il diritto di scrivere la mia storia.

Ed è proprio lì che tutto ebbe inizio.

Il primo colpo di scena, anche quello lo ricordo bene.

Quello però somiglia più a un pugno nello stomaco che a uno schiaffo.

La sorpresa di scoprire di poter compiacere altri autori, scoprire che con uno sforzo che all’epoca sembrava al di là delle mie possibilità potevo essere un personaggio apprezzato anche al di fuori di quel piccolo teatro di provincia che erano le mura domestiche. I pugni, quelli veri, sono stati quelli a plasmare per primi quel personaggio ribelle che piaceva a quei nuovi compagni.

Quasi per caso mi resi conto che quel nuovo personaggio era sfuggito all’attenzione di coloro che ancora cercavano di tenere in piedi quel piccolo teatro di provincia. Troppo impegnati a distruggere quel che avevano costruito e a nascondere le macerie sotto l’ennesimo tappeto. Ma quella non era polvere, erano pietre, macigni, erano troppo ingombranti per poterli celare sotto quel mediocre tappeto.

Ed ecco quindi altri sconosciuti, pronti a scrivere i miei giorni, affannati a calarmi nella parte della povera vittima capitata in mezzo ai pugili professionisti. Quegli stessi pugili che mi volevano arbitro di una contesa a cui io non avrei neanche voluto assistere.

Avrei voluto gridare. Gridare tanto da far tremare le pareti. Gridare lascia quel bicchiere. Gridare abbassa quelle mani. E ti prego non chiedermi di essere l’ago di una bilancia i cui piatti sono caduti a terra già da tempo. Ma quel grido è rimasto sempre in gola. Non un fiato è uscito dai miei polmoni.

Fu allora che decisi che io non sarei mai stato un problema. E l’unico modo che trovai fu quello di continuare a recitare quella parte in quel piccolo teatro di provincia. Fuori da quelle quinte, un ribelle senza Dio. Su quel piccolo palco ero invece l’orgoglio indossato come il vestito buono della domenica.

Fu allora che imparai l’arte di indossare maschere. E anche quando quelle maschere erano assolutamente improbabili, si rivelavano comunque efficaci perché quegli autori, come la maggior parte di quelli che avrei incontrato in futuro, si impegnavano con tutte le forze a voler vedere in quel personaggio solo ciò che loro avevano espressamente scritto per lui.

La cosa che forse mi sconvolgeva di più era l’immenso piacere che provavo a essere, per tutti, ciò che loro si aspettavano esattamente che io fossi.

Pochi conoscevano quei ruoli, quel gioco delle parti. Quei pochi ammiravano quella mia dote, quel mio geniale trasformismo.

Ero diventato qualcuno essendo molti, e quel qualcuno riscuoteva un gran successo. Quel personaggio era ciò che volevo essere e al tempo stesso era ciò che tutti volevano che io fossi.

Forse però non avevo ancora fatto i conti con ciò che più di tutto poteva turbare quello strano equilibrio. Il rapporto tra il personaggio e il suo autore è qualcosa di molto simile a quello che si instaura tra il prigioniero e il suo carceriere. Una sorta di Sindrome di Stoccolma si impossessava di me quando per disegnare nuovi sentieri c’era la necessità di lasciarsi dietro qualcuno con cui avevo condiviso una parte importante del sentiero.

Perché se è vero che la cosa più emozionante non è la meta ma la strada che si percorre per raggiungerla, è altrettanto vero che ogni incrocio segna inevitabilmente una cicatrice che resta indelebile sulla pelle.

Così è nato un altro dei miei fantomatici meccanismi di difesa. Tagliare i ponti con tutto ciò che si è appena vissuto, cancellare ogni traccia di memoria, ignorare le ferite. Non voltare pagina, ma reciderla dal libro senza alcuna esitazione. Farlo in maniera decisa e farlo soprattutto in fretta.

Ho letteralmente eliminato dalla mia vita pezzi di strada, compagni che sembravano cuciti alla mia stessa esistenza. In una sorta di delirio antropofago ho divorato il me stesso di un minuto prima e l’ho fatto diventare parte del mio nuovo io. Allo stesso modo ho gettato tutto ciò che ritenevo superfluo: amici, amori, sangue del mio sangue, oggetti, fotografie, lettere, memorie.

Ma non sempre è stato facile. Perché a volte la parte da recitare era talmente appagante che diventava difficile separarsene. Perché a volte ero io stesso a suggerire al mio autore cosa volevo che lui scrivesse per me. Perché spesso, troppo spesso, mi rendevo conto che l’autore di turno viveva solo in funzione di quella messinscena.

E allora?

Allora è stato davvero un travaglio far nascere un altro me stesso. Mangiare con disgusto quell’io che tanto adoravo.  Coprire quella buffa voce che chiamiamo coscienza facendo un chiasso assordante. Facendo insomma finta che tanto nessuno si sarebbe fatto male. Girando la testa, alzando le spalle.

La cosa più buffa è che ci sono riuscito, pagando comunque un prezzo a quella voce che viene da dentro.

Ho imparato che ciò con cui si dovevano regolare i conti non erano tanto i ricordi dei compagni di strada, ma alquanto quelle maledette ferite che si aprivano a ogni incrocio.

Quelle ferite non vanno più via, restano dentro, accompagnano i nostri passi, scandiscono i minuti della nostra esistenza.

Quante vite avrei voluto vivere, quante volte avrei affrontato quegli incroci, quante volte avrei scelto altri autori.

Questo senza mai rinnegare le mie scelte: le difenderei fino alla morte.

Semplicemente provando ciò che non ho provato. Semplicemente eliminando i rimpianti e creando nuovi rimorsi. Semplicemente tornando indietro e ripercorrendo altre combinazioni di incroci.

Tornare indietro e dire “ti voglio bene” a chi ha potuto sentirlo solo all’ultimo soffio di vita. O almeno questo è quello che voglio credere per far pace con la mia coscienza.

Tornare a quel giorno in cui ho deciso di non avere figli.

Tornare a quel giorno in cui ho detto al mio amico: tieni giù le mani, a me piacciono le donne.

Tornare a quella prima sigaretta per dire a me stesso che in quel modo sarei apparso più interessante solo a quell’idiota che me la offriva quasi come un segno di sfida.

Non rinnego la strada che ho percorso. Se dovessi scegliere una sola vita da vivere, ripercorrerei esattamente gli stessi passi.

Ma ne vorrei tante altre. Vorrei mettere in scena tutto ciò che non ho mai rappresentato. Vorrei tanti altri autori a cui suggerire cosa pretendere da me.

E tra qualche anno forse ripenserò a questo giorno e dirò: “vorrei tornare indietro a quel giorno in cui ho fantasticato di poter vivere altre vite nel passato invece di cercarne altre da vivere nel futuro. Vorrei tornare e a quel giorno e piazzare un incrocio in mezzo all’autostrada, proprio lì dove nessuno si aspetta ci possa essere una deviazione, nemmeno io. Vorrei tornare e prendere per mano un altro autore per fare un altro pezzo di strada insieme”.

Il problema è che quando ci si impegna così tanto ad apparire esattamente nel modo in cui gli altri si aspettano, si finisce col perdere di vista quello che dovrebbe essere l’autore più importante. Quello che mi guarda dallo specchio e mi bisbiglia: “ma tu chi sei? cosa vuoi diventare? cosa vuoi essere? scrivi tu stesso la tua parte e interpretala.”

Ma forse io sono proprio questo. Io sono orgogliosamente ciò che gli altri vogliono che io sia. Perché questo è ciò che mi appaga. Perché questo è ciò che io pretendo dalle persone che hanno avuto in sorte di incrociare i miei passi: che mi plasmino secondo le loro fantasie. E probabilmente non vorrò mai essere altro che questo.

Forse anche adesso, in questo preciso momento. Forse sto facendo questo perché qualcuno si aspetta che io faccia esattamente questo.

Una volta tanto, però, quel qualcuno credo di essere io.

 

 

Il tempo si stava dilatando e il campo visivo si stringeva sempre più verso quel pino del giardino della signora del piano terra.

 

Luce! Respiro calmo! Che meravigliosa sensazione! Ora Rilassati Claudio, Rilassati!

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