Storia · capitolo 15

Luglio 2004

RIFLESSI D'UMANA FRALEZZA di Alessandro Carrozzo

È quasi l’alba. Gianni si è da poco addormentato su quella terribile sedia in metallo del reparto oncologico tenendo stretta la mano di suo padre. Ha passato la notte a vegliare su quel corpo ormai smunto e sofferente; ha passato ogni istante di quella notte a controllare che suo padre non si svegliasse dal coma farmacologico che gli avevano indotto per non impazzire a causa dei dolori che gli provocava il maledetto tumore che gli avevano diagnosticato solo pochi mesi prima.

Ed era rimasto assorto per ore nei ricordi di tutti i momenti spesi con lui. Eppure, la ferita più grossa è il non aver mai sentito la voce di suo padre pronunciare le parole “ti voglio bene”. E, ovviamente, neanche lui aveva mai avuto il coraggio di pronunciarle. Questa era una delle pochissime cose che aveva in comune con suo fratello, e in fondo con tutta la sua famiglia. Mai un gesto di affetto, mai un bacio sulla guancia, mai una parola di amore.

Un suono acuto lo svegliò di soprassalto; aprì gli occhi e vide i numeri verdi del display che indicavano la frequenza del battito cardiaco precipitare nel vuoto. In pochi secondi un’infermiera era già intenta a fare chissà quali manovre e in un’altra manciata di secondi lo stava fissando negli occhi con tutta la compassione di cui era capace.

Nel gesto di scansarla, Gianni la gettò quasi a terra.

“Papà, ti voglio bene.”

“Papà, mi hai sentito? Ti voglio bene!”

“Può sentirmi vero? Dimmi che può sentirmi ancora, ti prego!”

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