Storia · capitolo 6

La fine del viaggio

thousand miles away di chri

Il corpo, ora, non è più uno strumento che porta lui da un luogo all'altro — è diventato un testimone, qualcosa che racconta senza parole quanto sia costato arrivare fin qui. Il fiato si accorcia prima del previsto, anche nei tratti in piano. Il petto, la sera, gli si stringe in un modo che non gli era familiare nemmeno nei giorni peggiori del fronte — non dolore, non ancora, ma un peso che si posa e non se ne va più del tutto, nemmeno dopo il riposo.

Non ne parla a nessuno, perché non c'è nessuno a cui parlarne. Lo osserva, invece, come si osserva un cielo che cambia colore lentamente: senza poter fare nulla per fermarlo, senza nemmeno essere del tutto certi che valga la pena provarci.

Pensa che forse il corpo sa qualcosa che lui ancora non si è permesso di sapere.

I dettagli del paesaggio, ora, gli sono familiari in un modo che non richiede più sforzo di riconoscimento — non sono più segnali che la geografia parli la lingua di casa, sono casa essa stessa, o quasi. Un albero storto che ricorda da bambino. Una curva della strada che le sue gambe percorrono quasi da sole, come se il corpo ricordasse il cammino meglio della mente. L'aria stessa ha un odore che non sapeva di aver conservato in memoria fino a questo istante, e che ora lo travolge con la forza improvvisa di tutte le cose che si credevano perdute.

love, im finally hom…

L'attesa, negli ultimi giorni, diventa quasi insostenibile — non perché la strada sia più lunga, ma perché è più corta di quanto il cuore sappia reggere con calma. Ogni collina superata potrebbe essere l'ultima prima della vista di casa, e ogni volta che non lo è, un piccolo crollo silenzioso si aggiunge a tutti gli altri, sopportato senza far rumore, come tutto il resto di questo cammino.

Pensa, in questi ultimi giorni, meno alla guerra e meno alla morte in astratto — pensa a lei con una concretezza nuova, quasi dolorosa: il suono esatto della sua voce, che teme di aver dimenticato; il modo in cui piegava la testa quando rideva; le lettere che lei gli ha scritto e che lui porta ancora, sbiadite e piegate troppe volte, vicino al petto, come un'armatura più vera di quella che ha portato in battaglia.

Non sa più, con certezza, chi sia l'uomo che sta per bussare a quella porta.

Sa solo che è l'uomo che ha promesso di tornare, e questo, per ora, gli basta.

La casa appare all'ultima svolta della strada, esattamente come l'aveva portata con sé in ogni singolo giorno di cammino — il tetto un po' più consumato, forse, l'intonaco scrostato vicino alla finestra della cucina, ma la stessa casa, uguale a come l'aveva lasciata, come se il tempo, per quella sola soglia, avesse acconsentito ad aspettarlo.

Si ferma un istante prima dell'ultimo tratto, non per il corpo questa volta, ma per qualcos'altro — la sorpresa di essere davvero arrivato, dopo mesi in cui l'arrivo era stato più un'idea che una possibilità reale. Poi riprende a camminare, lento, la stampella che affonda per l'ultima volta nella terra che riconosce come sua.

Sale il primo scalino. Non c'è sforzo, in questo gesto — solo una quiete che non ricordava di poter provare, la stessa quiete immaginata per mesi, pensando a questo preciso momento. Gli sembra, per un istante, di sentire un suono da dentro casa — una voce, forse, o solo il vento che si muove tra le stanze come si muove tra i ricordi.

Comincia a canticchiare, quasi senza accorgersene, l'ultimo verso che si è portato addosso per tutta la strada, migliaia di miglia, migliaia di giorni, un'unica promessa ripetuta fino a consumarla di senso e poi ritrovarla intatta ogni volta:

love, im finally hom…


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