Storia · capitolo 5

Il bordo del mondo

thousand miles away di chri

Il castello appare la prima volta come un errore dell'occhio — una forma troppo precisa per essere solo roccia, troppo alta per essere solo nuvola, incastonata su uno sperone che domina la valle come una promessa scritta in pietra. Lui si ferma a guardarlo a lungo, non perché non lo abbia mai visto — lo ha visto, da bambino, da un'altra collina, in un'altra vita che ormai gli sembra appartenuta a qualcun altro — ma perché vederlo ora, da questa distanza, significa una cosa sola: la geografia ha iniziato a parlare la lingua di casa.

Non è ancora la sua terra. Ma è la terra che porta alla sua terra, e questo, dopo mesi in cui ogni orizzonte era semplicemente un altro orizzonte da attraversare senza nome, cambia tutto. Riconosce il profilo delle colline come si riconosce, in un sogno, un volto che non si vedeva da anni — non tutto torna subito chiaro, ma qualcosa dentro grida sì, sì, questa è la strada giusta.

Da bambino pensava che quel castello fosse abitato da un re.

Ora sa che è abitato solo da vento e da corvi, ma continua a sembrargli, in qualche modo, un guardiano.

Cammina verso di esso per due giorni, e ogni ora che passa la sagoma si fa più nitida, più vera, meno simile a un ricordo e più simile a una promessa mantenuta. Pensa a quante volte, durante la guerra, ha immaginato questo preciso momento — non l'arrivo a casa, che era troppo grande per essere immaginato senza spezzarsi, ma un momento più piccolo, più gestibile: il momento in cui avrebbe riconosciuto qualcosa, qualunque cosa, che gli dicesse sei quasi arrivato.

love, we are getting closer and closer

Superato il crinale, la terra cambia ancora, questa volta bruscamente: il verde delle colline cede a una scogliera che si apre sul nulla, e sotto di essa il mare si stende blu e immenso fino a un orizzonte che l'occhio non riesce a contenere. Si avvicina al bordo con la cautela che il corpo gli impone ormai per ogni cosa, e guarda giù — l'acqua così lontana da sembrare ferma, la roccia verde aggrappata al bordo come qualcosa che rifiuta di lasciarsi andare.

La vertigine che sente non è solo del corpo. È la vertigine di chi si accorge, tutto insieme, di essere vicino — più vicino di quanto lo sia mai stato da quando è partito — e di non sapere più bene cosa fare di questa vicinanza, dopo essersi abituato per mesi a misurare la propria vita in distanza. Vicino a cosa, si chiede, guardando il mare. Vicino a chi era prima? O vicino solo alla fine di un cammino, che è cosa diversa dall'essere vicino a se stesso?

Il vuoto sotto la scogliera non lo spaventa.

Lo spaventa, semmai, la pienezza che lo aspetta oltre l'orizzonte.

Resta a lungo su quel bordo, il vento che gli scompiglia i capelli più lunghi di come li ricordava, il fragore del mare più lontano e più paziente di quello della cascata, come se anche i suoni, avvicinandosi a casa, imparassero a farsi più gentili. Pensa che forse la morte, se davvero lo aspetta da qualche parte lungo questa strada, avrà lo stesso volto di questo paesaggio: immenso, indifferente, bellissimo, e per nulla ostile — solo troppo grande perché un uomo solo possa comprenderlo del tutto.

Quando si allontana dal bordo, il castello alle sue spalle e il mare ancora negli occhi, sente per la prima volta con chiarezza che il viaggio, ormai, ha più giorni dietro di sé che davanti. Non sa quanti esattamente. Ma sa, con la stessa certezza fisica con cui sa che la gamba non reggerà per sempre, che l'ultimo tratto è iniziato, anche se ancora non lo vede.

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