Storia · capitolo 4

Il peso di un'ala

thousand miles away di chri

Si ferma non perché il corpo glielo imponga, questa volta, ma perché qualcosa nel campo davanti a lui lo trattiene — un tappeto di fiori che nessuno ha seminato, cresciuto senza permesso tra le pietre, come se la terra stessa avesse deciso di non aspettare più il permesso di nessuno per tornare a essere bella. Si siede tra i fiori senza pensarci, e la stampella cade a fianco a lui nell'erba con un piccolo tonfo che sembra, per un istante, il suono di una resa — non una sconfitta, ma la resa di chi smette finalmente di combattere qualcosa che non ha più senso combattere.

È lì, con la schiena contro la terra tiepida e gli occhi rivolti a un cielo che oggi non ha fretta di piovere, che alza per stanchezza più che per gesto il braccio verso l'alto — il guanto ancora addosso, il metallo consumato dagli anni più che dai colpi, le dita che si aprono senza una ragione precisa, quasi a voler toccare l'aria stessa.

Ed è allora che arriva lei.

Piccola, bianca, indecisa nel volo come lo è sempre chi non ha nulla da temere.

Si posa sul dito, leggera come un pensiero che non pesa, e lui resta immobile — non per paura di spaventarla, ma per la sorpresa di sentirsi, in quell'istante, degno di una delicatezza simile. Il ferro del guanto, che ha parato colpi e portato armi, ora sostiene un peso che non è nemmeno un peso: le zampe di un insetto, il battito quieto di ali che si aprono e si richiudono come per respirare.

Guarda la farfalla e pensa, con una chiarezza che lo sorprende, a lei — non alla guerra, non alla colpa, non alla morte che gli ha tenuto compagnia per tutte queste settimane, ma a lei, per intero, senza ombre a contenderle lo spazio nel petto. Ricorda le sue mani, non come le ha lasciate ma come le immagina ora, forse più stanche, forse segnate da mesi di attesa altrettanto pesanti di quelli che lui ha camminato. Si chiede se anche lei, in questo momento, stia guardando qualcosa di piccolo e fragile e stia pensando a lui allo stesso modo.

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La farfalla resta sul suo dito più a lungo di quanto la logica di un animale simile dovrebbe permettere, e lui si lascia attraversare dal pensiero che la bellezza, quando arriva, sceglie sempre i posti più segnati per posarsi — non le mani lisce di chi non ha mai sofferto, ma le dita coperte di ferro e polvere di chi è tornato da un luogo che la bellezza non conosce. Forse, pensa, è proprio per questo che arriva: per ricordare a chi ha visto il peggio che il meglio non ha smesso di esistere, semplicemente ha aspettato il momento giusto per farsi vedere.

Chiude gli occhi, ancora con la mano alzata, e per un tempo che non misura si lascia essere soltanto questo: un uomo disteso in un campo, con una farfalla sulla mano e un nome nel petto che pesa quanto un respiro. Non pensa alla morte, in questo istante. Non pensa alla guerra. Pensa solo che se questo — la luce, i fiori, l'ala bianca che trema piano sul guanto — è ciò che lo aspetta anche solo in parte a casa, allora ogni miglio che ha percorso finora vale ogni fatica che gli è costato.

Quando la farfalla si alza in volo, non la segue con gli occhi.

La lascia andare come si lascia andare un pensiero che ha già fatto il suo lavoro.

Si rialza più lentamente del solito, la gamba più rigida per la sosta, ma qualcosa nel petto si è spostato, riordinato, come una stanza rimessa in ordine dopo mesi di disordine. Riprende la stampella, riprende il cammino, e per la prima volta da quando è partito non conta più i passi che lo allontanano dalla guerra — conta, senza nemmeno accorgersene, quelli che lo avvicinano a lei.

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