Storia · capitolo 2

Ciò che il tempo consuma

thousand miles away di chri

Il fragore lo raggiunge prima della vista — un rombo continuo, sordo, che sale dalla terra e cresce a ogni passo, fino a diventare qualcosa che non si sente più solo con le orecchie ma con lo sterno, con le ossa della gamba ferita, con i denti. Per un istante, prima ancora di vedere l'acqua, il corpo si irrigidisce come si irrigidiva sotto il fischio di un proiettile — poi riconosce che non è quel suono, che non lo sarà mai più, e qualcosa dentro di lui si scioglie con la stessa violenza con cui si era teso.

Arriva al bordo del burrone e il mondo si apre sotto di lui in un modo che non aveva previsto. L'acqua precipita da un'altezza che l'occhio fatica a misurare, bianca e viva, avvolta in una nebbia dorata dal sole basso che le brucia intorno come un incendio senza calore. Il fragore non fa paura, ora che lo guarda in faccia — è la cosa più simile alla libertà che abbia sentito da anni.

Anche la guerra faceva questo rumore, un tempo.

Ma quello era un rumore che divorava. Questo, invece, sembra lavare.

Resta a guardare più a lungo di quanto il tempo gli permetta, la gamba che protesta sotto di lui, il fiato ancora corto per la salita. Pensa che la potenza, vista da qui, non ha bisogno di uccidere per essere potenza — l'acqua cade, cade e cade, da sempre e per sempre, senza intenzione, senza colpa, e proprio per questo è la cosa più innocente che i suoi occhi abbiano visto in mesi.

Riprende il cammino con quell'immagine ancora addosso, come un'eco che non si dissolve subito. I giorni, da qui in poi, cominciano a confondersi tra loro in un modo nuovo — non più la lunga sequenza indistinta della guerra, dove ogni giornata era identica per pura sopravvivenza, ma una sequenza che comincia, lentamente, a distinguersi: il giorno della cascata, il giorno del vento contrario, il giorno in cui la gamba ha ceduto due volte prima di mezzogiorno.

love, only 4 are between us

Il corpo comincia a scrivere la propria storia più chiaramente di quanto lui voglia leggerla. Il ginocchio non è più solo dolore: è un orologio, un modo di misurare quanto cammino ancora ha in sé prima che l'osso, la carne, il nervo dicano basta anche solo per un'ora. La stampella, che all'inizio sentiva come un'onta, ora la sente quasi come un compagno silenzioso — l'unico che lo accompagna davvero, giorno dopo giorno, senza mai chiedergli nulla in cambio.

Cammina e pensa che il tempo, in guerra, si misurava in attese — l'attesa dell'ordine, l'attesa del colpo, l'attesa che la notte finisse. Qui, sulla strada, il tempo si misura in miglia, ma è un'attesa della stessa natura: aspettare di essere più vicino, aspettare che il corpo regga un altro giorno, aspettare — sempre aspettare — di essere finalmente in un posto che ancora non riesce a immaginare del tutto, per quanto ci provi.

Ogni notte scrive nella mente una lettera che non spedirà mai,

perché ormai la strada verso di lei è più veloce di qualunque messaggero.

Pensa a cosa significhi essere ancora vivo, in questi giorni che si allungano. Non è una domanda nuova, ma qui, lontano dal fragore della cascata e più vicino al silenzio ordinario della strada, assume una forma diversa: essere vivo non è più uno stato che si constata al risveglio, come contare le dita per essere certi di essere interi. È diventato un compito. Ogni giorno che si allunga è un giorno che deve attivamente scegliere di attraversare, gamba dopo gamba, respiro dopo respiro — e capisce, con una specie di stupore sereno, che questo sforzo quotidiano di restare vivo assomiglia più a un atto d'amore che a un istinto di sopravvivenza.

La sera, quando si ferma, il ricordo della cascata torna a lui non come immagine ma come sensazione — quel fragore che lava invece di divorare. Si addormenta chiedendosi se anche il proprio corpo, un giorno, smetterà semplicemente di opporre resistenza e si lascerà cadere con la stessa naturalezza dell'acqua: non una sconfitta, ma un compimento.


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