Storia · capitolo 1

Capitolo 1

Quella notte di San Lorenzo di Filippo Molari

Quando i miei genitori mi proposero di andare con loro a Talamello per la notte di San Lorenzo, accettai subito senza ribattere, forte anche del fatto che non avevo altre opzioni tra le mani. Ma la serata, già dal principio, aveva iniziato a prendere una piega che non mi piaceva. Piccole cose, per carità, ma che avevo trovato enormemente fastidiose. Il parcheggio trovato a chilometri di distanza, mia madre che ogni tanto mi si attaccava al braccio come una cozza, la moltitudine di persone che si era riversata nel paesino, le miriadi di bancarelle presenti che vendevano solo cianfrusaglie per poveri allocchi, ma soprattutto l’assenza quasi totale di stelle per via dell’inquinamento luminoso. Ormai si leggeva chiaramente sulla mia faccia che ero incazzato nero, ma tentavo di non darlo a vedere ai miei genitori, per non farli sentire in colpa di avermi portato in quel posto terribile. Per ironia della sorte, a una bancarella che vendeva vecchi oggetti degli anni ’60, trovai la ragazza che mi avrebbe svoltato la serata. 

Capelli neri, ricci, lunghi, arricchiti da due occhi neri e degli occhiali che si sposavano perfettamente con i lineamenti del suo viso. Appena la vidi, rimasi senza fiato. E più la guardavo, più mi piaceva. Poi, dopo averla osservata per qualche minuto, notai un particolare. Anche lei si trovava in questo paesino con i suoi genitori ed era nera in volto come lo ero io. E quando notai questo, non so dove presi un simile coraggio, ma, come spinto da un istinto primordiale, mi avvicinai a lei senza curarmi dei miei genitori, che nel mentre erano distratti a guardare la bancarella. Le toccai delicatamente il braccio e lei si voltò con aria sorpresa: “Ciao, scusami il disturbo. Mi chiamo Federico.””Ci conosciamo?”disse lei con aria interrogativa, ma curiosa.”No, in realtà no, è la prima volta che ti vedo. Però non ho potuto fare a meno di notare che non te la stai passando proprio bene con i tuoi genitori. Sembri incavolata nera!” “Incavolata è dire poco. Io non ci volevo manco venire qui. Dovevo uscire con i miei amici e invece mi sono ritrovata qui. Una bella seccatura.” “Io sono nella tua stessa situazione. Ti andrebbe di svoltare questa serata?” le chiesi, porgendole un braccio. Da totale sconosciuto per lei, non avrei mai creduto avrebbe accettato la mia offerta, ma invece non fu così. Mi afferrò il braccio e disse: “Svoltiamo questa serata.” Appena mi disse ciò, iniziammo a correre all’impazzata tra la folla di persone, mentre, in lontananza, sentivo una voce urlare: “Amelia! Dove stai andando?!” In poco tempo riuscimmo a uscire dalla folla e iniziammo a camminare mano nella mano tra le vie non colpite dalla festa. Talamello si dimostrava molto più bello di quello che ci era apparso prima.“Scusami per la mia maleducazione, ma non mi sono ancora presentata. Io sono Amelia.” “Bel nome. Lo sai che questo nome deriva dal germanico amal e vuol dire laboriosa?” “No, non ne avevo la più pallida idea. Ma come diavolo fai a saperlo?” “Ho solo molto tempo libero da passare davanti al telefono.” 

Tra le risate continuammo a parlare del più e del meno, chiedendoci cose scontate e banali, che comunque ci facevano sempre più avvicinare l’uno all’altra. Continuammo a parlare e camminare per molto tempo, finché, non ci ritrovammo davanti a un parco con qualche panchina e uno scivolo rosso al centro. Decidemmo di sdraiarci sul prato, per vedere quelle protagoniste che prima non avevamo visto nemmeno per sbaglio. Le stelle, in tutto il loro splendore. In quei minuti passati a guardarle non ci scambiammo una parola, ma in compenso ci stringemmo la mano ancora più forte, come se ognuno volesse dire qualcosa all’altro senza trovare le parole per farlo. Dopo aver passato mezz’ora in quel silenzio infinito, decidemmo di tornare alla triste realtà. I nostri genitori avevano provato a chiamarci ad occhio e croce duecento volte e ora dovevamo ritornare da loro. Fatte le chiamate di dovere, dove ci beccammo urla e pianti, scoprimmo che avremmo dovuto prendere due strade diverse. I nostri genitori, infatti, si trovavano opposti l’uno all’altro. Questo voleva dire che ognuno doveva tornare sui propri passi senza la compagnia dell’altro. Ci stringemmo per un’ultima volta le mani e le dissi: “Questo è un addio, Amelia?” “Sembrerebbe di sì. Anche se, in realtà, non vorrei che finisse tutto in questa notte.” “Neanch’io.” Poi, dopo poco, ci abbracciammo per andare ognuno per la propria strada. Io, però, mentre tornavo dai miei genitori, avevo un sorriso stampato in volto e forse credevo lo avesse anche Amelia. Infatti, tra le note del mio telefono, tra mille poesie, si poteva trovare ora, il numero di una persona speciale.

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