Storia · capitolo 1

Capitolo 1

In viaggio verso il nuovo mondo di Rita Dell'Arso

Napoli 1916

Il ferro della ringhiera le bruciava contro i palmi, gelido nonostante il sole pallido di fine gennaio, un sole che sembrava aver paura di posarsi davvero sulle cose. Mentre il molo di Napoli diventava una riga indistinta di pietra e polvere, Firmina sentì il peso di tutto ciò che stava lasciando: non solo la fame, né l’odore della sua terra, ma il suono stesso della sua lingua, il legame con i suoi genitori, con i suoi fratelli.

Intorno a lei, il piroscafo Patria gemeva come una bestia ferita, caricando nelle sue viscere mille anime fatte di valigie di cartone e di speranze cucite dentro gli orli dei loro abiti.

La sirena suonò il fischio della partenza. Un suono forte che spaventò Firmina e tanti altri passeggeri che per la prima volta salpavano verso il nuovo mondo.

Suo padre le aveva messo in mano un pezzo di carta stropicciato con un indirizzo di New York, scritto con la grafia incerta di chi non era avvezzo a scrivere indirizzi stranieri. Era l’indirizzo di sua nonna Maria e sua zia Rosa, le uniche due donne della famiglia che avevano osato attraversare l’oceano prima di lei. Insieme a quel foglietto e al biglietto per la nave, un po’ di soldi chiusi in un sacchetto e tenuti stretti nel reggiseno.

“Tienili bene”, le aveva detto suo padre. “Statte accuorta che nessuno ti metta le mani addosso, arricuordat che il mondo è pieno di ladri, soprattutto dove c’è tanta miseria, e ci stanno tanti malintenzionati. Tu si’ na’ bella figliola, tieni gli occhi aperti agli uomini che stanno sul treno e soprattutto sulla nave dove devi starci per venti giorni più quelli che devi fare quando arrivi per tutti i controlli per il visto di ingresso”.

Mentre l’orizzonte inghiottiva la costa italiana, Firmina non guardò l’acqua. Guardò le sue mani, arrossate dal lavoro nei campi, e immaginò che presto avrebbero toccato il velluto, o forse solo le macchine da cucire di una fabbrica fumosa.

Firmina non aveva mai visto il mare. Era cresciuta in un posto di campagna, lontanissimo dal mare: un paese piccolo, settemila abitanti, dove in tanti fuggivano verso l’America a cercare lavoro e dove tanti ragazzi ora andavano soldati per la guerra appena scoppiata.

Il paese, in quella regione detta Lucania, una terra completamente sconosciuta e povera. Un paese però che custodiva tanta storia: il castello aragonese al centro del paese con le sue quattro torri si ergeva imponente, l’Abbazia della Santissima Trinità dove si facevano le sagre due volte l’anno, le rovine romane. Un paese che pure aveva dato i natali al poeta Orazio ma, ora completamente decaduto e dimenticato dal mondo.

Si viveva di campagna per lo più. Suo padre, unico figlio sopravvissuto a tanti fratelli morti, aveva ereditato molte terre e di terra viveva, non solo coltivandola ma anche amministrando quelle altrui. Era uno dei pochi che aveva imparato a scrivere e a far di conto in quel paese ed era molto bravo nel farlo; questa dote lo aveva portato anche a lavorare come amministratore di masserie di gente ricca.

Il mare, questa distesa d’acqua, Firmina l’aveva solo sentita nei racconti dei suoi genitori quando parlavano dei parenti andati in America. Per il resto gli unici luoghi d’acqua che aveva visto erano quelli frequentati in estate quando volevano rinfrescarsi; si andava a un fiumiciattolo del paese in mezzo al bosco o al massimo ai laghi di Monticchio, laghi vulcanici dove si riempivano le stagnate d’acqua alla sorgente e che poi portavano a casa. Ma nulla era paragonabile al mare, a quella massa d’acqua che ora osservava con grande stupore e terrore.

Dietro di lei restava la guerra che divorava i ragazzi del paese; davanti un’incognita chiamata Ellis Island, dove il suo nome, Firmina, sarebbe stato riscritto da un uomo con una divisa blu che non sapeva nulla del profumo della terra dopo la pioggia.

Firmina inspirò forte, come per trattenere dentro di sé l’ultimo odore dell’Italia. Ma ciò che sentì fu solo carbone, sudore e mare.

E capì che il viaggio era già cominciato molto prima di salire su quella nave.

Ci aveva messo due giorni per arrivare a Napoli con il treno scendendo in varie stazioni per i cambi ferroviari. Ora la nave, ci sarebbero voluti venti giorni di viaggio prima di arrivare a Nuova York. Solo a Napoli, sentendo gli addetti alla nave, aveva scoperto che non si diceva Nuova York, ma New York. Al suo paese, sulle persone partite per l’America, dicevano tutti:

È andato a Nuova York”, oppure: “Se n’è sciut a Brucclyn, quell’altro all’Argentina”.

Lei aveva solo la quarta elementare, come titolo di studio. Sapeva scrivere e fare di conto, ma il fatto che fossero nove figli e che lei fosse una femmina, non le aveva dato la possibilità di andare avanti negli studi.

Nella sua mente i pensieri andavano veloci e il passato, appena salita, su quella nave, tornò come un’ondata improvvisa, più forte del rollio del piroscafo Patria.

Rivide l’ultima volta che aveva incontrato lui, nascosti dietro una chiesetta di campagna, quando ancora credeva che l’amore potesse bastare.

“Firmina, non posso farci niente”, le aveva detto. “Mia madre non vuole. Dice che non sei adatta alla nostra famiglia. E la tua famiglia l’ultima volta che ha parlato con lei le ha risposto male perché si sono sentiti offesi per alcune parole di tuo padre. Nessuna delle nostre famiglie è ricca, contadini siamo, ma stanno a litigare per il nostro matrimonio su quel po’ che qualcuno ha di più per organizzarlo. E tuo padre è pure uno troppo attento ai soldi, dice mia madre. Coi soldi che ha potrebbe darti di più come dote”.

“Quindi tu sei d’accordo con tua madre?” disse Firmina.

“Io non posso andare contro mia madre. Non adesso. Qua la situazione è brutta, ci sta pure la guerra e lei ha bisogno di un uomo in casa. Non sono andato in guerra perché orfano di padre, devo mantenerla”.

Quelle parole caddero tra loro come pietre.

“E io?”, disse piano. “Io cosa sono allora?”

“Tu meriti di più. Ma io non posso darti niente adesso”.

Era la frase più codarda che potesse dirle. La frase che gli uomini usano quando vogliono sembrare buoni mentre invece stanno scappando.

La rabbia l’assalì e gridò:

“Non è vero che non puoi. Non vuoi”, e con tono nervoso gli disse: “Vattene da tua madre, stattene con lei per tutta la vita”.

Le lacrime scendevano copiose insieme a tanta rabbia.

Corse, corse veloce verso casa come se il terreno le bruciasse sotto i piedi.

Lui non fece nulla per trattenerla, non la inseguì e non la cercò.

Rientrata a casa piangendo, con le mani ancora tremanti per la rabbia, incrociò subito sua madre. Sua madre che, guardandola, non le disse neanche “Che è successo?” Aveva già capito tutto.

Un matrimonio mancato, un amore finito e tanta sofferenza. E per una donna di un paese piccolo meridionale, non vi erano più speranze di un futuro. L’unica possibilità era andare via dal paese.

E infatti madre e padre, visti i dissidi con la famiglia di lui, da tempo stavano già decidendo cosa fare di lei, in caso di matrimonio non celebrato. E a Firmina non toccò che accettare.

Suo padre, un uomo molto severo e rigido, attaccato alla terra e ai soldi perché aveva visto la miseria, quando seppe della frattura amorosa le disse subito:

“Figlia mia, qua non c’è più niente per te.”

“E che faccio io, ora qui, papà? Chi se la prende più al paese una come me?”

“Qualche tempo fa tua zia e tua nonna dall’America hanno scritto che là ci sta nu uaglion che vuole sposarsi. Un lavoratore italiano, brava persona. Vai da tua zia e tua nonna a Nuova York. Loro ti aspettano.”

Anche sua madre, donna che aveva sempre lasciato parlare il marito perché era l’uomo di casa, stavolta intervenne: “Là puoi ricominciare, qui no”

Comprese anche lei che non aveva altra scelta e nel giro di poco tempo si ritrovò a preparare la partenza. Pochi abiti in una valigia di cartone, un biglietto per l’imbarco navale, un biglietto con l’indirizzo dove arrivare e pochi soldi ben nascosti in un sacchetto.

La mattina della partenza abbracciò sua madre e pianse. Anche sua madre piangeva: la sua prima figlia andava via e chissà se l’avrebbe più vista. Sua madre che aveva già visto da bambina andar via sua sorella e sua mamma in America, ora era lì ad accettare un altro distacco, quello della sua prima figlia portata in grembo. Quella figlia che aveva tanto desiderato per sentirsela vicina e che sostituisse sua madre e sorella.

Salutò anche i suoi fratelli e poi uscì di casa accompagnata da suo padre fino alla stazione del paese.

Uscirono all’alba perché non li vedesse nessuno, anche se di fatto tutti sapevano della sua partenza. Qualcuno sbirciò da dietro le finestre.

Arrivarono con il carro alla stazione dove con tanti cambi ferroviari sarebbe arrivata a Napoli. Gli era costato tanto quel viaggio a suo padre: diverse damigiane di olio vendute, bottiglie di vino, un piccolo prestito dal massaro a cui teneva i conti.

Suo padre non era avvezzo a smancerie e ad abbracci, ma quel giorno con gli occhi lucidi l’abbracciò, dentro di lui la sensazione che quella figlia non l’avrebbe più vista.

“Figlia mia…” disse piangendo e poi: “quando arrivi scrivici, facci sapere”.

Partita, si accorse che non stava lasciando solo un luogo. Stava lasciando se stessa, quella che era stata fino a quel momento.

Dopo la strada, ci sarebbe stata Napoli, il mare e poi l’America.

Ellis Island

“Terra! Terra!”, gridavano tutti sulla nave.

Finalmente si vedeva la terra. Dopo venti giorni di mare, nausee, pianti di bambini, tanfi di corpi chiusi per giorni nella stessa aria, si toccava terra.

La Statua della Libertà, immobile con il braccio alzato verso il cielo. Ellis Island.

Sbarcata, la condussero dentro il grande edificio di Ellis Island, file di gente, ogni persona veniva guardata, visitata, toccata e interrogata.

Firmina ebbe paura di quei controlli. L’uomo con la divisa blu non le guardò nemmeno negli occhi. Le prese il foglietto con il nome, lesse le sue generalità e storpiò il suo cognome e nome. Li riscrisse.

Quando uscì dall’edificio, la luce l’accecò. New York davanti a lei, rumorosa e indifferente. Uomini che gridavano, persone che parlavano lingue diverse.

Fece un passo, poi un altro. Ogni passo un taglio con il suo passato, ogni passo una nuova nascita. Non si voltò più indietro, la nostalgia andava messa da parte, una nuova vita l’attendeva.

Torna alla scheda dell’opera

Dopo questo capitolo puoi leggere anche