Storia · capitolo 1

Capitolo 1

volerò per... di artioli

Volerò per…

-Marah, cosa stai facendo?

-Ciao Suleiman, Non vedi? Hai perso la vista?

Marah sta raccogliendo da terra dei chicchi di riso. Ha atteso per ore sperando di poter avere una razione, una piccola razione, per poter sopravvivere ancora un giorno. Samira gli è morta tra le braccia. Sfinita. Una delle poche amiche rimaste non ce l’ha fatta. Senza acqua e cibo da giorni, senza una sola semplice medicina per i suoi polmoni affaticati, Samira ha raggiunto tanti altri che l’hanno preceduta nel viaggio che non prevede ritorni.

Marah ormai aveva raggiunto il punto di distribuzione, dopo ore di fila sotto un sole impazzito, quando una canna di mitra è spuntata e i suoi spari hanno lasciato a terra altri morti. Tanti. Troppi.

Marah ormai è sola. Il padre morto già prima del quel maledetto 7 ottobre, caduto sotto le botte inferte per essersi ribellato alla vita in quella prigione a cielo aperto che è Gaza. Su quella terra abitata dagli avi ora non si vive, ma pure prima si sopravviveva soltanto perché vilipesi, malmenati, costretti a estreme forme di sopravvivenza e rari momenti di tranquillità interrotti brutalmente da operazioni di polizia. Guerra. Chiamiamola per nome: guerra

La madre uccisa sotto le bombe con la colpa di essere tornata in tenda per raccogliere tra le masserizie le poche cose che le davano illusione di dignità. È morta per amore dei suoi figli. Figli poi che l’hanno seguita nella sorte. Abdel, morto dissanguato sull’ambulanza che mai ha raggiunto l’ospedale perché durante il viaggio è stato bombardato e evacuato. Mentre saliva per l’ultima corsa ha sorriso alla sorella: un ultimo saluto che ancora è fermo nel pensiero di Marah. Jamila, è sparita. Non è stata nemmeno sepolta. Ora giace inerme sotto tonnellate di macerie.

-E tu Sulemain, che fai? Non ti vedo da giorni.

-Non so cosa sto facendo. Mi trascino da un luogo all’altro tra bombe, urla, polvere che ti rode la gola, la fame che ti toglie anche la forza di pensare. Ormai solo le brutture di questa vita plasmano i miei ricordi.

- Sulemain, donami un ricordo. Sono l’unica cosa che ci rimane.

-Ma è un brutto ricordo.

- È lo stesso. Ricordare ci conferma che esistiamo. Vorrei che fosse un incubo quello che viviamo, ma è la realtà, La nostra sorte da mesi. Anni. Sarà sempre così?

-Marah, il mio ricordo vede Hassan. Hassan è ormai molto magro; l’ho visto in ospedale dove cercavo una medicina per questo braccio che ormai non muovo più. Camminava a fatica con due stampelle. Un foulard copriva la sua gamba e il piede destro che cercava di nascondere, chissà per perché, i ferri che gli hanno messo per stabilizzare le fratture riportate mentre scappava dall’ennesimo ordine dell’esercito che intimava di abbandonare la sua casa, la sua vita, la sua memoria, i suoi affetti.

Hassan ha anche una ferita all’altra gamba, una cicatrice sulla pancia e un buco, sì un buco con una sacca, perché il suo corpo non è più in grado di svolgere i suoi compiti.

-Sì ricordo Hassan. Ha cicatrici al volto e gli manca un dito della mano sinistra.

-Ah, lo ricordi bene! Sai, quando mi ha visto i suoi occhi penetranti si sono posati su di me. Lo sguardo è sempre come al solito in continuo movimento.

-Sulimain, oggi ho visto Saeed, vendeva palloncini. Al mercato non si trova più nulla e lui ha pensato di regalare colori.

- Saeed che fai? - gli ho chiesto.

-Vendo la possibilità di volare - mi ha detto con quel suo sorriso accattivante. Più tardi mi vedrò con lui perché mi lascerà i palloncini che non sarà riuscito a vendere.

- Diventerai una venditrice anche tu?

- No, io volerò e porterò con me questo – afferma Marah mostrando un libro.

- Cos’è? - chiede Sulemain.

- Non vedi? Allora sei proprio cieco. È il libro della memoria. Dentro c’è la mia storia, la tua, quella dei nostri genitori, dei nostri amici, del nostro popolo oramai abbandonato.

-E dove andrai?

-Non lo so. Vorrei volare lontano e non vedere più nulla. La mia casa è distrutta come quelle dei miei amici che ora non ci sono più: uccisi sotto i continui bombardamenti di un esercito potente che si muove al di sopra della legge e che riceve ogni giorno nuove armi: dagli Usa, dalla Germania anche dall’Italia. Forse troverò Heba che è scappato al sud con i suoi fratelli per sperare di trovare babbo e mamma. Non ci sarà però il più grande della famiglia Jhad che ho visto ucciso da un soldato mentre raccoglieva un frutto. È un terrorista, ha detto quel soldato per giustificarsi. Ma anche lui non ci credeva e ha sparato senza pensare che anche lui a casa ha un fratello, un figlio.

- Tu allora Marah sei rimasta sola?

-No. Vivo col pensiero ai miei cari, ai miei amici, a tutti quelli che pur vivi sono disperati.

Sì. hai ragione. Siamo tutti disperati. Non so se vi sarà un domani per noi. Non so se potrai dare un senso al tuo desiderio di volare.

-Volerò lontano per vedere un prato verde, sedermi nel silenzio senza spari e mangiare un piatto di riso. Volerò per trovare un sorriso a bocca aperta e contare i denti bianchi che spuntano da una bocca sorridente.

Volerò per non vedere ogni giorno sempre più morti; volerò per non vedere gli uccelli di metallo che uccidono seminando bombe, quintali di bombe per farci sparire tutti.

-Anche tu pensi ci sia l’intenzione di distruggere sistematicamente il nostro popolo?

-Saliman, allora sei davvero cieco, sordo e non so cos’altro?

-Allora sei decisa a volare?

-Sì. Per avere uno sciroppo se ho la tosse, per godere di un sorriso di una mamma verso il proprio piccolo. Volerò per un bicchiere di tè, un tetto per ripararmi dal sole e dalla pioggia, dal freddo della notte. Chiedo troppo?

Volerò per avere a serenità di ricordare il sorriso delle mie sorelle, per sognare di appoggiare la testa sul seno della mia mamma mentre il vento ci farà compagnia.

Sulemain, chiedo troppo? Volerò per poter andare un giorno al mare con nuovi amici.

Sulemain mi procuri anche tu un palloncino? I miei non basteranno per spiccare il volo.

E tu che farai?

-Resterò anche se non ho più la forza di reagire. Sono fiaccato. Io non ho più speranza. Il mondo non presta più attenzione alla nostra tragedia, e qui i bombardamenti continuano, veniamo sopraffatti, obbligati a continui spostamenti, siamo affamati, assetati, disperati!

Marah guarda teneramente Sulemain. Conosce la sua storia. Pesa 40 chili e se gli dici che deve mangiare si mette a ridere. Entrambi sanno che al mercato non si trova più nulla; andare nei centri di distribuzione si è sottoposti alla paura, al terrore di essere colpiti dall’arma di qualche soldato. Soldati che hanno smarrito completamente il senso della pietà umana: braccia al servizio di potenti che con disprezzo vogliono annientare un popolo intero e poche sono ancora le voci che urlano Basta!

Sulemain abitava a Rafah, dove coltivava un pezzetto di terra con la famiglia, poi obbligato dall’avanzare dell’esercito è sfollato più a sud. Un giorno il padre ha chiesto a lui e ai fratelli di tornare al campo, per la raccolta delle olive. Stavano rientrando quando sono stati colpiti da una granata lanciata da un drone. Un suo cugino è morto. Uno dei suoi fratelli ha dovuto subire l’amputazione una gamba. Un altro fratello è ancora in ospedale, dove stanno cercando di salvargli la mano destra.

Lui dovrà sottoporsi ad altri interventi chirurgici, per recuperare le funzioni dell’intestino e l’uso della gamba. Ma Sulemain resta. Porta con sé le parole di un suo amico italiano: non dobbiamo farci vincere dalle complessità e dalle paure. Le comunità deperiscono dove prevale il disimpegno e l’indifferenza Costruire è rimettersi in cammino nella storia. Anche se questo di richiedere di attraversare territori difficili.

-Ammiro il tuo coraggio, ma io ho un altro compito.

-Quale compito hai Marah?

- Volerò, lontano, forse molto lontano; cercherò un albero, un albero gigantesco, con forti radici, imponente, tanto da mettere soggezione a chi cercherà di abbatterlo. Scaverò una buca e lì seppellirò il nostro libro della memoria. Un giorno servirà da guida e lezione per chi non ha mosso un dito per il nostro popolo

-Addio Marah-

-Addio Sulemain, che le nostre azioni siano di aiuto alla pace.

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