Storia · capitolo 1

Capitolo 1

Ladro di fiori di Alexandra

Ladro Di Fiori

Stasera ho tardato di circa mezz’ora dal mio solito orario di rientro, ma finalmente riesco ad intravedere, tra i cespugli e gli abeti, le tegole scure ed il comignolo del mio cottage. Da quest’ultimo vedo serpeggiare una fumea scura, perciò Oscar dev’essere a casa. Appena varco la soglia, poggio accanto al portaombrelli la mia cesta di fragole di bosco, le preferite di Oscar, e sfilo le scarpe a sinistra dello zerbino. Sopra le fragole avevo posato quattro fiori vivacemente colorati colti lungo la passeggiata, e decido di aggiungerli agli altri già riposti nel grande vaso sul davanzale.

“Sono davvero belli quei fiori” si meraviglia Oscar.

“Ti direi grazie se fosse merito mio”

“Ogni volta li guardo e mi stupisco di non riuscire a trovare qualcosa di più bello di te, nemmeno nella perfetta armonia di un fiore”

“Forse dovresti guardare le fragole nella cesta per ricrederti” controbatto sorridendo.

Oscar si alza di soppiatto, come se non potessi vederlo, e si fionda ridendo di incontrollata gioia.

Nella nostra casa siamo sommersi dai fiori. Oscar ci ha fatto trasferire qui ed io ho scoperto di avere una passione, tanto che è stato lui a costruire una veranda per donarmi uno spazio apposito ed a fare dei fori sul lampadario per abbellirlo in modo, o meglio, a mio modo floreale. A lui piacciono, ma non li raccoglie come me. Raccolgo fiori perché sono l’unica bellezza della mia vita, la sola cosa che mi faccia provare un po’ di felicità, che mi ricordi di poter essere ancora felice. Lo stelo si protende verso di me con silenzioso desiderio, il fiore si apre sotto i miei occhi in tutta la sua perfezione e non ha paura di poter essere distrutto da un momento all’altro, ignora la propria debolezza proprio perché conosce la sua bellezza, e crede che questa lo salverà. Un papavero nel mezzo di un campo di grano induce all’indugio persino una falce. Non so se ci sia qualche nesso, ma il mio amore per i fiori è come se fosse nato in concomitanza di quello per Oscar.

È una mattina in cui mi sono svegliata presto, ho fatto una colazione veloce e poi sono uscita di casa alle 8.00, Oscar credo che ancora dormisse. Mi sto incamminando con calma per un sentiero, cercando di raggiungere un campo al di fuori del bosco, dove la flora è diversa. Appena attraverso la strada mi ritrovo sull’altro lato una distesa infinita di fiori, percepisco il vento saturo del loro odore e mi convinco di aver trovato i Campi Elisi, ora tutto meno che un locus amoenus mitologico. Dopo poco meno di un’ora ritorno sui miei passi con il mio bottino, e lungo la strada incrocio un tale con un passamontagna nero. Mano a mano che si avvicina mi sembra sempre più di conoscerlo, tanto che, una volta arrivato alla distanza sufficiente per vedere chiaramente i suoi occhi, sento il respiro smorzarsi. Senza rendermene conto mi strappa i fiori dalle mani, e poi corre via alle mie spalle. Io rimango lì, immobile, non mi volto nemmeno. Dei fiori non mi importa più niente, è come se in questo momento mi sentissi Oscar, non mi va più di collezionarli, anche peggio, forse non provo nemmeno più piacere nel guardarli. Ne ho viste molte, ma non avevo mai visto un… ladro di fiori. Mi sentivo ferita, avvertivo che su milioni di ladri uno era riuscito a rubare qualcosa che avesse davvero un valore, e che lo avesse fatto consapevolmente. I ladri vengono e non tornano più, non ti preoccupi di loro più di tanto perché sai che non ti conoscono. Però questo ladro mi conosce, ne ho la certezza poiché solo l’ingenuità di un bambino a questo mondo ruberebbe dei fiori.

Il giorno seguente mi sveglio già stanca, con gli occhi gonfi e la stessa circolazione di un cadavere. Appena raggiungo il salotto, vedo Oscar sollevare lo sguardo verso di me, alzarsi dal divano e darmi un bacio pieno di energia, mentre io vorrei solo rimettermi a dormire per smettere di dover portare avanti questa giornata.

“Ieri notte avrei dovuto darti io un reale motivo per essere così stanca questa mattina. Stanotte vogliamo provare?” mi prende in giro.

Io non rispondo e non gli do nemmeno la soddisfazione di un mezzo sorriso.

“Dai, non guardarmi imbronciata con questi begli occhioni, bastava un semplice no.”

Lo sorpasso sforzandomi di sorridere, e mi chiedo come mai mi senta così… vuota. Mi propongo di andare a rivedere i fiori, magari oggi sarà diverso. Metto un abito primaverile a schiena scoperta, mi porto solo una giacca per eventuali sbalzi termici. Saluto Oscar con un morso sulle labbra, un po’ per dispetto e un po’ per affetto, ed esco.

Quando esco dal campo con un mazzo di tulipani nelle mani, rivedo il solito tizio venirmi incontro. Io so chi è questa persona, l’ho vista molto più recentemente di ieri. Non mi sento in preda ad una paura paralizzante, semplicemente non mi muovo per un’inerzia con cui sto familiarizzando. Ci sono istanti in cui ho cercato di convincermi che non fosse chi era, di sperare che fosse qualcun altro, e non chi amavo, eppure in fondo io l’ho sempre saputo. Nessuno vuole crederci, lui stesso se ne vergogna, persino lui si nasconde dietro un passamontagna. Già a 10 metri di distanza, gli tendo la mano stretta attorno ai gambi, ed aspetto che li prenda. So già cosa succederà, e mi preparo di conseguenza. Ieri non avrei più nemmeno immaginato di raccogliere fiori, invece oggi sono qui. Potrei evitare tutto questo, potrei evitare di farmi derubare, ma stamattina sembrava così… felice. Magari sta preparando un grande bouquet da restituirmi per farmi una sorpresa! Chissà perché mi viene da piangere. Prende il suo mazzo, e lascia a me quello di ieri, appassito. Mi guarda per pochi secondi in volto, poi sparisce. Quando ami una persona, vuoi la sua felicità sia più grande della tua, anche a costo di vederti infelice. Il problema è che amo una persona che non mi ama, che sa di rendermi infelice e continua a farlo. Mi sento scivolare via dal mio stesso corpo, una morsa mi attanaglia la mente e sono chiusa all’angolo dalla mia coscienza, cerco di nascondere il mio cuore da lei stringendolo tra le mani, tuttavia sta colando sangue. Perciò, che succede a questo punto? Vale davvero la pena sacrificarsi per il boia stesso?

Passano altri giorni, ed io perdo il conto dei fiori che ho regalato. Mi sento sempre peggio. Vedo Oscar in forma, allegro, più affettuoso del solito, mentre io non ho forza di fare nulla. L’unica cosa a cui penso sono i fiori, devo rinnovare i fiori appassiti che mi arriveranno con quelli appena sbocciati. E così, a nessuno importò più di me. Neanche io, pensai più a cosa volevo.

Finito di preparare il pranzo mi siedo a tavola. Ho chiamato Oscar almeno due volte, ma non ho voglia di arrivare alla terza. Così me ne sto seduta, improvvisamente coinvolta dal ticchettio delle lancette dell’orologio. Poi perdono il mio interesse, ed afferro dal manico il coltello sulla tavola. Lo ruoto tra le dita, tasto la lama e mi domando se sarei in grado di affondarlo in della carne vivente. Riesco a rispondermi che lo farei a me piuttosto che a qualcun altro, e tiro un sospiro di sollievo. Poi scanso il bordo della tovaglia, ed inizio ad incidere forme sul tavolo di legno. Appaiono davanti ai miei occhi tanti fiori, e nel mezzo una tomba. Oscar è arrivato e non me ne sono resa conto, così aspetto che parli.

“Cos’è?”

“A te cosa sembra che sia?”

“Vorrei fosse una scatola di compresse Zoloft che, in caso ci stessi pensando, ti consiglierei vivamente di prendere”

Abbasso lo sguardo ed inizio a ridere a crepapelle.

“Pensi davvero che la mia salute mentale sia compromessa solo perché disegno tombe? Davvero ti preoccupi soltanto di un disegnino? Pensi davvero che un farmaco possa darmi spiegazioni a questo” indico il disegno “O risposte a questa?” mi punto un dito in testa.

“Non mi serve una terapia farmacologica per una malattia incurabile. Domani sarà un altro giorno e qualcosa succederà nella mia mente, con il passare del tempo potrò vivere una degenerazione come un miglioramento, ed il bello è che potrei anche sceglierlo. Tutto ciò che comprendi di questo mondo è una proiezione della tua mente, tu vivi realisticamente solo lì, non riesci a non pensare a nulla. I pensieri sono vitali come i nostri respiri, lo stato della tua psiche e la tua felicità dipendono da ciò che pensi, anche se non unicamente, comunque significativamente. In breve, faccio fatica io stessa a dirlo, perché nessuno vorrebbe sentirselo dire, possiamo scegliere se essere infelici o felici, dipende da come si guardano le cose. D’altronde non capita di rado che laddove un uomo veda felicità un altro vi veda infelicità, così nascono le discordie.”

Oscar deglutisce e sfiora la sua sedia senza neanche sedersi.

“So che penserai che non c’è salvezza, che per me non ce n’è come per altri, ma alla fine nessuno vive due vite per saperlo, perciò il tuo scetticismo a riguardo vale quanto la mia fede. Questa è già la mia tomba, io sono già nella fossa, la mia anima già vi giace. I fiori simboleggiano il passaggio ad una nuova vita, una primavera, una rinascita, non perdono mai la loro bellezza, neanche di fianco alla morte. Se la vita e la morte fanno parte di un ciclo e di un equilibrio, mi auguro presto di tornare a vivere anche io, tutto qui.”

Sto aspettando sulla solita strada. Non scappo dal ladro di fiori. Lo aspetto. Oggi come le altre volte, ma l’unica differenza è che non ho con me fiori. Lui rallenta fino a fermarsi, tra noi ci sono una dozzina di passi. Non diciamo una parola, alla fine i nostri incontri sono sempre stati così. Ci guardiamo e restiamo immobili, nessuno si aspetta più niente dall’altro. Io non ho più niente da dare, e lui più niente da ricevere. Sarei tutto ciò che vuole per lui, ma ha voluto uccidermi, quindi ora sono morta. Lui aveva bisogno di amore e gliene ho dato, ma chi pensa anche a me? Aveva bisogno dei fiori, però io non ne avevo davvero bisogno. Avevo bisogno di lui. Amavo lui, e lui amava i miei fiori, solo perché non riusciva a coglierli. Era innamorato di un amore che non provava, di una felicità che non possedeva. A lui interessava questo, non me. Inaspettatamente si toglie il passamontagna, ed il viso che mi si rivela, non mi stupisce neanche un po’. Non è un’espressione allegra ora, è appassita come i fiori. Lui sa di aver sbagliato, sa di aver rovinato tutto ciò che di bello aveva, ma d’altronde lo sapeva anche prima. Avrei così tante domande da fargli, che non gliene faccio nemmeno una. Metto una mano nella tasca e prendo in un pugno dei petali di peonia, il mio fiore preferito. Apro le dita e lascio che il vento li porti da lui. Gli volano davanti, lui sorride e fa per afferrarli, ma poi ci ripensa. Li lascia svolazzare via, ed io ricambio il sorriso.

Un ladro normale non ti conosce, non sa a cosa tieni e presta attenzione solo a ciò che hai tra le mani o in tasca, ruba ciò che è strettamente legato ai soldi, non alla persona. Ma un ladro di fiori no, non fa questo. Un ladro di fiori ruba qualcosa che sa avere valore, ma non per lui, per te. Un ladro di fiori ama la felicità, ma non sa cosa sia; non raccoglie da solo dei fiori, ma li ruba a chi procurano felicità; vive pensando di impossessarsi della luce, ma ogni giorno è lui a cercare lei; crede di essere libero, ma sprofonda nella più misera dipendenza; ti conosce, e non ti deruberà mai per puro caso o sbaglio; sa che ti farebbe male, lui lo sa, non puoi sperare che ne sia all’oscuro, ma lo fa lo stesso; non si porta via i tuoi soldi, si porta via parte del tuo cuore. Una persona che ti fa consapevolmente del male, lo fa perché è cattiva o bisognosa? In ogni caso non importa, a furia di sottrarre fiori, appassiranno; a forza di versare lacrime, si esauriranno quelle che ho nel corpo; continuando a perdere sangue, cesserò di esistere. E quando un ladro di fiori si accorgerà di aver trascurato questi dettagli, sarà troppo tardi. Io svanirò non solo affinché consideri il valore delle cose che ha perso, ma anche il suo valore in qualità di essere umano.

Torna alla scheda dell’opera

Dopo questo capitolo puoi leggere anche