Storia · capitolo 1

Capitolo 1

Il signore della valle di Amedeo Francesco Cappella

Il signore della Valle

Fa caldo.

L’aria di questo ottobre renitente è tesa più verso i ricordi di un’estate appena passata che verso le brume di un inverno che sembra ancora tanto lontano. Dai creti sbrindellati la terra riarsa respira l’anima di questo universo rurale accoccolato sull’alveo del fiume ad aspirarne la linfa vitale.

Il kayak urla sulle spalle la sua voglia di solcare le spume di quel liquido tratturo verde.

Le mie spalle gridano ma sopportano la possanza del plasticone orange, lo chiamavano negli anni ’80. Non ricordavo il suo peso che, partendo dalla schiena si appoggia completamente sulle gambe; avevo dimenticato anche il dolore sulle spalle artigliate dai bordi del pozzetto posto a guardia del sedile. La pagaia non trova posto sulla spalla già martoriata ma, con incerto bilanciamento, appoggiata sulla tondeggiante chiglia. Le punte della canoa non si gestiscono a dovere: ora quella davanti struscia il tronco del melo o del carpino lungo la discesa verso il fiume, ora quella dietro che, in un momento di riposo delle braccia, striscia per terra, rimbalza sulle pietre più grandi, creando un contraccolpo che sballottola l’omologa anteriore verso giù, sbilanciando il corpo fiaccato e flettendo le gambe. Un colpo di reni e tutto torna in equilibrio a discapito di muscoli affaticati invecchiati avvizziti. Conseguenza del non volersi arrendere all’evidenza del tempo, alla manifestazione visiva della vecchiezza che avanza.

Azz…, il rovo addenta il polpaccio che ha avuto la presunzione di sfiorarlo senza rispettare la giusta distanza. Lo scafo del kayak evita alle spalle e al dorso la scudisciata del giovane salice regalando un attimo di rilassamento al solo sentire la sua eco.

Lo zaino impermeabile con il cambio, il casco, la corda da lancio pesano anche loro e rendono sempre più barcollante la discesa verso il punto d’imbarco. Con la muta indossata insieme al giubbetto-salvagente, il camminare tra gli arbusti bassi, i cespugli, gli alberi diventa particolarmente fastidioso. Il sudore è tanto, i piedi nelle scarpe con i calzari di neoprene guazzano. D’altra parte è lo scotto da pagare a questa pratica sportiva e alla scelta di essere solo.

Finalmente la riva. Un po’ di fresco, l’acqua spumeggiante.

«Ma dove vai da solo. Non hai più l’età per queste cose. È da tanto tempo che non scendi più il fiume, ma che ti è preso?» Mi ha rimproverato Jolanda prima di uscire.

Non lo so che mi è preso. Sento che devo andare. Conosco la fatica recondita della discesa in un kayak, ma non ne posso fare a meno. L’annuso nell’anima e nel cuore. Il timore della debolezza ormai congenita da settantenne si scontra con un’ingiustificabile necessità di avventura che è scoppiata improvvisa. È avventura o ricerca di un brivido giovanile? Non sono mai stato spericolato, non ho mai rischiato più di tanto in tutte le mie avventure in montagna, al mare, sui fiumi. Ma oggi è diverso, sento il richiamo dell’acqua bianca, delle grandi rocce intorno alle quali il fiume ribolle, scava, cerca il coraggio del canoista e sfida le multicolori barche. Il liquido signore della valle accetta la provocazione ed è sadico. Strazia tra i suoi artigli i kayak, li scrolla, li costringe a movimenti inaspettati, decide quale sia la direzione da seguire, quali rocce evitare e quali abbracciare. E quando si stanca di quei temerari e presuntuosi gusci di plastica socchiude le pupille iridescenti e li ribalta, li sconquassa in turbini e mulinelli, li raccoglie, li riporta su, fa assaporare l’aria e li ritira giù fino allo sfinimento fisico e per terrore. E, soddisfatto di aver dimostrato la sua forza, magnanimo, li risolleva, li accarezza, li riconsegna alle verdi acque tranquille di un’ansa.

Queste sensazioni voglio tornare a vivere: il coraggio la paura l’audacia il terrore, la fierezza di aver superato l’ostacolo, l’appagamento di essere ancora abile, forte, vivo.

La riva è sassosa, ciottoli tondi, candidi, dolci nella forma ma rudi nella naturale consistenza. Le suole leggere delle scarpe indossate rimarcano e riverberano la loro dolce sagoma ma anche la loro tenace solidità. Sui cespugli a corolla della spiaggetta, le multicolori cinciallegre si rincorrono e fanno a gara con le ballerine dalle lunghe code battenti a chi riempie di più l’aria con la loro felicità e il loro grazie al caldo sole che le accarezza.

Gli occhi di una volpe dalla lunga rossiccia coda mi seguono interessati dalla riva di fronte. L’animale mi spia sospettoso ma curioso di capire se sono pericoloso o il solito innocuo e vanaglorioso umano. Un daino sfreccia a mezza costa sulla collina di fronte. Non si fida, troppe volte è stato preda, inseguito da urlanti bestie affamate e la sua elegante andatura, qualche volta, non è stata sufficiente per salvarsi.

Sono ancora a tempo per tornare indietro, mi ripeto mentre carico il kayak con il sacco tra le gambe, il giubbotto allacciato, il copripozzetto agganciato ai bordi dell’apertura, il casco stretto sotto il mento, uno sguardo alla riva pietrosa, gli occhi e la mente impegnati a scegliere la linea d’acqua da seguire, la pagaia energicamente impugnata, ponte tra lo scafo e la riva e…via.

Avevo dimenticato la formidabile forza della corrente creata anche da pochi centimetri d’acqua.

Il flusso violento mi prende, sbando, il bordo sinistro s’inclina pericolosamente, tocca la liquida e bianca superficie, m’intraverso, la linea è persa, la punta del kayak viene colpita senza pietà da onde cattive, rotte, frantumate, incazzate.

Affondo la pala della pagaia sinistra nell’acqua per cercare il contraccolpo e raddrizzarmi ma da sotto, dal greto sommerso qualcosa di vigoroso ruota la pagaia immersa, la usa come perno su cui piroettare e mi risucchia all’ingiù nella gelida candida alcova. Anche lì sotto si sente il frastuono della corrente, ovattato, ma concreto e sinistro cui si aggiunge il mormorio tintinnante del pietrisco del fondo smosso e centrifugato da una delle tante linee del fiume. Non so dove mi trasporta ma con il braccio steso riesco a toccare il fondo, una grande pietra sommersa, uno sforzo incredibile e riesco a risalire con la testa fuori da quel fluido abbraccio. Un colpo di reni come pensavo di non potere più e il kayak è fuori, incredibilmente la punta ha ripreso la linea più forte e mi trasporta oltre, verso la prima “morta”, un’ansa piatta e calma al riparo di una grande roccia.

Riprendo fiato. Non sento più canti di uccelli, il ticchettio del picchio verde, i rumori della civiltà a poche centinaia di metri. C’è solo la voce del fiume, adesso attutita, quasi dolce e rilassante ma a poche decine di metri più giù il letto scompare e le acque lanciano zampilli al cielo. In quella caletta con spiaggia riconosco il luogo che utilizzavamo con amici cari e oltre venti anni or sono per le nostre lezioni di canoa fluviale a ragazzini di ambo i sessi in vacanza in paese. Ricordo la meraviglia nel costatatare che le femminucce erano più portate per questo sport che sembra, invece, per bruti atletici e muscolosi. I “bruti” cercavano di sfidare il fiume e le sue correnti, la mettevano sul piano della forza, pagaiata potente, schiena piegata per lo sforzo e occhi semichiusi per richiamare tutta la residua energia. Fallendo miseramente. Le ragazzine, invece, tranquillamente con due tre colpi di pagaia sfruttavano la corrente e, con il fiume alleato non nemico, si spostavano da una riva all’altra, da un sasso a una roccia. Minore forza ma tanta applicazione intelligente delle linee d’acqua. Riuscendo anche a non bagnarsi.

Lentamente, dolcemente la corrente m’invoglia verso il gradino alla ricerca de quell’acqua bianca e viva che mi aveva sbatacchiato fino a poco fa.

Dai sù, un colpo al casco per sentirlo pressato sul capo, un respiro profondo, una scossa di adrenalina dai glutei al polso e il fiume mi risucchia tra le sue pietre, i suoi salti, gli schiaffi e i colpi della corrente. L’esperienza di poco prima ha riaperto le pagine del libro delle mie avventure con il Signore della Valle. Adesso, con i battiti del cuore più lenti, riesco con qualche colpo di pagaia a dirigere la mia imbarcazione. La punta scivola tra i grossi sassi affioranti. Dove si restringe il corso e gli scogli offrono solo un pertugio per passare, vai, un colpo più forte, maggiore velocità e lo scafo scivola sopra le pietre bianche e verdi. La punta salta e s’immerge al contatto con la superficie di giada e opale del fiume ma il corpo del plasticone la tira su e duella con i rivoli, gli schiocchi, i salti, gli schizzi taglienti, l’energia di chi governa la furia vitale della Natura.

Bravo, mi felicito soddisfatto, duecento metri senza ribaltarmi!

Questa “morta” è grande, serena come il cielo che spicca dalle rive alte intorno; è profonda, il fondo lucente per la bianchezza delle pietre sembra tanto lontano. Vorrei toccarlo attirato dalla limpidezza dell’acqua, ma è impossibile. Lo vedo ma non posso sfiorare gli opalescenti sassolini del fondale. I riflessi iridescenti del dorso di una trota guizzano tra il candido letto e una roccia scura e ricoperta di licheni sotto il filo della corrente.

È tutto così vicino ma è tutto così “lontano”.

Quante cose sono, ormai, lontane nella mia esistenza quotidiana.

Il ritorno improvviso e temerario a questo amore di gioventù sottolinea, proprio, la distanza da quel tempo sereno e gratificante quando insieme ad altri, come esploratori intrepidi, assaporavamo la forza del fiume e le sue tante possibilità. Non più solo irrigatore di campi e orti confinanti, non più solo dispensatore di ottimo cibo a buon mercato ma anche occasione di nuove attività, di nuovi e ignoti sport, di palestra fisica e formativa, di sconosciuti orizzonti di vivacità economica. Pensavamo che avere una scuola di canoa, organizzare discese ed escursioni rappresentasse un nuovo modo di vivere il nostro territorio e di creare flussi di benessere… tutto finito da tempo. Rimane solo il ricordo lontano di un’occasione che poteva significare tanto e che si è trasformata in un’opportunità perduta e in uno sterile gioco per grandi in cerca di avventura. Le famiglie, gli impegni di lavoro, le avversità, la fine dell’entusiasmo, la difficoltà di realizzare speditamente un sogno hanno cancellato una visione e l’hanno trasformata in un’allucinazione giovanile.

Azz, il prossimo tratto è quello dei “Maraoni”; tre salti, rocce grandi, spruzzi e cascate. Non era cosa da poco da giovane e allenato, adesso potrebbe essere un disastro.

Jolanda non ha mai disceso fiumi, neanche lungo le rive, e non conosce reali e costanti pericoli di questo. Altrimenti non mi avrebbe mai lasciato scendere. È un mio segreto questo, non le ho mai raccontato i tratti affrontati con la paura, i ribaltamenti, gli incravattamenti. Il panico davanti a un masso che ingoiava quasi tutta l’acqua del fiume e la mia ansia nel trovare la linea che riuscisse a evitare quell’orrido antro.

I “Maraoni” sono ormai lì davanti a me. Trattengo il fiato nell’ultima morta prima del vorticoso accavallarsi del fiume tra rocce enormi, corrente selvaggia e indomabile, cavalli bianchi che ti sollevano, ti inabissano, ti schiaffeggiano e ti sputano sulle enormi pietre centrali. E se non riesci a tenere la rotta scelta, se provi a opporti alla violenza del più forte, vai giù nel tritatutto, senza fiato, senza forza, senza capire se il cielo è sopra o sotto. Sperando di non incastrare un piede tra le radici infrangibili degli alberi fluviali, sottili teneri flessibili ma indistruttibili. Gli imbuti e i sifoni si formano stagione dopo stagione dettati dalla corrente e dal diverso volume d’acqua che si scaglia nell’alveo dopo la neve e la pioggia invernale.

Quando ero giovane, questo era il passaggio più impegnativo, il più tecnico, dove non serviva la forza ma la capacità di adattarsi al fiume e alle sue correnti.

Quanti passaggi impegnativi nella mia vita e quante volte ho cercato la forza per risolvere quel momento e, invece, avrei solo dovuto usare la docilità e trovare l’abilità di adattarmi alla corrente che mi strattonava e mi centrifugava i pensieri, lasciandomi preda dell’istinto e dell’impulsività. Questi due tratti caratteriali non è vero che aiutino a trovare le giuste soluzioni, spesso diventano, invece, solo occasione di scontro e di crepe nei rapporti, motivo di contrasti, momenti di rottura. E fino a quando il tuo antagonista è uno sconosciuto, un quisque de populo indifferente, le ferite dell’impatto sono solo abrasioni ma se l’oggetto della tua istintiva impulsività è un tuo caro, o ancora più la tua donna, allora le ferite affondano nella carne, macerano gli sguardi, incancreniscono e necrotizzano il rapporto. Le parole sputate istintivamente, senza remore in onore all’impulsività e alle armi della franchezza e della lealtà, che ci ostiniamo a chiamare virtù, diventano punte acuminate che lacerano le carni, frecce di fuoco che guastano il tessuto connettivo che tiene legati due corpi diversi, due sensibilità, due anime, un amore. Non te ne accorgi, lì per lì, sembra quasi che sia apprezzato questo tuo modo di comportarti, pare che le parole sprezzanti siano il grido di un amore. E, invece, quelle frasi, quei gesti, quegli sguardi diventano delle increspature e, poi, delle crepe, quindi delle frane. La fine di un amore.

Due anime che si voltano le spalle seppur rimangano ancora vicine a contatto ma con occhi rivolti verso il mondo non verso gli occhi dell’altro.

Quanto te ne rendi conto è sempre troppo tardi. Prima bastava pensare e gli occhi s’intendevano e con loro le anime. Adesso bisogna precisare spiegare ripetere e si rimane sempre con qualcosa di non detto, contrariati. L’abitudine sopperisce alla disperazione. E si va avanti, con mestizia, con delusione, con angoscia, fino alla fine.

Attento, aumenta le pagaiate, devi essere più veloce della corrente. La linea è giusta, ti porta verso il centro dell’inferno bianco, le rocce sono a distanza, il rumore è spaventoso. Non si sentono più uccelli, vento, stormire di rami e foglie. L’unica imponente voce è quella dell’acqua che s’infrange contro i massi, che torna indietro, che colora di bianco tutta l’aria circostante, che ti stordisce e toglie il respiro con il suo pulviscolo liquido.

Ecco, la punta del kayak sfiora quel masso a destra, quello che esce a malapena dal vortice candido, e vira a sinistra affondando con forza la pagaia sulla tua destra. Sì tira indietro forte, appallottola il tuo corpo vicino più possibile al tuo destriero e affronta la strettoia davanti a te dopo aver raddrizzato la punta. L’urlo è un grido di vittoria, dietro di te il ribollire della Via Lattea, avanti la grande morta dei “Maraoni”. È fatta. Sei uscito indenne dalla bolgia che ti lancia ancora addosso i residui dei freddi spruzzi infernali. Ti senti fiero. I “Maraoni” a settant’anni. Straordinario.

Due passaggi facili nella quiete del fiume ammansito tra pioppi, ornelli, salici, un canneto e cespugli di more ed ecco lì, in fondo, il Ponte di Ferro, la sua spiaggetta, l’acqua quasi piatta.

All’ombra degli enormi pioppi neri, riprendo fiato, sgranchisco le gambe non più abituate alla posizione dentro il kayak, i muscoli delle braccia protestano la loro senilità.

A collegamento tra le due sponde della valle, l’antico ponte, con la sua ampia e armoniosa arcata, incornicia il solitario monte di Palena, incombente, maestoso, piramide di roccia e boschi. Di fronte a me, poco più su, i contrafforti della Maiella Orientale trasportano la vista dalle falde boscose ai primi rilievi di alta quota, a contatto con il cielo, con le nuvole, con le aquile. Da lassù, il fiume che sto vivendo appare come nastro argentato, cerniera tra le frontanee e digradanti colline coperte di coltivazioni e di selve.

La frescura dell’aria che sale dalle acque fredde in cui galleggio mi aiuta a pensare. Il rollio del mio natante cullato dalla tranquillità della corrente scioglie i muscoli e accende riflessioni.

Ah se fossero solo trenta anni… quante occasioni pensate cercate e non sperimentate perche “c’è ancora tempo”… quanti amici andati… nessuno ritrovato… quanti momenti adatti a cambiare strada, per cercare una nuova vita… sempre rinviati…

Ti rendi conto improvvisamente, ma sarebbe stato facile capirlo, che il tempo non c’è più; né viaggi, né scoperte, né luoghi nuovi agognati e sempre rimandati; volevi imparare a volare e non ci sono più ali; volevi cercare le alte vette e sono, ormai, irraggiungibili; volevi scrutare il fondo del mare, quello che non riuscivi a raggiungere da ragazzo, e, ormai, è diventato distante profondo invisibile.

La forza gentile del fiume mi ha incanalato su una via certa, non rabbiosa ma invitante. Da destra a sinistra, tra quei due massi, attenzione al cespuglio di more che protende i suoi rami aguzzi sul fiume. Forza, una pagaiata più forte a sinistra e il pericolo è evitato. Il greto si allarga, l’acqua diminuisce scomponendosi in tanti rivoli, le pietre sono freni al kayak, le pagaie accostano sassi non acqua. L’aria si riscalda dove il fiume cala e i suoi rigagnoli verdi sono sostituiti dal grigio viscido e dal bianco del fondo a pochi centimetri dalle tue gambe.

Improvvisamente l’acqua comincia a raccogliersi verso il bordo, alla mia destra, un gradino, una rapida tra alcuni massi più grandi, un salto e, di nuovo, tra schizzi e spiriti ribollenti, l’acqua che ti schiaffeggia, il kayak che comincia a inclinarsi surclassato da una linea prepotente che lo colpisce di traverso da dietro un sasso; pagaiate veloci, sempre più veloci, la forza delle braccia che cerca di contrastare la forza della rapida, il ramo di quel salice che si avvicina troppo, la corrente che spinge la punta della barca verso il ramo a pelo d’acqua; la paura più grande del canoista: il kayak che s’inabissa sotto un ramo proteso sul suo corso, la potenza della corrente che spinge il kayak sempre più forte, il torace dell’uomo a fare da ostacolo, lo schiacciamento, l’impossibilità di resistere, la testa che segue il resto del corpo e, se va bene, l’essere sputati fuori dopo il ramo, altrimenti, il più delle volte, il kayak che s’impunta, si blocca, s’inabissa; quindi l’impossibilità di abbandonare la barca, la testa sempre più giù, avvinghiata da quella morsa letale …

No, ci sono riuscito, all’ultimo momento con una forza che non so da dove sia scaturita, ho deviato la linea seguita e il ramo mi è sfilato a sinistra colpendo con la violenza della sua rabbia delusa anche il mio fianco sinistro. Sono grande!

Sapevo che quello che avevo imparato in tante escursioni, i pericoli evitati, le soluzioni trovate, l’attenzione ai particolari, la conoscenza della vita caotica del fiume mi avrebbero accompagnato, consigliato al bisogno, salvato al momento opportuno.

Sono stanchissimo.

L’adrenalina è scomparsa.

Tutta la tensione che mi sorreggeva e irrorava i miei muscoli ormai avvizziti è andata via con l’ultima rapida. L’acqua non è più bianca, viva, cattiva, ruggente. È tornata verde, serena, tintinnante, allegra. Distinguo il saluto del merlo sul cespuglio, il fruscio del cervone tra la sterpaglia, l’allegro strepitio dei rondoni e dei fringuelli. La forza del fiume mi concede tregua e mi permette di essere parte di questa natura arcaica e possente. Animale tra animali, pesce tra pesci, goccia tra miliardi di gocce.

Adesso comprendo che la goccia sola viene assorbita dal terreno mentre le gocce tutte insieme sono forza che feconda. È pericolosa la vita solitaria della rondine, ma il continuo veloce intersecare del suo volo con quelli delle altre diventa baluardo della specie.

E, allora, perché sono solo? È la mia presunzione, l’egoismo degli altri, la noia dell’abitudine? Se hai escluso dai tuoi pensieri anche i tuoi figli e la tua donna, quale futuro pretendi? Gli amici sono occasioni per un pezzo della tua vita, ma la tua donna era la ragione dell’esistenza. I figli devono creare le loro vite; è giusto che siano lontani, che facciano i loro errori, scelte, vittorie, incontrino abissi e risalgano vette inespugnabili. Loro sì. Lei, invece, si è affidata a te tanti anni or sono quando era debole, inesperta, fragile. E tu eri il castello dove riposare tranquilla dalle aggressioni dei barbari. Gli anni hanno reso te fragile, debole, stanco. Hai cercato un castello dove rifugiarti ma il ponte levatoio era alzato. Ti sei accampato sotto le mura. Attendi.

Ecco la spiaggia di Ciclone. Le pietre sono candide uova, calde e resistenti. È ora di scendere. La stanchezza è una sensazione non solo fisica. Il cuore è sfibrato. La mente è esausta.

Non l’ho mai fatto, invece continuo: poche centinaia di metri d’acqua piatta ed entro nel grande lago. Puoi accostare e calarti su una qualsiasi delle sponde, tutte semplici da conquistare. In fondo la misteriosa e tenebrosa diga. Mausoleo all’ingegno umano e alla sua potenza di conquista. Ora inutile, abbandonata, triste.

Si va con gli ultimi rimasugli di forza. I muscoli bruciano, rigidi e dolenti. Ma la facilità del pagaiare in quella pianura liquida quieta e scura, invita a calpestare quella nuova strada, ormai fluido antico tratturo.

Le cosce fanno fatica a rimanere ancora sotto il bordo del pozzetto per bilanciare al meglio e contrastare le correnti. La corrente non c’è più. Le gambe si possono muovere, scrollarle, dinoccolarle per riavviare la circolazione del sangue.

Mio dio quanto è grande! La muraglia di cemento si erge a chiusura della valle con prepotente potenza artificiale. Le acque che da millenni scorrevano libere in questa valle da decenni sono bloccate, imbrigliate, raggomitolate e incanalate in budelli enormi. Tutto ciò in profondità ammantato e ovattato dall’apparente serenità della distesa al di sopra.

Il sole è tramontato dietro la Maiella, anche i raggi sono ricordi, il buio a breve verrà ad amalgamarsi con le acque opache.

Il panico prende allo stomaco, sordo profondo assoluto, la spina dorsale è aggredita da dardi gelidi che ingiuriano il cervello e si rituffano giù verso la coda che non esiste più da milioni d’anni. La paura è la grande nemica del canoista, lo rende ebete, incapace di trovare soluzioni repentine e naturali. L’urto contro la muraglia grigia non è niente ma la sensazione del kayak sbilanciato dal movimento delle gambe intorpidite, la pagaia che scivola lungo la parete dolomitica della diga, la pressione dell’acqua che ti spinge verso l’immane bastione, i movimenti che diventano convulsi, senza ritmo, esagerati, esasperati, pericolosi…

Il tuffo in quell’acqua scura e fredda è inevitabile, il kayak ribaltato è una balena a cui appoggiarsi e calmarsi…

La fatica è amica fatale.

La mente si offusca, si spegne.

Il cuore rallenta, cerca una spinta, rallenta di nuovo, arresta il suo viaggio.

La grande muraglia accarezza una balena arancione con il fardello di una umanità sconfitta.

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